Dicembre 2025 n. 12 Anno X Parliamo di... Periodico mensile di approfondimento culturale Direzione redazione amministrazione e stampa Biblioteca Italiana per i Ciechi �Regina Margherita� Onlus via G. Ferrari, 5/a 20900 Monza Casella postale 285 tel. 039/28.32.71 fax 039/83.32.64 e-mail: bic@bibciechi.it web: www.bibliotecaciechi.it Registraz. n. 19 del 14-10-2015 Dir. resp. Pietro Piscitelli Comitato di redazione: Pietro Piscitelli Massimiliano Cattani Luigia Ricciardone Copia in omaggio Rivista realizzata anche grazie al contributo annuale della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero della Cultura. Indice Le molteplici radici dell�identit� europea Malati di modernit�, pazienti in aumento Le molteplici radici dell�identit� europea (di Luisa Passerini, �Prometeo� n. 113/11) - Un tema controverso tra concezioni e idealit� differenti. - Identit� religiose, politiche e culturali Il termine �identit� designa fenomeni complessi, soggetti a torsioni politiche e culturali che variano a seconda delle circostanze e delle epoche storiche. Contro il concetto di identit� si � esercitata la critica storica e filosofica, argomentando che esso � insieme troppo rigido, giacch� favorisce una logica di reificazione (come se si possedesse un'identit� una volta per tutte), e strumentalizzabile (in quanto si presta ad alimentare politiche dell�identit� che contrappongono le culture e ne esaltano di volta in volta una privilegiata in modo esclusivo). Tali critiche sono valide e fondate, e conviene tenerne conto nell�utilizzare il concetto e il termine, pur senza rinunciare a questi ultimi, che rinviano a importanti dibattiti in corso, relativi alla creazione di sensi di appartenenza adeguati a un mondo globalizzato. In particolare l'identit� europea � un tema fortemente controverso, sia perch� indica un terreno in corso di rapida trasformazione sia perch� riflette contrapposizioni politiche di grande portata. Il punto di vista da cui si pone il presente saggio � di riconoscere i mutamenti identitari e nello stesso tempo i conflitti ad essi collegati. Ritengo infarti che il passaggio da un'identit� europea esclusiva e gerarchica a una aperta e molteplice sia il compito della nostra epoca, l�inizio del XXI secolo, periodo di diaspore, di grandi movimenti di popolazioni e di rivendicazioni identitarie spesso esclusive e contrapposte, di ibridazioni nei costumi, nelle idee e nei linguaggi, e contemporaneamente di irrigidimenti in fondamentalismi e integralismi. In questo scenario globale, l'Europa e in particolare gli intellettuali che fanno riferimento, anche se critico, al suo retaggio, non possono aggiungere un altro essenzialismo, ma devono portare il duplice riconoscimento di un'eredit� considerata sia in positivo sia in negativo. Questo saggio intende essere un contributo a tale compito, con la consapevolezza che alcuni dei temi saranno soltanto sfiorati, ma con la speranza di suggerire nuove direzioni di ricerca, compreso qualche riferimento alle radici immaginali del sentirsi europei, che ne mutano i contenuti tradizionali. Nel vasto dibattito sull'identit� europea, � invalso l�uso della metafora delle radici. Da un lato questa deve essere adottata con cautela, perch� � in qualche modo sviante, in quanto implica che esista una continuit� di lungo periodo nell�idea d'Europa e nel senso di appartenenza europea. A tal proposito bisogna evitare ogni pregiudizio che instauri l'illusione di una costante continuit� storica, estesa su pi� di duemila anni dalla Grecia antica al presente. Il termine �Europa� � stato infatti usato nel corso dei secoli con radicali variazioni di significato e da attori molto diversi. Dal punto di vista storico � preferibile evitare di stabilire una linea continua da Aristotele a Maastricht (come fanno alcuni sostenitori di una identit� europea difensiva per legittimare l�arroccamento su una fortezza Europa della cultura) e invece insistere sulle rotture e i cambiamenti avvenuti nella storia della parola, che ha spesso designato ambiti e oggetti opposti l'uno all�altro. � indispensabile ammettere la discontinuit� nel retaggio europeo per poter affermare la molteplicit� e la diversit� dell'Europa attuale e dei sensi di appartenenza che pu� albergare e nutrire. Questo retaggio comprende, oltre alle molte valenze positive, quello che � stato definito il lato oscuro dell�Europa: genocidi (a partire da quelli legati al colonialismo), disparit�, forme di emarginazione, oppressione e persecuzione nei confronti di molti gruppi sociali, dalle donne ai neri, agli ebrei ai Rom e molti altri ancora. L'approccio che ammette le discontinuit� pu� contribuire a concettualizzare forme di identit� europea che interrompano la tradizione di pensiero eurocentrico e facilitino l'abbandono sia delle gerarchie interne ed esterne, tra centro e periferia, est e ovest, nord e sud del continente, sia dei contrasti tra Europa da un lato e Asia, America e Africa dall�altro (Passerini 2003). La presunzione della continuit� nella storia dell�idea di Europa e delle appartenenze ad essa legate favorisce invece la permanenza di un essenzialismo che definisce a priori che cosa e chi deve essere considerato europeo, e che cosa e chi non potr� mai accedere a tale appartenenza. L�essenzialismo � nostalgico e volto al passato anzich� al presente e al futuro. D'altro canto, la metafora delle radici � utile perch� evidenzia e concretizza gli attuali problemi dell�appartenenza all�Europa in un contesto pluriculturale. Il dibattito sulla presenza o meno del termine �radici cristiane� nella Costituzione europea ha mostrato le implicazioni rischiose di limitare le derivazioni dei sensi di appartenenza europea a un solo ambito. Storicamente, radici cristiane esistono per l'Europa sia sul piano politico sia su quello culturale. Sul piano politico, � noto che i padri dell�unit� europea dopo la seconda guerra mondiale furono democratici cristiani, da Alcide De Gasperi a Konrad Adenauer a Jean Monnet e Robert Schuman. Sul piano culturale, possiamo ricordare la rilevanza attribuita da Federico Chabod nel suo Storia dell'idea d'Europa (che raccoglie i corsi universitari da lui tenuti a Milano e Roma nel periodo dal 1943 al 1959) al discorso del poeta e letterato romantico Novalis, significativamente intitolato La Cristianit� ovvero l�Europa (1799): in esso si evocavano i tempi di splendore dell'Europa, quando il continente era unito sotto la fede cristiana, poi interrotti dalla Riforma. Sebbene Chabod prendesse le distanze da Novalis, che aveva proposto una mitologia della pace europea ben lontana dalla realt� storica, riconosceva il valore ideale di tale mitologia, condivisibile da cristiani e non cristiani. Ma contemporaneamente Chabod ricordava che La Cristianit� ovvero l'Europa era una reazione alle posizioni illuministiche sull'Europa assunte da Montesquieu e Voltaire. Dunque l�attenzione al contesto storico ci dice subito che le radici cristiane non erano le uniche, perch� il discorso di Novalis si volge proprio contro le radici laiche che si trovano nell�illuminismo e in particolare in Voltaire, che ne Il secolo di Luigi XIV (1738-1751) aveva parlato dell'Europa come di una Repubblica delle lettere o degli spiriti, ovunque diffusa, e sempre indipendente. Anche nell�illuminismo il termine �Europa� fu soggetto a oscillazioni di significato e di attribuzione di diversi confini geografici. Basti pensare che l'Europa delle Lettere persiane (1721) di Montesquieu non comprendeva la Russia, mentre quella di Voltaire nel Saggio sui costumi (1756) escludeva tutta la penisola balcanica, compresa la Grecia, allora sotto il dominio dell�impero ottomano. Tuttavia � rimasto un importante retaggio illuministico nel modo di concepire l'Europa e l�europeit�: una concezione elitaria e urbana, basata sul contributo degli intellettuali noti e meno noti che hanno sempre traversato il continente stabilendo solide reti culturali tra le citt� europee. Radici europee profonde si trovano infatti nei valori di democrazia, uguaglianza, solidariet� portati avanti dalla rivoluzione francese, ma a questo proposito incontriamo la critica di intellettuali extraeuropei come Amartya Sen rispetto all�appropriazione europea di tali valori. Sen ha ricordato che la democrazia appartiene anche alla storia dell'Islam mediorientale, dell�Africa precoloniale, dell�India buddista, del Giappone del VII secolo. � una critica preziosa, perch� ci permette di riprendere l'eredit� dell'illuminismo in modo aggiornato: se l'Europa non rivendica soltanto le radici della cultura europea legate alle grandi religioni, ma anche quelle del libero pensiero e delle rivoluzioni iconoclaste, non � necessario pretendere che la libert� sia esclusivamente europea per includerla tra le nostre radici. Di tutto questo sottolineo la discontinuit�, e il carattere di costruzione culturale a partire dal presente che ha il riconoscimento di molte componenti dell�appartenenza attuale all'Europa. Nel caso italiano, altre radici laiche che hanno contato nella costruzione dell'identit� europea sono state quelle del socialismo liberale o liberalsocialismo collegato al federalismo europeo. Grande rilevanza ha in questa tradizione il Manifesto di Ventotene del 1941, come richiamo al patrimonio di idee che attraverso di esso trovarono espressione durante la Resistenza europea. In quel momento l'Europa era al centro di una guerra civile tra i fascismi da un lato e gli antifascisti dall�altro e la sua sorte dipendeva dagli esiti del conflitto. L'idea stessa di un'Europa unita era stata sequestrata dai nazisti e dai fascisti nel periodo tra le due guerre e nel corso della guerra. Basti pensare al Convegno Volta sull�Europa organizzato sotto l�egida del regime fascista a Roma nel 1932 e ai progetti di �nuova Europa� unita sotto il dominio nazista presentati da Goebbels e von Ribbentrop nel 1942-1943. L�idea di Europa unita datava da alcuni secoli, ma la prima guerra mondiale aveva azzerato la tradizione europeista; i molteplici sforzi compiuti nel periodo tra le due guerre, dalla Pan-Europa di Coudenhove-Kalergi (1923) alla proposta di Stati Uniti d'Europa fatta alla Societ� delle Nazioni da Aristide Briand nel 1930, si erano accompagnati a un vasto dibattito sulla possibilit� di costituire l'Europa ad autonomo soggetto culturale e politico, terza via tra gli Stati Uniti e, per alcuni l'Unione Sovietica, per altri la Germania nazista. La seconda guerra mondiale, sebbene annientasse quell�insieme di iniziative, nutr� contemporaneamente una nuova ondata di europeismo. Partendo dal patrimonio di dibattiti sul federalismo apertisi in Gran Bretagna alla fine degli anni Trenta intorno a organizzazioni come Federal Union, alcuni confinati antifascisti nell'isola di Ventotene, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, in collaborazione con Eugenio Colorni, redassero il Manifesto per un'Europa libera e unita. Contesto storico immediato fu la lotta contro i totalitarismi e le guerre mondiali, ma il Manifesto � importante perch� coniuga l'affermazione del �valore permanente dello spirito critico�, secondo cui �l�uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita�, con un'idea di uguaglianza che dia ai diritti politici �un contenuto concreto di effettiva libert�. La �rivoluzione europea� doveva essere capace di includere la lotta contro la disuguaglianza e i privilegi sociali, fondando una federazione continentale ispirata al principio di �pacifica cooperazione, in attesa di un pi� lontano avvenire in cui diventi possibile l�unit� politica dell�intero globo� (Manifesto, in Passerini 1998). Sar� a questo punto abbastanza evidente quanto sarebbe limitativo e miope insistere solo sulle radici cristiane dell�identit� europea, di fronte ai numerosi e diversi contributi del pensiero laico attraverso i secoli. Questo non significa in alcun modo negare la rilevanza dell�eredit� cristiana dell'Europa, che si estende su molti piani, ma sottolineare che non � l�unica n� la pi� rilevante per il nostro presente. Nell�attuale mondo postcoloniale � significativo ricordare che il retaggio dell�Europa cristiana coniuga la religiosit� col potere e col dominio. Non c'� spazio qui per questa discussione, ma un cenno immaginale alla grande iconografia sull�allegoria dell'Europa cristiana pu� essere utile e suggestivo. Basti pensare agli affreschi di Tiepolo sulle rappresentazioni allegoriche dei continenti, nella residenza del vescovo di W�rzburg. L'Europa � raffigurata come trionfante nei confronti dell�Africa, dell'Asia e dell'America, re non solo per la modalit� di rappresentazione. Anche la collocazione centrale dell�opera e l�organizzazione pittorica dal punto di vista formale fanno convergere la visione dei visitatori sulla parte dedicata all'Europa rispetto a quelle riservate alle allegorie degli altri continenti (Alpers e Baxandall 1996). Non vorrei lasciare il tema delle radici cristiane senza accennare al fatto che per l'Europa la tradizione cristiana � fondamentale sia nella sua forma cattolica sia in quella protestante. A proposito di quest'ultima, mi limiter� a citare il contributo che Denis de Rougemont diede alla creazione di un movimento ecologista sul continente, contributo oggi quasi dimenticato. La sua lezione era fondata su una concezione della cultura profondamente connessa alla sua fede protestante, rispettosa delle altre fedi, ma anche della natura e della persona considerata sia individualmente sia nella societ�. Per quanto riguarda l'intreccio tra radici religiose e radici culturali, � bene ricordare che nel dibattito a proposito della Costituzione europea si � parlato non solo di cristianit�, ma anche di radici giudaiche. Lungi dall�intendere la connessione tra l�essere ebrei e l'essere europei in modo essenzialistico e privilegiato, � importante, dopo l�esperienza del XX secolo e le conseguenze dell�idea fascista e nazista di un'Europa �espurgata� dall�ebraismo, ribadire la possibilit� di un modo aperto di vivere quella connessione. Tale possibilit� � ancora molto significativa per noi oggi, nei nostri sforzi di trovare nuove forme di europeit�, contro le nuove versioni di una �Fortezza Europa� intesa in senso culturale e identitario, anche se le forme e i soggetti dell�esclusione sono cambiati. Come � stato notaro da Talal Asad e da Thierry Hentsch per l�epoca attuale, nel mondo occidentale l'arabo e il musulmano hanno in qualche modo sostituito l'ebreo, sia come elemento indesiderabile nelle nostre societ� sia come simbolo della potenza nefasta del denaro. Il legame reciproco tra europeit� ed ebraismo venne riaffermato proprio nel periodo delle persecuzioni nazifasciste, in risposta alla pretesa di espellere gli ebrei non solo dal territorio, ma anche dalla storia e dalla cultura europee. Amos Oz, in Una storia di amore e di tenebra, ricorda che molti ebrei nell'Europa tra le due guerre erano �entusiasti europofili che avevano dimestichezza con tutto il ventaglio di lingue del Vecchio Continente�, europei consapevoli in un'epoca in cui pochi in Europa erano tali, anzi: �gli unici europei di tutta l�Europa, negli anni venti e trenta� (pp. 85-86). Verso la fine degli anni Trenta ebbe vasta diffusione in Europa un discorso di Cecil Roth sul tema: The Jew as a European, l'ebreo in quanto europeo. Roth vi asseriva l'urgenza di ribadire l�europeit� degli ebrei, di fronte all�ondata di antisemitismo proveniente dalla Germania nazista, che minava alla base la vita europea e le stesse relazioni interpersonali. Roth si faceva carico della partecipazione degli ebrei alla colonizzazione e all'espansione imperiale, in particolare alla formazione dell�impero britannico. Rivendicava quindi il retaggio europeo nella sua interezza - nel bene e nel male. Nel suo discorso c'erano posizioni essenzialiste, pi� per quanto riguarda l�idea di Europa e di europeo che non quella di ebreo, nel senso che alcuni popoli gli sembravano pi� autenticamente europei di altri e l�identificazione degli ebrei con l'Europa gli pareva esclusiva e assoluta. Non � strano che ci� accadesse in quella situazione storica, ma oggi dissociare sia l�essere ebrei sia l�essere europei dall�essenzialismo e riconoscere la molteplicit� e l�ibridismo di entrambi � un compito di interesse generale. Certo, la questione dell�identit� ebraica si configura attualmente in modo molto diverso da come si poneva negli anni Trenta. La decimazione delle comunit� europee a causa della Shoah e dell�emigrazione, la presenza dello stato d'Israele e il crescente peso numerico politico delle comunit� statunitensi sulla scena internazionale, hanno cambiato la rilevanza mondiale dell'ebraismo europeo. La �riconciliazione� tra ebraismo ed Europa di cui Simone Veil parlava ottimisticamente qualche decennio fa, aprendo un convegno di intellettuali ebrei di lingua francese (Veil 1984), appare oggi un compito particolarmente irto di difficolt�. Tuttavia non sono mancate espressioni di speranza nella possibilit� di creare un terzo polo di identit� ebraica, quello europeo, fortemente legato alla memoria della Shoah ma innovativo rispetto al passato. A tal proposito, si pu� ricordare che il Parlamento del Consiglio d'Europa, nella sua 39a sessione ordinaria, il 5 ottobre 1987, ha approvato la Risoluzione 885 su �La contribution juive � la culture europ�enne� (Doc. 5587 - F). Al termine di questo excursus attraverso varie radici politiche dell�identit�, pu� essere interessante richiamare, per contrasto, l�esilit� delle radici social-comuniste dell'idea di Europa unita, che pure esistono e che varrebbe la pena riprendere e studiare in modo aggiornato. Tra il 1900 e il 1914 il tema degli Stati Uniti d'Europa fu dibattuto tra i socialisti su iniziativa di tedeschi, austriaci e francesi, e nel 1914 Lenin incluse lo slogan �gli Stati Uniti Repubblicani d'Europa� come uno dei pi� importanti nell'elenco di parole d�ordine per la mobilitazione dei militanti contro la guerra. Ma nel marzo 1915 il tema fu abbandonato e nell'agosto dello stesso anno Lenin chiar� che la parola d'ordine degli Stati Uniti Repubblicani d'Europa sarebbe stata credibile soltanto in vista del rovesciamento rivoluzionario dell�ordine esistente, mentre sotto un regime capitalista avrebbe avuto esiti reazionari e avrebbe inevitabilmente incluso la tendenza a distruggere il socialismo in Europa e a salvaguardare gli imperi coloniali. Nel giugno 1923 Trockij, scrivendo sulla Pravda in qualit� di commissario del popolo per la guerra, risuscit� l�idea degli Stati Uniti d�Europa rinnovandone il significato rivoluzionario, nel senso che la guerra aveva cambiato le relazioni economiche tra Europa e America, e quest'ultima era diventata la guida del capitalismo. Trockij sosteneva che soltanto la cooperazione economica e l'eliminazione delle barriere doganali in Europa avrebbero potuto salvare il continente dalla disintegrazione e dalla subordinazione al capitale americano; soltanto il proletariato rivoluzionario, e non la borghesia europea, avrebbe potuto opporsi all�imperialismo americano e alla sua potentissima borghesia, il nemico principale della rivoluzione mondiale. La rivoluzione europea doveva andare di pari passo con l�unit� europea: gli �Stati Uniti d'Europa dei Lavoratori (o Sovietici)�, basati sull�alleanza tra la Germania e la Francia, dovevano includere l'Unione Sovietica e a uno stadio successivo la Gran Bretagna, quando quest'ultima avesse avuto un governo dei lavoratori. Trockij insistette su questa idea in due discorsi del 1924 e del 1926, proponendo un'unione economica europea controllata dai partiti rivoluzionari come base di un'Europa comunista, che avrebbe costituito il trampolino di lancio per la rivoluzione negli Stati Uniti d'America e in Asia. Ma nel 1927 fu espulso dal partito comunista sovietico e nel 1929 dall�URSS, mentre gi� dal 1928 gli �Stati Uniti Socialisti d'Europa� erano spariti dagli slogan del Comintern (cfr. Chabot 1978). La linea stalinista scredit� le idee trockiste e i partiti comunisti europei la seguirono, mantenendo l'ostilit� a qualsiasi proposta di Stati Uniti d'Europa, che si considerava avesse come obiettivo principale la creazione di un blocco antisovietico, atteggiamento che continu� anche nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta. Per quanto riguarda il caso italiano, alcuni datano l�europeismo comunista gi� dagli anni Sessanta, ma la scelta orientata verso l'Europa pot� dirsi definitiva solo dalla met� degli anni Settanta, quando Altiero Spinelli si riavvicin� al PCI ed Enrico Berlinguer cominci� a far riferimento a un certo tipo di democrazia europea (Maggiorani 1998). Identit� incorporate, radici emotive e spirituali Fin qui si � dato un quadro di alcuni aspetti dell�identit� europea su un terreno culturale e politico che � stato oggetto di dibattito per secoli. Vorrei ora, al fine di rilevare le nuove potenzialit� del presente, esplorare quelle forme di identit� che hanno qualche raccordo con i processi attualmente in corso nel campo degli investimenti identitari. In quest'ultimo prevale la tendenza ad attribuire molto valore alle identit� legate al corpo o incorporate (embodied), tra cui quelle di genere, di generazione, di razza, e contemporaneamente a tener conto degli aspetti emozionali e spirituali, oltre che a quelli intellettuali che abbiamo considerato finora. Si � intensificata la ricerca di nuove radici, che gi� esistevano, ma che solo oggi vengono valorizzate, in connessione con le esigenze del presente. Per quanto riguarda le componenti affettive dell'identit� europea, radici importanti ma spesso trascurate si trovano nel pensiero di Giuseppe Mazzini. La sua grandiosa utopia europeistica fu alla base della costituzione della Giovine Europa nel 1834 (con Germania, Italia e Polonia), e dei costanti riferimenti di Mazzini all�orizzonte europeo, come scena dell�iniziativa rivoluzionaria (Dell'iniziativa rivoluzionaria in Europa, 1835) e di una democrazia da costituire (Manifesto del comitato centrale democratico europeo, 1850). A partire dal 1834 la Giovine Europa costitu� un punto cruciale del suo piano politico generale: come unione dei paesi pi� poveri, politicamente pi� arretrati, ma ormai coscienti della loro condizione e ruolo, doveva sostituire la vecchia Europa dei re e del dispotismo e armonizzare le nazionalit� con l'umanit�, in una prefigurazione dell'Europa a venire. All�interno di questo quadro, significativo anche oggi rispetto al tema delle radici laiche dell�europeit� e dell�europeismo, si situa il pensiero di Mazzini relativo agli aspetti emotivi dell�appartenenza europea. Mazzini ricostruisce una linea di sviluppo storico verso l'Europa in cui conferisce particolare rilievo ai contatti con i normanni e con gli arabi, che comunicarono agli europei il loro gusto, la loro fecondit� descrittiva, la loro tendenza al mistico, due influenze che furono alla base della nascita della poesia trobadorica e dell�amor cortese. Mazzini sottolinea l�importanza dell'amore nella genealogia culturale dell'Europa come sentimento che in varie epoche agisce quale forza extraistituzionale e che permette di andare al di l� delle divisioni culturali e nazionali. Assume cos� posizioni opposte a quelle di chi, nella secolare querelle sulle origini arabe della poesia provenzale, sosteneva il carattere esclusivamente europeo di tale poesia e dei sentimenti da essa espressi. Contemporaneamente opera uno slittamento dall'amore erotico della coppia - l�amor cortese - all'amore politico per la nazione e il continente e soprattutto a un sentimento di fratellanza universale. In tal modo Mazzini interpreta quel tipo di amore come un sentimento attuale per tutti gli abitanti dell'Europa e invita i giovani �a eccitare e diffondere per ogni dove questo spirito d'amore� (Mazzini 1976, pp. 10 segg.). L�accenno a Mazzini ci porta quindi al tema delle radici arabe della cultura europea. Si parla spesso di tali radici a proposito del contributo arabo nei campi delle scienze e della filosofia, ma anche della musica, della cultura materiale e della tecnologia. Tuttavia uno degli aspetti pi� nuovi per quanto riguarda tale eredit� � quello adombrato da Mazzini, cio� la derivazione araba della poesia provenzale e dei sentimenti d�amore in essa cantati. Sia l'una sia gli altri sono stati considerati per secoli rispettivamente una base fondamentale della cultura europea e una componente essenziale dell�identit� degli europei. Secondo molti autori dei secoli tra il 1770 e il 1970, l'amor cortese e in seguito l�amore romantico sono caratteristici di rapporti tra i sessi quali quelli diffusi in Europa, che sul piano sociale includono una relativa parit� di uomini e donne, e sul piano psicologico-culturale una distanza incolmabile tra gli amanti. Ci� comporta la tensione tra amore e morte propria di miti europei come quello di Tristano e Isotta (secondo l�interpretazione di Denis de Rougemont in L'amore e l'Occidente) e in generale dell'amore di coppia nelle sue forme cortesi e romantiche. Un amore caratterizzato dalla dialettica, spesso perversa, tra il desiderio e l�impossibilit� della fusione tra gli amanti, anche nel caso della piena corresponsione (Passerini 2008). Importanti indizi di un'identit� europea intesa come rinnovamento culturale profondo, che comprenda anche aspetti psicologici ed emotivi, si trovano abbondantemente nel periodo tra le due guerre, quando il tema di una nuova Europa era molto diffuso, tanto da venire ripreso dallo stesso nazismo. In quel periodo, l�organizzazione pi� nota che sosteneva la parola d�ordine di una federazione europea era Pan-Europa, fondata dal conte Richard Coudenhove-Kalergi nel 1923. La federazione avrebbe dovuto raccogliere i paesi europei, escluse la Gran Bretagna e la Russia, essere fondata sulla cooperazione economica e politica, dotata di moneta unica e un'unione doganale. L�europeismo di Coudenhove-Kalergi conteneva riferimenti alla dimensione di genere e aveva una componente spirituale. A suo parere, al centro della crisi europea stava la degenerazione del supremo valore europeo, cio� l�amore, sostituito dalla sessualit�, la forma di erotismo propria del mondo moderno e della reificazione che imponeva alla vita sociale e individuale. Le donne, che seguivano la logica del cuore, avrebbero dato un contributo fondamentale alla costruzione europea, prendendosi cura della �questione sociale� e impegnandosi nella missione politica di mantenere una pace stabile. Nello stesso periodo tra le due guerre, altre radici si rintracciano in quelle utopie europeistiche che contengono una promessa emancipatoria per l'umanit� nel suo complesso e intendono il rinnovamento dell'Europa come un compito non soltanto politico e intellettuale, ma anche emozionale e simbolico, come una rigenerazione che tocchi profondamente i singoli individui e i loro rapporti quotidiani. Il ricorso all�utopia rispondeva al bisogno di sanare la crisi della civilt� europea. Quest�ultimo era un tema diffuso fin dalla prima guerra mondiale, e subito dopo la guerra aveva trovato formulazione nell'opera di Oswald Spengler, Il tramonto dell�Occidente, che annunciava la fine di un'intera civilt�. La stessa parola �Europa� incorpor� spesso nel periodo tra le due guerre elementi di decadenza e di morte, per contrasto con l�idea di un'Europa unita e pacifica. Tra i gruppi che nella prima met� del novecento si cimentarono in un'utopia dell'Europa, si annoverano il New Europe Group, fondato a Londra nel 1931, e il gruppo dei �Cahiers du Sud�, che dal 1926 pubblic� la rivista omonima a Marsiglia per pi� di quarant'anni. New Europe si proponeva il doppio intento di promuovere una federazione di stati europei e di sviluppare una coscienza europea a livello individuale, traendo ispirazione dalle istanze di emancipazione per le piccole nazioni dell'Europa centrale e orientale. La federazione europea era la condizione per il costituirsi dell'Alleanza dell'Umanit�, che non doveva essere soltanto una federazione politica mondiale, ma un compito di natura psicologica e spirituale che la Societ� delle Nazioni non poteva portare a termine. Si trattava di stabilire un legame diretto tra il rinnovamento individuale, da rispettare nella sua diversit�, e il livello mondiale di convivenza sociale. L'unico modo di scongiurare la finis Europae che minacciava di condurre alla morte l�intera civilt� europea era la comprensione di se stessi e la collaborazione pacifica, che avrebbero potuto progressivamente superare la paura che dominava i rapporti tra le nazioni, di cui era esempio principe la follia nazionalsocialista. Venne anche creata un'associazione di donne che affermava la loro funzione unificatrice e coordinatrice nella costruzione di un nuovo ordine umano. New Europe sosteneva il multiculturalismo, dato che il compito dell�epoca era accettare e conciliare le diverse culture, non inventarne di nuove; ma l'impianto restava fortemente eurocentrico, perch� il compito di unificare l'umanit� veniva attribuito all'Europa (Passerini 1999). Anche il contemporaneo gruppo francese Ordre Nouveau rifiutava il materialismo sia capitalista sia comunista, credeva in una rivoluzione personalista e spirituale, e dedicava molta attenzione al federalismo, che doveva essere basato sul rispetto della persona. Il federalismo di Ordre Nouveau, che non aveva l'Europa fra i suoi obiettivi principali, ma soltanto come parte di un pi� ampio progetto federativo, non doveva basarsi sulle nazioni, ma sulle regioni, per essere pi� vicino alle realt� locali. Il gruppo di intellettuali, scrittori e artisti che si radunava a Marsiglia intorno ai �Cahiers du Sud� era molto diverso da New Europe per intenti e atteggiamento: non aveva un carattere visionario n� pensava di porsi su un piano concorrenziale con la politica. Tuttavia sentiva in modo altrettanto forte il compito di salvare l'Europa dalla sua fine e rinnovarne il patrimonio spirituale. Per i �Cahiers� la culla della civilt� europea � la cultura dell�antica Provenza, che rappresenta il centro dell'incontro tra culture diverse nell�ambito del Mediterraneo. I popoli che contornano questo mare, arabi, ebrei, berberi, neri, ma anche toscani, catalani, corsi, kabili, sono definiti sulla base delle loro appartenenze regionali e culturali, non nazionali. La nazione � rappresentata dalla Francia, che ha inglobato la Provenza, ma non � riuscita a distruggere l�autonomia originaria della cultura provenzale. Il riferimento a quell�origine, e in particolare l�appello all�incontro tra cultura europea e Islam, tra Occidente e Oriente, pu� essere la mossa che salva l'Europa dalla sua crisi mortale. In questa visione, il Mediterraneo corregge e limita la concezione dell�europeit�, evidenziando le molteplici influenze dall'Africa e dal Medio Oriente, inserendo nell�idea d'Europa uno spirito d�utopia, che dovrebbe riprendere i valori della tolleranza, del rispetto per la persona umana, la curiosit� intellettuale, la tensione tra individuo e collettivit�, il rapporto creativo con le altre culture. I �Cahiers� condussero una polemica contro la concezione fascista del Mediterraneo come mare nostrum, che costituiva una pretesa di ridurre il Mediterraneo al retaggio di Roma. Presero posizione contro le idee mussoliniane di latinit� e di �razza latina�, asserendo che il Mediterraneo � la negazione stessa del razzismo, e contro la politica italiana in Etiopia, in particolare contro le leggi che vietavano il concubinato tra italiani e donne africane. I �Cahiers� consideravano superficiale l'opposizione tra Oriente e Occidente, e stigmatizzavano l'ignoranza della maggior parte degli occidentali in fatto di Islam, ma anche la tendenza degli europei colti ad avere rapporti soltanto con orientali che reputavano �liberati�. Tuttavia la loro apertura trovava limiti nelle posizioni sulla condizione delle donne nell�Islam. Secondo la loro impostazione, l�emancipazione femminile non doveva seguire le vie del femminismo, ma perseguire l'armonia nel rapporto di collaborazione con un marito, liberando le donne dal velo e dalla potest� maschile, a favore della libert� e dell�amicizia proprie del matrimonio europeo (Passerini 2008). La questione di genere � stata menzionata pi� volte in questa breve rassegna sulle componenti emozionali di nuove possibili forme dell'identit� europea, in quanto sentimenti e donne sono stati tradizionalmente associati negli stereotipi essenzialisti. Oggi il tema della condizione di europee si pone in una luce diversa, non pi� assegnando alle donne il ruolo di custodi della parte affettiva dell'identit�, ma riconoscendone l'apporto complesso sul piano storico e sociale. Si � ripetutamente detto che il soggetto privilegiato dell�identit� europea non pu� pi� essere, come si dava per scontato nel passato, maschio, bianco e cristiano. Sessuare il senso di appartenenza all'Europa � un compito che ha visto all�opera molte europeiste, a partire da Madame de Sta�l fino a Louise Weiss e Simone Veil, dalle femministe pacifiste attive in molti paesi europei alla fine dell'Ottocento e prima met� del Novecento, alle Femmes pour l'Europe, l'associazione creata da Ursula Hirschmann a Bruxelles nel 1975, nella convinzione che le donne hanno un forte interesse per un'Europa unita e possono contribuire a costruire una federazione ispirata agli ideali di libert� e giustizia sociale (Passerini 2009). Nel campo dell�arte, la ricerca delle radici di genere si � spinta anche nel passato remoto, rintracciando antecedenti nelle immagini della Grande Madre mediterranea emerse dalle scoperte archeologiche in varie parti dell'Europa del sud. Si � cos� costituita una genealogia iconografica di figure femminili, che insiste su possibili forme di potere delle donne nelle societ� arcaiche e sulla rivendicazione del divino alla femminilit�, con il richiamo alla dea madre e alla sua antica potenza. Mi limiter� a menzionare a questo proposito la straordinaria mostra The Lost World of Old Europe, presentata prima a New York e poi all�Ashmolean Museum di Oxford, che illustra le civilt� fiorite nella valle del Danubio e nella penisola balcanica tra il 5000 e il 3500 a.C. La civilt� detta dagli archeologi �Old Europe� � tra le pi� raffinate e tecnologicamente avanzate del mondo. Tra i suoi manufatti sono incluse numerosissime figurine di terracotta, chiamate �dee� e interpretate come indizi del potere spirituale e politico delle donne in quelle societ�. In particolare, �Concilio delle Dee� � il nome attribuito a un insieme di ventuno figurine femminili sedute in circolo, ritrovato nel sito di un villaggio pre-Cucuteni nella Romania nordorientale. � interessante per la storia delle identit� che l�immaginazione stimolata dalle scoperte archeologiche abbia trovato queste denominazioni, come �Old Europe� e �dee madri�, stabilendo cos� un legame che congiunge il nostro presente alle culture neolitiche e paleolitiche. Su processi culturali dello stesso genere si fondano anche gli investimenti identitari, che riformulano in modo aggiornato immagini molto antiche. La proiezione � una procedura ricorrente in questo ambito. � chiaro che non si pu� presumere nessuna derivazione diretta, ma � significativo che, in seguito ai movimenti sociali e politici di liberazione delle donne e contemporaneamente alla presenza dell�Unione europea, si cerchino nel passato elementi che possano ispirare il presente sul tema delle relazioni di genere. Tutto ci� rinvia alle tesi - peraltro molto contestate - sulle radici africane e asiatiche della Grecia antica che hanno suggerito le posizioni di Martin Bernal sull�Atena nera. Il riferimento a questa dimensione invita a un'osservazione su un'ulteriore ricerca di radici. Esiste infatti un filone di discorso che contrappone polemicamente le radici pagane dell'Europa a quelle cristiane e che considera le prime pi� autentiche e originarie (Pellicani 2007). Tali posizioni rivestono qualche interesse in quanto illustrano i meccanismi tipici dell�investimento identitario, che opera per contrasto e stabilisce competizioni. Anche in questo caso, se eliminiamo il pregiudizio della continuit� e il carattere biologico della metafora delle radici, la ricerca di �nuove radici� � significativa di processi attuali nel campo dell�identificazione culturale. Una delle tendenze che si riscontrano anche in altri campi, come la psicologia, � infatti l�insofferenza verso i monoteismi come uniche forme di religiosit�, e la rivalutazione dei politeismi, almeno in senso metaforico. Un ulteriore esempio del processo di aggiornamento che cerca nuove radici per le attuali e future forme dell�identit� europea al fine di operarne una sessuazione, si trova nelle reinterpretazioni artistiche del mito di Europa. Sul piano della storia delle culture, il mito di Europa e il toro conosce nella contemporaneit�, dagli ultimi decenni dell'Ottocento al presente, sviluppi e destinazioni diverse, che segnano un'innovazione rispetto al suo lungo passato. Il �destino� di un mito pu� essere pensato, per analogia al destino della pulsione nella teoria freudiana, come non determinato a priori giacch� la pulsione � elastica rispetto al suo scopo, pu� assumere diversissime e impreviste destinazioni. In modo simile, la ricezione e l�interpretazione dei miti variano nel tempo, a seconda delle priorit� culturali delle varie epoche e delle loro necessit�. Le tre direzioni principali del mito di Europa nella contemporaneit� possono essere definite nel modo seguente: la valorizzazione e reinterpretazione della figura femminile; la politicizzazione in rapporto con eventi contemporanei; l'esplosione dei mitemi tradizionali. Tali direzioni si intrecciano e si mescolano vicendevolmente, anche l� dove una linea particolare tende a prevalere rispetto alle altre. La prima direzione si inscrive nel grande movimento culturale e sociale che dalla seconda met� dell'Ottocento accompagna il processo di liberazione delle donne e i profondi mutamenti nella condizione femminile. In tale processo confluiscono anche i dibattiti sull'amore, il matrimonio, la sessualit�, le forme di potere delle donne, ivi compreso il tema dell'eventuale esistenza di un matriarcato originario. La torsione che subisce il mito di Europa in tale contesto rivoluziona il ruolo della donna rapita e tende a sostituire alla sua immagine come vittima o semiconsenziente, comunque priva di potere, una figura trionfante e autonoma. Il carattere trionfale di per s� non � una novit�, giacch� le grandi Europe del passato, come ad esempio quella del Veronese, spesso incarnavano forme dello splendore e della regalit� femminile. Ci� che � tipico del nostro tempo � una combinazione in primo luogo di forza sessuale apertamente esibita e di tendenza al rovesciamento o alla ridefinizione dei ruoli maschili e femminili, e in secondo luogo di affermazione di autonomia, come accade per esempio nel dipinto dell�artista tedesca Ursula, Europa sul toro del 1987. Nulla in questa immagine pu� ricordare il carattere di vittima della donna rapita, mentre l�intera modalit� del quadro suggerisce un'Europa rivisitata sull�onda di una prospettiva globale, che porta in luce ben altre forme culturali rispetto a quelle tradizionalmente attribuite all�arte e alla cultura europee. L'affermazione della sessualit� femminile, in cui la donna non � pi� oggetto dello sguardo maschile ma soggetto dominante, risalta in modo ancora pi� dirompente in un quadro di Carol Rama del 1983 (pag. 31). Qui il toro appare completamente soggiogato da una potenza erotica femminile che � stata definita dai critici sovversiva, impudente e sarcastica, come si conviene a un nuovo soggetto in via di affermazione (Passerini 2002; Il mito di Europa da fanciulla rapita a continente 2003). Componenti diasporiche dell�identit� e limiti dell�identificazione con l'Europa La presenza di grandi correnti migratorie sul territorio europeo, sia interne sia esterne, ha indotto il riconoscimento di componenti dell�identit� europea collegate con le migrazioni e le diaspore. Paul Gilroy ha studiato il ruolo dell�esperienza europea nell�identit� nera degli afroamericani. A partire dalla fine del XVIII secolo, viaggiatori africano-americani e caraibici come W.E.B. Du Bois, discendente di schiavi e di schiavisti, traversarono l'Atlantico nel senso opposto a quello in cui i loro antenati l'avevano solcato a causa della tratta. Grazie al contatto con l�Europa svilupparono identit� ibride, sincretiche, fluide come il mare che avevano attraversato. Se in tal modo l'Atlantico nero ha rappresentato una forma di conciliazione tra globale e locale e ha contribuito a formare identit� combinatorie, lo sguardo sull'Europa che cos� ci viene restituito ha delle ripercussioni sul modo di intendere la stessa cultura europea, anch'essa frutto di mescolanze molteplici, e induce a superare il �contrasto ipersemplificato tra nazioni essenzialmente sedentarie e stabili� da un lato e i flussi e movimenti itineranti che caratterizzano la creativit� interculturale dall�altro (Gilroy 2003, p. 33). Studi recenti sulle migrazioni interne dall�est all�ovest dell'Europa hanno messo in luce forme complesse del senso di appartenenza all'Europa, sviluppate dai contatti tra migranti provenienti dalle zone centrali e orientali del continente e i nativi delle zone occidentali (Passerini, Lyon, Laliotou, Capussotti 2007). Inoltre, da qualche tempo assistiamo a nuove rivendicazioni di europeit� da parte di culture che tradizionalmente erano considerate nomadiche e che trattavano quello europeo come solo uno dei loro possibili itinerari. Per lungo tempo si era dato per scontato che i Rom non fossero capaci di nutrire forme di identit� europea. Alcune interpretazioni della loro cultura sottolineavano la loro mancanza di radici storiche, parlando addirittura di �arte della dimenticanza� rispetto al retaggio europeo della loro persecuzione a opera del nazismo. Si d� ora una tendenza in direzione opposta, che considera i Rom come europei non territoriali, presenti in quasi tutte le nazioni europee fin dal XV secolo. Vari autori hanno sottolineato il rilievo che pu� avere la loro esperienza nel contribuire a un'identit� europea di tipo nuovo, non territoriale (Passerini 2008). Il processo di stanziamento dei Rom, pur accompagnato da gravi problemi di xenofobia, ha favorito l'emergere di una nuova forma di appartenenza, che richiede anche a noi la revisione dell�idea di Europa e delle forme di identit� continentale. Se il riconoscimento di altri soggetti dell'europeit� (oltre a cristiano, bianco, maschio), ha gi� una storia, la differenza che � venuta maturando di recente � stata quella di un'Europa delle culture che rifiuti ogni assimilazione, che accolga compiutamente la complessit� e sia disposta a mutare essa stessa in quest'opera di accoglienza. L'espressione di Jacques Derrida: �sento di esse europeo tra l�altro� � ancora decisiva (Derrida 1991). �Tra l�altro�, cio� insieme ad altre forme di identificazione, sentendosi anche africano, oppure anche ebreo, anche omosessuale, anche musulmano, e �tra gli altri�, cio� tra i nuovi arrivati, i migranti anche clandestini sul suolo europeo, che gi� solo per questo devono poter acquisire diritti umani. La molteplicit� delle radici dell�identit� europea rinvia non solo alla pluralit� delle culture che oggi popolano l'Europa, ma anche alla dimensione antropologica, quotidiana della cultura, quindi si riferisce non solo alle culture alte, ma anche alle culture basse o del basso, per usare i termini del teorico russo della letteratura Michail Bachtin. Questa Europa delle culture � gi� in atto nella ricerca quotidiana di forme di scambio, di integrazione, di pluriculturalismo - nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle strade europee. Tuttavia l'intento di accogliere la molteplicit� non deve essere inteso nel senso di attribuire la capacit� di accogliere la diversit� unicamente all'Europa, come hanno fatto vari intellettuali europei, per esempio Hans Georg Gadamer, che ha sostenuto la molteplicit� dell'Europa e la sua capacit� di �partecipare all�altro�; ma la sua convinzione che l�Europa sia caratterizzata da una tale variet� linguistica da aver appreso molto presto la lezione della coesistenza, ci appare oggi troppo ottimistica. Anche George Steiner ha scritto che �il genio dell'Europa � il genio della diversit� [...] di un mosaico ricchissimo� (2006, p. 53), mentre non � affatto detto che nel mondo queste siano caratteristiche unicamente europee. Vorrei concludere accennando ai limiti dell�europeit�, un tema che emerge come antidoto necessario allo sforzo concettuale di aprire e rendere pluriculturale l�appartenenza all'Europa. Su questo terreno, l�obiettivo della critica non pu� essere solo l�eurocentrismo e il suo sbocco non solo la rivendicazione all'umanit� di valori un tempo ritenuti esclusivamente europei. Occorre anche arginare la tentazione, sempre presente per l�europeit�, di pretendersi onnicomprensiva con derive paternalistiche o falsamente universalistiche, ed esplicitare i limiti di ci� che pu� dirsi europeo nei vari periodi storici. Quest�operazione pu� essere intesa in almeno due sensi. In primo luogo, si tratta di riconoscere sul piano storico che l�europeit� ha sempre avuto dei limiti, rivestendo di volta in volta caratteristiche specifiche, legate allo spazio e al tempo. In secondo luogo, su un piano di politica culturale, si pu� inserire il limite esplicitamente nel modo di sentirsi europei, promuovendo un�europeit� non inclusiva, che rinunci a pretese di universalismo impositivo - pur mantenendo la preoccupazione per l'umanit� nel suo complesso. Malati di modernit�, pazienti in aumento (di Massimo Fini, �Il Fatto Quotidiano�, 26.09.2025�) Secondo l�Oms, al 2021, pi� di un miliardo di persone conviveva con un disagio mentale. L�Oms non specifica quali aree del mondo siano le pi� colpite, afferma per� che nei paesi occidentali si spende di pi� per le cure. Cosa che ha un significato bifido, perch� vuol dire anche che ci sono pi� soggetti affetti da disagio mentale. E qui, all�interno di questo disagio, bisogna fare una distinzione fra chi � affetto da depressione, ansia e altri disturbi del sistema nervoso ed il malato psichiatrico propriamente detto. Che ansia, depressione, nevrosi siano in straordinario aumento nel mondo che chiamiamo occidentale non c�� bisogno dell�Oms per chiarirlo. Noi viviamo in un �modello paranoico� dove non si pu� mai avere un momento di equilibrio e di serenit�, perch� raggiunto un obiettivo bisogna immediatamente inseguirne un altro. In Italia una persona su otto soffre di disturbi mentali. Dove sono finite allora le speranze suscitate dalla �Legge 180�, dall�anno in cui fu promulgata, il 1980 appunto, detta anche �Legge Basaglia� dal nome del suo ideatore e promulgatore? Basaglia sosteneva che quella mentale � una patologia come un�altra e che andava curata non in un universo concentrazionario, come il manicomio, cio� in sostanza abolito il manicomio si sarebbe abolita anche la malattia mentale. Ci si dovette per� accorgere assai presto che il malato mentale, ricoverato in un ospedale generale, non era proprio un malato come un altro: quando era in �acuzie�, cio� in uno stato di particolare eccitabilit�, strappava il catetere o la flebo agli altri malati. Basaglia si illuse che poteva essere sedato con gli psicofarmaci. Ma a parte che gli psicofarmaci non sono mai innocenti, in questo modo non si risolveva la questione. Furono quindi create, all�interno degli Ospedali generali, delle sezioni particolari, i famigerati �repartini�, dove non c�era nulla, nemmeno un calcio balilla perch� il malato e la malattia non dovevano �essere istituzionalizzati�. � ovvio che una legge, qualsiasi legge, non solo la 180 � valida erga omnes. Per� prima di smantellare tutto si sarebbe dovuto tener conto della diversit� dei manicomi. Una cosa era essere ricoverato nell�ospedale psichiatrico di Barcellona Pozzo di Gotto, altra a Mombello, in Lombardia, il pi� grande manicomio d�Italia diretto da un mio caro amico, il professor Madeddu, sardo d�origine, un socialista, una specie di santo laico. A Mombello c�erano i campi di calcio, si faceva ergoterapia, musicoterapia, c�era una bottega artigiana dove i malati imparavano un mestiere che avrebbero potuto utilizzare una volta usciti di l� e anche mentre erano ancora in manicomio perch� quelli pi� affidabili potevano uscire fino a sera, salvo rientrare a fine giornata. Non era un �capolarato� mascherato e sottopagato, perch� Madeddu li affidava a dei suoi amici, piccoli e medi imprenditori, anch�essi, in genere, socialisti e comunque umanisti (diciamo degli Adriano Olivetti in miniatura). Era comunque un universo concentrazionario perch�, come ovvio, � pi� facile controllare mille persone concentrate in un solo luogo che sparse per il territorio. Mi ricordo che incontrando Madeddu, molti anni dopo, mi disse, immalinconito: �Ci hanno portato via tutto, � rimasto solo il cimitero�. Perch�, questo lo aggiungo io, almeno i morti sono tutti uguali. Che fine facevano i malati lasciati a se stessi? Molti rientravano in famiglia e questa era la soluzione peggiore, perch� la famiglia � iatrogena, cio� � proprio in famiglia che si sono ammalati. Altri finivano sotto un tram. Altri ancora, avendola combinata grossa, cio� ucciso una persona, spesso un membro della loro famiglia, di quella famiglia che li aveva allontanati non perch� malati, ma perch� con la loro eccentricit� suscitavano scandalo, finivano al manicomio criminale di Castiglione delle Stiviere, che � qualcosa di peggio del manicomio �normale�, chiamiamolo cos�. Quando feci un�inchiesta per Il Giorno ad un anno dalla promulgazione della legge Basaglia risult� un aumento, mi pare del 75 percento, di ricoveri a Castiglione delle Stiviere. Per molto tempo la malattia mentale � stata considerata una macchia, un disonore, una �lettera scarlatta� e le famiglie pi� rispettabili, chiamiamole cos�, borghesi, preferivano nasconderla. Cos� � stato per Giorgio Agnelli. Probabilmente la proposta di Basaglia sarebbe stata realizzabile in piccole comunit�, dove tutti si conoscono e il malato non resta mai solo, non nelle grandi citt� che sono luoghi di solitudine anche per chi � sano di mente. Oggi, finita l�orgia ideologica di Basaglia che, come tutte le ideologie, non tiene conto della realt� sono state create delle strutture intermedie: ambulatori locali, Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC) in ospedali, Rsa, case di cura residenziali riabilitative soprattutto per anziani. Restano comunque i cps, centri psichiatrici sociali, che sono stati fondamentali nella difficile fase di transizione dalla chiusura dei manicomi ad oggi. Nei cps si curano soprattutto depressione, ansia, nevrosi, le �malattie della modernit� (prima della Rivoluzione industriale non esistevano, esisteva il malato psichiatrico, ovviamente, ma non questo tipo di malattie). Il malato propriamente psichiatrico, in genere, non si rivolge al cps perch� pensa che i malati di mente siano gli altri e lui il solo ad essere normale. E, forse, c�� del vero: in epoca medievale si riteneva che il matto e anche il mendico avessero dei rapporti privilegiati con Dio. Quando facevo quel reportage per Il Giorno, di cui ho parlato, intervistai al Gaetano Pini due giovani psichiatri basagliani che, come tutti gli allievi, erano ancora pi� radicali del loro maestro. Assisteva un infermiere che disse: �Io non discuto le vostre teorie, ma penso che questo tipo di malati abbia bisogno soprattutto di un po� di umanit�. Come al solito si possono costruire le pi� fantastiche cosmogonie, ma poi tutto dipende dalla persona. Gli infermieri, e devo dire anche le brave suorine che operano negli ospedali, sono delle figure determinanti. In Italia c�� stato un calo di richieste per la posizione di infermiere eppure � un mestiere molto stimolante dato che, a differenza di una cassiera che lavora in un grande supermarket, ti mette a contatto con le persone e, come si ricava dall�episodio che ho citato prima, vuole umanit� e interesse per gli altri. Perch� questo calo? Elementare Watson: in Italia gli infermieri sono sottopagati, anche rispetto a Stati a noi abbastanza vicini, come l�Albania. E quindi questo personale specializzato, del resto come in tanti altri settori, preferisce andare all�estero. L�Italia ha sperperato 4,3 miliardi di euro per sostenere l�Ucraina in una guerra che �non si poteva vincere�, come ha sostenuto un alto esponente del Pentagono, oggi in pensione. Del resto non si pu� pensare che un Paese di 37,5 milioni di abitanti possa sconfiggerne uno di 143,5 milioni, con un territorio immenso e riserve di energie altrettanto immense.