Marzo 2026 n. 3 Anno LVI MINIMONDO Periodico mensile per i giovani Direzione redazione amministrazione e stampa Fondazione Biblioteca Italiana per Ciechi �Regina Margherita� ETS via G. Ferrari, 5/a 20900 Monza Casella postale 285 tel. 039/28.32.71 fax 039/83.32.64 e-mail: bic@bibciechi.it web: www.bibliotecaciechi.it Registrazione 25-11-1971 n. 202 Dir. resp. Pietro Piscitelli Comitato di redazione: Pietro Piscitelli Massimiliano Cattani Luigia Ricciardone Copia in omaggio Rivista realizzata anche grazie al contributo annuale della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero della Cultura. Indice 10 marzo 1946: cos� il voto alle donne fu una rivoluzione Il senso del pericolo Cosa ci resta della nostra infanzia La storia millenaria del burro, usato anche in medicina e cosmesi Viaggio a Londra sulle tracce di Sherlock Holmes �Piange il telefono�, ovvero: il Divorzio, istruzioni per l�uso 10 marzo 1946: cos� il voto alle donne fu una rivoluzione (di Eliana Di Caro, Ilsole24ore.com) - Le prime elezioni libere in 26 anni hanno segnato la prima volta nella storia del Paese in cui alle donne � stato permesso di votare. - Prima del 2 giugno 1946 c�� un�altra data chiave scolpita nel nostro calendario civile: quella di tre mesi prima, il 10 marzo, quando viene approvato il decreto che permette alle italiane non solo di votare (diritto gi� acquisito il 1o febbraio 1945) ma anche di essere elette. Una rivoluzione. Le donne poterono entrare nei luoghi della politica accanto agli uomini con il loro sguardo, il loro impegno e i loro obiettivi. Oltre duemila di loro furono elette nelle amministrative tra il 10 marzo e il 7 aprile 1946, quando si and� alle urne in pi� di 5.700 Comuni. Furono queste le prime elezioni libere dal 1921. Il 2 giugno furono scelte per l�Assemblea Costituente ventuno candidate (su un totale di 556 eletti) che lasciarono il segno su alcuni degli articoli fondamentali della Costituzione. A dispetto della prudenza dei partiti, che temevano che riconoscere il voto alle donne non fosse strategico (il Pci pensava che avrebbe avvantaggiato i cattolici, in generale si aveva l�idea che ci sarebbe stato un forte astensionismo), le italiane andarono in massa a votare. Le associazioni femminili, a cominciare da quella comunista dell�Udi (Unione donne italiane) e quella democristiana del Cif (Centro italiano femminile), avevano fatto una capillare attivit� di divulgazione e sensibilizzazione al voto, rendendo consapevoli le italiane dell�importanza cruciale di quel momento. Nel turno elettorale di primavera l�affluenza fu dell�82% e le donne superarono numericamente gli uomini. Furono elette consigliere comunali e anche tredici sindache in piccoli centri, dall�Emilia alla Calabria, la cui priorit� fu ridare la speranza in un territorio segnato dalla guerra: lavorarono nell�immediato per il reperimento e la distribuzione del cibo, per rispondere all�emergenza sanitaria, ricostruire le strade, realizzare case popolari e colonie per i piccoli. Il 2 giugno 1946 l�affluenza raggiunse quasi il 90%, in equilibrio tra uomini e donne. Il 25 giugno tra i banchi dell�Assemblea Costituente appena aperta sedevano anche 21 donne: appena il 3,6% e tuttavia una minoranza combattiva e incisiva. Erano nove democristiane (Maria Agamben Federici, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria de Unterrichter, Angela Gotelli, Angela M. Guidi Cingolani, Maria Nicotra, Vittoria Titomanlio), nove comuniste (Adele Bei, Nadia Gallico Spano, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angiola Minella, Rita Montagnana, Teresa Noce, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi), due socialiste (Bianca Bianchi e Lina Merlin), una esponente del Fronte dell�Uomo Qualunque (Ottavia Penna Buscemi). Diverse per et�, estrazione sociale, generazione e colori politici, ma unite nella battaglia per il principio di uguaglianza (articolo 3) declinato poi nei vari articoli della Costituzione (parit� tra coniugi, nell�educazione dei figli, nel lavoro). La loro pi� grande lezione rimane la capacit� di superare steccati e contrapposizioni in nome del bene comune e di obiettivi superiori. Anche laddove persero (vedi la battaglia per l�ingresso delle donne in magistratura), aprirono una strada. La nascente Repubblica, senza di loro, non sarebbe stata la stessa. Il senso del pericolo (di Elisabetta Intini, �Focus� n. 401/26) - La tragedia di Crans-Montana ci ha ricordato quanto siamo fragili nelle situazioni di crisi. Ecco perch�, e cosa fare in questi casi - Poche decine di secondi per accorgersi della minaccia imminente, superare l�incredulit�, cercare una via di fuga. I comportamenti che ci salvano la vita in caso di emergenza durano un lampo, una finestra di tempo nella quale il cervello agisce quasi al di fuori del nostro controllo. Come si costruisce - e da cosa � influenzato - il nostro senso del pericolo? In che modo il contesto in cui si consumano un incendio letale, un attentato terroristico, un terremoto, un disastro idrogeologico o altri tipi di emergenze influisce sul comportamento di chi li vive? Per capirlo, all'indomani della strage di Crans-Montana (in cui - va detto - le scelte individuali ben poco hanno potuto, di fronte alla criminale assenza di misure di sicurezza), ci siamo affidati alla scienza. Partendo dai meccanismi neurobiologici. �Nelle situazioni di emergenza si attivano sistemi di risposta allo stress messi a punto durante la nostra storia evolutiva e comuni a molte specie, che preparano l�organismo ad affrontare la minaccia attraverso reazioni rapide di attacco, fuga o immobilizzazione�, spiega Sara Scrimin, professoressa associata di Psicologia dello Sviluppo e dell'Educazione, direttrice del Master in Psicologia delle Micro e Maxi Emergenze dell�Universit� di Padova. �Il cervello attiva sistemi neuroendocrini che coordinano la risposta all'emergenza, come il sistema nervoso simpatico e l�asse ipotalamo-ipofisi-surrene. Questi sistemi determinano il rilascio di ormoni dello stress che innescano una risposta immediata, ma che possono anche rimanere in circolo per diverse ore, influenzando il modo in cui l�esperienza viene consolidata nella nostra memoria. Tali processi aumentano la disponibilit� di glucosio nell�organismo e ridistribuiscono le risorse energetiche: pi� sangue ossigenato raggiunge i muscoli per scappare o combattere, e si creano riserve utili nel caso la fuga o la lotta si protraggano�. Non c�� tempo per il pensiero complesso. �Rispondiamo con una modalit� molto rigida, perch� i circuiti cerebrali rapidi deputati alla rilevazione della minaccia prendono temporaneamente il sopravvento su quelli coinvolti nella valutazione e nella pianificazione: per esempio, se sentiamo il pericolo arrivare da dietro, scappiamo in avanti anche quando sappiamo che l� c�� un ostacolo�. Questo tipo di reazione nel corso dell�evoluzione si � rafforzata: per buona parte della sua storia, la nostra specie ha dovuto muoversi in ambienti imprevedibili, ricchi di pericoli e poveri di risorse. Modi di agire che oggi sembrano irrazionali, un tempo ci salvavano la vita. �I meccanismi automatici di reazione al rischio sono molto utili perch� nella maggior parte dei casi ci portano a mettere in atto la risposta corretta, ma altre volte possono portarci a commettere errori�, chiarisce Simona Sacchi, professoressa ordinaria di Psicologia sociale dell�Universit� di Milano-Bicocca. �Per esempio, imitare gli altri � per noi esseri umani uno stimolo quasi irresistibile e se di fronte a un rischio percepito tutti scappano, scappiamo anche noi: potremmo anche sbagliare, ma intanto lo facciamo. Per la nostra specie, vedere come si comportano gli altri in situazioni incerte � fortemente informativo. Pensiamo a quando in aereo, durante una turbolenza, cerchiamo con lo sguardo gli assistenti di volo: se loro sono tranquilli, ci rilassiamo anche noi�. Il potere dell�influenza sociale � stato dimostrato da numerosi studi. Uno dei pi� noti risale alla fine degli anni Sessanta, e riguardava il fumo in una stanza. Che cosa fareste, se la stanza in cui state compilando un questionario si riempisse di fumo? Gli psicologi statunitensi John Darley e Bibb Latan� simularono questo scenario per dimostrare che, quando un partecipante si trova nella stanza da solo, subito si accorge del pericolo e si porta in salvo; ma se � in compagnia di altre persone, complici degli sperimentatori che fingono di non notare nulla di strano o di altri partecipanti ignari come lui, in 9 casi su 10 si adegua al loro comportamento e continua a scrivere. Gli psicologi chiamano questo fenomeno ignoranza pluralistica: �� la convinzione che gli altri ne sappiano pi� di noi perch� in possesso di pi� informazioni su una situazione: soprattutto nei casi ambigui, che possono avere pi� interpretazioni, essere in gruppo ci fa sentire protetti e sottostimiamo i rischi�, aggiunge Luca Pancani, professore associato di Psicologia Sociale dell�Universit� di Milano-Bicocca. �In alcuni contesti, quando il senso di coesione � molto forte, pu� intervenire anche il fenomeno detto �deindividuazione�, la perdita parziale dell�identit� individuale per acquisire quella del gruppo. E si segue quello che fanno gli altri per non sembrare gli unici che si discostano dalle norme sociali�. Cos�, quando sottostimiamo il rischio ci esponiamo a maggiori pericoli, �e l'evento negativo fa pi� danni�, precisa Sacchi. �La percezione del rischio � cruciale perch� va a influenzare anche il rischio oggettivo�. Ed � condizionata da moltissimi fattori, a partire dai segnali pi� semplici, come gli stimoli sensoriali. �Se c�� musica, rumore, se lo stato psicofisico delle persone � alterato, questo influenza la capacit� di rendersi conto di quello che succede�, dice Enrico Rubaltelli, professore associato del Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione dell�Universit� di Padova e fondatore del Judgment and Decision Making Laboratory (JDM Lab). �� molto diverso rispetto a essere a casa la sera, non aver bevuto niente, essere da soli nel silenzio e percepire ogni piccolo rumore non molto familiare. E naturalmente la pratica conta: in caso di incendio, un pompiere riesce a valutare molto rapidamente se la situazione � pericolosa o no, una persona meno esperta fatica a cogliere l'entit� del pericolo�. Se per� non si � specialisti delle emergenze, le esperienze passate possono avere un peso negativo. �Se sono gi� stato in una situazione simile di rischio in passato e mi � andata bene, sono molto pi� propenso ad affrontare un�analoga e successiva situazione senza proteggermi in modo adeguato�, puntualizza Sacchi. �Sono andato in macchina senza cintura, o su un�impalcatura senza imbrago, e non � successo nulla? Potrei essere propenso a sottostimare il rischio in condizioni analoghe. Questi effetti si chiamano �near miss�, mancati infortuni, e sono importanti segnali di avvertimento di possibili futuri incidenti sul lavoro: poteva andarti male perch� eri in una condizione di grande rischio, e ti � andata bene per puro caso�. C'� inoltre da considerare l'influenza degli stereotipi sociali: �In condizioni di allarme, per esempio di disastro ambientale, le donne si mettono in salvo meno degli uomini�, spiega Sacchi. �Non perch� abbiano una minore percezione del rischio - anzi, di solito sono meglio informate su cosa devono fare per evacuare - ma perch� impiegano pi� tempo a mettere in salvo bambini e anziani prima di pensare a s� stesse. Questo � frutto di un�interiorizzazione dello stereotipo legato alla cura. Altri tipi di stereotipi conducono invece gli uomini ad avere una percezione del pericolo generalmente pi� bassa, che li porta a esporsi a rischi maggiori (si curano meno, fanno pi� incidenti). Non solo percepiscono meno i rischi, ma pensano di poterli affrontare di pi��. Nella valutazione di una situazione di emergenza conta anche l'et�. �Il cervello adolescente ha una modalit� di interpretare gli stimoli esterni leggermente diversa da quella del cervello adulto�, dice Scrimin. �Nei giovani i circuiti cerebrali che rispondono agli stimoli emotivamente rilevanti sono particolarmente reattivi, mentre i sistemi di regolazione e contestualizzazione della risposta sono ancora in fase di maturazione. Questo pu� portare talvolta a una forte risposta a segnali di pericolo immediati, come l�immagine di una singola fiamma che sta innescando un incendio (e cos� magari si fermano a filmarla con il cellulare), ma a una maggiore fatica nel percepire l'evento nel suo insieme e a leggere la gravit� di una situazione di emergenza. Dal punto di vista evolutivo, tutto ci� � probabilmente legato al fatto che l'adolescenza � una fase di crescita e di sviluppo ormonale favorevole all�esplorazione di ambienti nuovi e alla scoperta. Se il cervello dei giovanissimi si spaventasse facilmente e agisse in maniera conservativa, rischieremmo di non avere mai quella fase fondamentale di creazione di nuove esperienze e nuovi legami che di fatto � l'adolescenza�. Attenzione per� alle facili generalizzazioni sull�et�. �Si tende a confondere due variabili, l�et� e la coorte, cio� l�insieme di individui in una popolazione caratterizzati dall'aver sperimentato uno stesso evento in uno stesso periodo. Sui rischi ambientali, per esempio, i giovani hanno una percezione di rischio molto pi� elevata rispetto agli anziani o agli adulti, perch� hanno pi� consapevolezza e a volte pi� esperienza diretta (soprattutto attraverso notizie e video) degli effetti dei cambiamenti climatici�. I giovani tendono cio� a sottostimare un pericolo immediato, ma sono pi� coscienti di altri rischi di tipo pi� globale. Capire meglio come funziona il cervello in condizioni di pericolo pu� quindi aiutarci a tenere presenti alcuni accorgimenti per meglio tutelarci in caso di emergenza. �Se ci troviamo in una situazione di gruppo e sappiamo che � difficile che qualcuno prenda l'iniziativa, potremmo farci coraggio e agire per primi, superando la paura di fare una figuraccia per eccessivo allarmismo�, dice Pancani. �Un'altra cosa importante � non pensare che certi pericoli siano cos� rari da non poterci capitare: abbiamo un bisogno di controllo e di sicurezza molto radicato che ci porta a considerarci pi� al sicuro rispetto ad altri da situazioni di emergenza, ma queste nostre stime non sono certo realistiche. Prenderne atto ci permette di identificare meglio le situazioni pi� rischiose�. La psicologia del rischio pu� aiutare anche nella prevenzione di comportamenti disorganizzati, motivati dal panico. Lo sanno bene in Giappone, dove la convivenza forzata con terremoti e tsunami incoraggia un�educazione al rischio sin dalle scuole elementari. A furia di ripeterli nelle esercitazioni, i bambini interiorizzano comportamenti corretti fino a farli diventare automatici, come rifugiarsi subito sotto i tavoli in caso di sisma. Si pu� inoltre lavorare alla consapevolezza del rischio da parte di gestori di locali e impianti �e alla pianificazione dei flussi che le persone seguiranno quando si allontaneranno in caso di emergenza in stazioni, aeroporti, stabilimenti industriali�, conclude Rubaltelli. �� molto importante mostrare cartelli che diano la possibilit� di vedere che il rischio esiste senza comunque seminare il panico, o creare contesti architettonici che, anche da un punto di vista cognitivo, facilitino il comportamento corretto in caso di emergenza�. Cosa ci resta della nostra infanzia (di Raffaella Procenzano, �Focus� n. 399/26) - Ricordiamo poco del bambino che siamo stati, ma sappiamo che � ancora dentro di noi. Come si spiega? - Pu� succedere aprendo un armadio o attraversando un luogo: una luce particolare, una melodia o un profumo ci riporta a quando avevamo 6, 8 o 10 anni, ad avvenimenti e sensazioni che credevamo sepolti per sempre e che, contemporaneamente, sappiamo bene che fanno parte di noi. E rimaniamo un po� stupiti e un po� ci riconosciamo. Eppure, rispetto al bambino che siamo stati, ci rendiamo conto di essere davvero diversi, quasi un�altra persona. Ma � un quasi: in fondo in fondo per quanto lontana ci sembri l�infanzia abbiamo la sensazione di essere sempre gli stessi. Qual � dunque il legame tra l�adulto che siamo e il bambino che siamo stati? Il senso di continuit� tra il passato e il presente � dovuto innanzitutto al fatto che durante l�infanzia si forma la nostra identit�. Ed � il momento in cui viviamo le prime relazioni al di fuori della famiglia, relazioni che influiscono enormemente sulla nostra personalit� futura a causa della mancanza di esperienza che si ha da bambini: ci� che ci succede nell�infanzia non pu� infatti essere filtrato dal confronto con esperienze precedenti. Un periodo cruciale dunque, di cui per� ricordiamo molto poco. O almeno cos� ci sembra: in realt�, recenti ricerche hanno dimostrato che abbiamo ricordi pi� precoci di quanto si pensasse fino a qualche anno fa, ma che non possiamo registrarli come �esperienze personali� perch� il cervello sviluppa tardi la capacit�, probabilmente unicamente umana, detta �memoria autobiografica�. Si tratta di quella parte di memoria che racchiude gli episodi che, quando vengono ricordati, ci danno quasi l'impressione di viverli di nuovo. In effetti, oggi sappiamo che la nostra memoria funziona grazie a un insieme di sistemi cerebrali integrati. Tra questi vi � la cosiddetta memoria episodica, ovvero il ricordo degli avvenimenti che abbiamo vissuto in prima persona. Ma ci sono due modi di ricordare il nostro passato: sapere che ci � successo qualcosa (una capacit� che hanno anche gli animali e appunto i bambini molto piccoli) e ricordare noi stessi all�interno di quel fatto, sapere come ci sentivamo e non solo come abbiamo agito. �E la differenza tra �ci� che � accaduto� e �ci� che � accaduto a me�, si chiama memoria autobiografica ed � in pratica un �sottoinsieme� di quella episodica. Ma perch� avvenga questo passaggio bisogna che si sviluppi un senso soggettivo del s�, spiega Robyn Fivush, psicologa della Emory University di Atlanta (Usa) che studia proprio il legame tra la memoria autobiografica e la formazione dell�idea che si ha di s� stessi. �Non basta: il passo successivo � saper collegare il proprio s� nel passato al s� nel presente e sentirlo non solo come proprio, ma come continuo nel tempo. Il cervello impiega molti anni ad attraversare queste tappe e continua ad affinare queste abilit� fino all�et� adulta�. Ed � questo il vero motivo per cui dell�infanzia ricordiamo cos� poco. Incaselliamo gli episodi del passato in una storia personale, che impieghiamo moltissimo tempo a sviluppare. La memoria umana, cio�, funziona in modo un po� diverso da quella degli animali: i ricordi che ci riguardano non si limitano ai fatti accaduti, ma li vediamo sempre attraverso la lente delle sensazioni provate e soprattutto del senso che gli diamo all�interno della nostra identit�. E, anche per questo, sono in perpetua ricostruzione: gli studi dello psicologo britannico Martin Conway hanno dimostrato che non avviene praticamente mai che un episodio autobiografico sia davvero fedele a ci� che � avvenuto. Costruire una storia, ovvero ricordare i legami tra le differenti tappe della nostra vita, e cio� come le esperienze presenti hanno reso possibili quelle successive e come hanno influito sulla persona che siamo oggi, ci d� la sensazione di restare nel tempo sempre gli stessi. Eppure, dimostrano le ricerche, questi legami sono fragili: della prima infanzia non abbiamo ricordi, e anche quelli successivi sono spesso falsati o del tutto inventati. A volte, per esempio, si pensa di ricordare qualcosa che � accaduto quando si era molto piccoli, ma di solito � perch� in famiglia alcuni episodi sono stati raccontati cos� tante volte che i piccoli protagonisti li hanno visualizzati e quindi credono di ricordarli in prima persona. Invece, la capacit� di connettere il proprio s� passato con il s� presente (capacit� che tra l�altro ci permette di proiettarci nel futuro usando la fantasia) non si sviluppa prima dei 5 anni. Lo ha provato diversi anni fa il biologo statunitense Daniel Povinelli con un esperimento. Ha coinvolto bambini in et� prescolare in un gioco e ha applicato di nascosto un adesivo sulla loro fronte durante l�azione. Poi ha mostrato ai bambini, subito dopo o qualche giorno dopo, un video di loro stessi nella stanza durante il gioco con l�adesivo in testa. I bambini di tre anni non collegano affatto la loro rappresentazione nel filmato e l�adesivo, e non cercano di toglierlo dalla fronte. I bambini di quattro anni invece allungano la mano per prendere l�adesivo, ma lo fanno sempre: anche pochi giorni dopo, supponendo che sia ancora sulla loro testa. Solo all�et� di 5 anni i bambini iniziano a comprendere la connessione temporale tra il s� passato e il s� presente: se viene mostrato loro il filmato subito dopo il gioco, allungano la mano per rimuovere l�adesivo; se invece il video viene fatto vedere a distanza di qualche giorno, indicano e ridono, dimostrando cos� di essere consapevoli che quel gioco era nel passato e che l�adesivo non � pi� sulla loro testa. Per costruire una vera autobiografia, per�, bisogna andare oltre il semplice collegamento tra passato e presente: occorre creare una linea del tempo personale che organizzi la storia della propria vita. Una capacit� che si sviluppa sorprendentemente tardi, secondo lo psicologo dell�Universit� di Berlino Tillman Habermas: in un esperimento, ha chiesto ai partecipanti di et� compresa tra 8 e 20 anni di narrare sette eventi significativi della loro vita e poi di collocarli su una linea temporale personale. I risultati hanno dimostrato che, anche se a 8 anni ne sono gi� capaci, solo all�et� di 12 anni i bambini iniziano a collegare in modo causale i singoli eventi tra loro, e che il ragionamento biografico basato su connessioni causa-effetto aumenta in complessit� nelle et� successive. Inoltre, secondo gli studi di Marina Larkina, della Emory University di Atlanta (Usa), la memoria autobiografica migliora di pari passo con la memoria in generale, ovvero man mano che i bambini ricordano meglio qualcosa (magari una nozione imparata a scuola) ricordano anche sempre meglio ci� che � specificamente capitato a loro, e riescono a ricostruirlo bene. Ma ci sono differenze individuali: se le loro mamme quando erano molto piccoli li hanno spesso portati durante le conversazioni sulle cose da ricordare, allora gli adulti hanno memorie autobiografiche pi� estese e dettagliate. Confrontando le abilit� di ricordo di un vasto campione di bambini e ragazzi intervistati ogni 2 anni (la ricerca � durata una decina di anni) si � visto che quando hanno 6 anni, i bambini dimenticano avvenimenti della loro infanzia molto pi� rapidamente di quanto fanno a 8 anni e cos� via. E la differenza prosegue fino all�et� adulta: altre ricerche, che hanno messo a confronto adolescenti e adulti sulla coerenza dei loro ricordi di infanzia, hanno infatti evidenziato che anche la stabilit� dei ricordi e la loro coerenza (per esempio la data in cui si � svolto un certo fatto e la concatenazione con gli eventi successivi) migliorano con l'et�. �Prima quindi, durante gli anni prescolari, emergono il senso di s� e la memoria autobiografica e poi a tappe si arriva alla costruzione di una narrazione di vita globale, una vera e propria autobiografia, che si sviluppa nella seconda infanzia, ma attraversa anche tutta l�adolescenza e la prima et� adulta�, riassume Fivush. Ecco quindi spiegato perch� l�infanzia ci appare composta soprattutto da frammenti, mentre ricordiamo in modo vivido quasi tutto ci� che avviene dall�adolescenza in poi e in particolare nel decennio dai 15 ai 25 anni. � quello che gli scienziati chiamano �picco di reminiscenza�, il periodo in cui la nostra personalit� finisce di strutturarsi e si definisce proprio grazie agli avvenimenti di quel decennio: gli studi, la prima macchina, il primo amore, il primo lavoro. Del resto, il picco di reminiscenza � presente in tutte le culture del mondo. Dopo i 25 anni, per�, gli episodi �memorabili�, quelli che riusciamo a ricordare dopo molto tempo, sono sempre di meno. Il filo che ci lega alla nostra infanzia � quindi meno legato agli avvenimenti del passato in senso stretto e di pi� al racconto che facciamo a noi stessi riguardo alla nostra storia, un racconto che � in continuo cambiamento. Ma perch� la nostra specie ha sviluppato la memoria autobiografica visto che quella di tipo episodico (ricordare che cosa � successo) pu� essere sufficiente a cambiare i comportamenti nel presente e quindi ad adattarci alle situazioni che possono presentarsi? Non � del tutto chiaro, ma secondo Robyn Fivush la memoria autobiografica ha almeno tre importanti funzioni: � fondamentale per formare il proprio s� e gli d� continuit� nel tempo (non a caso le persone con amnesia grave che impedisce loro di ricordare interi tratti del proprio passato affermano di non �sentirsi pi� s� stessi�), serve a entrare in relazione con gli altri creando un senso di connessione con la propria famiglia e gli amici, e infine fa aumentare il benessere visto che - come dimostrano le ricerche - chi costruisce una propria storia passata coerente � psicologicamente pi� sereno di chi non lo fa. Ma non basta: a guidarci quando recuperiamo un ricordo non � solo il bisogno di rimanere ancorati al passato, ma anche quello di proiettarci nel futuro. Le informazioni del passato ci permettono infatti di pianificare l'avvenire e ci servono soprattutto quando dobbiamo metterci al posto di qualcun altro, immaginando situazioni e atteggiamenti in modo da decidere come comportarci. Secondo le teorie dello psicologo cognitivo statunitense Jerome Bruner, guardando indietro cerchiamo anche le tracce di quello che saremmo potuti diventare, e quindi spunti per agire in modo nuovo nel presente. Insomma, per tutta la vita l�infanzia resta un serbatoio a cui attingiamo per dar forma alla nostra identit� e alle nostre azioni. E intanto reinventiamo i ricordi autobiografici per dar loro un senso, una continuit�. Cos� ci sentiamo i veri autori di tutte le nostre azioni e delle nostre decisioni e quindi responsabili di queste ultime. Ecco dunque il paradosso dell�infanzia: � una storia chiusa eppure ancora da scrivere. Sappiamo che non potremo mai tornare a quei tempi, ma il bambino dentro di noi conserva qualcosa di eterno, qualcosa che � finito eppure non lo �. Storia dell�io Tutto ci� che sappiamo di come l�io diventa adulto ce lo hanno insegnato prima i filosofi e poi gli scienziati. Vediamo queste tappe. Noi siamo uno - Come sosteneva gi� Platone, crescere non significa smettere di essere s� stessi, visto che l�anima o lo spirito restano uguali anche se il corpo cambia. Questa idea fu ripresa poi da Tommaso d�Aquino e poi da Cartesio e infine da Kant, che parlava di un �io pensante� che ci accompagna per tutta la durata della nostra vita. L'influsso degli altri - Non viviamo per� da soli, e pensatori come Sigmund Freud prima e Jacques Lacan dopo, hanno sottolineato quanto il rapporto con gli altri e l�influsso che questi ultimi hanno su di noi sia fondamentale nella formazione della personalit�. Anzi, lo psicologo statunitense Erik Erikson sostenne che le crisi adolescenziali non siano altro che il conflitto tra l�io che si � formato nell�infanzia, plasmato dai genitori, e ci� che invece vorremmo essere da adulti. Adattarsi al ruolo - La nostra personalit� non � indipendente dai ruoli che la societ� ci assegna (siamo studenti, poi scegliamo un lavoro, siamo mariti o mogli, siamo genitori ecc.), cos� a volte diventiamo una sorta di attori che impersonano quei ruoli, come sosteneva il sociologo statunitense Erving Goffman, per cui anche il cambiamento tra bambino e adulto � in fondo un passaggio a un altro ruolo sociale. L'ambivalenza del �se stessi� - La contraddizione per cui, crescendo, ci sentiamo gli stessi pur sapendo di essere molto cambiati � stata indagata da molti pensatori, e secondo il filosofo francese Paul Ricoeur esistono due tipi di identit�, una detta �idem� (che resta uguale) e un�altra detta �ipse�, che � la capacit� di riconoscersi nonostante i cambiamenti. Mutamenti cerebrali - Il passaggio tra l'infanzia e l�et� adulta avviene tramite un rimaneggiamento del cervello, che si trasforma come tutto il resto del corpo. Per questo, la memoria autobiografica e la coscienza di s� cambiano con la crescita dell'individuo e questo fa s�, perlomeno secondo il filosofo tedesco Thomas Metzinger, che diventiamo letteralmente un�altra persona. E l�idea di essere invece sempre gli stessi sarebbe una sorta di artificio utile solo alla nostra coscienza per permetterci di imparare dalle esperienze passate e metterle al servizio del presente. La prospettiva soggettiva Non appena i neonati sono in grado di mettere insieme due parole, tra i 16 e i 18 mesi, si riferiscono spontaneamente a esperienze passate. Attraverso la rievocazione di pensieri ed emozioni, queste prime conversazioni guidate dalla madre evidenziano ai bambini che persone diverse possono avere prospettive soggettive diverse sullo stesso evento oggettivo: �siamo andati allo zoo, e io ricordo le giraffe ma tu no; io ricordo di aver avuto paura del leone ma tu l�hai trovato divertente�, e cos� via. Quindi i bambini iniziano a comprendere che i ricordi sono rappresentazioni soggettive che differiscono anche tra coloro che apparentemente hanno vissuto lo stesso evento. Una capacit� che si sviluppa entro i 6 anni, ma la cosiddetta �prospettiva soggettiva� continua ad affinarsi per tutto il corso dell�infanzia e dell'adolescenza. La storia millenaria del burro, usato anche in medicina e cosmesi (di Piera Genta, Italiaatavola.net) - Composto da acqua, grasso, proteine, lattosio e sali minerali, � un alimento le cui origini si perdono nella storia dell'uomo. Diverse leggende confermano la sua genesi remota e la collocazione geografica incerta - Non mancano proverbi, modi di dire (�avere le mani di burro�...), citazioni letterarie (Collodi nelle Avventure di Pinocchio, Decamerone per descrivere il Paese di Bengodi...), di propaganda militare (�volete burro o cannoni?�), cinematografiche (Ultimo tango a Parigi, Forrest Gump), canzoni (�Eri piccola cos� di Fred Buscaglione, �Pasta al burro� di Bugo, �Parole di burro� di Carmen Consoli). L'arte invece rimanda al significato del latte, diventando un riferimento alla maternit� e alla purezza: il dipinto di Quentin Metsys �Madonna con bambino� (1500-1510) � di matrice sacra, mentre la �Donna che prepara pane e burro per un bambino� di Pieter de Hooch (1660) � un tipico esempio di una scena familiare che ricorda i gusti dell'infanzia. La pi� antica traccia della produzione del burro risale al terzo millennio a.C. incisa su un bassorilievo di calcare risalente all'epoca sumerica, conservato nel museo di Baghdad. La scena descrive la mungitura delle vacche e la produzione del burro in una zangola primitiva. Furono gli Arii, stabilitisi in India nel II millennio a.C., a sviluppare la tecnica del burro chiarificato, a lunga conservazione, ottenuto dopo una cottura a bagnomaria eliminando la maggior parte dell'acqua e della caseina. Incontriamo il burro presso gli Egizi, come da testimonianze conservate presso il museo archeologico di Berlino. Pi� volte citato gi� nell'Antico Testamento, veniva impiegato dai Romani solo nella cosmetica e nella medicina come unguento curativo. La sua diffusione � da ricercare nel Medioevo, ma � solo alla fine di questo periodo che si cominci� a utilizzarlo nella cucina di tutti i giorni. Nel XIX secolo si inizi� a produrre il burro a livello industriale grazie al separatore del 1872 di Wilhelm Le Feldt, che grazie alla forza centrifuga riusc� finalmente a scremare il latte in modo meccanico. Per la legge italiana la denominazione burro senza ulteriori aggettivi � riservata al �prodotto ottenuto dalla crema ricavata dal latte di vacca e al prodotto ottenuto dal siero di latte di vacca� e non pu� contenere grassi diversi aggiunti. La materia prima � la panna (o crema), che a seconda del processo adottato pu� essere di affioramento, di centrifuga o di siero. Il burro prodotto in Italia � per 2/3 burro da affioramento, poich� � un sottoprodotto della produzione di formaggi come Grana Padano e Parmigiano Reggiano, i quali necessitano l'utilizzo di latte parzialmente scremato per l'affioramento della crema. Il burro � generalmente composto da acqua, grasso 80-84% (per legge, minimo 80 nei salati e 82 nei non salati), proteine, lattosio, sali minerali. Il suo elevato contenuto di colesterolo fa s� che l'uso debba essere sempre moderato e che si eviti di friggerlo. Solo 100 grammi di burro forniscono 758 calorie. Per essere di buona qualit� deve avere un aspetto uniforme compatto e lucido. Non deve contenere quantit� eccessive di acqua evidenziabili dalla formazione di gocce durante il taglio. Il colore � bianco d'inverno e tendente al giallo d'estate, per la diversa alimentazione delle mucche. Va conservato in frigorifero a 5-6�C, perfettamente chiuso, per non pi� di 3-4 settimane per evitare che irrancidisca o che assorba odori sgradevoli. Nel freezer invece pu� essere conservato anche per un anno. Viaggio a Londra sulle tracce di Sherlock Holmes (Vivalingue.com) - I luoghi da visitare per ricordare uno dei detective pi� famosi di sempre - Creato dalla mente estrosa di Arthur Conan Doyle e reso immortale da generazioni di lettori, Sherlock Holmes � il pi� famoso investigatore della letteratura. Protagonista di oltre 55 racconti, il personaggio ha affascinato cos� tanto il pubblico che in molti credono sia esistito davvero, soprattutto tra i britannici. E se non ci � possibile scoprire quanta finzione e quanta verit� ci siano nelle storie uscite dalla penna di Arthur Conan Doyle, una cosa � certa: il mito del detective ha lasciato un�impronta indelebile in Inghilterra, al punto che a Londra � possibile ripercorrerne le tracce. Merito del realismo con cui Arthur Conan Doyle ha descritto la capitale inglese (ambientazione della maggior parte dei racconti) ma anche della nascita di musei e attrazioni varie a tema. Vediamo allora quali sono i luoghi che non possono mancare in un tour sulle tracce di Sherlock Holmes. Baker Street - Una volta a Londra, la prima tappa del tour sulle tracce di Sherlock Holmes � Baker Street. Basta prendere la metropolitana e scendere alla relativa stazione per entrare nel mondo creato dalla penna del famigerato romanziere britannico. A pochi passi dalla fermata della metro infatti si trova la statua in bronzo di Sherlock Holmes. Del resto Baker Street � forse la zona di Londra resa pi� famosa dagli scritti di Doyle, che la indica come luogo del quartier generale del detective e di Watson. Sherlock Holmes Museum - Secondo i libri Sherlock Holmes vive a Londra al 221B di Baker Street, un indirizzo fittizio che � stato fatto corrispondere al civico 239 della stessa via, dove oggi sorge lo Sherlock Holmes Museum. Lo scambio di numero civico � confermato da una targa azzurra posta al di fuori dell�edificio, che recita �221B / Sherlock Holmes / Consulting Detective / 1881 � 1904�. All�interno del museo, strutturato su tre piani, si trovano ambienti dallo stile vittoriano che ricreano le stanze del detective. La ricostruzione, assolutamente aderente alle indicazioni che si possono recuperare dai vari racconti, � resa ancor pi� suggestiva dalla presenza di alcune statue di cera. Queste rappresentano i personaggi legati ai pi� famosi casi risolti dall�investigatore. The Sherlock Holmes pub - Nella zona di Charing Cross si trova un pub in cui ogni amante del lavoro di Arthur Conan Doyle dovrebbe fermarsi almeno una volta. � stato infatti arredato in modo da ricreare lo studio di Sherlock Holmes. Alle pareti e sugli scaffali si possono ammirare immagini e oggetti di vario genere legati alla trama dei libri, ma anche ai vari adattamenti televisivi e cinematografici. Assolutamente da vedere! Scotland Yard - Il rapporto tra Sherlock Holmes e la polizia di Londra � fatto di luci e ombre, ma certamente � impossibile negare che quest�ultima abbia un ruolo rilevante per il detective. Un tour in citt� sulle sue tracce non pu� quindi prescindere da una visita a Scotland Yard, nel quartiere di Westminster. Tuttavia, la sede della polizia a cui fa riferimento il celebre scrittore non � quella che conosciamo oggi. Negli anni in cui visse Arthur Conan Doyle, si trovava nella strada che le d� il nome: Great Scotland Yard. In particolare, il quartier generale della polizia si trovava in una posizione estremamente suggestiva, perch� vi si poteva accedere da una strada laterale dell�originario Palazzo di Whitehall, dove anticamente risiedeva la monarchia inglese e che � in parte visitabile. Una curiosit�: in onore dell�investigatore letterario che ha dato tanta fama alla polizia britannica, il database criminale usato a Scotland Yard si chiama HOLMES (Home Office Large Major Enquiry System) mentre il programma di allenamento utilizzato dagli agenti � stato battezzato �Elementary�. Langham Hotel - Sempre nella zona di Westminster troviamo il Langham Hotel, luogo in cui il mito di Sherlock Holmes ha avuto inizio. Aperto nel 1865, l�hotel � stato il luogo in cui nell�agosto del 1889 Arthur Conan Doyle ha incontrato Oscar Wilde. E stando a quanto raccontato dallo stesso Doyle, aver fatto la conoscenza dello scrittore irlandese � stato un evento che ha contribuito in maniera determinante alla creazione del personaggio di Sherlock Holmes. All�incontro prese parte anche Joseph Marshall Stoddart, all�epoca redattore del Lippincott�s Magazine, per cui entrambi gli autori si impegnarono a stendere un romanzo. Wilde present� Il ritratto di Dorian Gray, Doyle invece port� a Stoddart Il segno dei quattro. Non solo entrambi i testi furono pubblicati, ma l�evento ha una rilevanza storica e letteraria incredibile, ed � infatti ricordato da un�apposita targa apposta sull�edificio dell�hotel. 87 North Gower Street - Il civico 87 di North Gower Street � una tappa a cui gli appassionati della serie televisiva dedicata a Sherlock Holmes non sapranno resistere. � qui infatti che la BBC ha effettuato molte delle riprese esterne che si riferiscono alla dimora del detective. L�edificio � stato quindi usato in sostituzione del gi� citato 221B Baker Street, che avendo assunto la natura di museo non si presta a certi usi cinematografici. La cosa interessante � che, sebbene qui non abbiano mai vissuto n� Sherlock Holmes n� Arthur Conan Doyle, l�edificio � stato comunque la dimora di un personaggio di grande rilievo. Stiamo parlando di Giuseppe Mazzini che vi abit� per un periodo nel 1837. Capital and Counties Bank - Ubicata nel quartiere di Soho, la Capital and Counties Bank di Londra � la banca di Sherlock Holmes. � qui infatti che il detective pi� famoso della letteratura veniva a ritirare e depositare il proprio denaro. Il fatto curioso � che anche l�autore lo faceva: la Capital and Counties Bank � attiva dal 1834 ed � stata la banca presso cui aveva il proprio conto corrente Arthur Conan Doyle. Royal Opera House - Qual � il legame tra il Royal Opera House e Sherlock Holmes? Semplice, il famosissimo teatro che si trova nel quartiere di Covent Garden, non tanto lontano da Baker Street, � il preferito del detective e vale la pena vederlo anche solo per la bellezza della struttura. Bisogna per� ricordare che il personaggio partorito dalla penna di Arthur Conan Doyle era molto affezionato anche ad un altro magnifico teatro londinese: il Theatre Royal Drury Lane, che si trova in Catherine Street e risale alla seconda met� del 1600. Un�altra struttura assolutamente da vedere, indipendente dal legame letterario con Sir Doyle. �Piange il telefono�, ovvero: il Divorzio, istruzioni per l�uso (di Ugo Pericoli, Ondamusicale.it) - 50 anni fa, una canzone che ha impresso una svolta al mondo della cosiddetta �musica leggera� - 12 maggio 1974: quasi 38 milioni di italiani si stanno recando alle urne per dire la loro in merito al Divorzio. Il Referendum, fortemente voluto da Marco Pannella e promosso dal Partito Radicale, viene vinto dal fronte progressista. � stata una lunga e tormentata battaglia politica e ideologica che ha lasciato una spaccatura profonda nella societ� italiana. Circa il 59% degli aventi diritto si esprimer� a favore del Divorzio, che diventa quindi un Istituto giuridico riconosciuto dal nostro Ordinamento, in un tempo in cui la Comunit� Europea era poco pi� di un progetto politico e non poteva suggerire indicazioni a nessuna delle Nazioni che ne prendevano parte. Di certo, nel resto del continente la �questione� Divorzio non � divisiva come in Italia. Da noi, il termine �divorziato� rappresenta ancora uno stigma. Un qualcosa di cui provare vergogna. Ed anche un senso di colpa: decidere di divorziare � una strada che conduce diritta verso una scomunica. Insomma, nonostante il supporto delle norme giuridiche, la vita non � facile per una famiglia di divorziati nell�Italia del 1975. � in questo contesto che Domenico Modugno sta per tornare alla ribalta con un nuovo progetto discografico. Deve rinnovarsi, appartiene al mondo dello spettacolo del secondo dopoguerra e si trova a dover convivere, anche a livello commerciale, con la concorrenza dei cantanti pi� moderni. Da qualche tempo � iniziata la stagione dei Cantautori, pi� in sintonia con le esigenze di un pubblico giovane, orientato alle novit� e maggiormente scolarizzato. Nel 1958, Modugno aveva saputo parlare al cuore dell�Italietta trasportandola dentro un sogno. Nella sua trasversalit�, rappresentava l�immagine ideale di una Nazione ancora in fase di ricostruzione ma gi� proiettata verso il futuro. Quel Volare, presentato al Festival di Sanremo di quell�anno, apparteneva a tutti gli italiani ed era uno dei pezzi � anzi � il pezzo, per il quale gli esperti avevano inventato anche un termine specifico: musica leggera. Basterebbe questo per dare la misura dello scalpore che sta per scatenare Domenico Modugno. Ha ascoltato una canzone che in Francia � diventata un successo clamoroso. Se l�� inventata Claude Fran�ois, un cantante che in patria ha un vissuto molto simile a quello con cui viene percepito Modugno in Italia. Anche Claude Fran�ois appartiene all��ancien garde de la chanson� ed � entrato in classifica a pochi giorni dal lancio del singolo. Nella sua semplicit�, Le t�l�phone pleure � una canzone che ha in s� un che di sconvolgente: � strutturata su due voci, un padre e una figlia, che parlano al telefono. La bambina vive con la madre dopo che un Giudice ne ha stabilito l�affidamento. La donna gli impedisce di incontrare la figlia negando anche ogni possibile forma di riavvicinamento o riconciliazione. Una raffigurazione che in Italia non ha mai osato mostrare nessuno, un po� perch� il Divorzio deve ancora consolidarsi ma soprattutto perch� � ancora considerato un argomento, se non immorale, non adatto all�intrattenimento televisivo. Ma il modello � facilmente estendibile all�Italia. Almeno, questo � quel che pensa Domenico Modugno. Quando presenta il suo progetto a una decina di dirigenti della Carosello, meno della met� gli batte le mani. Gli fanno notare che i francesi divorziano dai tempi di Robespierre, che da noi � necessario mantenere un certo ordine costituito nonostante l�introduzione di normative ancora in fase di perfezionamento. Insomma, la strada sembra mettersi in salita per Modugno ma a un certo punto prevale l�aspetto della �modernit� sociale�, prerogativa che sembra appartenere al cantante da tempi non sospetti. All�alba del 1975 il progetto prende forma. Si pu� procedere speditamente, la musica c�� gi�, il testo va soltanto tradotto, manca solo la piccola protagonista femminile. La scelta cade immediatamente su Francesca Guadagno. Formeranno una coppia padre-figlia ben assortita: lui, un bell�uomo sui Quarantasette, fascinoso, dai modi eleganti sebbene vagamente misteriosi e sua figlia, del tutto ignara di come stiano le cose. Lui l�ha avuta gi� avanti con gli anni, dopo una giovent� brillantemente prolungata che ne ha aumentato sia il fascino che le potenzialit� economiche. Lei una bambina minuta, molto graziosa e sorridente, una di quelle che gli italiani guardano emozionandosi nei pomeriggi davanti allo Zecchino d�Oro, ben vestita nel suo completino scuro da figlia di genitori agiati. Nel duetto, il protagonista racconta i suoi tentativi di riprendere i contatti con la donna di cui � innamorato (la parola moglie non � mai contemplata) che non riesce ormai a vedere da anni. Deve accontentarsi di parlare al telefono con la figlia: la piccola, ignara del fatto che dall�altra parte del filo si trovi suo padre, gli fa capire che a nulla varranno gli sforzi di parlare con la madre. Da qui l�impressione straniante che spiazzer� l�ascoltatore, ossia che il protagonista, verso le ultime strofe della canzone, decida di suicidarsi. Sar� la straordinaria capacit� espressiva di Modugno a trarre tutti in inganno. Il testo francese non � stato modificato eccetto che in una frase: la Carosello ha richiesto di sostituire il �car je serai demain au fond d�un train� (perch� domani sar� in fondo a un treno) con �ed il perch�, domani, tu lo saprai�, al fine di evitare di includere un altro �sujet tabou� in una canzone destinata al pubblico mainstream. Il singolo diventa reperibile in tutti negozi di dischi nel mese di febbraio e il Primo aprile 1975 arriva alla prima posizione dell�hit parade spodestando un pezzo del calibro di You�re the first the last di Barry White. Con un tempismo straordinario Domenico Modugno ha compreso che, dopo aver fatto �volare� gli italiani adesso � arrivato il tempo di riportarli con i piedi per terra: affrontando problematiche reali, quotidiane, questioni scomode e per nulla divertenti come l�unit� di una famiglia che si spacca e vola in pezzi. In pieno �75, alle filosofie anarco-nichiliste di De Andr� e di Guccini, agli spensierati Sabato Pomeriggio mano nella mano nei Campi Flegrei di Baglioni e Bennato, ai quattro buchi nella pelle della perduta Lilly di Venditti, Modugno contrappone uno spaccato di vita di tutti i giorni. Con lucida e realistica concretezza, sbatte in faccia agli italiani le conseguenze �pratiche� prodotte dall�Istituto per il quale hanno dibattuto e battibeccato per mesi e mesi, pi� che altro a fini ideologici e politici. Gli avversari, qualche critico, inevitabilmente bocciano il suo lavoro, definendolo un brano strappalacrime. Non sar� soltanto un clamoroso successo discografico. Dalla canzone nascer� un film, con lo stesso titolo e con lo stesso, enorme successo finale. Un atto coraggioso di un artista gigantesco che portava in s� i prodromi della modernit�. Mettendo questa canzone sotto la lente d�ingrandimento del tempo trascorso, oggi potremmo tranquillamente definirla il ritratto di un�epoca di grandi cambiamenti. Cristallizzata nei solchi del disco, anche la voce della piccola Francesca Guadagno, la bambina prodigio pronta a trasformarsi in attrice e poi in una delle pi� richieste doppiatrici del cinema italiano. Sorella d�arte, anche suo fratello Marco � un affermato doppiatore, ha prestato la sua voce a suadenti attrici internazionali nonch� a quella, assai meno desiderabile, di Mariangela Fantozzi, nei due film campioni di incassi e futuri cult inter-generazionali, Fantozzi e Il secondo tragico Fantozzi. Quanto al Signor Volare, Domenico Modugno ha vissuto la sua vita e la sua arte spendendosi per le persone in difficolt�, lottando per i diritti dei malati, sostenendo con discrezione i pazienti affetti da disturbi psichici. L�ha fatto lottando all�interno di una Politica che gi� stava diventando asfittica. In giovent�, con Volare, aveva risollevato una nazione con le ali spezzate e ora, nel pieno della maturit�, stava provando ad innalzare il livello medio dei suoi politici. Ha contribuito a far nascere l�espressione Malasanit�, regalandoci una consapevolezza nuova ed aumentando la nostra capacit� critica. Una volta dichiar� che l�amore poteva anche finire. Che non poteva durare �per legge�. Che lui era fortunato, perch� da quarant�anni era innamorato della moglie. Era l�artista che, con L�anniversario, uno dei pezzi pi� romanticamente lucidi, aveva spiegato agli italiani la libert� di amarsi senza essere obbligati. E adesso, con coraggiosa e trasparente coerenza, svelava loro anche gli effetti collaterali. Un uomo cos� non poteva che diventare un parlamentare nelle file del Partito Radicale. � stato il vero re del Pop italiano senza neanche sforzarcisi troppo. O forse, pieno di impegni com�era, non ricordava nemmeno di averlo inventato lui.