Luglio 2026 n. 7 Anno LVI MINIMONDO Periodico mensile per i giovani Direzione redazione amministrazione e stampa Fondazione Biblioteca Italiana per Ciechi «Regina Margherita» ETS via G. Ferrari, 5/a 20900 Monza Casella postale 285 tel. 039/28.32.71 e-mail: bic@bibciechi.it web: www.bibliotecaciechi.it Registrazione 25-11-1971 n. 202 Dir. resp. Pietro Piscitelli Comitato di redazione: Pietro Piscitelli Massimiliano Cattani Luigia Ricciardone Copia in omaggio Rivista realizzata anche grazie al contributo annuale della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero della Cultura. Indice Comunicato: chiusura per ferie Hormuz: lo stretto necessario Gli insuperati vantaggi dei libri di testo di carta Dimmi come ti chiami Carrelli d’Italia Cheesecake: storia e origini di un dolce irresistibile Alla scoperta del Golfo del Tigullio Michael Jackson: 3 cose che non sai del mito che voleva cambiare il mondo con la musica Comunicato: chiusura per ferie Informiamo i nostri gentili lettori che la Biblioteca rimarrà chiusa per le ferie estive dal giorno 10 al giorno 14 agosto 2026 e riaprirà lunedì 17. Preghiamo coloro che si servono, per il recapito dei volumi Braille, del Corriere Espresso Bartolini di non restituire le opere durante tale periodo, al fine di evitare che alla Biblioteca vengano addebitati i costi di giacenza. Con l'occasione, formuliamo a tutti i nostri più sinceri auguri di buone vacanze. Hormuz: lo stretto necessario (di Biagio Picardi, «Focus Storia» n. 236/26) - Un piccolo passaggio, strategico fin dal Medioevo - Strategico nella guerra tra Iran e Stati Uniti, lo Stretto di Hormuz divide la Penisola arabica dalle coste dell’Iran, mettendo in comunicazione il Golfo di Oman con il Golfo Persico. A forma di gomito, si restringe fino a 30 km e dalle sue acque passa, con 30mila navi ogni anno, un quinto della produzione mondiale di petrolio, oltre a gas naturale, fertilizzanti e altre merci cruciali. La sua conformazione rende le navi facilmente attaccabili e per questo l’Iran, che lo controlla con la sua flotta ormeggiata all’estremità settentrionale, lo sta usando come arma tattica, riservando il transito ad “amici” come la Cina, chiudendolo o minandone le acque. A maggior ragione dopo il blocco navale imposto, come ritorsione, dagli Stati Uniti. Ma quando e come è iniziato il ruolo cruciale di questo importante passaggio? Nell’XI secolo un principe dell’Oman, Muhammas Diramku, approdò sull’isola di Jarun, oggi lungo le coste iraniane, e vi fondò il Regno di Hormuz, trasformandolo in un fiorente emporio persiano verso e dall’Oceano Indiano. Nei due secoli successivi la città, che prendeva il nome del regno, crebbe a dismisura e così il traffico, con un viavai di mercanti di tutto il mondo, incluso Marco Polo. Tutto il commercio marittimo tra India e Medio Oriente passava per Hormuz, conteso da principi locali e bramato dagli europei. In particolare i portoghesi, che il 26 settembre 1507, su ordine di re Manuele I, lo conquistarono per poi controllarlo con un sistema di licenze commerciali obbligatorie e una serie di fortezze costruite lungo la costa, fondamentali per sventare in particolare la minaccia degli Ottomani, che nel 1522 assediarono (inutilmente) l’isola. Con i portoghesi i commerci erano al sicuro, ma sempre minacciati dai dissidi con i principi locali, vassalli spesso riottosi. E infatti nel 1622 lo scià di Persia Abbas I pensò bene di allearsi agli inglesi per sconfiggere il Portogallo, aprendo così lo stretto all’Europa, sempre più interessata all’India per arricchire i suoi forzieri. Dalla seconda metà del Settecento a dominare Hormuz fu dunque la Compagnia inglese delle Indie orientali, che l’amministrò stipulando con i sovrani locali accordi che garantirono due secoli di pace. Con il Trattato generale marittimo del 1820 soffocò la minaccia dei pirati arabi Qawasim, mentre con il Trattato di tregua marittima perpetua del 1853 si accordò con i regnanti fornendo loro protezione in cambio del rispetto della supremazia britannica. Gli inglesi stabilirono in questo modo una rete di basi navali lungo lo Stretto. Il destino di Hormuz cambiò radicalmente quando la marina inglese prima e quelle del resto del mondo poi convertirono l’alimentazione delle navi dal carbone al petrolio. Specie dopo il 1909, quando fu fondata la Anglo Persian Oil Company, antenata della British Petroleum. L'area, già ricca di greggio, divenne ancora più preziosa tra gli anni Venti e Quaranta, grazie alla scoperta di nuovi giacimenti in Iraq, Arabia e in Iran. Lo stretto divenne un passaggio vitale per il mercato energetico mondiale, tanto che durante la Seconda guerra mondiale britannici e russi occuparono l’Iran per garantire il passaggio verso l’Urss di rifornimenti di petrolio indispensabili per la macchina bellica alleata. A fine conflitto però l’Iran si rialzò, prima alleato degli Stati Uniti e poi sempre più autonomo. La nascita della Repubblica islamica del 1979 mutò definitivamente i rapporti di forza: l’Iran si affrancò da Washington che, in risposta, nel 1980 varò la “dottrina Carter”, proclamando che avrebbe usato la forza per difendere i propri interessi nel Golfo Persico, minacciati pure dall’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Urss. Teheran rivendicò il diritto di far pagare un pedaggio nello Stretto, contraddicendo quanto stabilito, nel 1982, dalla Convenzione internazionale sul diritto del mare, che dovrebbe disciplinare il traffico marittimo ma che Iran e Stati Uniti non hanno mai ratificato. In particolare, secondo l'articolo 44, lo Stato che detiene (sostanzialmente per vicinanza) il controllo di un passaggio così strategico per la navigazione internazionale, non può limitarne o condizionarne il transito. Applicazione dell’articolo contestata anche oggi dall’Iran, che ritiene sia valido soltanto “in tempo di pace” e che quindi, essendo in guerra, rientri nel suo diritto bloccare le navi nemiche o potenzialmente ostili. Convenzione a parte, gli Stati Uniti rivendicarono l’uso dello Stretto di Hormuz come un diritto maturato nel tempo e ribadito durante la “guerra delle petroliere” nel contesto del conflitto tra Iran e Iraq dal 1984 al 1988. Teheran minò lo stretto, colpendo anche navi americane. Gli Stati Uniti reagirono con l'Operazione Earnest Will, schierando unità della loro flotta nelle acque contese, scortando le petroliere e distruggendo le piattaforme iraniane. Seguirono scontri e incidenti diplomatici, ma il controllo statunitense sullo Stretto di Hormuz divenne evidente, consolidato in occasione della Prima guerra del Golfo contro l'Iraq (1990-1991) e ribadito da un dispiegamento crescente di basi, porti e navi da contrapporre all’Iran, che controlla la sponda settentrionale dello stretto. Controllo che il regime degli ayatollah ha usato come arma diplomatica in più occasioni, per esempio nel corso delle trattative sul nucleare nel 2011. Il resto è storia di oggi. Il diritto del mare La Convenzione internazionale sul diritto del mare (Unclos, ovvero United Nations Convention on the Law of the Sea) disciplina l’uso di mari e oceani, delineando diritti e responsabilità degli Stati. Un trattato concepito già a metà Novecento con un primo incontro, organizzato a Ginevra dall'Onu nel 1956, che distinse tra acque internazionali, territoriali e interne e introdusse il concetto di zona economica esclusiva. Restarono però aperte diverse questioni, figlie anche della Guerra fredda. Nel 1967 il diplomatico maltese Arvid Pardo ripropose alle Nazioni Unite la necessità di una regolamentazione generale per assicurare la pace nelle acque e tutelare le risorse marine. Dopo svariati incontri, guidati dal principio del mare patrimonio comune dell'umanità, il 10 dicembre 1982 a Montego Bay, Giamaica, la Convenzione fu ratificata, specificando la sovranità degli Stati costieri fino a 12 miglia e confermando a 200 miglia la zona economica esclusiva. Entrò in vigore però soltanto nel 1994, non sempre riconosciuta e/o rispettata, ad esempio perché alcuni articoli (come il 44, citato in questo articolo) potrebbero sembrare applicabili soltanto in tempi di pace. Al momento le ratifiche sono 167, comprese quelle dell'Ue e dell'Italia, ma non degli Stati Uniti, solo firmatari, e nemmeno dell'Iran. Gli insuperati vantaggi dei libri di testo di carta (Ilpost.it) - Se ne riparla da qualche anno, dopo la scelta della Svezia di invertire un processo di digitalizzazione della scuola avviato da tempo - La Svezia è stata tra i primi paesi al mondo a introdurre le competenze digitali nei programmi scolastici, i computer nelle scuole e un tablet in aula per ogni studente fin dall’infanzia. Avendo livelli di alfabetizzazione e di competenza nella lettura tra i più alti al mondo, il suo approccio ha comprensibilmente attirato una certa attenzione internazionale: a maggior ragione da quando quel lungo processo di digitalizzazione della scuola, avviato tra gli anni Novanta e i Duemila, è stato radicalmente invertito. Dal 2023 il governo svedese ha cominciato a sovvenzionare l’acquisto di libri di testo cartacei, con uno stanziamento annuo di circa 63 milioni di euro, salito a circa 70 milioni nel 2025. Altri fondi sono stati stanziati per il miglioramento delle biblioteche scolastiche e per la formazione del personale che ci lavora. Ed entro la fine dell’anno dovrebbe entrare in vigore anche il divieto degli smartphone nelle scuole. Dalla politica di un tablet a studente, la Svezia sta passando a quella di un libro di testo cartaceo a studente per ogni materia. La ragione principale è che l’utilizzo sistematico degli schermi nella didattica non ha migliorato i risultati scolastici, e dotare ogni studente di un dispositivo non ha mitigato le disuguaglianze come ci si aspettava. Secondo dati dell’OCSE PISA del 2022, un’indagine condotta ogni tre anni nei principali paesi industrializzati, c’è stato anzi un leggero peggioramento dei risultati in matematica e in lettura tra alunne e alunni provenienti da contesti socioeconomici svantaggiati. Ma in generale, tralasciando fattori nazionali specifici, la scelta della Svezia è ultimamente citata come prova della superiorità della didattica basata sui libri di testo cartacei rispetto a quella basata sui dispositivi digitali. L’uso di tablet e computer permette sì una lettura più personalizzata e accessibile: gli studenti possono modificare la dimensione del carattere del testo e la luminosità, per esempio, o vedere filmati didattici. Ma proprio la versatilità del mezzo rende più facile distrarsi e più rapido stancarsi, perché «la maggior parte degli studenti non è in grado di utilizzare i computer senza dividere la propria attenzione tra giocare, chattare e studiare», ha detto alla rivista online dell’Unesco Joel Starkenberg, un insegnante di matematica e scienze in una scuola elementare a Stenhamra, che prima lavorava nel settore tecnologico. Diverse analisi e studi condotti negli ultimi anni mostrano che la lettura su dispositivi digitali può complicare l’elaborazione delle informazioni. Quando le persone leggono un testo su schermo, tendenzialmente, lo comprendono meno rispetto a quando leggono lo stesso testo su carta. E uno dei problemi della lettura sullo schermo è che rende più difficile ricordare i dettagli, il che può essere uno svantaggio trascurabile per certe letture, ma un limite enorme per altre. Quando leggiamo un romanzo, per esempio, leggerlo su uno schermo o su carta non fa tanta differenza: lo capiamo lo stesso. «La comprensione diminuisce invece quando utilizziamo uno schermo per leggere testi ricchi di informazioni, come un libro di testo per lo studio», disse nel 2024 Lili Yu, ricercatrice dell’università Macquarie, a Sydney, in Australia, e coautrice di una ricerca sui processi cognitivi coinvolti nella lettura digitale. Un vantaggio dei libri di testo cartacei è che ciascuno aggiunge all’esperienza della lettura una serie di dettagli percettivi specifici che possono favorire i processi dell’apprendimento: il peso e le dimensioni del libro, per esempio, o la grammatura e la patinatura delle pagine. Dettagli particolari che invece si perdono e vengono uniformati nella lettura su un unico dispositivo. Quando serve imparare un testo o un concetto, in pratica, la memoria sensoriale variamente stimolata dall’azione di leggere su carta rafforza la memoria di quel testo o concetto. È un discorso che vale in parte anche per la scrittura, attività in cui è maggiormente coinvolta anche la memoria motoria. Secondo i risultati di alcuni test, anche il tempo è un fattore determinante: quando i lettori avevano a disposizione un tempo limitato per leggere un testo, la loro comprensione diminuiva nei test di lettura su schermo rispetto a quella su carta. In un altro studio la lettura su schermo è inoltre associata a un maggiore rischio di disinformazione, perché rende più difficile notare eventuali contraddizioni o discrepanze all’interno del testo. Un aspetto segnalato da Yu e dagli altri autori della ricerca è che la diffusione degli smartphone in particolare ha portato a un profondo cambiamento delle abitudini collettive. Molte persone hanno cominciato ad associare gli schermi a contenuti brevi e poco impegnativi, che incoraggiano una lettura superficiale. E secondo lo psicologo cognitivo Erik Reichle, collega di Yu, questo ha contribuito in generale a ridurre la capacità di mantenere a lungo la concentrazione, anche quando si tratta di leggere testi stampati su carta. Il costante multitasking ha ulteriormente ridotto questa capacità. Quando guardiamo la TV o parliamo con qualcuno, spesso usiamo contemporaneamente i nostri smartphone per fare scrolling sui social o giocare. «Alla fine non dedichiamo la nostra completa attenzione a nessuna delle due attività, ma i contenuti che visualizziamo sono molto brevi e coinvolgenti, e abbiamo scoperto che possono fornirci frequenti scariche di dopamina», disse Reichle. «I libri sono statici, non c’è niente che si muova o lampeggi, e quindi è diventato più difficile per loro catturare la nostra attenzione». C’è infine una questione di amplificazione delle disuguaglianze dovuta all’uso dei dispositivi digitali nelle scuole. Gli effetti negativi sull’apprendimento, come per esempio la tendenza a distrarsi più facilmente, sono maggiori tra gli studenti con minori competenze di lettura e che provengono da contesti svantaggiati. Quelli che invece hanno già ottime competenze di lettura e capacità di autoregolazione iniziali riescono a non subire l’influenza negativa dell’uso degli schermi e anzi, in molti casi, a trarne vantaggio. Il processo di digitalizzazione delle scuole svedesi era stato voluto dai governi di centrosinistra guidati dal Partito socialdemocratico dei lavoratori (SAP), tra il 1994 e il 2006 e tra il 2014 e il 2022. L’obiettivo era preparare gli studenti fin dai primi anni di scuola ai mezzi digitali che avrebbero caratterizzato la loro vita professionale e privata. Le politiche del governo attuale, tra i più conservatori di sempre, hanno invece da subito disincentivato l’uso degli schermi e favorito la diffusione dei libri di testo cartacei per fare lezione, utilizzando come slogan la frase fràn skärm till pärm (“passiamo dallo schermo alla copertina”). Il nuovo approccio è stato deciso sulla base di una consultazione che ha coinvolto ricercatori universitari, organizzazioni ed enti pubblici, secondo i quali le lezioni senza schermi creano condizioni migliori per la concentrazione e per lo sviluppo delle capacità di lettura e scrittura. «C’è una maggiore consapevolezza dell’impatto negativo che la tecnologia sta avendo nelle aule scolastiche», ha detto a BBC Sissela Nutley, neuroscienziata dell’Istituto Karolinska di Stoccolma. Dimmi come ti chiami (di Elisa Venco, «Focus» n. 402/26) - Il nome che ci hanno dato, ma anche il cognome, guidano ciò che gli altri pensano di noi - Nomen omen: nel nome è contenuto il destino, dicevano i Latini. Non a caso gli schiavi liberati assumevano il nomen del loro patrono, come se una nuova identità richiedesse un nuovo appellativo. In effetti oggi sappiamo che il nome non è mai un’etichetta neutra, ma un segnale che suscita aspettative automatiche sul nostro carattere a partire dalle sole lettere che lo compongono. Il cervello umano, infatti, associa istintivamente suoni brevi e bruschi, come quelli che sentiamo in Pietro o Ciro, a energia ed estroversione, mentre nomi con la r o con la l, come Daria o Laura, suggeriscono gentilezza. L’effetto dei suoni non è una novità: già negli anni ’40 gli esperimenti degli antropologi Edward Sapir e Wolfgang Kohler dimostrarono che vocali “ampie” come a e o vengono percepite come più grandi e pesanti; “strette” come i ed e evocano leggerezza. Inoltre associamo suoni morbidi a forme tondeggianti e suoni acuti a forme appuntite. Ecco perché Marco ci suona più solido di Mirko, Luca più rassicurante di Licio. Ma l’impatto del nome incide anche su chi lo porta. Uno studio dell’Università dello Utah (Usa) condotto su 3.400 persone ha dimostrato che tutti abbiamo una preferenza inconscia per ciò che ci ricorda il nostro nome (e cognome). Un americano di nome Louis, per dire, tenderà più di chi si chiama diversamente a vivere a St. Louis, una Virginia a vivere in... Virginia o un Romano a risiedere a Roma. Questo fenomeno, teorizzato da tre psicologi americani (Brett Pelhalm, Matthew Mirenberg e John Jones) e noto come “egotismo implicito”, si estende all’ambito lavorativo. Per esempio, nei Paesi anglofoni, chi si chiama Lawrence ha più probabilità di fare il lawyer (avvocato); Dennis di fare il dentist (dentista). Nel 2013 gli stessi tre studiosi hanno esaminato i censimenti Usa del 1880, 1911 e 1940, ricavandone che “gli uomini con un cognome che richiamava un’occupazione avevano il 15,5% di probabilità in più di svolgere proprio quel lavoro rispetto alla popolazione generale”. Insomma, un Baker tendeva a fare il panettiere e un Fisher il pescatore, come se il nome fosse una profezia. Una nota “coincidenza” è rappresentata dal velocista Usain Bolt, il cui cognome significa fulmine. Ma oltreoceano ci sono anche una Carla Dove (colomba), direttrice del Feather Identification Lab dello Smithsonian’s National Museum di Washington, che studia i volatili, Greg Pond (stagno), biologo acquatico, e un Forest Tower, addetto stampa del ministero delle Foreste della Columbia Britannica (Canada), con un nome così perfetto che in molti lo hanno ritenuto falso (in inglese la forest tower è la torre per l’avvistamento delle specie rare in una foresta). Del resto anche in Italia gli esempi non mancano. Basta pensare a Raniero Cantalamessa (cardinale e teologo) o Monica Bellucci (che cominciò come modella). L’onomastica sembra modellare persino il nostro aspetto fisico. Una ricerca dell’Università di Haifa (Israele) ha dimostrato che, osservandone il volto, le persone indovinano il nome di uno sconosciuto con un’accuratezza superiore al caso (naturalmente veniva loro proposta una rosa limitata di nomi). L'ipotesi è che, nel tempo, tendiamo ad aderire agli stereotipi estetici associati al nostro nome: per esempio un Lucio preferirà montature di occhiali “alla Dalla”; una Rossella avrà più probabilità di tingersi i capelli di rosso e via dicendo. L’influenza denominativa si estende perfino alla scuola. Un'analisi statunitense del 2005 ha evidenziato come le ragazze con nomi più femminili al liceo scelgano corsi in materie umanistiche, mentre le altre hanno maggiori probabilità di scegliere matematica e scienze. Va detto che negli Stati Uniti è abbastanza frequente chiamare le figlie con nomi usualmente dati ai maschi, fenomeno che da noi si verifica raramente (si può per esempio chiamare Andrea anche una ragazza, visto che in molti Paesi è un nome femminile, ma accade di rado). Tuttavia la responsabilità non sarebbe del nome in sé. «Forse però i genitori trattano una figlia con un nome più “maschile” in modo diverso rispetto magari alla sorella con un nome femminile, è l'ipotesi del curatore dello studio che, guarda caso, si chiama David Figlio (che abbia scelto di occuparsi del comportamento degli adolescenti per questa ragione?). Inoltre, i nomi talvolta implicano discriminazioni. Uno studio del 2012 pubblicato sul Journal of Experimental Social Psychology ha messo a confronto bimbi dai nomi e cognomi semplici da pronunciare con bimbi con nomi più complicati, dimostrando che i primi ricevono valutazioni più positive dagli insegnanti, soprattutto nei primi anni di scuola, creando un vantaggio cumulativo. Altri studi degli stessi autori hanno dimostrato che gli avvocati con cognomi più pronunciabili avanzano più rapidamente di carriera negli studi legali. Inoltre, nomi percepiti come “di classe sociale alta” ottengono più convocazioni ai colloqui, mentre quelli etnicamente marcati subiscono discriminazioni. In Australia, secondo uno studio, un candidato con cognome cinese deve inviare il 68% di domande in più rispetto a un anglosassone per ottenere un colloquio. Il nome di famiglia diventa così un filtro sociale, un segnale che attiva pregiudizi inconsci. Basta pensare all’impressione che potrebbe farci un Aldrovandi o un Odescalchi rispetto, per esempio, a un Warnakulasuriya (diffuso cognome cingalese). Ecco perché portare un nome impopolare o connotato negativamente può avere conseguenze dolorose. Studi condotti in Germania e in Cina hanno rilevato che i bambini con nomi “fuori moda” o associati a personaggi malvagi sperimentano più frequentemente rifiuto sociale, minore autostima e, in casi estremi, un rischio più elevato di coinvolgimento in attività criminali a causa dell’emarginazione subita. Una ricerca condotta su 30.000 studenti tedeschi ha evidenziato come i bambini con nomi percepiti come “volgari” o fuori moda abbiano il 30% in più di probabilità di essere classificati dagli insegnanti come “problematici”. In un altro studio tedesco pubblicato nel 2011, in cui agli utenti di un sito di incontri è stato chiesto di contattare potenziali partner in base al loro nome, le persone dai nomi antiquati sono state più spesso scartate. In una terza ricerca del 2018, condotta anch’essa in Germania, i partecipanti a un test erano meno propensi ad aiutare uno sconosciuto con un nome valutato negativamente (Cindy e Chantal erano i peggiori) rispetto a sconosciuti dai nomi giudicati positivi (come Sophie e Marie). È in questo contesto che in Germania è nato il termine Kevinismus, un gioco di parole con Calvinismus (calvinismo) che allude ironicamente alla predestinazione. Il nome Kevin, diffusissimo in molti Paesi europei negli anni ’90, nel tempo è infatti diventato oggetto di stigma sociale. Un sondaggio, condotto dalla ricercatrice Michaela Vogl nel 2009, mostrò che molti insegnanti tedeschi si aspettavano più problemi da un Kevin che da un Maximilian o da una Sophie, senza alcuna informazione reale sul bambino. Per di più il pregiudizio sistematico può diventare una condanna. Le persone che, per vari motivi, si ritrovano a odiare il proprio nome, attesta una ricerca dell’Università del Michigan, soffrono di bassa autostima, perché “il nome diventa un simbolo di sé”. Certo, è difficile capire se problemi più generali di autostima portino a vedere anche nel nome un concentrato di cose sbagliate o se è davvero il nome a deprimere l’ego, ma una qualche correlazione c'è. Sulla percezione del nome giocano poi fattori temporanei, come i fenomeni di costume. Lo conferma uno studio pubblicato l’anno scorso, condotto dall'Università di Colonia (Germania) su 4.000 partecipanti tra i 18 e i 65 anni. La maggioranza ha associato Anna ad affidabilità od onestà; Victoria ad ambizione e attrattività, forse per l’influenza implicita rispettivamente del personaggio di Anna del film animato Frozen e della stilista Victoria Beckham, non proprio una campionessa di simpatia. Per chi porta un nome raro, invece, le prospettive sembrano capovolgersi. Un nome insolito può essere un motivo di distinzione che spinge verso carriere creative, o motiva i dirigenti a perseguire strategie aziendali non convenzionali. Uno studio pubblicato sulla rivista Strategic Management Journal, che ha esaminato gli amministratori delegati di 1.172 aziende, ha scoperto che i leader con nomi più rari più di frequente adottavano un approccio originale. René Mottus, docente di psicologia della personalità all’Università di Edimburgo (Uk), avverte però che potrebbe trattarsi di un “fenomeno secondario”: spesso sono i genitori estrosi a trasmettere al figlio originalità e propensione al successo, anche scegliendo un nome eccentrico. Una spinta che oggi appare sempre più condivisa: secondo una ricerca apparsa su Social Psychological and Personality Science, rispetto ad alcuni decenni fa, i genitori scelgono nomi meno comuni per i propri figli, il che potrebbe suggerire un’aspirazione all’unicità del figliolo/figliola. Di qui la domanda: cambiando nome mutiamo anche il nostro destino? L’idea risale almeno al Libro della Genesi, quando Dio cambia il nome di Abram (padre eccelso) in Abraham, che in ebraico significa “padre di moltitudini”, prefigurando la sua enorme discendenza. Ma la scienza invita alla cautela. Un’analisi del 2004, su quasi 2 milioni di certificati di nascita in California, conclude che il nome non causa svantaggi: piuttosto, riflette lo svantaggio rispecchiando il quartiere di nascita, l’etnia, la scuola, le opportunità di ciascuno. Il resto lo fa la società. Di conseguenza, ricordando che il nostro nome è stato scelto prima che nascessimo, potremmo liberarci del suo peso implicito inventandoci un soprannome o un nomignolo. Perché quello che è certo è che, più che rivelare qualcosa di noi, esso racconta soprattutto dei nostri genitori. Carrelli d’Italia (di Claudia Giammatteo, «Focus Storia» n. 234/26) - Dalla fame di ieri agli sprechi di oggi: in 150 anni com’è cambiata la nostra spesa - L’affamato Pinocchio cominciò “a correre per le stanze a frugare tutti i cassetti [...] in cerca di un po’ di pane secco, [...] un osso avanzato al cane, un po’ di polenta muffita, una lisca di pesce, un nocciolo di ciliegia”. Geppetto, intenerito, gli cedette il suo pranzo, cioè tre pere, pregandolo, però, di mangiare “non solo la polpa, ma anche le bucce e il torsolo”. La scena narrata nel celebre romanzo di Collodi Le avventure di Pinocchio (1883) descrive bene la fame inesauribile dei ceti inferiori dell’Italia post unitaria, arretrata e contadina, dove persino il pane secco era un bene prezioso. Lontana anni luce dal diventare una potenza industriale, dove la penuria si sarebbe trasformata in spreco, la frugalità in una scelta virtuosa. Per quanto sembri incredibile, poche cose possono raccontare le montagne russe economiche degli italiani quanto l'evoluzione della dispensa di casa. “Si nun può mangia’ carna, accuntientete d’o brodo”, filosofeggiava un proverbio napoletano di fine Ottocento. Lungo lo Stivale, il menù dell'italiano medio era lo stesso: minestrone, pasta, pane, patate o polenta; verdure e formaggio; carne o pesce nei giorni di festa. Come formulò l'economista tedesco Ernst Engel (1821-1896), al di sotto di una certa soglia di reddito tutti i soldi finivano in cibo. Una teoria che trova conferma nel saggio L'Italia dei consumi. Dalla Belle Époque al nuovo millennio (Laterza) della storica Emanuela Scarpellini: «Nel 1890 un bracciante di Ravenna guadagnava 586 lire e spendeva il 73% in cibo, di cui la metà in cereali e solo il 2% in carne e pesce». E agli operai le cose non andavano certo meglio. Sfizi e superfluo erano, in età giolittiana, un lusso per le ricche famiglie di città che attingevano a spacci golosi di ogni tipo. «A Milano nel 1880 c'erano 218 macellai, 170 pollivendoli, 400 panettieri e pastai, 321 salumieri, 185 venditori di formaggi», sottolinea Scarpellini. Per vedere le diseguaglianze sociali, bastava osservare una dispensa altoborghese: salumi pendenti dal soffitto, formaggi di ogni tipo avvolti sui ripiani, la carne negli angoli più freschi (erano i tempi “prefrigo”), file di bottiglie di olio, spumante (il Gancia è nato nel 1865) e vermuth, per le occasioni speciali. Negli anni Trenta l’autarchia fascista travolse le dispense. Sia le massaie borghesi in cappottino, collo di pelliccia, cappellino e calze velate con la riga, sia le popolane, erano sottoposte a un identico diktat: la spesa patriottica. La rivista L'illustrazione italiana lanciava proclami: “Italiani preferite i prodotti d’Italia”, che si trattasse di ricostituente Stenogenol o del panettone Motta. E comunque si faceva di necessità virtù ricorrendo ai surrogati (il caffè d’orzo o di cicoria, al posto di quello vero) o a dessert senza zucchero, addolciti con fichi secchi, uvetta e castagne. Nacquero così ricette che utilizzavano le carni meno nobili, come la pajata romana, fatta con le interiora del vitellino. Allo scoppio della guerra, molti alimenti base, pur avendo prezzi calmierati, si trovavano solo al mercato nero e a prezzi sestuplicati. A Roma la ciriola (pane romano) passò da 22 a 130 lire al chilo. Mantenersi magri non era difficile. «Nel 1942 l'apporto calorico della razione media giornaliera garantita dalla tessera annonaria governativa raggiungeva appena le 950 calorie», sottolinea lo storico Alberto De Bernardi, e «nei ricettari pubblici si moltiplicarono ricette “fatte di niente”, piatti di “finta carne”, polpette di briciole di pane». A guerra conclusa, la competizione tra Est e Ovest, non si giocò solo sui missili. La difesa della democrazia, spiega De Bernardi, passò per il riempimento delle pance. «La dipendenza alimentare dagli aiuti americani - tra il 1945 e il 1947 l’Unrra (organizzazione americana che forniva aiuti alle popolazioni europee nel dopoguerra) distribuì oltre 400 milioni di dollari - fu essenziale sia per far salire le calorie procapite sia per mettere in contatto gli italiani con nuovi cibi, come Coca Cola, crackers, chewing gum, che non sarebbero mai più usciti dalle abitudini di consumo». Un riflesso del modello “made in Usa” fu la rivoluzione del rito della spesa introdotta dal “supermercato self service”: “È come avere a Milano un po’ di Nuova York [...] Il cliente può scegliere tra 1.600 articoli inscatolati o avvolti nel cellophàne, dalla mozzarella napoletana alle pinne di pesce cane, ai nidi di rondine alla zuppa di canguro: il ben di Dio di ogni Paese. [...]” scrisse l’inviato del Giorno, il 27 novembre 1957, in occasione dell’apertura del primo supermercato italiano, in Viale Regina Giovanna a Milano, di cui era azionista il magnate John Davidson Rockefeller Jr insieme a Bernardo Caprotti. Si chiamava “Supermarket italiani” e l'insegna del negozio era una S allungata che contraddistinguerà poi il marchio Esselunga: “La direzione ha già previsto le inevitabili perdite per la furberia dei ladruncoli: lo 0,40% della merce venduta in una giornata” avverte il cronista. In compenso non era più necessario fare la fila né chiedere al commesso: bastava prendere un cestino, girare per le corsie e riempirlo a volontà. Nell'Italia degli anni Sessanta, quella del miracolo economico, era arrivata l’ora di “comprare” la felicità. Acquistare nuovi prodotti era un segno di successo sociale. Non fu un caso che un programma tv di intermezzi pubblicitari, come Carosello, esordì nel 1957 insieme ai supermercati: entrambi incarnavano il sogno di un’abbondanza infinita per tutta la famiglia che andava insieme a fare la spesa settimanale. Parlava sia ai bambini (“Bella dolce cara mammina, dacci la caramellina” sussurrava lo spot di un miele), che ai genitori (“Bambina sei mia. Chiudi il gas e vieni via”) ripeteva lo slogan di una marca di caffè). Nell’arco di un decennio, la lista della spesa divenne irriconoscibile. Era aumentata la carne (36 chili all’anno, di cui 25 bovina), la pasta al sugo svettò come piatto nazionale al posto dell’uovo al tegamino. I carrelli della spesa erano pieni di cibo confezionato: scatole di piselli, fagioli, tonno, dado, sughi pronti, carne in gelatina. Quest'ultima, nata come rancio per soldati, diventò la cena preferita dei mariti quando le mogli erano in vacanza: “Aprite il barattolo della carne e capovolgetela sul piatto”, istruiva al difficile compito la rivista Gioia il 29 luglio 1962. «Per la prima volta, le spese alimentari italiane non assorbivano più la gran parte delle risorse e scesero ben al di sotto della metà: nel 1970 sono il 44 per cento del totale», precisa Scarpellini. Ad avere la parte del leone, ora, erano gli acquisti per la casa, l’auto, le vacanze, mobili, elettrodomestici (televisioni, frigoriferi, lavatrici in primis), prodotti per la pulizia e la cura del corpo. Negli anni Settanta, quelli dell’inflazione galoppante e della depressione economica che culminò nell’era dell’austerity, dopo l'invenzione dei primi congelatori, nel 1971, scese in campo una nuova icona alimentare nazionale: i surgelati. E le dispense sottozero si riempirono di filetti, medaglioni, verdure, torte, pizze, sotto zero. Gli anni Ottanta, quelli degli yuppie, della “Milano da bere”, travolsero le case coi prodotti più lontani, nell’immaginario, dalla penuria passata: aperitivi multicolori per happy hour, whisky, cognac, brandy, grappa, sambuca, file di bottiglie di birra nazionale ed estera. A cui si aggiunsero, poi, le ultime spiagge delle nuove famiglie frettolose, monoparentali, dei single: le pizze surgelate, l’espresso “buono come al bar”, le paste già condite, buste di insalata, merendine per la scuola, yogurt a zero grassi, piatti “gourmet” per cani e gatti. A cambiare, negli anni Novanta, erano le stesse dimensioni dei negozi. L'arrivo dei maxi supermercati alimentava l’illusione di essere nel Paese di Cuccagna. «Fa ingresso la nuova formula dei luoghi di acquisto, l’ipermercato, e poi, il discount. Nata in Germania negli anni Settanta con Aldi, una preesistente catena di negozi creata a Essen nel 1913, punta a offrire prezzi molto bassi, fino al 50% in meno» spiega Scarpellini. La metamorfosi definitiva da virtuosi del recupero in “cacciatori di offerte”, doveva culminare, all’inizio del millennio, nella spesa online, a colpi di click. Cioè a riempire carrelli virtuali senza uscire di casa, né fila dal droghiere di fiducia (“Vai dal signor Mario ad acquistare un etto di prosciutto cotto, quello che sa lui”). Aumentavano i girovita, crescevano gli sprechi - insalata e la frutta lasciata marcire, il latte scaduto - ma la motivazione a riempire il frigo non era più la fame. Fare la spesa appaga bisogni più profondi. Il sociologo polacco Zygmunt Bauman nel saggio Consumo, dunque sono (Laterza) lo diceva chiaramente. «Scegliamo tra un'infinità di prodotti pubblicizzati sempre nuovi. Siamo indotti a cercare la gratificazione impaziente e immediata del “tutto e subito”, alimentando così un eterno senso di insoddisfazione e incompletezza». Non è più questione di sopravvivenza. Cerchiamo la felicità nel carrello straboccante e ci illudiamo. Vade retro supermercato “Non battono palpebra, fissano i numerini con le pupille dilatate; ogni giorno hanno le occhiaie più bluastre” scriveva Luciano Bianciardi (in La vita agra del 1962) compiangendo le cassiere dei supermercati. Luoghi infernali asettici e alienanti, secondo i nostalgici del droghiere di fiducia. Nati negli Stati Uniti negli anni Trenta, in Italia i primi mercati “self service” hanno avuto un inizio stentato. Il primo esperimento? La Formica di Quirino Pedrazzoli, magazzino senza commessi, aperto a Milano nel 1948 e durato due anni. Quelli aperti negli anni Sessanta dovettero sostenere lunghe trafile burocratiche e combattere l'opposizione agguerrita dei piccoli negozianti spalleggiati dai partiti di sinistra. Secondo un censimento nazionale, nel 1971 ce n'erano appena 607, due terzi dei quali al Nord. Il fanalino di coda era al Sud: erano appena 11 in Campania, due in Puglia, uno in Basilicata, uno in Calabria. Altrettanto gelida fu l'accoglienza riservata, negli Stati Uniti, all'oggetto-icona destinato a diventare, anche graficamente, il simbolo della società dei consumi: il carrello. Apparsi il 4 giugno 1937 e inventati da un commerciante di Oklahoma City, Sylvan Nathan Goldman, per invogliare i clienti a comprare più di quello che poteva essere contenuto in un cestino, non piacquero affatto: come scrisse lo stesso Goldman nella sua autobiografia (The Cart that changed the World) alle donne ricordavano troppo i passeggini e agli uomini sembravano poco virili, mettendo in dubbio le loro braccia muscolose. Per fare digerire la novità, Goldman assunse giovani donne di bell'aspetto chiedendo di farne uso: un gesto che generò un fenomenale effetto emulazione. Anni ‘50: detersivo delle mie brame Tra i nuovi prodotti che, negli Anni ‘50, travolsero le “regine degli acquisti” dell'epoca, cioè le donne sfoggiate dalla pubblicità con indosso caste camicette, ritratto vivente della casalinga appagata, un posto d'onore spettò a un oggetto diverso dagli alimenti per la famiglia: il detergente. Quelli dei sogni, arrivati dagli Stati Uniti, paese delle meraviglie, si chiamavano Vim, Kop e Omo. «L'arrivo dei detersivi destò sentimenti di profonda gratitudine» conferma uno studio della storica della condizione femminile Maria Chiara Liguori. Il motivo di tanto entusiasmo era la possibilità di pulire meglio e con minore fatica. «Kop non era solo un detersivo per piatti», scrive Liguori, «era un nuovo modo di rigovernare le stoviglie, un approccio nuovo ai lavori domestici, non era il vecchio sapone che si poteva fabbricare da soli con il grasso del maiale. La magica schiuma dal meraviglioso effetto sgrassante poneva fine alla vecchia civiltà contadina». Cheesecake: storia e origini di un dolce irresistibile (Bonbonette.com) - Fresca e leggera, ma assai golosa! - La cheesecake è uno dei dolci più conosciuti e amati, sia in Italia che all’estero. Ne esistono infinite varianti, ma tutte hanno in comune una base fatta con biscotti secchi sbriciolati e burro, una farcia di crema al formaggio e una copertura a piacere (frutta, cioccolato…). Dolce tipico del mondo anglosassone, come il nome lascia intuire, in pochi però conoscono la storia e le origini della ricetta originale. Scopriamo allora dove e come è nata la cheesecake. Molti sono convinti che la ricetta originale sia nata negli Stati Uniti, ma non è così. La cheesecake nasce in Europa, nello specifico le prime tracce di questo dolce risalgono all’Antica Grecia. Fonti storiche raccontano di come già durante le Olimpiadi del 776 a.C. gli atleti dell’isola di Delos usavano rifocillarsi con una torta a base di miele e formaggio di pecora, pasto energetico e calorico. Inoltre Callimaco racconta che nello stesso periodo – ottavo secolo avanti Cristo – in Grecia viveva Egimio, un tale che aveva dedicato il suo tempo a scrivere un manuale in cui spiegava l’arte di fare le torte al formaggio. Successivamente i Romani modificarono la ricetta, creando il dolce denominato “placenta”: due dischi di pasta con al centro del formaggio dolce, così lo descrive Catone il Censore nella sua opera De Agri Cultura. Poco si sa su come la torta al formaggio sia stata tramandata dal mondo antico a quello moderno. Sicuramente l’espansione dell’impero romano fece propagare la ricetta in tutta Europa: divenne un dolce così diffuso da diventare la torta simbolo degli esperantisti, un gruppo di persone accomunate dall’uso dell’Esperanto, lingua antica creata per unire i popoli e facilitarne il dialogo. Ma quando compare in America? La versione moderna della cheesecake, con base croccante e crema al formaggio, nasce a Philadelphia nel 1872, ad opera del produttore lattiero-caseario James L. Kraft. Il lattaio, tentando di riprodurre il famoso formaggio francese Neufchatel, ottenne una crema al formaggio altrettanto gustosa, diventata poi famosa in tutto il mondo con il nome di Philadelphia. Questo formaggio spalmabile divenne l’ingrediente principale della moderna cheesecake, che si diffuse velocemente negli Stati Uniti e nel mondo anglosassone. Oggi la cheesecake è diffusa in tutto il mondo, in tantissime varianti: cotta e non, dolce e salata, con e senza glassatura. La celebre cheesecake newyorkese, ad esempio, viene cotta in forno e prevede l’impiego di zucchero, uova e crema di latte per il ripieno. Inoltre è caratterizzata da una glassatura fatta con panna acida, semi di vaniglia e zucchero a velo che, dopo la doratura in forno, viene sormontata da scaglie di cioccolato o frutta. In Asia, invece, si usano ingredienti tipici del posto, come la polvere di tè matcha, il latte, il mango e lo zenzero. In Europa ne esistono poi infinite versioni: dalla cheesecake al Baileys tipica dell’Irlanda, a quella con il formaggio skyr tipica dell’Islanda, passando per la cheesecake polacca a base di formaggio twarog e uva sultanina. In Italia invece spesso si sostituisce il formaggio spalmabile con la ricotta fresca e si fa addensare il composto con l’aggiunta di colla di pesce e la permanenza del dolce in frigorifero per diverse ore. Alla scoperta del Golfo del Tigullio (Siviaggia.it) - Tra baie e spiagge di rara bellezza, sentieri sospesi sulle acque trasparenti e attrazioni ricche di suggestioni - Il Golfo del Tigullio è una delle zone più rinomate della Riviera Ligure, un incantevole susseguirsi di insenature meravigliose, meta di turismo internazionale fin dal secolo scorso. Tra spiagge attrezzate e caratteristici porticcioli dove si alternano le barche dei pescatori e gli yacht, splendidi borghi e città affacciate su acque cristalline, e una natura che esplode di colori e profumi da esplorare attraverso sentieri ricchi di suggestioni, ecco alcuni luoghi e attrazioni che proprio non potete perdervi. Con il suo profilo costiero frastagliato e costellato di insenature e fondali ricchi di attrattive, il Golfo del Tigullio offre una varietà di litorali e paesaggi impressionante. Dagli arenili di sabbia fine che si distendono attorno a Moneglia, rinomata località di villeggiatura, alla piccola e incantevole spiaggia di San Fruttuoso, incastonata in un’insenatura nel promontorio di Portofino, con acque cristalline e incontaminate e la splendida abbazia che la domina dall’alto. A Cavi di Lavagna ci si imbatte, poi, in una delle spiagge più estese della costa ligure, con circa 4 km di sabbia e ciottoli occupati da stabilimenti balneari ben attrezzati, che la rendono la meta preferita dalle famiglie con bambini. A Sestri Levante il tempo sembra sospendersi quando ci si imbatte nella Baia del Silenzio, tra le spiagge più belle della Liguria. Un anfiteatro di casette dalle facciate colorate, poggiate direttamente sulla sabbia, una falce di luna lambita dall’acqua trasparente, paradiso per lo snorkelling. Il Tigullio offre inoltre una rete sentieristica di impareggiabile bellezza, che permette di fare escursioni nella natura a due passi dal mare, con la possibilità di raggiungere in breve oltre 700 metri di altitudine. L’area più conosciuta è il Parco Naturale di Portofino, incastonato tra Golfo del Tigullio e Golfo Paradiso, vera e propria oasi naturalistica per gli amanti dell’outdoor con 80 chilometri di sentieri, che attraversano ambienti selvaggi, insediamenti rurali e borghi marinari ricchi d’arte e storia, permettendo di ammirare paesaggi che sono ormai entrati nella leggenda visiva del Mediterraneo. Tanti i siti di particolare interesse storico e culturale, tra cui spiccano il Semaforo Vecchio, il mulino del Gassetta, la Locanda di San Fruttuoso e l’eremo di Niasca. Altrettanto imperdibile è il Cammino del Tigullio, inaugurato nel luglio 2020, che consiste in un percorso ad anello lungo all’incirca 75 chilometri. Tra le tappe, c’è lo splendido borgo marinaro di Zoagli, da cui parte il Sentiero dei 5 Campanili, un percorso ad anello con vedute spettacolari sul Golfo del Tigullio, tra boschi e mulattiere, piccole frazioni con case dai caratteristici colori liguri, chiese e cappelle. Ottimo punto di partenza per esplorare la Riviera di Levante, Rapallo è una gemma incastonata nel cuore del Golfo del Tigullio. Meta di turismo fin dall’Ottocento, amata da personaggi illustri del calibro di Yeats, Nietzche e Hemingway, conquista con i palazzi e le ville in stile liberty, i pittoreschi caruggi e le minuscole spiagge di ciottoli e ghiaia. Chi desidera vedere un panorama davvero unico del Golfo non può perdersi una passeggiata fino al Santuario di Nostra Signora di Montallegro, uno dei più importanti luoghi mariani della Liguria. Sorge in una splendida posizione panoramica, a circa 600 metri sul livello del mare, al centro di una fitta lecceta, e lo si può raggiungere anche con la funivia che parte dal centro di Rapallo: la vista che si gode durante la salita è qualcosa di unico ed eccezionale che ristora mente e cuore. E non si può lasciare il Golfo del Tigullio senza far visita alla splendida Villa Durazzo, fiore all’occhiello di Santa Margherita Ligure. Gli Appartamenti del Piano Nobile sono visitabili tutto l’anno: vi si possono ammirare opere della Scuola Pittorica Genovese, affreschi e trompe-l’oeil, arredi di diverse epoche, lampadari di Murano, stucchi, pavimenti in maiolica e in graniglia genovese e il piccolo museo dedicato a Vittorio G. Rossi, apprezzato giornalista e noto scrittore di viaggi e di mare nato in questo borgo. Il complesso di Villa Durazzo deve la sua bellezza anche al suo parco secolare, che si estende per circa tre ettari, affacciato sul Golfo, incluso nel circuito dei Grandi Giardini Italiani, che riconosce e promuove i più bei giardini d’Italia. Le golosità L'olio ligure è una tipicità che coinvolge tutta la regione e a Sestri Levante la tradizione olivicola è ben radicata sul territorio. Oltre a esserci alcuni dei frantoi più grandi del levante genovese, che producono la varietà Riviera di Levante dell'olio extravergine DOP, qui ogni anno (tra novembre e dicembre) l'olio è celebrato da “Pane e Olio”, una settimana ricca di eventi: visite ai frantoi e ai panifici, show cooking, mini corsi di degustazione, dimostrazioni di spremitura. Dai frutti della terra a quelli del mare. Il golfo del Tigullio è ovviamente un paradiso per gli amanti del pesce. Nei menù locali la regina è l'orata alla ligure, ma sono molto frequenti anche il branzino e il baccalà in agliata. Una delizia di questo splendido golfo sono però i gamberi rossi di Santa Margherita. Ogni giorno i pescatori locali riforniscono i ristorantini e i locali del posto: impossibile non fermarsi a provarli. Sono ottimi anche da gustare crudi. Ma non finisce qui, perché sul lungomare di Santa Margherita e nella piazzetta di Portofino è possibile fare un po' di vita mondana regalandosi il più chic degli sfizi: ostriche del mar ligure accompagnate da Vermentino e Pigato. Tra una passeggiata e l'altra, immancabile la focaccia: Recco è vicina, quindi qui va per la maggiore quella col formaggio. Buon viaggio e buon appetito! Michael Jackson: 3 cose che non sai del mito che voleva cambiare il mondo con la musica (Buonenotizie.it) - Grazie al biopic kolossal di Antoine Fuqua che ne ripercorre i primi anni e il periodo del successo - Un mito davvero intramontabile che ha saputo incantare milioni di fan in tutto il mondo con la musica, il suo modo di ballare e le scenografie dei suoi concerti. Michael Jackson, nato a Gary (Indiana) il 29 agosto 1958 e morto in circostanze non ancora chiarite a Los Angeles (California) il 25 giugno 2009, ha detenuto per quasi 40 anni il record del disco più venduto nella storia della discografia, Thriller, con 110 milioni di copie vendute dalla sua prima uscita (era il 1982). Un personaggio ai limiti dell’incredibile, a volte controverso, cosa che ha contribuito non poco a renderlo famoso, grazie a elementi come il desiderio di cambiare il colore della sua pelle, l’ambiguità della sua sessualità, le controversie con chi lo accusava di pedofilia e altre stravaganze, come quella di avere un enorme parco divertimenti tutto per sé nel giardino di casa sua. Tutti aspetti che, per certi versi, lo hanno immeritatamente consegnato alle cronache del tempo, e ingiustamente condannato, spesso per l’interesse o l’opportunismo di qualcun altro. Infatti non tutti sanno che il vero motivo per cui Michael Jackson voleva diventare bianco era la vitiligine, una malattia della pelle che fa comparire delle evidenti macchie chiare a causa della perdita di melanina, come dichiara lui stesso nella autobiografia Moonwalk. Fu accusato di razzismo da coloro che non erano suoi fan, non conoscendo un problema che il cantante aveva cercato di tenere nascosto a lungo. I mass-media marciarono prepotentemente sulle sue esuberanze e le sue controversie, fino ad accanirsi a volte con cattiveria, come in occasione dello scandalo che vide il cantante accusato di pedofilia verso un bambino. Michael Jackson rimase talmente sconvolto dalla vicenda (fu torturato dalla polizia) da decidere di accettare il pagamento di un risarcimento pur di essere lasciato in pace (cosa che si rivelò un grave errore poiché il gesto venne interpretato come un’ammissione di colpa). Il padre del bambino poi confessò di aver architettato tutto solo per ottenere del denaro. Michael Jackson è stato un artista di grandissimo talento, anche grazie al padre Joe che lo ha instradato insieme ai suoi fratelli verso la carriera musicale fin da bambino, costringendolo ad esercitarsi e a dedicarsi alla musica a volte anche con metodi crudeli. Non erano rare infatti le punizioni e le percosse che quelli che divennero inizialmente famosi come i Jackson 5 dovevano subire dal padre, anche lui musicista. Fu questo uno dei motivi che costrinsero Michael Jackson a diventare quel personaggio controverso, l’eterno bambino, che tutti abbiamo conosciuto, essendo stato privato della sua infanzia che spetta a un bambino normale, giocando e passando il tempo libero con i suoi amici, e non calcando i palcoscenici e gli studi di registrazione fin da giovanissimo. Il suo primo singolo, Big Boy, fu infatti inciso all’età di soli 6 anni. Oggi resta un mito, scomparso prematuramente come tutti i miti, quasi fosse un destino ineluttabile. Un artista che con la sua musica ha cercato di cambiare il mondo. Lo testimoniano i testi e i video-clip di canzoni famosissime come Man in the Mirror, Heal The World, They Don’t Care About Us, We Are The World e moltissime altre, che hanno commosso e mobilitato i fan di tutto il mondo verso il rispetto del nostro pianeta, i diritti umani, la fame nel mondo e la grandezza di tutti gli esseri umani (che nascono puri e poi finiscono per essere corrotti dalla società). A noi non resta che rendergli omaggio così, ricordando non solo la sua musica, i suoi balli e le sue stravaganze, ma il messaggio di amore e di pace che ha portato nel mondo.