Maggio 2026 n. 5 Anno XI Parliamo di... Periodico mensile di approfondimento culturale Direzione redazione amministrazione e stampa Fondazione Biblioteca Italiana per Ciechi �Regina Margherita� ETS via G. Ferrari, 5/a 20900 Monza Casella postale 285 tel. 039/28.32.71 e-mail: bic@bibciechi.it web: www.bibliotecaciechi.it Registraz. n. 19 del 14-10-2015 Dir. resp. Pietro Piscitelli Comitato di redazione: Pietro Piscitelli Massimiliano Cattani Luigia Ricciardone Copia in omaggio Rivista realizzata anche grazie al contributo annuale della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero della Cultura. Indice Norimberga e i suoi significati Brigantaggio: una guerra civile Giovanni Boccaccio: il mercante �litterato� L�ocarina, da Budrio ai videogiochi Nintendo Norimberga e i suoi significati (di Simone Cosimelli, �Prometeo� n. 173/26) - Il processo ai vertici del Terzo Reich e il concetto di crimine contro l�umanit�, i vincoli della giustizia di transizione e le responsabilit� collettive. L�analisi storica di Marco Palla per capire cosa significa �fare i conti con il passato�. - Nel 1945, alla conclusione della pi� grande guerra mai combattuta dall�umanit� nella storia contemporanea, nella compagine delle potenze vincitrici, gli Alleati, prevalse un'idea nuova, rischiosa e per nulla ovvia: processare gli sconfitti. E in particolare alcuni dei vertici dell'apparato del regime nazista. Si scelse di farlo a Norimberga: la citt� che pi� di altre aveva conosciuto i tonitruanti raduni del Partito nazionalsocialista, cos� come le liturgie e le scenografie del Terzo Reich. Optare per Norimberga, in un certo senso, signific� trasformare il luogo della celebrazione del potere nazista nel luogo della sua condanna formale, pubblica, politica e simbolica. In una parola, storica. I paesi pi� rappresentativi della coalizione che si era opposta alle potenze dell'Asse, e cio� Stati Uniti, Unione Sovietica, Regno Unito e Francia, stabilirono le norme regolatorie del processo, istituirono il Tribunale Militare Internazionale e designarono, ciascuno, un giudice e un gruppo di procuratori dell�accusa. Il processo si svolse dal 18 ottobre 1945 al 1 ottobre 1946, con cadenza quasi quotidiana e traduzione simultanea in quattro lingue: inglese, francese, russo e tedesco. Centinaia di persone assistettero a ogni udienza e, oltre a queste, parteciparono pi� di 300 giornalisti di 23 nazionalit� differenti. In assenza di figure come lo stesso Hitler, Heinrich Himmler o Joseph Goebbels, tutti e tre morti suicidi prima della fine del conflitto, vennero selezionati 24 imputati per rappresentare, sotto diversi profili, la classe dirigente nazista. Tra questi, solo 21 presero parte al processo fisicamente (ad esempio uno degli imputati, Robert Ley, si tolse la vita mentre era in attesa di essere giudicato). A Norimberga si tent� cos� di punire e prevenire, rispettando le garanzie degli imputati ma, al contempo, delimitando il campo di ci� che doveva essere considerato assolutamente illegittimo e introducendo innovazioni giuridiche che definirono i nuovi confini del diritto internazionale. Il Tribunale inflisse dodici condanne a morte, tre all'ergastolo e quattro pene che andavano dai 10 ai 20 anni di reclusione. Tre imputati furono assolti. Con lo storico Marco Palla, in questa intervista, cerchiamo di capire perch� Norimberga sollev� questioni di non facile risoluzione e in che modo, oggi, continua a interrogare il nostro presente. - Professore, nel dicembre 2025 � uscito nelle sale un film ambizioso diretto dal regista James Vanderbilt, con l�attore Russell Crowe nei panni di Hermann G�ring. Il Maresciallo del Reich che per sottrarsi alla condanna a morte ricevuta dal tribunale, inghiott� una capsula di cianuro prima dell'esecuzione. Il titolo � Norimberga ed � basato sul libro Il nazista e lo psichiatra del giornalista Jack El-Hai. L'ottantesimo anniversario del processo � diventato cos�, anche cos�, l'occasione per riaccendere i riflettori su un evento cruciale del Novecento. Il cinema � vicino a cogliere il nocciolo duro di quel che c'� da dire su Norimberga? �� significativo che l'anniversario del processo, a cavallo tra 2025 e 2026, si sia aperto con l�uscita di questa produzione cinematografica anglosassone, che ha anticipato o accompagnato le altre ricostruzioni giornalistiche o saggistiche. Fanno riflettere le battute dell�interrogatorio nel film, tra il procuratore capo degli Stati Uniti Robert H. Jackson, interpretato dall'attore Michael Shannon, e lo stesso G�ring. Russell Crowe � un professionista, un premio Oscar, e purtroppo rischia di trasmettere al personaggio di G�ring un�aureola di grandezza e risolutezza che non dovrebbe appartenergli. G�ring era certamente consapevole di essere un leader dal suo punto di vista, ma purtroppo il rischio di restituire un'immagine edulcorata esiste. Non sempre questi grandi lavori raggiungono lo spessore e la profondit� adeguati. Certo, Norimberga resta quel che �: il pi� noto processo della storia contemporanea bisecolare. Ebbe un fortissimo impatto visivo e una grande carica simbolica. Tuttavia, una delle sue peculiarit� fu proprio quella di restituire un'immagine non spettacolarizzata degli imputati�. - Il processo contribu� a rimodulare l'immagine pubblica del nazismo? �A Norimberga gli imputati vennero mostrati in borghese, senza stivali e onorificenze, con le cuffie per la traduzione, anche un po� impacciati, fuori dal loro contesto abituale o da quello in cui una parte dell�immaginario collettivo li collocava. Persero moltissima della loro sacralit�, non avendo pi� uno scettro da esibire o una verga con cui incutere timore. Il processo li ridusse a una dimensione umana, li desacralizz�. Tolse al nazismo la �luce nera� della quale si ammantava, una certa aura demonologica sapientemente costruita negli anni. Gi� lo storico inglese A.J.P. Taylor, con grande anticonformismo, in un suo breve scritto sostenne che non era corretto riferirsi ai nazisti come se fossero degli psicopatici. Non erano mostri invincibili o demoni incomprensibili, ma politici pragmatici e cinici, spesso anche corrotti. G�ring era un uomo che accumulava opere d�arte razziate durante la guerra, anche agli ebrei. Studiare la storia serve anche a decostruire immagini create artificialmente. E, se vogliamo, Norimberga ci ricorda che � essenziale mostrare la prosaicit� del male�. - Il tribunale di Norimberga fu il primo a giudicare crimini di portata globale? �Quello di Norimberga non pu� essere definito il primo atto processuale in assoluto che tratta la delicatissima materia del crimine di guerra dal punto di vista penale, giuridico. Ci furono tentativi in questo senso, con tutta una serie di istanze, anche dopo la Prima Guerra Mondiale, nel contesto dei trattati di pace di Parigi del 1919, con procedimenti gestiti in fieri dalle coalizioni militari. Il processo tenuto a Norimberga, per�, � certamente il primo che ambisce a essere compiutamente internazionale e accuratamente preparato con capi d�accusa specifici. Anche soltanto per notoriet�, d'altronde, Norimberga non ha eguali. Da questo punto di vista il processo fu innovativo, davvero senza precedenti. Anche se non possiamo dimenticare, n� ridimensionare la sua natura intrinseca. Fu un processo istituito dai vincitori della Seconda guerra mondiale nei confronti degli sconfitti. I giudici e i pubblici ministeri provenivano dalle potenze che avevano vinto la guerra o che a queste erano associate�. - Se pure fu un processo di parte, in cosa consistette la vera discontinuit� introdotta tra 1945 e 1946, dal punto di vista giuridico? �Partiamo da questo presupposto: la giustizia universale, quella esercitata da un ente terzo e imparziale con criteri del tutto neutri e distaccati, per quanto codificati o in via di codificazione, non � mai esistita nella storia umana. Neanche a Norimberga. La novit� del processo non fu tanto nella procedura seguita; una procedura che si bas� essenzialmente sul diritto di guerra, per sua natura emergenziale e straordinario. La novit� venne piuttosto dall�introduzione di una fattispecie di reato inedita: il crimine contro l'umanit�. Questa � la chiave di volta e l'aspetto su cui occorre riflettere maggiormente. D'altronde, mentre i crimini di guerra o i reati penali ordinari, anche i pi� efferati, sono soggetti a prescrizione dopo un certo numero di anni secondo il diritto moderno, il crimine contro l'umanit� �, resta, imprescrittibile. Rappresenta la pi� grave forma di violenza inferta a una pluralit� di innocenti che vengono massacrati a livelli di massa. � un vulnus talmente profondo, in sostanza, che si � stabilito che non possa mai essere cancellato dal tempo. Nell'ambito di questa specifica fattispecie di reato si parl� anche di genocidio, come forma massima di crimine contro l�umanit�. E qui si pu� fare riferimento allo sterminio degli ebrei e dei sinti in Europa, ma anche ad altre circostanze: sia precedenti, come il massacro degli armeni nel 1915-16, sia successive, come lo sterminio di circa due milioni di cambogiani sotto il regime di Pol Pot, tra 1975 e 1979. Norimberga, introducendo questo concetto, ha posto un problema giuridico, filosofico e culturale immenso, di difficile definizione concreta e con implicazioni che investono tutta la contemporaneit�. Ha segnato un punto di non ritorno. Tuttavia, il processo ha avuto anche risvolti pi� pratici: l'eco mediatica serv� agli Alleati, specie agli statunitensi, per dimostrare all�opinione pubblica internazionale, anche tedesca, che si stava colpendo la �cupola�, il vertice dello Stato nazista�. - La scelta di concentrarsi su figure apicali del Terzo Reich, insomma di processare il vertice, ha finito per assolvere la base del potere nazista? �In una certa misura, s�. Si cominci� a tagliare la testa dal vertice, catturando, processando e condannando gerarchi come G�ring o come Ribbentrop, gi� ministro degli Esteri del Terzo Reich. Questo atto sembr� talmente risolutivo che paradossalmente �sfil� la responsabilit� del nazismo dal corpo della nazione. L'onere della processualit� per i quadri intermedi o gli ufficiali minori, e per tutti i settori coinvolti nei crimini di guerra o contro l'umanit�, sarebbe poi dovuto passare ai tribunali tedeschi, ma ci� non avvenne. Dobbiamo ricordare che lo sforzo bellico nazista, in vista della realizzazione degli obiettivi del regime, fu sostenuto da milioni di soldati della Wehrmacht, non solo dalle unit� d'�lite SS. Il grosso dei crimini nell�Europa dell�Est fu commesso da militari di leva, da gente normale. Penso agli studi dello storico Christopher Browning sul battaglione 101 composto da riservisti della polizia, quindi non soldati scelti. Pi� o meno 500 uomini, tutti padri di famiglia, tra operai, impiegati o commercianti, che impararono a uccidere migliaia di ebrei con un colpo alla nuca, oppure collaborarono nelle operazioni di deportazione. Questi uomini rimasero in gran parte impuniti. In generale, dopo Norimberga non ci fu una vera denazificazione dell'apparato dello Stato: la polizia, la scuola, l�amministrazione, la giustizia. E questo ha avuto degli effetti collaterali sulla percezione delle responsabilit� collettive e sulla memoria di che cosa fu davvero il nazismo. C'� forse un'altra pellicola, un classico, che cerca di cogliere questo aspetto�. - Quale? �Vincitori e Vinti (Judgment at Nuremberg). Un film del 1961 diretto da Stanley Kramer che sposta l�attenzione dai politici del Terzo Reich, o dalle figure pi� appariscenti legate al nazismo, ai tecnici del diritto. � un film molto ben fatto, ambientato nel 1948, nel contesto di uno dei procedimenti secondari al Terzo Reich, successivi al processo principale di Norimberga. Nel film c'� una corte penale militare che presiede un processo intentato contro alcuni giudici tedeschi. Ci sono due attori di prim'ordine: Spencer Tracy nella parte del giudice americano e Burt Lancaster in quella di un insigne giurista tedesco, Janning. Lancaster interpreta un uomo che non si era mai �sporcato le mani� col sangue, che insomma viveva di libri e di teorie. C'� una scena in cui, costretto a vedere le immagini dei campi di sterminio, tenta di giustificarsi con accenti sinceri, sostenendo di non aver mai saputo, di aver ignorato l'entit� dell�accaduto. Lo spettatore � quasi mosso a piet�. Ma alla fine il giudice statunitense lo inchioda con una frase terribile, affermando che doveva rendersi conto di cosa stesse succedendo gi� la prima volta in cui, da giudice, aveva condannato un innocente pur sapendolo tale. Quel dialogo nel film ci ricorda che la responsabilit� per eventi del genere, immensi e tragici, non inizia con il massacro. Comincia con la prima abdicazione della coscienza, specie nelle persone che hanno un qualche tipo di potere non sempre o non immediatamente visibile. In realt� lo Stato nazista era composto da decine di migliaia di individui che operavano a vari livelli e che sono rimasti per lo pi� sconosciuti, per molto tempo. Del resto, quanti avevano sentito parlare di Adolf Eichmann, il responsabile logistico delle deportazioni degli ebrei, prima che fosse catturato e poi processato dagli israeliani nel 1961�? - Riflettendo sulla transizione tra apparati e poteri diversi, come nel caso della Germania dopo il 1945, � stato pi� volte messo in evidenza come le funzioni essenziali dello Stato non si azzerino mai del tutto. Semmai si rinnovano, vengono riorganizzate. E questo lascia grandi spazi di discrezionalit�. Ad esempio, dopo il Terzo Reich una parte dell�apparato amministrativo rimase al suo posto o fu successivamente reintegrato. Ecco, in momenti di cesura come questi � davvero realistico pensare a un�epurazione totale, a una sorta di tabula rasa? �� tecnicamente e politicamente quasi impossibile farlo. Cito un episodio, piccolo ma rivelatore. Quando gli Alleati arrivarono a Berlino nel 1945 dovettero occuparsi di gestire l'emergenza, il traffico, i rifugiati, i feriti, praticamente in presa diretta. A chi affidarono l�incarico per coordinare tutte le attivit�? All�ex capo della polizia di Berlino, un funzionario nazista che il giorno prima serviva il regime e il giorno dopo gestiva gli spartitraffico per i vincitori. E ancora: chi sapeva far funzionare le centrali elettriche o le ferrovie nella Germania Est o Ovest? Gli stessi tecnici di prima, spesso rimessi subito in servizio. La continuit� dello Stato, se la si inquadra in questa prospettiva, � innanzitutto una necessit� pragmatica. D'altro canto non esiste un esempio storico di epurazione totale, a meno di non voler tornare al terrore giacobino del 1793-94. Se si fosse deciso di battere questa strada fino in fondo si sarebbe andati incontro a norme e prassi di fondamentalismo giuridico, non adatte ai principi su cui si voleva basare il nuovo corso democratico. Friedrich D�rrenmatt, il grande scrittore svizzero, nelle sue opere sulla giustizia arriv� a una conclusione amara: la giustizia assoluta e universale non esiste, � un'utopia. Dopo la guerra l�istanza suprema � tornare alla normalit�, alla regolarit� della vita civile. E la pace si fa con gli ex-nemici, che devono trasformarsi in amici. Si pu� anche aggiungere che nella storiografia si � tentato di mettere in evidenza il fatto che i concetti di pace e giustizia raramente convivono. In alcuni suoi scritti lo storico inglese E.H. Carr sostenne che, se si deve scegliere tra la pace e la giustizia, � bene scegliere la pace. � una lettura ultra-realistica, discussa e discutibile, ma che ha avuto un ruolo non secondario nella ricostruzione postbellica in Europa�. - Veniamo all�Italia. Anche la nascita della Repubblica, dopo la guerra, si fond� su un patto sociale che prevedeva l�oblio? �La scelta dell'oblio fu funzionale al superamento del Fascismo. Dopo il conflitto mondiale, l�Italia si trov� con una classe dirigente antifascista (soprattutto tra democristiani, comunisti e socialisti). Queste persone avevano spesso sofferto il carcere o l�esilio, ma optarono per una giustizia non assoluta, non drastica. Le Corti d'Assise straordinarie lavorarono nel 1944-45, ma poi il processo di epurazione and� sfumando con la cosiddetta amnistia Togliatti e con successivi provvedimenti. Per via del contesto nazionale e delle tensioni internazionali, in Italia non ci fu un processo paragonabile a quello di Norimberga. L'obiettivo fu la pacificazione. I grandi partiti di massa funsero da enorme �Arca di No�. Accolsero milioni di persone, tra cui molti che erano stati fascisti o simpatizzanti, e li rieducarono alla democrazia. � stata un'operazione di pedagogia collettiva ed ha evitato che una parte enorme della popolazione si sentisse esclusa o perseguitata dal nuovo sistema democratico. La Repubblica all�inizio si fond� su questo compromesso: non processare il passato fino in fondo, un passato traumatico per la collettivit�, per garantire una possibilit� di futuro. Questo avvenne anche per una considerazione generale sulla natura del regime�. - Di che tipo? �I regimi tendenzialmente totalitari, o che aspirano ad essere tali, si basano non solo sul terrore ma anche sul conformismo. Claudio Pavone, nel suo libro sulla guerra civile e sulla moralit� della Resistenza in Italia, cita una frase latina illuminante: coactus, tamen voluit. Il coatto, il sottomesso, a volte vuole essere tale. C'� un atto di volont� nella sottomissione, per quanto sia una sottomissione indotta, che pu� garantire la sopravvivenza del regime che la impone. Processare il conformismo di massa, a posteriori, pu� allora essere molto difficoltoso, se non del tutto impraticabile. Non va dimenticato che molti cittadini aderirono al Fascismo anche per opportunismo o per soddisfare bisogni materiali. L'ironia popolare sull�acronimo del Partito nazionale fascista, P.N.F. riletto come �Per Necessit� Familiari�, riflette questa realt� quotidiana, ambigua e insieme tragica. Punire milioni di persone avrebbe lacerato il tessuto sociale della nuova democrazia. Pretendere una giustizia non transitoria n� parziale avrebbe probabilmente richiesto metodi repressivi talmente pesanti da rischiare di trasformare la democrazia in un regime violento, ricalcando le logiche dei radicalismi ideologici o religiosi�. - Professore, per concludere: che cosa si deve intendere con l�espressione �fare i conti con il passato�? Espressione molto usata e forse poco spiegata. �L'espressione �fare i conti con il passato� non dovrebbe essere intesa come una sorta di vendetta tardiva da estendere senza limiti, ma come un processo sociale che mira a integrare i traumi storici nella coscienza collettiva. Dal mio punto di vista, significa rendere la discussione storica pi� popolare, ampia e partecipata, uscendo dai confini ristretti delle universit� e degli istituti specialistici. Non si tratta solo di conoscere date o fatti, anche se la storia ha bisogno di una base fattuale, ma di coinvolgere la cultura diffusa, i media e le istituzioni in un dibattito permanente che aiuti a comprendere come certi regimi, appunto il Nazismo o il Fascismo, abbiano potuto prendere il potere, mantenerlo ed estenderlo. Considerare Hitler o Mussolini come �mostri� � rassicurante ma pericoloso, perch� li trasforma in corpi estranei alle vicende umane. Invece dovremmo sempre reinserire questi personaggi e i fenomeni a cui sono collegati dentro la storia, nazionale e internazionale. Questo ci aiuterebbe a capire che la societ� civile dell�epoca non fu soltanto una vittima, ma spesso, attraverso il silenzio e l'obbedienza, ebbe anche una corresponsabilit�. Fare i conti col passato, in fondo, vuol dire interrogarsi in modo intelligente sul presente e sul futuro attraverso la storia e la storiografia. Dunque restare vigili, in modo mite ma fermo, per contrastare la semplificazione del linguaggio, la proliferazione di false notizie, la disabitudine al ragionamento analitico e l'avanzata di nuove forze che, anche senza indossare una divisa, ripropongono ci� che abbiamo gi� visto�. Brigantaggio: una guerra civile (di Roberto Roveda, �Focus Storia� n. 234/26) - Il brigantaggio fu anche una spietata resa dei conti tra chi voleva l�Unit� d�Italia e chi la osteggiava. - �Purtroppo s'� fatta l�Italia, ma non si fanno gli Italiani� scrisse ne I miei ricordi Massimo D'Azeglio, uno dei protagonisti del Risorgimento italiano. Il compito infatti, all�indomani dell'Unit� d�Italia nel 1861, non era dei pi� semplici: gran parte della popolazione, soprattutto nel Mezzogiorno, non si riconosceva nel nuovo Stato e spesso non aveva un�idea chiara di cosa fosse l�Italia unita. Nelle regioni che avevano fatto parte del Regno delle Due Sicilie emersero, pochi mesi dopo l�unificazione, forze ostili al nuovo assetto politico. Il governo italiano etichett� questi oppositori come �briganti� e defin� le loro azioni �atti di ribellione�. �Le cose, per�, furono molto pi� complesse e dopo l�Unit�, il Mezzogiorno precipit� in una sanguinosa guerra civile�, sostiene lo storico Gianni Oliva, autore del saggio La prima guerra civile (Mondadori, 2025), dedicato proprio alle rivolte nel Sud Italia e alla loro repressione nei primi anni postunitari. �Non ci fu un semplice fenomeno di brigantaggio (come l�ha definito la storiografia liberale) n� una rivolta sociale come nella visione degli anni Settanta del Novecento del �bandito ribelle alle ingiustizie�: � stato uno scontro con il nuovo Stato unitario, in cui le rivolte contadine hanno fatto da elemento scatenante e in cui bande di briganti, spesso sostenute da agenti borbonici e papalini, sono state il braccio armato. Guerra civile, dunque, fra chi voleva l'unificazione nazionale e chi, per ragioni diverse, la contrastava�. Ma che cosa determin�, nelle regioni meridionali della Penisola, un�opposizione cos� accesa contro le autorit� italiane, una resistenza che non si manifest� mai con la stessa intensit� altrove? Per rispondere non basta richiamare una presunta tradizione secolare di brigantaggio � fenomeno presente anche in altre aree, per esempio nello Stato pontificio � perch� dopo l�Unit� il fenomeno assunse dimensioni inedite, alimentato anche da un profondo disagio sociale. Subito dopo l'unificazione nazionale, i contadini meridionali, i cosiddetti �cafoni�, avevano sperato in una redistribuzione delle terre confiscate: puntavano ai beni ecclesiastici e alle propriet� dei nobili legati ai Borbone, incamerati dallo Stato dopo il 1860. Erano le stesse terre che Garibaldi, durante la spedizione dei Mille, aveva promesso loro per ottenerne l�appoggio. Queste aspettative per� sarebbero state deluse. Le terre non vennero mai assegnate gratuitamente, bens� furono messe in vendita e finirono, nella maggior parte dei casi, con l�accrescere il patrimonio di chi gi� possedeva terreni, oppure nelle mani di notabili e borghesi che disponevano del denaro necessario per comprarle. Le autorit� del nuovo Stato limitarono poi l�uso di quelle poche terre comuni sulle quali, fino ad allora, tutti potevano raccogliere legna e praticare il pascolo, e aumentarono al contempo la pressione fiscale. Cos�, i contadini delusi dalla nuova Italia unita finirono per appoggiare il brigantaggio, vedendovi una speranza di riscatto. Ci furono poi anche altri fattori che contribuirono a rendere ancora pi� difficile la situazione del Mezzogiorno. Uno di questi fu lo scioglimento dell�esercito borbonico e dei reparti di volontari garibaldini, che lasciarono migliaia di uomini senza impiego, favorendo la formazione di bande armate. Dall'altra parte, la legge che introdusse cinque anni di servizio militare obbligatorio nel nuovo esercito nazionale privava molte famiglie del lavoro dei maschi adulti. Migliaia di contadini, renitenti alla leva, finirono cos� per unirsi alle bande, che in alcuni casi arrivarono a contare anche centinaia di uomini. Perfino le donne presero parte al brigantaggio: spesso mogli o parenti dei briganti sostennero la causa e talvolta imbracciarono le armi. La tensione esplose rapidamente e gi� nel corso del 1861 il nuovo governo italiano dovette fronteggiare centinaia di attacchi. Le bande, provenienti dai loro rifugi nei boschi, facevano irruzione nei municipi dei piccoli centri, li occupavano e proclamavano simbolicamente il ritorno del governo borbonico. Vi furono poi aggressioni nei confronti di quei notabili che si erano schierati a favore dell'Unit�. �I primi obiettivi delle azioni dei briganti furono proprio i galantuomini borghesi sostenitori dello Stato nazionale: liberi professionisti, intellettuali, commercianti, piccoli armatori, proprietari terrieri arricchitisi accaparrandosi le terre di usi comuni�, spiega Oliva. Le bande si mantenevano con saccheggi, furti e sequestri di persona a scopo di riscatto. A sostenere i briganti, oltre a una parte della popolazione, vi fu l�ultimo sovrano delle Due Sicilie, Francesco II di Borbone, che dall�esilio invit� pi� volte il Mezzogiorno a insorgere contro il nuovo Stato italiano. Rifugio e appoggi vennero offerti anche dallo Stato pontificio nel tentativo di indebolire il Regno d�Italia, che aveva sottratto al papa ampi territori dell�Italia centrale. Anche la Francia di Napoleone III, che proteggeva militarmente il papa, guardava con interesse a quanto accadeva nel Mezzogiorno. Senza sostenerlo apertamente, Parigi vedeva nel brigantaggio un fattore di pressione utile a frenare le mire italiane su Roma e il completamento del Risorgimento. La risposta del governo italiano fu in qualche modo istintiva, dettata dal timore che l'unificazione nazionale a lungo attesa si rivelasse un fragile castello di carta. Inoltre, come spiega Oliva, �la classe dirigente risorgimentale non conosceva il Mezzogiorno, le sue dinamiche, i suoi equilibri: a Torino si discuteva di liberali e di democratici, a Napoli di latifondi incolti, di sopravvivenze baronali, di contadini senza terra. L�unificazione del Mezzogiorno avvenne troppo in fretta (Cavour per primo ne era consapevole) e di fronte ai primi problemi la risposta fu solo militare�. Nel giro di pochi mesi il Regno d�Italia schier� sul terreno 100mila soldati, circa la met� dell�esercito nazionale. Fu promossa anche un'inchiesta parlamentare per studiare il fenomeno e rafforzare l�intervento dello Stato. Nelle conclusioni vennero evidenziate le cause sociali del brigantaggio, ma si afferm� al tempo stesso la necessit� di adottare rapidamente una legislazione d�emergenza. Nel 1863 fu varata la Legge Pica, che introdusse nelle province pi� colpite dal brigantaggio tribunali militari straordinari e misure eccezionali contro bande e fiancheggiatori, tra cui arresti, domicilio coatto e pene severissime, fino alla condanna a morte. L'Italia Meridionale si trov� cos� sottoposta a un regime di fatto assimilabile alla legge marziale, e lo scontro si fece sempre pi� duro. I ribelli risposero con rinnovata violenza - teste mozzate esposte come monito, aggressioni e mutilazioni - mentre lo Stato reag� con rastrellamenti, incendi di villaggi e fucilazioni sommarie. I briganti catturati venivano giustiziati senza processo, e le foto dei loro cadaveri erano fatte circolare tra la popolazione come ammonimento. Nella repressione si distinse il generale Enrico Cialdini, i cui metodi duri suscitarono dubbi anche all�interno del governo stesso. Accanto al pugno di ferro si scelse per� di affiancare strumenti pi� pragmatici. Il comando pass� a Emilio Pallavicini di Priola, che all�azione militare un� la delazione, promettendo ricompense a chi fornisse informazioni sui briganti e clemenza a chi abbandonasse la lotta, denunciando i propri compagni. La dura repressione militare, unita alla cattura e alla fucilazione di molti capobanda, spesso traditi dai loro stessi luogotenenti o da informatori locali, mise in breve tempo in crisi le bande. Queste avevano agito per lo pi� in ordine sparso, senza un coordinamento stabile tra loro e senza un programma politico condiviso. Mancavano ideali comuni e obiettivi unitari, cosa che ne indebol� progressivamente la capacit� di resistenza di fronte all'offensiva dello Stato. �I briganti erano banditi, ex soldati dell�esercito borbonico, renitenti alla leva nazionale oppure contadini che avevano scelto la macchia e la lotta per disperazione e non per convinzione�. Perso progressivamente l'appoggio di una parte della popolazione, stremata dalle violenze e intimidita dalla repressione militare, e venuto meno anche il sostegno del papa - preoccupato del fatto che il governo italiano potesse usare l'appoggio pontificio al brigantaggio come pretesto per attaccare il Lazio e Roma - le bande rimasero isolate. Private di rifugi sicuri e di coperture politiche, non ebbero pi� margini di manovra. Gi� nel 1865 la fase pi� acuta dell�insurrezione poteva dirsi conclusa, tanto che la Legge Pica venne abrogata. La repressione aveva piegato il fenomeno sul piano militare, ma aveva lasciato profonde ferite sociali. Il bilancio fu pesantissimo: sul campo tra briganti, civili e militari rimasero quasi 10mila morti, un numero pi� alto delle vittime di tutte e tre le Guerre d�indipendenza italiane. Inoltre, come sostiene Oliva, �per �domare� il Sud la classe dirigente nazionale fece l�accordo con la parte peggiore della classe dirigente meridionale, quella che si era gi� opposta ai tentativi di modernizzazione fatti dai re borbonici. La famosa frase pronunciata dal nipote del principe di Salina nel Gattopardo (romanzo di Tomasi di Lampedusa del 1958, ndr), �Se vogliamo che tutto rimanga com'�, bisogna che tutto cambi�, vale pi� di qualsiasi analisi storiografica. �� la stessa testimonianza letteraria che si trova nelle pagine dei Vicer� di Federico De Roberto: gli Uzeda antitaliani, antigaribaldini; antisabaudi, antiunitari, di fronte al fatto compiuto dell�unificazione, prendono il loro rampollo pi� giovane e lo fanno eleggere a Montecitorio perch� tuteli da l� gli interessi di famiglia speculando sulle commesse statali. Quell�accordo ha pesato nei decenni successivi e pesa, vistosamente, ancora oggi negli squilibri tra Nord e Sud�. Infine, per molti contadini la fine del brigantaggio fu una nuova disillusione: non ci sarebbe mai pi� stata una redistribuzione delle terre, cos� a molti di loro negli anni successivi non rimase che la via dell�emigrazione. �Quando la miseria � tanta, o brigante o emigrante�, recita non a caso un detto popolare. Giovanni Boccaccio: il mercante �litterato� (di Federica Ceccherini, �Focus Storia� n. 230/25) - Da figlio di un commerciante divenne il padre del romanzo moderno. - A Boccaccio, probabilmente, il titolo di questo articolo non sarebbe andato a genio. Tuttavia � innegabile che la produzione letteraria di uno dei nostri pi� grandi scrittori sia stata influenzata - positivamente - dalla sua formazione di mercante, contabile e giurista. La pratica giovanile nella mercatura e nel cambio, impostagli dal padre, contribu� alla sua visione del mondo e alla sua capacit� di osservazione. Nel Decameron descrive infatti alla perfezione una realt� urbana, quella del Trecento toscano, in mutamento, popolata da individui che agiscono, rischiano e riflettono, inconsapevoli protagonisti di una modernit� che da qualche decennio si affacciava a Firenze. Boccaccio nasce forse a Certaldo, forse a Firenze, in un imprecisato giorno di giugno o di luglio del 1313, da madre ignota (non se ne conosce nemmeno il nome di battesimo). Poco altro si sa dei suoi natali. Unica certezza, il padre: Boccaccino da Chiellino, mercante di Certaldo il quale, nonostante Giovanni fosse figlio illegittimo (l�uomo era ancora scapolo), non solo se ne prese cura ma volle anche dargli un�istruzione, tentando di spingerlo verso la sua professione, il mercante. In quel periodo, Firenze era una potenza commerciale, manifatturiera e finanziaria: il fiorino si era imposto come valuta per gli scambi internazionali e la citt� era cresciuta, arrivando a contare quasi 100mila abitanti all�inizio del Trecento. Era il risultato di quel fenomeno di inurbamento tanto vituperato da Dante Alighieri: �La gente nuova e i s�biti guadagni orgoglio e dismisura han generata, Fiorenza, in te, s� che tu gi� ten piagni� (Inferno, Canto XVI vv. 73-75). Per Dante, insomma, i forestieri �arricchiti� come Boccaccino avevano rovinato la citt�. Il nostro Giovanni invece in quell�ambiente, suo malgrado, era nato e cresciuto. Boccaccino, uomo d�affari di un certo successo, voleva - come spesso accade - che il figlio avesse le sue stesse opportunit�. Ma come altrettanto spesso succede, il figlio non era d�accordo. �Non dubito per� che, mentre l�et� era adatta allo scopo, se il padre, il quale a ci� mi gener�, lo avesse serenamente permesso, io sarei riuscito alcuno fra� poeti celebri; ma egli, volendo pi� tosto che io fossi ricco che dotto, tent� di piegare il mio ingegno prima alle arti lucrose (il mestiere di mercante, ndr), e poi a una disciplina lucrosa (il diritto canonico, ndr), nelle quali, s� come l�animo mio non vi era atto, cos� in esse niuna eccellenza potei acquistare�, si legge nel suo romanzo Il Filocolo. Il piccolo Giovanni frequent� a Firenze la scuola del maestro Giovanni di Domenico Mazzuoli da Strada, una sorta di scuola primaria dove impar� a leggere, a scrivere e qualche rudimento di latino. Tra i suoi compagni vi era anche l�amico di una vita, Niccol� Acciaiuoli, appartenente a una delle pi� potenti famiglie fiorentine. A 10 anni cominci� la �scuola d�abaco� dove i bambini apprendevano, in volgare, nozioni di carattere matematico-scientifico. Ai circa 14 anni il padre lo mand� a Napoli, per fare apprendistato nella mercatura e nel cambio presso la potente compagnia dei Bardi, la banca con la quale Boccaccino lavorava. Oltre che con mercanti e banchieri Boccaccio entr� in contatto, grazie alle conoscenze paterne, con la corte del re di Napoli, Roberto d�Angi�, detto �il Saggio�, dove ebbe modo di darsi quella formazione letteraria che a lui non era concessa. A corte frequent� dotti e intellettuali, ma soprattutto aveva accesso alla ricchissima biblioteca reale. Anche se ormai era chiaro che il giovane non era interessato a mestieri pratico-economici, il padre non si arrese: lo iscrisse al corso di diritto canonico presso lo Studium di Napoli (oggi Universit� Federico II) nel tentativo di indirizzarlo verso una professione �seria� e �rispettabile�. Ma la strada era segnata e, mentre seguiva i corsi di diritto, Giovanni cominci� a scrivere. Compose le sue prime opere tra i 21 e i 25 anni: La Caccia di Diana, poemetto in terzine; Il Filostrato, poema narrativo; La Teseida delle nozze d'Emilia, poema epico; e soprattutto Il Filocolo, il suo primo scritto in prosa, considerato dagli studiosi il primo vero romanzo della letteratura italiana. In quest'opera, la vicenda amorosa di Florio e Biancifiore si intreccia con elementi autobiografici idealizzati: attraverso il personaggio di Idalogo, Boccaccio rielabora la propria biografia, immaginando di essere nato a Parigi da un mercante e da una principessa, figlia del re di Francia, un espediente letterario volto a nobilitare le origini. Figura centrale delle sue opere giovanili, � Fiammetta, identificata da alcuni in Maria d�Aquino, presunta figlia illegittima di Roberto d�Angi�, raffigurazione dell'amore ideale e tormentato del periodo napoletano. Non ancora trentenne, nel 1340 dovette controvoglia lasciare l'amata e colta Napoli per tornare nella �pragmatica� Firenze. Ma dopo 8 anni la Peste nera sconvolse la citt�: terrore, panico e morte dilagarono e la popolazione fiorentina fu ridotta, secondo le stime, di oltre la met�. Da quel male, tuttavia, nacque un bene: in quegli anni, tra il 1348 e il 1353, Boccaccio compose il suo capolavoro (che modificher� poi per tutta la vita): Decameron, in cui a fare da cornice, come dice lui stesso nell�introduzione, � proprio la �mortifera pestilenza�. La trama � nota: dieci giovani fuggono da Firenze per salvarsi e decidono di raccontare ognuno una novella al giorno a tema (la fortuna, l�ingegno, l�amore, la beffa, la virt�). Dieci novelle per dieci giorni. Nelle cento storie i protagonisti non sono eroi o cavalieri, ma mercanti, notai, uomini e donne mossi dalle pulsioni umane, dal guadagno e dalla curiosit�. � il racconto di una societ� nuova basata sulle attivit� e sui desideri e non pi� sulle virt� cavalleresche. In quegli stessi anni ci fu poi un altro evento importante per la produzione letteraria di Boccaccio: nel 1350 incontr� Francesco Petrarca, con il quale nacque una profonda e proficua amicizia. Grazie al poeta aretino Boccaccio approfond� lo studio del latino (imparato da autodidatta) e si dedic� a opere erudite: la Genealogia deorum gentilium; il De casibus virorum illustrium; il De mulieribus claris. Boccaccio non si spos� e non ebbe figli (almeno non ufficialmente) e negli anni della maturit� intraprese la strada ecclesiastica. Nel 1360, a 47 anni, divenne chierico e i benefici religiosi gli garantirono una certa sicurezza economica dopo anni di precariet�. La tranquilla, e per certi versi agiata, vita del chierico gli consent� inoltre di dedicarsi completamente agli studi, ai libri e alla scrittura, vivendo tra Firenze e Certaldo. �Un otre pieno di piombo�, cos� diceva di sentirsi lo scrittore verso la fine dei suoi anni, probabilmente afflitto dalla gotta e forse da idropisia. E proprio in quel periodo fu incaricato dal Comune di Firenze di leggere pubblicamente, nella chiesa di Santo Stefano in Badia, la Commedia di Dante (che lui stesso appell� �Divina�). Inizi� le letture nel 1373 ma si ferm� al XVII Canto dell'Inferno, a causa delle sue precarie condizioni di salute. Si spense il 21 dicembre del 1375, a 62 anni, e fu sepolto nella chiesa dei Santi Jacopo e Filippo, che si trova nel borgo alto di Certaldo. Quando mor� era un autore noto, stimato e rispettato come erudito e discepolo di Petrarca e di Dante (di cui era ritenuto il pi� importante interprete), pi� che per il Decameron. La sua opera pi� famosa, considerata allora troppo licenziosa, fu riscoperta tempo dopo, entrando tra i capolavori della letteratura italiana ed europea. Presso i suoi contemporanei quindi Boccaccio ebbe una fama ben diversa da quella che oggi gli attribuiamo. Noi lettori moderni lo conosciamo soprattutto per il Decameron e per la sua arguzia nel codificare e raccontare i comportamenti umani - anche i meno virtuosi � in modo piacevole, con ironia e senza moralismi n� giudizi, il che lo fa apparire incredibilmente moderno. Da questo potremo dedure che fosse un uomo sereno, distaccato, capace di guardare il mondo con equilibrio (diversamente dal tormentato Petrarca). Ma non � cos�. Boccaccio aveva un carattere difficile, era introverso e molto permaloso, tanto che gli amici lo accusavano di essere un �uomo di vetro�, o lo chiamavano sarcasticamente �Giovanni dei tranquilli�. Un uomo vulnerabile e insicuro, insomma, che trov� rifugio in un mondo immaginario, nel quale tentava di rimarginare ferite profonde. Ed � proprio in questa fusione tra reale e immaginato, tra fragilit� e determinazione, tra il mercante e il letterato, che emerge la sua immensa umanit�, ancora oggi palpabile dopo diversi secoli. L�ocarina, da Budrio ai videogiochi Nintendo (Ilpost.it) - Fu inventata nel bolognese a met� Ottocento, e da l� si � costruita una nicchia a cui � dedicato un festival. - Pi� o meno tutti conoscono lo strumento musicale che chiamiamo ocarina, anche se forse non saprebbero dire com�� fatto o lo confonderebbero con altri. Da quando fu inventato nell�Ottocento a Budrio, nel bolognese, ha avuto una diffusione marginale nelle dimensioni ma comunque piuttosto sparpagliata, arrivando sia nella musica d�opera sia nella cultura pop, grazie ai videogiochi Nintendo. Eppure nemmeno in Italia � cos� noto che le origini dell�ocarina risiedono a Budrio, che ogni due anni dedica allo strumento a fiato il Festival internazionale dell�ocarina, frequentato da musicisti, esperti e appassionati provenienti anche da Giappone o Stati Uniti per concerti, visite guidate, laboratori didattici e mercatini. L�ocarina ha un corpo cavo e ovoidale, e si suona soffiando dentro a un�imboccatura mentre si tappano una serie di buchi con le dita, come un flauto. � uno strumento musicale molto antico, documentato in versioni pi� o meno simili sia in Europa che in Cina e America centrale migliaia di anni fa: sia il suo nome sia la classica forma �a patata americana� che siamo abituati ad associare all�ocarina moderna, per�, si devono proprio a Budrio. Fu infatti qui che nel 1853 la invent� un po� per caso Giuseppe Donati, un ragazzo del posto al tempo diciassettenne. Donati chiam� la sua invenzione �ucar�ina�, o �ucar�nna�, che in dialetto bolognese significa piccola oca, ochetta: il suo profilo arrotondato ma affusolato infatti ricorda quello di un�oca, ma senza la testa. Donati era nato a Budrio nel 1836, suonava il clarino nella banda del paese e l�organo nelle chiese. Secondo la storia tramandata nel tempo, voleva fabbricare una specie di cornetta (uno strumento simile alla tromba) di terracotta, ma nel maneggiarla si spezzarono sia il boccaglio sia la campana che conduceva il suono. Donati si accorse che la parte rimasta integra produceva comunque un suono interessante: la sua intuizione fu quella di produrne di cinque dimensioni diverse, con un timbro pi� o meno squillante e profondo, che si potessero suonare da pi� persone insieme per ottenere armonie e composizioni pi� articolate. Lo strumento di Donati piacque subito moltissimo. Dopo averlo perfezionato, nel 1863 form� un quintetto chiamato �Concerto delle ocarine� che cominci� a esibirsi nelle osterie e nelle case della gente, prima suonando musica da ballo, poi anche parti di opere come La traviata di Giuseppe Verdi o Il barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini. In seguito Donati mise a punto altre due ocarine, fino ad arrivare alla formazione dei gruppi di oggi, il cosiddetto settimino. Christian Paolini, una guida del Museo dell�ocarina di Budrio, ha raccontato al sito Atlas Obscura che nel 1869 il gruppo si esib� a Bologna: il pubblico ne rimase estasiato e il gestore del teatro li chiam� di nuovo. Negli anni seguenti gir� per citt� come Ferrara, Padova, Trieste e Roma, ma anche a Parigi, Berlino, Vienna o Mosca. Intanto Donati cominci� a vendere le ocarine alle fiere domenicali: trasfer� il proprio laboratorio da Budrio a Bologna e infine a Milano, iniziando a esportarle anche all�estero. L�ocarina divenne in fretta uno strumento molto significativo per Budrio. Dal 1870 due fratelli budriesi, Ercole e Alberto Mezzetti, cominciarono a produrle a Parigi, e poi il secondo apr� un laboratorio a Londra. Cesare Vicinelli, parte del quintetto originale di Donati, invent� i primi stampi di metallo per fabbricarle, e la tradizione fu portata avanti anche da altre persone del posto, come Guido Chiesa, Emilio Cesari e Arrigo Mignani. Oggi a occuparsene � soprattutto Fabio Menaglio, che produce ocarine dal 1989. Oggi l�ocarina di Budrio � considerata pi� ampiamente un patrimonio culturale dell�Emilia-Romagna, e nel 2024 ha ottenuto la denominazione comunale d�origine (De.C.O.), ovvero una certificazione riconosciuta alle eccellenze locali con l�obiettivo di tutelarle. A Budrio c�� un museo che raccoglie centinaia di strumenti musicali e da lavoro, oltre a fotografie, spartiti e documenti; l�ocarina viene insegnata a scuola e anche al Conservatorio G�B� Martini di Bologna, che nel 2023 ha istituito la prima cattedra dedicata. All�interesse per l�ocarina di Budrio nel mondo ha contribuito anche il Gruppo Ocarinistico Budriese, che ha fatto numerosi tour sia in Italia che all�estero, e in particolare in Cina, Giappone e Corea del Sud, dove � molto apprezzata, anche perch� si presta a essere usata nella musica tradizionale. Alla fine degli anni Novanta l�ocarina ebbe un momento di popolarit� internazionale grazie al videogioco Nintendo �The Legend of Zelda: Ocarina of Time�, in cui Link, il protagonista, pu� viaggiare nel tempo e nello spazio suonando proprio un�ocarina. Nel febbraio del 1999 Anita Feng, un�artigiana che produceva ocarine nello stato di Washington, raccont� al New York Times che da quando era uscito il videogioco, il novembre precedente, aveva cominciato a venderne una sessantina al mese: il doppio di prima.