Ottobre 2025 n. 10 Anno X Parliamo di... Periodico mensile di approfondimento culturale Direzione redazione amministrazione e stampa Biblioteca Italiana per i Ciechi �Regina Margherita� Onlus via G. Ferrari, 5/a 20900 Monza Casella postale 285 tel. 039/28.32.71 fax 039/83.32.64 e-mail: bic@bibciechi.it web: www.bibliotecaciechi.it Registraz. n. 19 del 14-10-2015 Dir. resp. Pietro Piscitelli Comitato di redazione: Pietro Piscitelli Massimiliano Cattani Luigia Ricciardone Copia in omaggio Rivista realizzata anche grazie al contributo annuale della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero della Cultura. Indice Il sogno di Efesto: l'uomo e le macchine intelligenti Sognando Mr Darcy A Trieste tra vita e arte: sulle orme dei grandi scrittori Il sogno di Efesto: l'uomo e le macchine intelligenti (di Lorenzo Perilli, �Prometeo� n. 170/25) - Un presente che ha scommesso sulla misurabilit� dell'intelligenza e sulla riproducibilit� della coscienza. Ignaro di radici che affondano nella mitologia pi� archetipica, tra fuoco divino e fuoco umano. In nome di una latente rivalsa della metafisica. - Risuonano incudini, sulla Terra. Tornati all'epoca della sfida degli uomini agli d�i, l'epoca di Prometeo e del suo gemello caucasico, il gigante Amirani, si riesce oggi distintamente a sentire il suono dei martelli nelle fucine, il suono del nuovo dio in piena attivit�. Il nuovo Efesto lavora alacremente. Alleatosi con i moderni eredi dei nove d�moni a cui Amirani aveva sottratto il fuoco � uccidendone otto e risparmiando soltanto il pi� giovane, il d�mone zoppo a cui era affidato il compito di custodirlo �, il nuovo dio non ha confini geografici n� culturali. Neppure ne hanno le ambizioni. Nelle sue officine, il fuoco arde sotto forma di elettricit�, la nuova incudine rifulge nelle fonderie per semiconduttori, il nuovo martello ha preso via via la forma delle macchine per la litografia ultravioletta estrema, gli scanner EUV High-NA (Extreme Ultraviolet Lithography High-Numerical Aperture). Efesto, Prometeo, Amirani: fuoco, incudine e metallurgia Efesto, il dio fabbro, protettore di quelle arti umane che hanno nel fuoco il loro elemento, l�unico dio con un mestiere preciso e anzi famoso proprio per la sua techne, inventava, forgiava, costruiva: palazzi per s� e per gli altri d�i, lo scettro e l'egida di Zeus, il tridente per Posidone, lo scudo di Eracle, ma frutto del suo lavoro erano anche lo scettro di Agamennone e le armi di Achille. Sua era la statua vivente di Talos, il gigante guardiano dell�isola di Creta che tre volte al giorno ne faceva il giro e il cui corpo era attraversato da una vena che conteneva l�ichor, il sangue degli d�i; suoi erano i tripodi con ruote d�oro in grado di muoversi da s�, di andare e venire per servire ai banchetti sull�Olimpo; sue, infine, erano le ancelle che lo aiutavano nel suo lavoro, del tutto simili a delle ragazze, che �hanno dentro di s� un'intelligenza, la voce, la forza�. Chi si fermi un momento a riflettere vedr� qui l�inizio del percorso che oggi si compie: macchine, automi capaci di agire autonomamente, e soprattutto dotati di nous, la facolt� che Kurt von Fritz defin�, con solo apparente ossimoro, �intuizione razionale�, necessaria per cogliere l'identit� di ci� che si ha di fronte e riconoscere ad esempio se quell'uomo laggi� a malapena visibile dietro un cespuglio sia un nemico in agguato; automi dotati poi di voce, in grado di recepire gli ordini che il deus faber gli impartisce, e di comunicare con lui; provvisti di forza, per eseguire quelle attivit� che richiedano impegno fisico sostituendosi a chi dovrebbe svolgerli. Oggetti inanimati eppure vivi, capaci d�azione, perfino di provare emozioni. Nous. Intuizione razionale. Saper guardare il mondo in modo non lineare. Effettuare valutazioni e prendere decisioni adattandosi al contesto di volta in volta dato. Quale definizione migliore per dire quello che fanno oggi le macchine algoritmiche? � un sogno antico, quello dell�uomo: lasciarsi sostituire. Farsi creatore di un altro se stesso. �Allora... lei vuole creare un dio, il suo dio?�, chiedono dal pubblico al dr. Will Caster che, sul palco, illustra le possibilit� di macchine dotate di coscienza. �Non � forse quello che l�uomo ha sempre fatto?�, � la risposta dello scienziato interpretato da Johnny Depp in Transcendence. Ma ripartiamo daccapo. Anche Efesto era zoppo, come il pi� giovane dei d�moni contro cui si avventa Amirani. Era al dio supremo, a Zeus, che doveva questa sua deformit�: per� anche segno distintivo di un potere speciale, come sempre nell�iconografia del mito, in cui ogni dettaglio reca con s� il proprio significato. Secondo la versione che della storia racconta il primo libro dell�Iliade, Zeus aveva scagliato Efesto � di cui pure era il padre - gi� dal cielo, dopo averlo afferrato da un piede, una caduta che sembrava non finire mai: �precipitai tutto il giorno� � dice lui stesso - �e giusto al tramonto del sole caddi su Lemno� (Iliade I 592-4). Costretto a rinchiudersi in una fucina ctonia, in mezzo ai mortali, lavorava insieme con i Cabiri, i misteriosi d�i-fabbri suoi aiutanti, e conviveva con i Sintii, il popolo tracio che lo aveva accolto dopo la caduta e che da lui apprese l�arte della metallurgia. Onnipresente, in queste vicende di creazione, potere, lotta, � il fuoco. Abkazi, circassi, kabardi, georgiani, armeni, osseti, raccontano appunto a loro volta la storia di Amirani, il gigante che dopo aver rubato il fuoco e ucciso uno o pi� demoni malvagi si scontra con la collera del dio e viene incatenato in eterno a una roccia sul Caucaso, dove, tra il Mar Nero e il monte Elbruz, anche i Greci collocano il supplizio del loro Prometeo, che di Amirani � il doppio. Anche Prometeo ruba il fuoco, a Zeus secondo qualcuno, pi� banalmente al fabbro Efesto secondo altri. Il fuoco � all�origine della storia umana, il fuoco artefice benefico che produce e crea. Spesso si dimentica, per�, l�altra parte della storia. Quella che ci dice che le cose non stavano esattamente cos�. Quella che mostra Prometeo trickster anarchico che, spinto dalla sua indole di outsider a mettere in discussione le regole del gioco � lui divinit� alla quale non si dedicano santuari, dio minore per il quale solo qui o l� si celebrano feste secondarie �, � indotto dalla sua stessa indole a sfidare Zeus, a sbeffeggiarlo con l�inganno del banchetto sacrificale di Mecone, manipolando il rituale di condivisione del cibo di cui si sostanzia da sempre la societ� umana. Fu proprio qui, infatti, che Prometeo propose al sommo padre di scegliere quale offerta preferisse, tra il grasso lucente, che avvolgeva per� subdolamente nient'altro che ossa, e la pelle del bue, sotto cui aveva nascosto le parti pi� pregiate della carne. La storia dice che Zeus sa: che in ogni momento egli � consapevole di quel che accade, e sembra scegliere le ossa ricoperte di grasso solo per avere il pretesto per condannare Prometeo al destino che gli spetta. � a seguito di questo inganno che �la stirpe degli uomini sulla terra brucia agli immortali ossa bianche sugli altari odorosi� (Teogoria vv. 556-557): ossa e, per bene che vada, cistifellea. Non pi� di questo tocca agli d�i, degli animali che pure si pretendono sacrificati in loro onore. Roba immangiabile, dice Menandro, (Misantropo, v. 452), femore e osso sacro con una parte della coda. Preso dall�ira e dal desiderio di rivalsa, ben prima di decidere di farla finita con Prometeo e di farlo inchiodare a una montagna Zeus sceglie di punire gli uomini suoi sodali, e lo fa togliendo loro il fuoco, �egli non dava pi� agli uomini mortali lo slancio del fuoco infaticabile per mezzo del legno di frassino�, racconta Esiodo nella Teogonia (vv. 563-4). Perch� non � vero che Prometeo fa dono agli uomini del fuoco per la prima volta: del fuoco essi disponevano gi�, ed era anzi un fuoco di origine celeste, divino, che era stato loro dato spontaneamente attraverso la folgore di Zeus, senza bisogno di alcuna tecnica. � in realt� proprio a causa del gesto di Prometeo che ne vengono privati, costretti ad accontentarsi del succedaneo che il provocatorio titano offre loro in riparazione, che richieder� invece l�applicazione dell'ingegno. Anche nella storia di Amirani, del resto, quando il gigante uccide i d�moni e ruba il fuoco che essi custodivano, sparisce dalla terra il fuoco celeste, e sar� necessario reimparare ad accendere il focolare intorno al quale si ritroveranno di l� in avanti gli uomini (Leggende di Amirani 1; 7; soprattutto 15). La storia di Esiodo vuole che il fuoco di cui Prometeo si impadronisce sia il fuoco di Zeus, ma questa precisazione sembra servire semmai allo scopo di giustificare la punizione del titano; perch� un�altra tradizione, pi� coerente con il fatto che il nuovo fuoco richieda l'impegno della razza umana per accenderlo e tenerlo vivo, vuole invece che quel fuoco fosse di origine terrestre, e fosse stato sottratto proprio dall�officina di Efesto, giacch� come racconta Platone (Protagora 321c-d) Prometeo non aveva pi� modo di salire alla dimora di Zeus, senza contare poi le guardie, e ripieg� allora sulla �officina comune� dove lavoravano Efesto e Atena, entr� senza esser visto e si impadron� dell�abilit� di Efesto nelle arti del fuoco. A Platone, agli Ateniesi suoi contemporanei piacque rivestire la storia di un ottimistico antropocentrismo, coerente con la razionalit� di quel mondo fatto di cause ed effetti di cui andavano in cerca e che sarebbe definitivamente arrivato con Aristotele. Il fuoco di Efesto proviene da una fucina sotterranea, dal chiuso di un vulcano o di una caverna, dal quale promanano forze occulte. � ben diverso da quello di Zeus. Anche per la storia delle culture caucasiche a cui appartiene Amicrani, il fuoco dei d�moni-fabbri � sotterraneo. La fucina di Efesto d� origine alla fucina umana, e si ha qui il punto d�incontro e di mediazione tra umano e divino, una possibilit� di convivenza, e un nuovo rapporto degli uomini con gli d�i, imperniato sul ruolo del sacrificio e delle offerte che su quello stesso fuoco dovevano ogni volta e per sempre bruciare in onore delle divinit�. La maturazione dell'io L�anarchia di Prometeo, scrisse Georges Dum�zil, �colpisce e turba in noi zone oscure�. Una cosa � certa: che la sua storia mostra come umano e divino si contrappongano inevitabilmente, ma anche convivano. Come sia necessaria una forma di mediazione. Prometeo rappresenta il crollo dell'universo mentale arcaico, delle sue gerarchie, del suo sistema di relazioni, nel passaggio da divino a umano. Definendolo come il crollo della mente bicamerale, lo psicologo Julian Jaynes ha individuato nel passaggio tra i canti pi� antichi dell'Iliade e i secoli immediatamente successivi una svolta cruciale nell�evoluzione dell'individuo e la nascita stessa della coscienza. Il mondo arcaico, dice Jaynes, rispecchiava la mancata maturazione di un io, di una coscienza interna, conseguente a una frattura interiore della mente umana, nel mondo greco come in Mesopotamia, Egitto o Cina. Mente bicamerale, la chiama. Una struttura mentale suddivisa in due parti nettamente distinte. Le decisioni, e il corrispettivo della coscienza, sono affidate alle voci divine che dicono all�individuo cosa fare. I due compartimenti della struttura mentale umana pi� antica svolgono cio� ruoli complementari: una dispone, l�altra esegue. La prima accoglie decisioni provenienti da voci attribuite alla divinit�, la seconda le riceve e non pu� fare altro che eseguirle: non esiste libero arbitrio. �L'ipotesi davvero ardita cui siamo pervenuti � che ci fu un tempo in cui la natura umana era scissa in due parti: una parte direttiva chiamata dio, e una parte soggetta chiamata uomo. Nessuna delle due parti era cosciente�. In societ� come quella greca arcaica, dice Jaynes, lo stress da decisione era sufficiente a stimolare un�allucinazione uditiva alla quale non si poteva che ubbidire, in assenza di uno spazio mentale per reagire in autonomia, ribellarsi. Queste voci allucinatorie, chiamate d�i, presenti anche oggi in moltissimi casi verificati da antropologi, psichiatri e neuroscienziati, guidavano le civilt� pi� antiche, governate secondo una rigida struttura gerarchica. Il crollo di questo sistema avrebbe comportato anche un cambiamento della struttura mentale. � a questa stessa fase che risale anche l�imporsi di schemi detti razionali di interpretazione del mondo e dell�uomo. In Prometeo, l�individuo in ascolto che attende, per agire, le indicazioni del dio � vale a dire, la biplanarit� e il dialogo tra le due parti della mente o coscienza � non esiste pi�. Prometeo � dio e uomo, ed � cosciente di esserlo, � cosciente di s�. Lo rivendica. Rivendica di aver sbagliato per precisa scelta, sa che proprio l'errore � ci� che lo rende libero, lo reclama con il suo esplicito, ribadito �� per scelta, per mia scelta che ho sbagliato, e non lo rinnego�, come fa nella tragedia Prometeo incatenato che la tradizione ha improvvidamente legato al nome di Eschilo, al quale certo non pu� appartenere. Efesto, il fabbro divino, parla qui di fronte a Prometeo per esprimere la sua esitazione e riluttanza. Efesto e Prometeo sono sodali se non complici. Efesto � riluttante a eseguire il compito che gli � stato affidato, come i due sgherri di Zeus, Forza e Violenza, gli ingiungono di fare: �ti inchioder� a questa roccia mio malgrado�, dice al verso 19. Efesto sembra appunto solidale, forse proprio perch� a sua volta gettato gi� dal cielo da Zeus, costretto alla sua fucina terrestre. Il furto che Prometeo compirebbe ai suoi danni potrebbe averlo visto in realt� suo alleato. � cos�, spiega ancora Prometeo, che nasce tra le altre cose la metallurgia. Anche in Amirani, centrale � la fucina, il martello, il risuonare dell�incudine. Col martello il gigante cerca di liberarsi dalle catene e dal palo a cui � legato, ma quello stesso martello non fa che conficcare il palo ancora pi� in profondit�, ogni giorno. Le sfumature algoritmiche del reale A differenza di Efesto, i fabbri di Amirani sono muti. Parlano attraverso il suono dell�incudine. I fabbri nostri contemporanei, invece, i creatori dei nuovi d�i, della nuova coscienza, dell�homo novus, hanno forgiato una nuova parola, la parola della macchina, la parola-numero. �Alfanumerico�. Significava, fino a ieri, combinazioni di lettere e numeri, come fossero ancora due cose diverse; mentre oggi sta l� a dirci che anche le lettere, come tutto il resto, sono in realt� numeri, che quell�alfa � solo il nuovo vestito dell�imperatore, a dirci che nel mondo digitale � per mezzo di numeri (digit) che ogni lettera si esprime, i numeri del codice binario, che erano in origine soltanto due ma via via sempre pi� si articolano e acquistano pesi diversi misurati in decimali, non pi� soltanto 0 e 1 ma anche tutti i valori intermedi tra i due, mentre la logica che li governa non � pi� quella rigidamente classica ma diventa sfumata, fuzzy, e non si tratta pi� solo di vero e falso ma anche di vero e falso in una certa misura. Verit� diverse. Gradi diversi di verit�. � questo che ci permette di assegnare un peso, che � poi un valore, a ogni connessione tra due nodi di una rete neurale, e di determinare cos� quale influenza debba avere un segnale che passa da un �neurone�, o nodo, a un altro. Unendo i due, vale a dire reti neurali e logica fuzzy, si ottiene un sistema in grado di calibrarsi e adattarsi ai dati, nel quale si riesce a definire le sfumature del reale, del mondo, a renderlo meglio manipolabile digitalmente. Si chiamano modelli ibridi neuro-fuzzy. All�apparente somiglianza, che � invece radicale differenza, tra il fuoco divino e il fuoco degli uomini, corrisponde l�altrettanto apparente somiglianza, che � invece profonda disomogeneit� concettuale, tra il modo di pensare e di agire dell�uomo e il parlare e ragionare, se non persino �pensare�, degli algoritmi. Disomogeneit� radicale, irrimediabile. L'algoritmo ha, tra le tante pretese, quelle della non ambiguit� e dell�efficienza, vale a dire precisamente il contrario di quella dimensione profondamente ambigua di cui si nutre la natura umana, di quella irregolarit� che regola il funzionamento della mente e che la macchina pretende di simulare, di quell�inefficienza e irregolarit� che ha fatto dell'errore uno strumento per crescere. Per l�errore di Prometeo, per l'anarchia del trickster, in un mondo di perfetta efficienza, non c'� spazio. Li chiamiamo macchine, in realt� � matematica. La matematica, diceva Platone, avvicina l�uomo a dio. Aveva ragione il dottor Caster. Neuroni, silicio, intenzionalit�: da Cartesio a Barricelli Un lungo percorso, durato secoli, � stato necessario per capire che il paragone tra un orologio e il corpo vivente proposto da Cartesio non stava in piedi, che gli esseri viventi, e tra essi l�uomo, sono parte integrante del mondo fisico. Che biologia e fisica vanno insieme. Che semmai un'analogia si poteva proporre con la macchina a vapore, che trasforma il calore in lavoro meccanico cos� come anche il corpo converte energia e ospita fenomeni che gi� gli antichi medici chiamavano di cozione, la �cottura� necessaria alla digestione e al funzionamento del sistema. Il soffio della locomotiva fu presto paragonato a quello della respirazione. Dopo la progressiva ibridazione tra chimica e fisica e biologia, dopo l�aggiunta del linguaggio come strumento delle macchine che le ha portate pi� vicine alla vita e alla mente, � permesso alle macchine qualcosa che non era ancora accaduto: �modificare le forme e le espressioni naturali della vita stessa�, come annunciava Aldous Huxley. Mancava ancora un passo, che � stato compiuto recentissimamente: la sostituzione dei neuroni artificiali presenti nelle reti neurali, cio� i nodi della rete � che sono comunque, in ultima istanza, numeri, nelle variegate forme che questa nozione assume �, con neuroni biologici. Prendere neuroni umani e applicarli su una base di silicio. Come fosse la scheda di un computer con su stampati i componenti necessari, quelli che la litografia ultravioletta applica sui wafer di silicio in dimensioni cos� piccole da non poter essere neppure immaginate: 10 nanometri e anche meno, quando un virus va da 20 a 450 nanometri e un globulo rosso � grande pi� di 6.000, rientra cio� nell�ordine dei micron, la scala dei neuroni umani. Neuroni che, comodamente allocati su una sottile fetta di cristallo semiconduttore, imparano a svolgere operazioni rispondendo a stimoli provenienti dal computer a cui sono collegati. Perch�, in fondo, limitarsi a reti neurali artificiali, quando si possono realizzare reti ibride? Coltiviamo, piuttosto, neuroni biologici: certo, applicati sul silicio moriranno dopo poche settimane o qualche mese, ma si tratta intanto di un primo passo verso il computer biologico. � qualcosa che si sperimenta gi� in tante universit� e laboratori. Nils Barricelli, originalissimo allievo di Enrico Fermi e poi, dal 1953, alla corte del nume John von Neumann a Princeton, alla fine del suo lungo percorso teorico si era chiesto se fosse possibile avviare nella memoria di un computer un processo evolutivo che portasse a risultati analoghi a quelli ottenuti dalle molecole primordiali di RNA che, miliardi di anni fa, avevano dato origine al primo �linguaggio� e alla primissima forma di �tecnologia� sulla Terra: ben in anticipo rispetto agli uomini e alla loro coscienza. Barricelli si sforz� per tutta la vita di dimostrare che l�evoluzione del vivente e l'origine delle specie potevano essere riprodotte mediante numeri capaci di svolgere esattamente la stessa funzione dei geni, subire mutazioni, aggregarsi in entit� pi� complesse mediante associazioni simbiotiche, generare nuovi esemplari. Quasi fosse una rinata aritmologia neopitagorica, concentrata sull�individuare e mettere a frutto le propriet� qualitative dei numeri. Ma se vale il principio per cui la coscienza pu� essere ricondotta alle leggi della fisica, convinzione che era di Hermann von Helmholtz, Freud, o di Francis Crick; se gli organismi animati sono caratterizzati dalle stesse forze fisiche e chimiche e la vita mentale non � altro che una serie di stati quantitativamente determinati di particelle materiali; se gioia e dolore, ricordi e ambizioni, libero arbitrio e percezione del proprio io sono nient'altro che il risultato dell�attivit� di un gran numero di cellule nervose e delle molecole ad esse associate: se � cos�, allora collegare dei neuroni biologici a un computer, trasformarli nello strumento a cui applicare procedure algoritmiche potrebbe essere la soluzione al problema di Barricelli. Le leggi e le regole a cui Barricelli sottoponeva i numeri nel calcolatore per verificarne le reazioni possono fruttuosamente essere applicati a materiale biologico. Se la natura ha proceduto mediante processi non intenzionali e senza qualcuno che li governasse, senza obiettivi predefiniti e senza controllo esterno, riuscendo a creare quel che ha creato, perch� non pensare che lo stesso possa accadere in processi di tipo computazionale? Una serata a Londra Le ambizioni e la creativit� di Efesto, dare un nous alle macchine, subirono una lunga, secolare battuta d�arresto. Venti secoli, saranno ancora necessari: dopo i quali non si penser� pi� a macchine viventi, ma al corpo umano come una macchina. Cartesio, Lamettrie, Leibniz, metteranno il loro ingegno al servizio di questa idea. Che continuer� il suo percorso carsico per riaffiorare a Londra tra il 3 luglio del 1822 - quando Charles Babbage scrive al chimico Sir Humphry Davy una lunga lettera sull�uso di �una macchina che divenga un sostituto per una delle operazioni di pi� basso livello dell�intelletto umano�, un motore di calcolo per elaborare tavole matematiche - e una soir�e del 1837, quando ancora Babbage, matematico autodidatta (nonostante la laurea a Cambridge) e filosofo, presenta la �macchina analitica�, concepita ma mai costruita, vale a dire un calcolatore meccanico pensato per svolgere compiti diversi sulla base di istruzioni che di volta in volta gli venissero fornite. In quello stesso 1837, precisamente alla mezzanotte del 27 febbraio, Charles Darwin scrive alla sorella Caroline che Charles Lyell, il geologo suo grande amico, lo sollecitava ad accettare l'invito di Babbage a partecipare a uno dei party che quest'ultimo regolarmente organizzava, giacch�, cos� Darwin, �Lyell dice che i party di Babbage sono i migliori nel mondo della cultura a Londra, e che c'� un buon mix di belle donne�, il che evidentemente non guastava. �Chiunque�, conferma Harriet Martineau, scrittrice e filosofa molto apprezzata dalla Regina Vittoria, �brama di partecipare alle soir�es di Babbage�, alle quali tra le centinaia di ospiti si potevano incontrare Charles Dickens, il pioniere della fotografia Fox Talbot, il pi� grande ingegnere della storia inglese Isambard Brunel, lo stesso Darwin, tanti altri artisti, attori, banchieri, politici, industriali, vescovi e, appunto, anche numerose belle ragazze, su cui fare colpo con dimostrazioni di novit� tecniche e curiosit� artistiche e scientifiche. Al numero 1 di Dorset Street, il sabato sera, si riuniva insomma tutta la Londra che contava e che avesse qualche interesse culturale, scientifico o semplicemente voglia di socializzare. � proprio qui che le teorie di Darwin e le elaborazioni meccaniche di Babbage si incontrano. La macchina analitica era pensata per essere programmata a eseguire ogni genere di calcolo usando schede perforate come quelle dei telai per tessere, ed era dotata di processori aritmetici per elaborare numeri, di un'unit� di controllo, di un meccanismo di output e di una forma primordiale di memoria. Babbage progettava e costruiva, Ada Lovelace scriveva istruzioni. Algoritmi. Al tempo stesso, la teoria evoluzionistica di Darwin irruppe in quelle serate del sabato come un terremoto: Darwin convinse il mondo che gli organismi viventi complessi si sono evoluti a partire da strutture molto pi� semplici, e se gli organismi vanno considerati come un tipo di macchina, secondo quanto alcuni filosofi andavano sostenendo, � breve il passo che conduce all�idea di una possibile evoluzione delle macchine stesse. Una cosa Darwin e Babbage stavano introducendo nel mondo: l�idea che tutto, e soprattutto l'origine di nuove specie viventi, si potesse ricondurre a processi di selezione che non richiedono n� l�intervento dell�uomo, n� quello di un dio. Processi di ordine biologico, dice Darwin; processi di ogni genere, si ricava da Babbage. Processi che sembrano richiedere intelligenza e intenzionalit�, per poi rivelarci che non c�era n� l�una n� l�altra, o meglio che l�una e l�altra erano intrinseche alla natura dei processi stessi. �Pi� l�uomo indaga le leggi che regolano l'universo materiale�, Babbage scriver� nel 1864, �pi� si convince che tutte le sue variegate forme derivano dall�azione di pochi, semplici princip�. Il Creatore ci ha dunque messo di fronte il mondo, a noi sta cercare di conoscerlo. Intervento divino e meccanicismo della natura non erano da considerarsi incompatibili. � in questo momento, in quella Londra di met� Ottocento, che vengono a maturazione le condizioni di quel che sarebbe poi accaduto, di quel che osserviamo oggi, non senza stupore. Se la meraviglia, come proclamava l�esordio della Metafisica di Aristotele, � il principio della filosofia, be�, oggi � allora il tempo di una nuova filosofia, di nuove filosofie, perch� di ragioni per meravigliarsi ce n'� a ogni angolo. Dove comincia e dove finisce la coscienza A quelle macchine, scriver� trent'anni pi� tardi Samuel Butler, non manca altro che la coscienza. Butler conosceva bene Efesto e la sua storia per essere stato ottimo traduttore di Iliade e Odissea, e per aver elaborato l'ipotesi che sotto le spoglie del favoleggiato �Omero� si nascondesse in realt� una giovane narratrice e poetessa siciliana. Fu forse anche pensando al nous delle ancelle di Efesto che Butler si chiese nel suo Libro delle macchine (la sezione centrale di Erewhon, scritta dopo aver letto Darwin): �dove comincia e dove finisce la coscienza? Chi pu� fissare il limite? Chi pu� fissare un qualsiasi limite? Non sono forse le cose intessute tutte l�una nell'altra? E le macchine non sono legate in mille modi alla vita animale?� Un'opera perduta, immagina dunque Butler nel 1872, che aveva ispirato la rivoluzione conclusasi con la distruzione delle macchine a lungo in uso a Erewhon, raccontava che nessuno avrebbe mai immaginato che da quella sfera incandescente che era originariamente la terra, una specie di tizzone ardente, potessero nascere e svilupparsi creature dotate di qualche sorta di coscienza. �Eppure, col volgere dei millenni, la coscienza apparve�. Non potrebbero dunque esistere nuove strade, che portino a nuove manifestazioni di quella che chiamiamo appunto coscienza? �Se la coscienza si � manifestata a un certo punto come cosa nuova e, per quanto ci � dato sapere, posteriore persino alla comparsa di un centro individuale di azione e di un sistema riproduttivo (quali vediamo esistere nelle piante anche in assenza di coscienza apparente), perch� non potrebbe prodursi una nuova fase dell�intelligenza tanto diversa da tutte le fasi finora conosciute quanto l�intelligenza degli animali � diversa da quella dei vegetali?�. �Quando pensiamo alle molteplici fasi attraverso cui la vita e la coscienza si sono evolute fino ad oggi, non possiamo affermare con sicurezza che non possano prodursene altre, n� che la vita animale sia il limite estremo di tutte le cose. C'era un tempo in cui il limite di tutte le cose era il fuoco, e un tempo in cui lo erano l�acqua e le rocce... Il fatto che attualmente le macchine posseggano ben poca coscienza non ci autorizza affatto a ritenere che la coscienza meccanica non raggiunger� col tempo il massimo sviluppo. Un mollusco non possiede gran che di coscienza. Pensate alla straordinaria evoluzione delle macchine in questi ultimi secoli, e osservate con quale lentezza progrediscono il regno vegetale e quello animale. Le macchine pi� altamente organizzate sono creature non di ieri, ma addirittura degli ultimi cinque minuti, oserei dire, di fronte alla storia dell�universo. Supponiamo che gli esseri coscienti esistano da venti, venticinque milioni di anni: guardate quali passi da gigante hanno fatto le macchine nell�ultimo millennio! Il mondo non pu� forse durare altri venti milioni di anni? Ma se dura altri venti milioni di anni, che cosa finiranno per diventare le macchine�? Dobbiamo quindi pensare che la nostra nozione di coscienza sia sopravvalutata? Che l�organismo umano, ivi incluse intelligenza e coscienza, sia una struttura molto pi� semplice di quel che si pensi, scomponibile in singoli costituenti elementari, atomi di coscienza ad esempio, che possono essere riprodotti disponendo ordinatamente neuroni su un cristallo di silicio e sottoponendoli a stimoli provenienti dall�esterno? Dunque, diceva lo spettatore a Will Caster, volete creare un nuovo dio. Il vostro dio. Chi ha voluto fare a meno di un dio ha sottovalutato che non esiste nella storia, a nessuna latitudine, una popolazione che non abbia sentito il bisogno di una sua forma di religione. Di metafisica. Di mistica. Di qualcosa che sfuggisse agli angusti limiti di un razionalismo meccanicista, di una scienza che potesse davvero esaurire l�orizzonte del mondo e dell�uomo, di una razionalit� matematica che potesse offrirci tutto quello di cui avevamo bisogno, inclusa un�improbabile idea di verit� oggettiva, sperimentale. Fino a uno scientismo che ha preteso di fare a meno di ogni soggettivit�, di ogni dimensione interiore, di ogni profondit� della coscienza. Di ci� che fa dell�uomo quello che �. Chi ha voluto interpretare e spiegare il mondo come una struttura puramente meccanicistica, in cui singoli processi di base vengono implementati al modo di �programmi� di tipo computazionale, ha pensato di poter rovesciare la prospettiva e dire che i processi di computazione sono alla base del funzionamento di sistemi complessi come quello di un alveare o di un formicaio, di una struttura urbana, di una societ�, delle nuvole nel cielo, di uno stormo di storni. O del nostro cervello, al cui funzionamento si assegnano basi computazionali. Il rapporto con la coscienza. Bersaglio mancato. Giacch� interpretare quel che accade in termini di computazione � il nostro modo di capire il mondo, uno dei modi possibili. Uno dei modi per descrivere come il mondo funziona, non per dire come il mondo �. Non per dire che senso abbia tutto questo. E le propriet� quantistiche della materia stanno l� a dirci che non tutto � ancora sotto controllo. Per questo inventiamo un nuovo dio. Il nostro dio. Abbandoniamo la religione che ci ha accompagnato dall'origine della civilt�, in cambio di una religione nuova. Se il mondo che ci aspetta � questo, allora, come dice Ivan al fratello Aliosha nei Karamazov, grazie tante, restituisco rispettosamente il biglietto. Sognando Mr Darcy (di Laura Bartoli, �Focus Storia� n. 225/25) - Nel 250� anniversario dalla nascita di Jane Austen (1775), entriamo nel suo mondo letterario e sociale attraverso il suo capolavoro, Orgoglio e pregiudizio, e il suo eroe pi� iconico: Mr Darcy. - Che cosa avr� ancora da raccontare un romanzo uscito nel 1813, scritto da una zitella inglese di modeste origini ma dalla penna arguta e brillante come forse nessuna prima e dopo di lei? Jane Austen (1775-1817) aveva 31 anni quando Orgoglio e pregiudizio venne pubblicato, e ne aveva solo 20 quando inizi� a scriverlo (lo termin� tre anni dopo). Ma visto che coltivava il suo talento letterario da quando era giovanissima, consegn� alle stampe un prodotto editoriale stilisticamente perfetto e moderno che ancora oggi si legge tutto d�un fiato rapiti dalla trama, dai dialoghi straordinari e da un�ironia pungente che, pagina dopo pagina, guida il lettore nella descrizione e nella denuncia del mondo sofisticato e ipocrita in cui la Austen viveva. � il periodo dello stile Regency � riconoscibilissimo ancora oggi per la moda femminile degli abiti a vita alta e per i dandy dell�alta societ� quanto spietato nei confronti delle donne o di chiunque non disponesse di rendite adeguate. Nel libro la protagonista Elizabeth Bennet - che come anche le sue quattro sorelle avrebbe urgente bisogno di un buon matrimonio per scongiurare un futuro di povert� � impalma il tenebroso e ricchissimo Mr Darcy, dopo averlo inconsapevolmente conquistato con la sua brillante intelligenza. Da allora, trovare un successo della letteratura rosa moderna e nella produzione cinematografica e seriale senza un tocco di Jane Austen � praticamente impossibile. Anche senza scomodare le numerose versioni per il cinema e per la tv dei romanzi della Austen, le sono debitori le serie Bridgerton, Sanditon e il sempreverde personaggio letterario e cinematografico di Bridget Jones, che perde la testa per un avvocato orgoglioso e riservato, che guarda caso si chiama Mark Darcy e ha il volto di Colin Firth, l�attore che interpret� lo scapolo d�oro della Austen in una famosissima serie tv della Bbc negli anni Novanta. I romanzi di Jane Austen prendono vita tra Settecento e Ottocento, in un�Inghilterra in profondo cambiamento. Da un lato, gli inglesi cominciavano a toccare con mano i primi vantaggi della Rivoluzione industriale, dall�altro pativano le conseguenze delle guerre napoleoniche, che richiedevano tasse pi� onerose e causavano un�instabilit� economica generale. In un contesto simile, alle donne della classe media si prospettava un futuro incerto (a quelle delle classi pi� basse invece la prospettiva della povert� era certissima): non potendo contare su una professione per potersi mantenere, n� su una rendita (il patrimonio famigliare, quando c'era, finiva nelle mani del primogenito maschio) trovavano solo in un buon matrimonio la strada per una vita dignitosa e sicura. Una classe in particolare prendeva estremamente sul serio questa strategia di ascesa sociale, cio� quella che aspirava a essere considerata parte della gentry. La gentry era composta principalmente da proprietari terrieri, senza un titolo nobiliare ma con rango, prestigio e influenza. Mr Darcy ne era il ritratto perfetto: aveva una tenuta, un reddito derivante da affitti, raccolti, qualche investimento collaterale e una rendita annua di 10.000 sterline (un operaio comune all�epoca guadagnava circa 25 sterline l�anno). Per chi ambiva a entrare nella gentry, come la famiglia Bennet ma anche molti altri protagonisti dei libri di Jane Austen (Ragione e sentimento, 1811, Orgoglio e pregiudizio, 1813, Mansfield Park, 1814, Emma, 1815, Persuasione e L'abbazia di Northanger, 1818, pubblicati postumi), il sogno pi� grande era sposare qualcuno della vera gentry. Nell�attesa che questa aspirazione si concretizzasse le famiglie, a costo di indebitarsi, erano tenute a mantenere un decoro e uno stile di vita congruo. Dovevano cio� sostenere tutti i lussi che credevano di meritare e che soprattutto gli garantivano l'accoglienza in societ�: una carrozza elegante, un giardino ben curato, arredi di pregio e abiti alla moda, il numero giusto di cuochi e servitori. Alcuni (odiosi) personaggi di Persuasione, in gravi difficolt� finanziarie, tollerano a malapena di doversi privare di due cavalli e passare da un tiro a quattro a un tiro a due. Jane Austen, in tutti i suoi libri, parla di soldi con un�insistenza che oggi quasi stride ma che per l�epoca era normale: il valore di una tenuta, di un�eredit� o di un beneficio ecclesiastico erano notizie di dominio pubblico. E proprio su queste informazioni le madri pi� intraprendenti (come l�irritante Mrs Bennet) organizzavano le trappole matrimoniali per le loro figliole in et� da marito. Questa era la gente che popolava le opere di Jane Austen, ma anche quella che desiderava leggerle. I libri in generale erano un punto d�incontro tra ricchi e meno ricchi (e lo sono anche tra Elizabeth e Darcy: lei addirittura preferisce leggere che giocare a carte, e lui ne � molto colpito). I libri erano oggetti di gran pregio, molto rari e perci� molto costosi, perch� non esisteva ancora una tecnologia che ne rendesse veloce ed economica la stampa. Nel 1775 in Inghilterra furono pubblicati solo 31 nuovi romanzi, stampati in poche centinaia di copie in tre volumi, e cos� fu anche per Orgoglio e pregiudizio. Come potevano quindi, signore e signorine, conoscere il fascino di Mr Darcy? La risposta erano le �circulating libraries� (letteralmente biblioteche circolanti, per distinguerle dalle biblioteche tradizionali pi� istituzionali e meno aggiornate), presso le quali si potevano prendere in prestito anche i titoli pi� frivoli, senza timore di essere giudicati. La stessa Austen in un certo senso se ne lament� scrivendo che, visto il prezzo vertiginoso dei nuovi romanzi, i lettori fossero �pi� propensi a prenderli in prestito e a lodarli, piuttosto che acquistarli�. Le circulating libraries offrivano infatti la possibilit� di portarsi a casa un numero illimitato di pubblicazioni, dietro pagamento di un�iscrizione, con un piccolo sovrapprezzo per le nuove uscite. Quello che � certo � che la Austen non si arricch� mai con i suoi libri, e nonostante il suo ingegno dovette convivere con l'amarezza di dipendere dalla benevolenza dei suoi parenti. Quando la giovanissima regina Vittoria sal� al trono nel 1837, meno di trent'anni dopo l�uscita di Orgoglio e pregiudizio, del mondo della Austen restava ben poco: in mancanza di guerre, per i villaggi e le cittadine inglesi non circolavano pi� gli affascinanti ufficiali che tanto facevano battere il cuore alle signore; pian piano sparivano anche i lunghi viaggi in carrozza (si apriva l�era infatti delle ferrovie); il paesaggio urbano andava trasformandosi fagocitato dalla proliferazione delle fabbriche. Anche il panorama editoriale era mutato: la tecnologia permetteva ora di stampare libri pi� economici, incoraggiando sempre pi� persone a leggere e scrivere. Tra l'ormai vasta schiera di eroi letterari, non ci sarebbe stato spazio per il nostro Mr Darcy, se non fosse stato per l'iniziativa di Richard Bentley, uno degli editori di maggior successo a Londra, sempre alla ricerca della nuova gallina dalle uova d�oro. Un uomo senza scrupoli, tanto che Dickens lo defin� �il brigante di Burlington Street�, riferendosi all�indirizzo della sua casa editrice. Nel 1833 Bentley aveva bisogno di nuovi titoli per soddisfare la crescente sete di lettura dei londinesi, e decise di acquistare i diritti di tutti e sei i romanzi di Jane Austen. Li ristamp� e li inser� nella raccolta degli �Standard Novels�. Questo progetto consisteva nella pubblicazione di una versione low cost, in volume singolo, di romanzi di grande spessore letterario, fino a quel momento disponibili solo in costose edizioni da tre volumi. In questo modo, il prezzo di Orgoglio e pregiudizio scese drasticamente rispetto a quello del 1813. Era il momento perfetto per il suo ritorno trionfale, ora che altra gente con modeste risorse e grandi ambizioni poteva permettersi di acquistarlo, inserito in una raccolta che lo paragonava per importanza a titoli come Frankenstein e L'ultimo dei Mohicani. Bentley convinse il pubblico che i romanzi di Jane Austen fossero capolavori della letteratura inglese e, per questo, tutti dovevano leggerli. Per evitare che i personaggi austeniani venissero percepiti troppo demod�, Bentley pens� bene di corredare i libri con illustrazioni che li vestivano in abiti vittoriani anzich� regency: al bando lo stile impero, solo stretti bustini e ampie crinoline. La tendenza a illustrare i romanzi della Austen come remake moderni rimase anche nei decenni successivi, quando le opere passarono per le mani di diversi editori. Cos� Darcy, seppur in abiti diversi, per qualche decennio riusc� a mantenere la sua credibilit�, e in fondo incarnava alla perfezione tutte le aspirazioni anche di quell�epoca: aveva cos� tanti soldi che non doveva fare (quasi) nulla per guadagnarseli, possedeva le buone maniere di un gentiluomo, nel corso della storia affrontava un�evoluzione forte e positiva, era istruito e pronto ad aiutare il prossimo, tutte qualit� perfettamente in linea con l�etica vittoriana. Nel 1869, i figli ormai anziani del fratello maggiore di Jane decisero di collaborare alla scrittura della prima biografia importante della loro zia, pubblicando A Memoir of Jane Austen. James Edward Austen-Leigh, presentato come unico autore, aveva 18 anni quando sua zia Jane mor� ma conservava dei ricordi estremamente vividi di lei durante gli anni in cui viveva a Chawton Cottage, nello Hampshire. Ricordi, di questo si trattava: racconti di un tempo che i vittoriani si accorsero essere ormai lontano. E se la vita di Jane Austen era lontana, come poteva non esserlo quella dei suoi personaggi? Con questa nuova prospettiva, nessuno era pi� capace di credere a un Mr Darcy del presente e cos�, poco dopo, gli editori cominciarono a proporre illustrazioni ambientate nell'originale epoca Regency. Fu grazie a questo ritorno al passato che, una volta per tutte, Darcy entr� nei panni di un nuovo principe azzurro romantico e senza tempo. E da allora la sua iconografia non � pi� cambiata. �Un libro conserva il suo fascino pi� a lungo di qualsiasi altra cosa�, scrisse Jane Austen. Ne sanno qualcosa i fan della scrittrice, che amano definirsi �Janeites� e che hanno fatto della loro passione una ragione di vita. C'� chi scrive sequel dei suoi romanzi, chi si confeziona un costume regency e organizza t� e serate danzanti, chi si reca in pellegrinaggio a Bath durante il Jane Austen Festival, che si tiene tutti gli anni ma che per questo anniversario, dal 12 al 21 settembre ha superato se stesso, con raduni in costume d�epoca e t� delle cinque al Pump Room Restaurant, che la stessa Austen definiva �il luogo in cui ogni ragazza doveva essere vista nella sala in diversi momenti della giornata�. La popolarit� del mondo austeniano � riesplosa non grazie all'editoria, ma al cinema: lo sceneggiato della Bbc del 1995 e il film del 2005 con Keira Knightley hanno rispolverato un mondo che affascina proprio perch� lontano dal nostro. E intanto � in lavorazione una nuova miniserie Netflix, con Emma Corrin, Jack Lowden e Olivia Colman. In un�epoca di relazioni complicate e app di dating, il lento universo austeniano tutto chiacchiere e cortesie si propone come un'oasi dove � piacevole rifugiarsi: tra Instagram e TikTok, sono quasi 400 mila i contenuti con l�hashtag #mrdarcy, che accostano al romanticismo della Austen quello delle nuove generazioni. La sua vita Jane Austen nasce il 16 dicembre 1775 a Steventon, un villaggetto di campagna dello Hampshire. Figlia di un pastore anglicano e penultima di otto fratelli, cresce in un ambiente colto ma segnato dalle fatiche della vita rurale. Ama i balli e le occasioni mondane, che inizia a descrivere con fine ironia nelle prime stesure dei suoi romanzi. Nel 1801 il padre porta la famiglia a Bath, citt� che Jane non sopporta: per lei � il simbolo delle regole sociali che limitano la libert� delle donne. Riceve varie proposte di matrimonio, ma non si sposa mai (pronuncia l'unico �s� a 26 anni, ma si tira indietro il mattino seguente). Dopo la morte del padre nel 1805 vive con la madre e la sorella Cassandra in condizioni difficili, fino a stabilirsi nel 1809 a Chawton, dove rivede e pubblica i suoi romanzi pi� famosi, tra cui Ragione e sentimento, Orgoglio e pregiudizio, Mansfield Park ed Emma. Malata, si trasferisce a Winchester per curarsi, ma l� muore il 18 luglio 1817, a soli 41 anni. � sepolta nella cattedrale della citt�, oggi uno dei luoghi simbolo della letteratura inglese. A Trieste tra vita e arte: sulle orme dei grandi scrittori (Italia.it) - Alla scoperta di una citt� nella quale il passato letterario � ancora vivo. - Joyce, Svevo, Saba e Rilke. Trieste � permeata di letteratura. Lo sentono gli abitanti e lo percepiscono i viaggiatori. In questa propaggine meridionale della Mitteleuropa aleggiano influssi germanici, slavi ed ebraici che creano la suggestiva commistione culturale di una citt� di frontiera. Passeggiando nei quartieri della citt� si respira ancora questo spirito, lo stesso, o quasi, che nei primi decenni del '900 ha ispirato grandi poeti e romanzieri. Nei pressi del canal Grande e lungo il borgo Teresiano ripercorrete i passi di James Joyce, nel quartiere asburgico borgo Franceschino come nei dintorni di piazza della Borsa frequentate i luoghi dove Italo Svevo era solito trascorrere il tempo, cos� come i protagonisti dei suoi romanzi. Nel vecchio ghetto ebraico, alle pendici del colle di San Giusto, ammirate gli scorci evocati nelle liriche di Umberto Saba. E poi raggiungete Duino costeggiando il litorale verso ovest. Qui, nel castello dei Torre e Tasso, arroccato su alte falesie a picco sul mare, immaginatevi il poeta di lingua tedesca Rainer Maria Rilke che vi soggiorna mentre compone le sue �Elegie duinesi�, che lo resero celebre. Con James Joyce sul canal Grande Era il 1904 quando il giovane irlandese di nome James Joyce mise piede per la prima volta a Trieste. Tra un avvicendarsi di partenze e ritorni, avrebbe vissuto qui per 16 anni. Il suo quartiere era quello intorno al canale Grande, un lembo di Adriatico che s'insinua nel cuore del borgo Teresiano, quartiere voluto dall'imperatore austriaco Carlo VI e portato a compimento dalla figlia Maria Teresa. Attraversate il ponte Rosso dove dal 2004 � stata collocata la statua del celebre scrittore dell��Ulisse�, una delle attrazioni pi� fotografate dai visitatori. La scultura guarda in direzione della vecchia sede della Berlitz School, in cui lo scrittore irlandese trov� per breve tempo impiego come insegnante d'inglese. Intorno a voi si specchiano sull�acqua le opulente residenze dei mercanti orientali, qui edificate tra Sette e Ottocento. Tra questi spicca palazzo Gopcevich, dal nome del suo primo proprietario, con una raffinata facciata bicroma che evoca lo sfarzo dei palazzi patrizi della Serenissima. Al lavoro alla Berlitz School tuttavia Joyce preferiva la frequentazione di ritrovi mondani come il vicino Caff� Stella Polare, tra il Tempio serbo-ortodosso della Ss. Trinit� e di S. Spiridione e la neoclassica chiesa di S. Antonio Taumaturgo. Viale XX Settembre e altri luoghi di Italo Svevo Antica via dell'Acquedotto, vitale boulevard alberato e cuore pulsante della Belle �poque triestina, quand'era frequentato dalla borghesia cittadina che si concentrava nei caff� e nei luoghi di svago. Viale XX Settembre � proprio dove nacque Italo Svevo, il celebre scrittore de �La coscienza di Zeno�. Non � un caso che nei suoi romanzi la grande arteria sia una presenza costante a far da sfondo alle vicende dei protagonisti. Qui, tra i luoghi del tempo libero si frequentava il Politeama Rossetti, inaugurato nel 1878, teatro di prosa ospitato in un elegante palazzo, utilizzato anche come cinema, sala da ballo, sede di spettacoli circensi e persino di una caccia al cervo. Il �Viale�, com'� chiamato familiarmente dai triestini, non � cambiato molto dai tempi delle crinoline e delle ghette: � ancora una delle vie dello struscio, specie per i pi� giovani seppur in abbigliamenti diversi, e rimane nella bella stagione il luogo predestinato alle indugianti soste seduti al tavolino di un bar, all�ombra degli alberi a guardare il via vai che passa. Sempre tra '800 e '900 anche la vicina via Cesare Battisti (nota all'epoca come Corsia Stadion, dove lo stesso Svevo visse per un periodo), era molto nota: la si percorre per raggiungere il Giardino pubblico Muzio de Tommasini, il parco cittadino costellato dai busti dei triestini celebri. Poco distante si trova il Caff� San Marco, nel suo liberty che ha mantenuto il sofisticato fascino d'inizio secolo. � il caff� letterario per eccellenza, fin dall'apertura nel 1914 frequentato dai principali autori triestini di nascita o d'adozione, tra cui l�habitu� Italo Svevo. Piazza della Borsa, tra vita e romanzo di Svevo Qui la vita di Svevo e la finzione letteraria s'intrecciano indissolubilmente. Da coscienzioso uomo d'affari, lo scrittore frequentava piazza della Borsa, oggi salotto cittadino, ma tra Otto e Novecento era il centro finanziario. In epoca asburgica, per ospitare le contrattazioni di titoli e merci, fu infatti costruito il monumentale palazzo della Borsa Vecchia, a met� '800 messo ai margini dall'attiguo palazzo del Tergesteo, luogo d'incontro per i businessmen. Svevo ci lavorava come impiegato bancario e fu cos� che, in seguito, vi ambient� alcuni momenti del romanzo �La coscienza di Zeno�. Attraversando la galleria interna si raggiunge lo slargo che anticipa il Teatro Verdi, dove Joyce, Svevo e consorti erano habitu�s appassionati di lirica. Curiosamente, Joyce si recava anche alle funzioni religiose nella vicina chiesa di S. Nicol� e della Ss. Trinit�, luogo di culto della comunit� greco-ortodossa. Immergetevi nelle atmosfere dell�epoca, sentirete ancora le vibrazioni dei fermenti culturali del Caff� Tommaseo l� accanto. Qui, da Svevo fino a Claudio Magris, i pi� celebri scrittori triestini hanno scritto pagine memorabili, probabilmente sull�onda dell�ispirazione stimolata dalla raffinatezza del luogo. Proseguendo sul lungomare si apre la prospettiva inconfondibile di piazza dell'Unit� d'Italia, la regina del waterfront triestino. Su tre lati la circondano sontuosi palazzi, rivolta a nord-ovest verso il Golfo, vi regaler� uno degli scorci pi� pittoreschi della citt�. Umberto Saba e il ghetto ebraico �A Trieste ove son tristezze molte,/ e bellezze di cielo e di contrada,/ c'� un'erta che si chiama Via del Monte.� Tra tutti i luoghi che componevano la geografia sentimentale di Umberto Saba, via del Monte rimase sempre �la via dei santi affetti�, dov'erano custoditi tanto i ricordi dei primi anni infantili trascorsi in casa della sua balia, quanto la memoria dei genitori, sepolti poco distante nell�antico cimitero ebraico, oggi Parco della Rimembranza. La ripida stradina, bench� esterna all'area occupata dallo storico ghetto cittadino, era strettamente legata alla quotidianit� degli ebrei triestini: vi avevano sede sia la cosiddetta Scola Vivante, sinagoga dove il poeta si spos� con Lina, sia l'ospedale israelitico, nei locali ora occupati dal Museo della Comunit� ebraica di Trieste �Carlo e Vera Wagner�. Il vecchio quartiere israelitico vissuto da Saba ha sub�to nei decenni una profonda metamorfosi, ma ancora se ne respira l'atmosfera nelle viuzze in cui si susseguono negozi d'antiquariato, chioschi di libri usati, rigattieri e localini. Non perdetevi la Sinagoga, vi sorprender� come uno dei pi� grandi edifici del culto ebraico d'Europa. La maestosa architettura � un monumento all'importanza rivestita dalla comunit� locale nonch� simbolo del melting pot di fedi e culture triestino. Rainer Maria Rilke al Castello di Duino In corrispondenza del litorale di Barcola, zona balneare prediletta dai triestini, s'imbocca la strada costiera, sinuosa serpentina scavata nella roccia carsica. Curva dopo curva il percorso si innalza progressivamente sopra il livello del mare, aprendo vedute sul Golfo di Trieste e la citt�, fino a raggiungere Duino. L'abitato � dominato dal Castello, storica residenza dei principi della Torre e Tasso. Negli anni la rocca ha accolto diversi visitatori eccellenti: musicisti come Johann Strauss e Franz Liszt, intellettuali come Gabriele d�Annunzio e Paul Val�ry e persino l'imperatrice Elisabetta d'Austria, l'irrequieta principessa Sissi. Ma l'ospite pi� celebre rimane il poeta Rainer Maria Rilke il quale, durante un suo soggiorno in questo luogo, compose le �Elegie duinesi�, raccolta di liriche portata a termine proprio su incoraggiamento della �castellana�, la principessa Marie Thurn und Taxis, sua amica e sostenitrice. Nelle vicinanze prende avvio il Sentiero Rilke, una passeggiata panoramica intitolata al poeta praghese, tutta da percorrere per immergersi nei colori e profumi della macchia mediterranea, sul ciglio delle scogliere e per godere di vedute spettacolari.