Maggio 2026 n. 5 Anno LVI MINIMONDO Periodico mensile per i giovani Direzione redazione amministrazione e stampa Fondazione Biblioteca Italiana per Ciechi «Regina Margherita» ETS via G. Ferrari, 5/a 20900 Monza Casella postale 285 tel. 039/28.32.71 e-mail: bic@bibciechi.it web: www.bibliotecaciechi.it Registrazione 25-11-1971 n. 202 Dir. resp. Pietro Piscitelli Comitato di redazione: Pietro Piscitelli Massimiliano Cattani Luigia Ricciardone Copia in omaggio Rivista realizzata anche grazie al contributo annuale della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero della Cultura. Indice Ghiaccio bollente Nella trappola del gioco d’azzardo Se comandassero le donne… Ferrero Rocher: storia di un simbolo della golosità italiana Le volte in cui l’Italia non è andata ai Mondiali di calcio Prince è ancora ovunque Ghiaccio bollente (di Biagio Picardi, «Focus Storia» n. 233/26) - Le mire di Trump sulla Groenlandia hanno ragioni economiche e precedenti storici. Finora la Danimarca non ha mai ceduto - Situata nell’Atlantico Settentrionale e con 56-mila abitanti su una superficie di oltre 2 milioni di kmq (quasi tutti ghiacciati), la Groenlandia oggi è al centro della politica internazionale. Si è parlato di crisi Nato, di violazione del diritto internazionale, di dispiegamento di militari (europei) e conseguenti ritorsioni commerciali (americane). Strategica militarmente per gli Stati Uniti per la sua posizione rispetto alla Russia, ma anche con un sottosuolo di ricchezze (petrolio e gas, uranio, oro, diamanti e terre rare, tra le altre) presto più raggiungibili in seguito al riscaldamento globale, la più grande isola del mondo sta guastando i rapporti tra il presidente statunitense Donald Trump, che vuole comprarla «a tutti i costi», e la Danimarca, a cui appartiene e che non vuole venderla. Nella storia della Groenlandia, però, non è la prima volta che un leader americano prova ad acquistarla. A metter piede per prime in Groenlandia, circa 5-mila anni fa, furono popolazioni semi-nomadi di origine mongolica e siberiana, che lì vissero di caccia e pesca in piccoli insediamenti per un paio di millenni. La grande isola, sempre più fredda e deserta, dovette poi aspettare la fine del 900 per essere almeno in parte ripopolata. Furono i vichinghi norreni, un po’ pirati e un po’ esploratori, ad approdarvi guidati da Erik Thorvaldsson (940-1002) detto “Il Rosso”, esiliato dalla sua Norvegia e dall’Islanda. Il condottiero sbarcò in Groenlandia nel 982 e decise di farne la nuova casa della sua stirpe (suo figlio, Leif Erikson, partì proprio dalla Groenlandia alla scoperta, primo europeo, dell’America). Per attrarre nuovi coloni scandinavi la battezzò “Gronland”, in norreno “terra verde”, nonostante i boschi fossero limitati alle zone costiere. I vichinghi erano anche contadini e allevatori. Nei loro 4-5 insediamenti ripresero le loro abitudini, disboscando le ultime foreste secolari per costruire case e navi e per scaldarsi. Si portarono dietro capre, mucche e cavalli che brucavano la poca erba groenlandese. I nuovi venuti presero possesso dell’isola nonostante anche i discendenti degli antichi mongoli, gli inuit, fossero tornati. Nei secoli però la vita dei coloni peggiorò, perché i rapporti con gli indigeni divennero sempre più conflittuali e perché il ghiaccio continuò ad avanzare, mentre alberi ed erba non crescevano più. Inoltre, dal XM secolo i ghiacci tornarono ad avanzare, impedendo per lunghi periodi gli scambi con Islanda e Norvegia. Sempre più isolati e privi di risorse (non avevano imparato le tecniche di sopravvivenza degli Inuit), attorno al 1450, durante la Piccola glaciazione, i Vichinghi scomparvero dalla Groenlandia. Nessuna traccia di loro era rimasta quando il Regno di Danimarca-Norvegia, che nel 1721 rivendicò l'isola, inviò nuovi coloni per creare avamposti commerciali e soprattutto cristianizzare gli Inuit, che invece lì c'erano ancora. Cosa che continuò a fare la sola Danimarca dal 1815, quando dopo il Congresso di Vienna fu separata dalla Norvegia. La Groenlandia si avvicinò agli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale ma a fine conflitto tornò danese, nuovamente come colonia prima e poi, dal 1953, come provincia. I rapporti degli inuit con Copenaghen furono però spesso tesi e anche per questo più volte la Groenlandia s'è mossa per l’indipendenza, attraverso tre differenti referendum: nel 1979 ottenne l’autogoverno e nel 2008 l'autonomia amministrativa. Nel 2017, inoltre, ha iniziato la stesura della sua prima Costituzione, completata nel 2023. Un altro anno importante è stato il 2019, per l'elezione della nuova premier danese Mette Frederiksen, che ha riconosciuto alcuni soprusi del passato e poi perché Donald Trump durante il suo primo mandato (2017-2021) ha iniziato a manifestare, proprio come adesso, l'intenzione di acquistare l’isola. Altri presidenti americani in passato hanno provato a comprare la Groenlandia o comunque a controllarla. Il primo fu, nel 1867, Andrew Johnson. Seguendo la Dottrina Monroe (1823), Johnson riteneva che i territori vicini agli Stati Uniti dovessero essere controllati da Washington, non dall’Europa. Nel 1917 toccò quindi a Woodrow Wilson, per timore che la Danimarca e quindi la Groenlandia (vicina al Nord America) finissero nelle mani tedesche. Paura che si ripresentò nel 1941, quando l’avanzata di Hitler spinse la Groenlandia a firmare con gli Usa un trattato di difesa che prevedeva basi militari americane sull’isola. A guerra finita il presidente Harry Truman presentò un'offerta di cento milioni di dollari, pure quella rifiutata. Infine fu Dwight Eisenhower, nel 1955, a rivolgersi inutilmente al re danese Federico IX. Nella trappola del gioco d’azzardo (di Margherita Fronte, «Focus» n. 204/26) - Più della metà degli adolescenti gioca online e nei luoghi fisici. Un fenomeno poco noto, che per gli esperti è già un’emergenza - Il gioco d’azzardo travolge i più giovani ed è ormai un’emergenza globale, di cui però il mondo adulto ancora non si accorge. Forse perché giocare, in fondo, è ciò che si fa fin da bambini. E perché il confine fra i videogame (l’evoluzione “naturale” dei giocattoli) e il gioco d’azzardo è diventato invisibile, soprattutto online. Eppure, fra psicologi, psichiatri ed esperti di dipendenze, l'allarme sta montando e la massima che paragona l’azzardo al fumo di sigaretta - “gambling is the new tobacco” - sta diventando tristemente popolare. A febbraio oltre 300 esperti di 35 Paesi hanno pubblicato un appello sul Journal of Behavioral Addictions, riconoscendo il fenomeno come un «problema emergente di salute pubblica» e identificando 25 priorità che la ricerca dovrebbe darsi per contribuire ad arginarlo. Molte di queste riguardano proprio i giovani e gli adolescenti, «esposti a un rischio maggiore di sviluppare problemi legati al gioco d’azzardo (o gambling in gergo tecnico, ndr), probabilmente a causa della loro immaturità emotiva e cognitiva e della maggiore suscettibilità alle influenze dei coetanei e alla pubblicità», si legge nell’appello. Secondo l’ultimo sondaggio Espad (European School Survey Project on Alcohol and other Drugs), riferito al 2024, nei Paesi dell’area europea il 23% dei 15-16enni aveva giocato d’azzardo nei 2 mesi precedenti all’indagine, nonostante i divieti in vigore per i minorenni. E in Italia la situazione è ancora peggiore. A fotografare quanto accade nel nostro Paese è uno studio pubblicato su Lancet Public Health, coordinato dalla Scuola di Sanità Pubblica dell’Università di Pavia, in collaborazione con l’istituto Mario Negri di Milano e con il Cnr. La più ampia indagine sul fenomeno condotta in Italia, basata su quasi 12.000 questionari distribuiti nelle scuole nell’ambito del progetto Espad, indica che il 58,8% dei 15-19enni ha giocato d’azzardo nel corso della vita, e il 53% lo ha fatto nell’ultimo anno. Fra questi ultimi, il 20,4% ha avuto comportamenti di gioco problematici, o potenzialmente problematici. Si tratta di valori sorprendentemente alti e superiori rispetto a quelli riportati da indagini precedenti. Ma sono numeri in linea con quelli di un altro studio, condotto nel Lazio e nel Piemonte su 1.874 studenti di età compresa fra i 12 e i 14 anni, pubblicato su Epidemiologia&Prevenzione lo scorso agosto: il 55,7% di loro aveva giocato d’azzardo almeno una volta nei 12 mesi precedenti all’indagine e il 16% lo aveva fatto regolarmente negli ultimi 30 giorni. Il 7,2% aveva avuto un comportamento a rischio e il 3,4% un comportamento problematico, «caratterizzato da difficoltà nel riuscire a smettere, dall’aver avuto litigi con amici o familiari per via del gioco e aver fatto assenze ingiustificate a scuola per giocare», spiega lo studio. «Questi dati mostrano che il gambling è molto diffuso nella fascia d’età che la legge dovrebbe tutelare, e rendono conto di quanto vediamo nella clinica», commenta Stefano Vicari, professore ordinario all’Università Cattolica e responsabile di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell'Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma; «assistiamo infatti a un grande aumento di richieste d’aiuto, legate alle dipendenze in generale e anche al gioco d’azzardo». All’origine del fenomeno ci sono numerosi fattori, sia sociali sia psicologici; punti deboli che l'industria ha imparato a sfruttare, anche attraverso strumenti apparentemente innocui: i videogiochi. Non è un caso che molti studi epidemiologici analizzino contestualmente azzardo e videogame. E un’associazione molto chiara fra le due attività è emersa anche nell’indagine italiana di Lancet Public Health. Dai dati raccolti è infatti risultato che il 67,2% dei partecipanti aveva giocato ai videogame nell’ultimo anno, uno su tre spendendo soldi per ottenere oggetti, nuove caratteristiche, per passare di livello e così via. Sono soprattutto questi acquisti a preoccupare, perché, come spiega Giansanto Mosconi, ricercatore in igiene all’Università di Pavia e primo autore dello studio, «il gioco d’azzardo è particolarmente diffuso tra gli adolescenti che spendono denaro nei videogame online, specie nell’acquisto di loot box, forzieri virtuali che erogano ricompense casuali». Per cadere in trappola basta poco: 50 euro al mese spesi in acquisti interni al gioco, e soltanto 5 euro in loot box, sono sufficienti ad aumentare il rischio di incorrere in comportamenti d’azzardo problematici. «La nostra ipotesi è che i sistemi di monetizzazione dei videogiochi moderni siano progettati per fare leva sulle stesse vulnerabilità psicologiche sfruttate dal gambling, e che possano anche contribuire a una familiarizzazione con le sue dinamiche», prosegue Mosconi. «Per stabilire una relazione di causa-effetto fra le due attività occorrerebbero studi che seguono nel tempo i ragazzi, cosa che la nostra indagine non fa», aggiunge Silvano Gallus, anch’egli fra gli autori dell’articolo di Lancet Public Health, responsabile del Laboratorio di Ricerca sugli stili di vita dell’Istituto Mario Negri di Milano. «Certamente però ci sono zone grigie nel mondo dei videogame, in cui si insinuano le dinamiche del gioco d'azzardo». Peraltro, commenta il neuropsichiatra Stefano Vicari (che non è coinvolto nello studio), «il legame fra un certo tipo di videogiochi e l’azzardo è perfettamente plausibile dal punto di vista neurofisiologico. Infatti, l’attesa della ricompensa, insita nel meccanismo delle loot box siano già state messe ap bando in alcuni Paesi. Non in Italia però». «Vedo dei parallelismi incredibili fra l'industria del tabacco e quella del gioco d’azzardo», sottolinea Silvano Gallus, il cui principale ambito di ricerca è proprio quello delle sigarette, della loro diffusione e del relativo impatto sulla salute. «Il fenomeno delle loot box, per esempio, è del tutto simile a quello delle sigarette elettroniche, che sono un ponte verso quelle tradizionali». Ma somiglianze ancora più inquietanti si intravedono nelle dinamiche economiche e politiche che governano i due settori. «In entrambi gli interessi delle aziende intersecano quelli degli Stati, che ricevono i soldi della tassazione. L'Italia incassa dal gioco d’azzardo 11,6 miliardi di euro all’anno, e dal tabacco circa 15» continua Gallus. «Questo significa che, sebbene tutti riconoscano che queste attività siano dannose per la salute, non c’è una reale volontà di arginarle. Riguardo al gambling, poi, è palese che le leggi che lo vietano ai minorenni vengano facilmente aggirate. Accade soprattutto sulle piattaforme online, ma il nostro studio ha analizzato tutti i tipi di gioco, ed è risultato che anche nei luoghi fisici i divieti non sono sempre osservati. Poco efficaci sono poi i limiti alle pubblicità imposti dal “decreto dignità” del 2018: il gioco d’azzardo infatti continua a essere visibile nelle sponsorizzazioni sportive, anche televisive, all’interno di siti internet, e negli spot delle lotterie nazionali o dei gratta e vinci. Più in generale, l’ambiente culturale in cui viviamo ha normalizzato il gioco d’azzardo. Basti pensare alla tombola natalizia in famiglia o al programma Affari tuoi, il gioco “dei pacchi” in onda ogni giorno su Rai 1 in prima serata: è una trasmissione di grandissimo successo e che si basa sul meccanismo di scommessa e remunerazione tipico del gambling». «In Italia il gioco d’azzardo è facilmente accessibile e culturalmente accettato», conferma Mosconi. «Anche laddove esistono divieti formali, assistiamo spesso a forme di presenza indiretta — per esempio nel mondo sportivo o digitale — che di fatto ne mantengono alta la visibilità. Quando un comportamento è costantemente esposto nello spazio pubblico, tende a essere percepito come ordinario e innocuo». È proprio su questa normalizzazione che, secondo gli esperti, si dovrebbe intervenire per arginare il fenomeno. Ma aggiungere “gioca responsabilmente” al termine degli spot pubblicitari, non è la strada giusta. «Credo si debba superare la retorica del “gioco responsabile”, che tende a trasferire l’intero peso della prevenzione sul singolo, trasformando una fragilità in una colpa», dice Mosconi. «Occorre invece rafforzare i controlli sull’accesso dei minori al gioco d’azzardo e ridurne la visibilità commerciale, anche prevedendo divieti di pubblicità non aggirabili. Per quanto riguarda i videogame, non si tratta di demonizzare uno strumento che può avere anche un valore ricreativo e sociale. Occorre però intervenire in particolare sui sistemi di monetizzazione basati su meccanismi casuali che, oltre alla loro criticità intrinseca, hanno il potenziale di favorire la familiarizzazione con le dinamiche del gioco d'azzardo: tali meccanismi dovrebbero quantomeno essere vietati nei prodotti destinati ai minori. Una risposta normativa univoca a livello dell’Unione Europea renderebbe questo intervento più efficace, spingendo l'industria ad adattarsi e a sviluppare ambienti più sicuri per gli utenti». Fattori di rischio e campanelli d’allarme Proprio come per le droghe, certe caratteristiche personali e dell'ambiente in cui si vive possono aumentare il rischio di cadere nella trappola del gioco d'azzardo già da ragazzini. Spiega Stefano Vicari, neuropsichiatra dell'Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma: «I comportamenti problematici sono più comuni fra i maschi con temperamenti caratterizzati dall’impulsività e dal cosiddetto sensation seeking, un tratto che spinge alla ricerca di esperienze nuove e intense. Al contrario, è meno a rischio chi ha sviluppato un buon controllo ed è capace di riflettere sulle proprie emozioni: entrambe queste caratteristiche sono più frequenti fra le ragazze». Anche l’ambiente domestico ha un ruolo, perché la normalizzazione del gioco d’azzardo inizia spesso in casa, quando si gioca “tutti insieme” - con genitori, fratelli, sorelle e magari anche i nonni - oppure se il comportamento è tollerato. Più in generale, «gli adolescenti con un buon livello di benessere psicologico, che hanno relazioni familiari e amicali positive e la possibilità di dedicarsi ad attività costruttive sono meno inclini all’azzardo e più protetti dalle sue conseguenze negative», spiega Giansanto Mosconi, ricercatore in igiene all’Università di Pavia. Alcuni studi includono fra i fattori protettivi anche la comprensione delle regole statistico-matematiche che sono alla base dei giochi (chi le conosce sa che perdere è più probabile che vincere). Rispetto alla scuola, sono meno a rischio i ragazzi che la frequentano volentieri, mentre cali repentini del rendimento, uniti a un aumento della conflittualità con amici e genitori e a richieste di denaro sempre più pressanti, sono segnali da non sottovalutare. Se comandassero le donne… (di Elena Meli, «Focus» n. 402/26) - Il mondo sarebbe (forse) più pacifico, con più apertura al dialogo, alla famiglia e al welfare - Christine Lagarde guida la Banca Centrale Europea, Ursula von der Leyen la Commissione Europea. Giorgia Meloni è la nostra premier, la sua omologa danese Mette Frederiksen ha tenuto testa a Trump sulla Groenlandia. In Oriente, la prima ministra Sanae Takaichi ha stravinto le elezioni in Giappone: le donne al comando sono in timido aumento, ma con il ritmo attuale secondo le Nazioni Unite serviranno almeno altri 130 anni per arrivare alla parità di genere nelle posizioni di potere più elevate. E se invece il “soffitto di cristallo” si rompesse tutto a un tratto e domani ci svegliassimo in un mondo comandato soltanto dalle donne? A giudicare da vari studi, potremmo ritrovarci in un posto migliore. Innanzitutto più pacifico: una recente ricerca dell’Università di Birmingham (Uk), supportata dall’Institute of Peace statunitense, ha dimostrato che inserire donne nei processi per gli accordi di pace, in società che sono state coinvolte in conflitti, riduce fino al 37% la probabilità che si possa riaccendere una guerra. Del resto a ottobre 2000 fu lo stesso Consiglio di sicurezza dell'Onu ad approvare una risoluzione - la 1325 – in cui si sottolineava il ruolo delle donne nei negoziati di pace, nella risposta a emergenze umanitarie e nella ricostruzione dopo i conflitti, auspicandone un coinvolgimento maggiore. Le donne, stando ai ricercatori inglesi, ascoltano e coinvolgono di più le minoranze e sono più attente al dialogo: questo porta ad accordi più soddisfacenti per tutte le parti in causa e così a costruire una pace più duratura. Lo conferma Alessio Tesi, ricercatore in Psicologia sociale del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa; «Appartenere a una categoria che subisce discriminazioni può rendere più sensibili alla complessità dei bisogni di chi è coinvolto nei conflitti, ampliando la gamma di interessi presi in considerazione e favorendo una negoziazione più inclusiva e quindi efficace. Non significa certo auspicare che la discriminazione diventi una risorsa, semmai dovremmo valorizzare queste modalità di gestione del potere come un patrimonio condiviso a vantaggio della collettività». È quello che è accaduto per esempio in India, dove nei consigli locali guidati da donne il numero dei progetti per rendere l’acqua potabile è del 62% più alto rispetto a quello dei consigli con a capo uomini, o anche in Norvegia, dove una ricerca pubblicata sull’American Journal of Political Science ha dimostrato che nei municipi esiste una relazione causale diretta fra la presenza di un sindaco donna e la copertura finanziaria per gli asili e le scuole materne. Se poi nei parlamenti ci fossero soltanto donne, non si vedrebbero volare gli stracci come spesso accade: un documento dell’Inter-Parliamentary Union sottolinea che perfino nei consessi più combattivi le donne tendono a mettere in secondo piano le appartenenze ai partiti, lavorando di più e meglio con colleghe, che hanno una visione opposta della politica, su obiettivi comuni, che spesso riguardano temi come il welfare familiare, le pensioni, la violenza di genere, le leggi per le pari opportunità o le riforme elettorali. «Le donne sono state storicamente chiamate a interpretare certi ruoli, perciò forse in un mondo comandato al femminile l'agenda sarebbe più nutrita di temi connessi alla cura, al welfare, all’educazione», osserva Tesi. Ma se tutto il potere fosse al femminile, sarebbe realmente così illuminato? La primatologa Jane Goodall, intervistata dalla testata britannica Guardian al riguardo, rispose di non saperlo perché «il potere corrompe. In posizioni di grande potere ci sono state donne brutali, crudeli. Forse non vedremmo tante differenze se comandassero le donne». In passato in effetti non sono mancati esempi di efferatezza al femminile: la regina Maria I Tudor d’Inghilterra, nel ’500, perseguitò i protestanti mandandoli al rogo per restaurare il cattolicesimo, tanto da meritarsi l'appellativo di Sanguinaria; Isabella di Castiglia, oltre a finanziare il viaggio di Cristoforo Colombo, fu anche colei che istituì l'Inquisizione spagnola, giustificando decenni di persecuzioni e torture. Non sono esistite insomma solo sovrane come Elisabetta I d’Inghilterra o Maria Teresa d’Austria, che in epoche diverse si sono dimostrate capaci di esercitare il potere senza eccessi e anzi hanno portato allo splendore i loro rispettivi Paesi. Allora, forse, non esiste un potere al femminile? «Alcune ricerche hanno descritto differenze di genere nel modo di esercitare il potere: le donne usano strategie per valorizzare le relazioni, utilizzano il potere in modo più “soft” basandosi su cooperazione, riconoscimento dell’altro, negoziazione, mentre gli uomini fanno valere le gerarchie, hanno uno stile più direttivo e meno democratico», risponde Tesi. «Queste differenze però non valgono sempre, perché tutto dipende dalle condizioni in cui si esercita il potere e dal contesto: le regole più o meno esplicite che valgono nelle forze armate, per esempio, sono ben diverse da quelle di un’organizzazione non governativa. Inoltre, quando vediamo differenze tra uomini e donne nei modi in cui esprimono il potere, spesso stiamo guardando l’effetto delle aspettative sociali, non della biologia. Gli stereotipi di genere sono ancora molto radicati e fin dall’infanzia alle donne si chiede più attenzione alle relazioni, capacità di ascolto e di mediazione, agli uomini invece autorità e assertività. Le competenze sociali ed emotive sono dipinte come una qualità femminile, quelle tecniche un “dono” maschile. Aspettative e pressioni sociali sono così radicate che a volte le donne si conformano agli atteggiamenti in linea con gli stereotipi: una donna che devii dal ruolo e, per esempio, sia più autoritaria rischia di pagare un prezzo sociale e attirare giudizi più severi rispetto a un uomo, a parità di condizioni. Le differenze fra uomini e donne al potere quindi parlano meno del genere e più delle condizioni che hanno portato a esercitarlo». Di certo nulla, nella biologia o nella storia, indica che le donne non possano essere i capi, tant'è che sono esistite ed esistono tuttora società matriarcali dove la risposta alla domanda iniziale è nei fatti. Nella nostra società invece è più difficile capire che cosa accadrebbe. Forse nulla, come ha dichiarato al Guardian l’artista iraniana Marjane Satrapi, autrice del fumetto Persepolis: «Uomini e donne sono uguali. L’empatia, o il fatto di essere brave persone, non dipendono dal genere. Ci sono differenze nella forza fisica, ma per il resto chi ha le stesse esperienze e le stesse sensibilità diventa lo stesso tipo di persona, a prescindere che sia uomo o donna». La risposta potrebbe non arrivare neppure dal mondo fantastico e tutto rosa del film Barbie, scritto e diretto da Greta Gerwig. Il film, campione di incassi e vincitore di prestigiosi riconoscimenti, immagina provocatoriamente proprio una società in cui le donne ricoprono tutti i ruoli di rilievo e gli uomini giocano in spiaggia, limitandosi a essere accompagnatori accondiscendenti. «Anche nel film inizia però una lotta per la supremazia fra uomini e donne, con esiti esilaranti e grotteschi, in cui il conflitto è a somma zero, perché qualcuno vince e qualcuno perde», commenta Tesi. «È questo il punto: se l’interpretazione del potere resta competitiva il rischio di ritrovare le stesse regole del gioco, a prescindere dal genere di chi lo eserciti, è concreto. Più che chiedersi chi dovrebbe stare al potere o come fare per raggiungerlo, allora, dovremmo far sì che non sia concentrato fra pochi ma sia “nomade”, condiviso, partecipato e quindi davvero democratico». Là dove regna il gentil sesso Delle società matriarcali c’è traccia fin dal Paleolitico; a partire dall’Età del ferro, con l'arrivo degli Indoeuropei nel Medio Oriente e nel Mediterraneo, sono state pian piano però sostituite da realtà patriarcali e oggi sono rimaste solo piccole popolazioni dove la gerarchia è al femminile. In Europa il matriarcato è pressoché scomparso, ma in tutti gli altri continenti ci sono gruppi sociali dove comandano le donne, da varie tribù indigene in Nord e Sud America a diverse popolazioni del Pacifico e dell’Africa. In Asia ci sono alcune delle società matriarcali più note come la tribù Khasi, nel Nord dell’India, o i Mosuo del Sud-est della Cina. In entrambi i casi proprietà, ricchezze e cognome sono tramandati per via matrilineare e sono le donne a prendere le decisioni più importanti, in famiglia e nella comunità. Un'altra cifra comune è la libertà nelle relazioni, con le Khasi libere di scegliere il proprio partner, e di divorziare, e le Mosuo che praticano il “matrimonio itinerante”, in cui la coppia non esiste e le donne hanno incontri notturni con chi vogliono: possono diventare relazioni stabili, ma senza che si viva assieme. Ferrero Rocher: storia di un simbolo della golosità italiana (di Gennaro Mancini, Magazine.insia.info) - È una semplice pralina sferica ripiena che da poco più di quaranta anni conquista il palato dei golosi, rappresentando uno dei più famosi (e venduti) cioccolatini industriali italiani e la cui storia rivela anche alcune curiosità interessanti - Un incarto dorato immediatamente riconoscibile, su cui è attaccato un adesivo ovale con il nome scritto in oro su fondo bianco, e una base di carta marrone come quella delle praline artigianali sono solo la parte esterna e immediatamente visibile del Ferrero Rocher, perché ovviamente è l’interno a conquistare la gola: una pralina composta da una nocciola tostata intera al centro, immersa in un delizioso ripieno cremoso alla crema gianduia e protetta da un guscio croccante di sottile cialda di wafer ricoperto di cioccolato al latte con una delicata granella di nocciola tostata. Tutti abbiamo assaggiato almeno una volta questa delizia, voluta da Michele Ferrero (figlio di Pietro, fondatore della società nel 1946, rimasto alla guida fino al 1997, quando subentra la terza generazione) sul finire degli anni Settanta e commercializzato ufficialmente nel 1982, ma diventato in brevissimo tempo uno dei prodotti più famosi della multinazionale dolciaria piemontese in tutto il mondo. Sin dal packaging i Ferrero Rocher si presentano come i cioccolatini di lusso ma a portata di tutti, l’anello di congiunzione tra la produzione industriale e le creazioni artigianali: l’utilizzo dei toni dell’oro e il pirottino di carta plissettata di colore marrone (con un motivo geometrico color oro) sono chiari riferimenti appunto al lusso, e le campagne pubblicitarie hanno sicuramente rinsaldato questo concetto nella mente dei consumatori. I più grandicelli ricorderanno sicuramente gli spot pubblicitari del Ferrero Rocher degli anni Novanta, in cui una dama vestita di giallo canarino sedeva sul sedile posteriore di una limousine guidata dal solerte Ambrogio, a cui confessava di avvertire un “leggero languorino”. Il premuroso autista, consapevole dei gusti della signora, riusciva a soddisfare questa esigenza facendo comparire una piramide dorata di Ferrero Rocher, perfetti appunto per accontentare il languorino. L’abbinamento tra lusso e Ferrero Rocher non è forte però solo in Italia, perché questi cioccolatini sono diventati uno status symbol tra le comunità di immigrati, diventando il regalo ideale tra gli anni ’80 e ’90 come ricostruito da vari articoli. Eppure, nonostante questa apparenza così sfrontata, in realtà la forma e il nome dei Ferrero Rocher hanno un’origine molto più umile e simbolica: è stato infatti lo stesso Michele Ferrero a raccontare di aver trovato ispirazione nella Vergine Maria e, in particolare, nella sua apparizione a Lourdes alla futura Santa Bernadette. È nota infatti la forte devozione alla Beata Vergine dell’industriale piemontese, che si recava ogni anno in pellegrinaggio a Lourdes, ed è celebre il discorso che fece nel 1996, in occasione dei primi 50 anni dalla fondazione dell’azienda, in cui disse “dobbiamo il successo della Ferrero a Nostra Signora di Lourdes, senza di lei possiamo fare ben poco”. Sempre in quegli anni, poi, nei quindici stabilimenti Ferrero sparsi per il mondo era presente proprio una statuina della Madonna. E così, anche la forma dei Rocher ricorda e omaggia la grotta di Massabielle in cui nel 1858 la Madonna apparve per la prima volta a Bernadette Soubirous, e in particolare i pezzetti di nocciole che contrappuntano il guscio ricordano le caratteristiche protuberanze dell’antro naturale, che ha un ingresso sferico come quello della pralina. Inoltre, questo luogo religioso si chiama Roc De Massabielle in francese, da cui deriva appunto il nome Rocher, ulteriore segno dell’omaggio voluto da Michele Ferrero. Lusso e religione si fondono (anche se il simbolismo più immediato resta quello materiale) nella definizione dell’immaginario di questa pralina golosa, che si trova in vendita nella grande distribuzione in diversi formati: la classica scatola regalo che contiene oltre 20 pezzi, le tipiche confezioni trasparenti in plastica con 16 cioccolatini disposti su due strati, ma anche astucci in cellophane da tre o quattro pezzi – con forte utilizzo di packaging in materiale plastico trasparente, che rafforza l’immagine di “prodotto prezioso”, anche se sono disponibili anche design diversi fatti di materiali come cartoncino o plastica opaca colorata, commercializzate soprattutto in occasione di festività specifiche come il Natale. Negli ultimi anni, poi, l’azienda ha esteso la gamma di prodotti a marchio Ferrero Rocher: se il Grand Ferrero Rocher è semplicemente una pralina di dimensioni maggiori del normale (ma identica per gusto, forma e composizione) che contiene a sua volta altre praline (peso e contenuti sono variabili), sono da menzionare anche i più recenti gelati Ferrero Rocher e le tavolette che, pur mantenendo la coerenza del branding, propongono anche l’utilizzo di altri tipi di cioccolato, in particolare quello fondente e il bianco. Le volte in cui l’Italia non è andata ai Mondiali di calcio (Ilpost.it) - Nel 1930 perché erano lontani, nel 1958 perché perse contro l'Irlanda del Nord e poi altre volte - I Mondiali maschili di calcio esistono dal 1930. Su 22 edizioni disputate, l’Italia ne ha vinte quattro: una in meno del Brasile e tante quante la Germania. A differenza loro, però, l’Italia ha anche avuto edizioni in cui ai Mondiali nemmeno si è qualificata. E a partire dal 31 marzo, dopo la sconfitta ai rigori contro la Bosnia Erzegovina, le volte ammontano a quattro: il 1958, il 2018, il 2022 e – ehm – il 2026. I primi Mondiali, quelli del 1930, furono in Uruguay. Il torneo non prevedeva qualificazioni ma inviti e la FIFA, la Federazione del calcio mondiale che organizza il torneo, invitò tutte le squadre migliori. Dall’Europa andarono le nazionali di Belgio, Jugoslavia, Romania e Francia, quest’ultima solo perché il francese Jules Rimet era presidente della FIFA. Molte altre, pur invitate, preferirono starsene a casa. Tra queste ultime c’era l’Italia. C’entrava la lontananza della meta, ma anche il fatto che l’Uruguay era la migliore squadra al mondo, vincitrice dei tornei olimpici nel 1924 e nel 1928. L’idea di farsi in nave un lungo e complicato viaggio transoceanico per farsi sconfiggere non fu, per molti, granché intrigante. In più l’Uruguay non vedeva bene la Nazionale dell’Italia fascista, che aveva fatto giocare calciatori sudamericani con antenati italiani. L’assenza italiana nel 1930 fu insomma una scelta, peraltro seguita – nel 1934 e nel 1938 – da due Mondiali vinti. Nel dopoguerra cambiarono però molte cose: sempre più paesi si rafforzarono e l’Italia, che pure restava la squadra campione mondiale in carica, divenne meno forte. I Mondiali del 1950 furono poco più di un anno dopo l’incidente di Superga – che coinvolse il Grande Torino, squadra i cui giocatori formavano la gran parte dei titolari della Nazionale – e l’Italia uscì al primo turno: era peraltro nel girone con l’India, che si era qualificata ma poi si ritirò dal torneo. L’Italia uscì al primo turno anche nel 1954, terza nel girone a quattro dietro a Inghilterra e Svizzera. Nel 1958 ci furono i primi Mondiali a cui l’Italia non riuscì a qualificarsi. Per farlo avrebbe dovuto vincere un girone da tre squadre contro Portogallo e Irlanda del Nord. L’Italia arrivò seconda, e a passare fu proprio l’Irlanda del Nord, che dopo aver perso in trasferta si qualificò vincendo in casa la partita decisiva, giocata a Belfast nel gennaio del 1958. Si sarebbe dovuta giocare nel dicembre del 1957, ma era stata rinviata per l’assenza dell’arbitro. In un periodo di scarsità di talento la Nazionale aveva in squadra diversi “oriundi”, calciatori stranieri che avevano acquisito la nazionalità italiana grazie a lontani antenati o al tempo passato giocando in Italia. Tra loro c’era per esempio il 32enne Juan Alberto Schiaffino, che da giocatore dell’Uruguay nel 1950 era stato protagonista del Maracanazo, come è nota l’ultima partita di quei Mondiali, giocata in Brasile nello stadio Maracanã, in cui il suo Uruguay vinse 2-1 contro il Brasile. In Irlanda del Nord all’Italia sarebbe andato bene anche un pareggio. Un bene, per una squadra nota per il suo difensivismo. Andò male, però: il primo tempo finì 2-0 per i nordirlandesi e nel secondo l’Italia riuscì a fare un solo gol. Quel 2-1 divenne noto in Italia come “la disfatta” o “il disastro” di Belfast. Nel 2017 Gino Pivatelli, uno dei giocatori in campo, definì quella partita «una ferita mai rimarginata» e disse, partendo dall’arbitro: «Pesava un quintale e mezzo, era basso e pelato. Quelli menavano, non ci fischiò nulla. Gli irlandesi lo avevano istruito per bene prima, uno dei loro parlava la sua lingua. Ci massacrò, ma fu soprattutto colpa nostra». Seguirono anni buoni e meno buoni, ma mai pessimi. L’Italia andò sempre ai Mondiali: nel 1990 uscì in semifinale, nel 1994 perse la finale e nel 1982 e nel 2006 li vinse. Alla vittoria nel 2006 seguirono due deludenti uscite ai gironi e, nelle ultime due edizioni, altre due mancate qualificazioni, le prime due consecutive nella storia dell’Italia. Nelle qualificazioni per i Mondiali del 2018 l’Italia finì in un girone da sei squadre, tra le quali c’era la Spagna: una squadra forte, che nel precedente decennio aveva vinto i Mondiali e due volte di fila gli Europei. Allenata da Gian Piero Ventura, l’Italia pareggiò 1-1 (con gol di Daniele De Rossi) la partita in casa contro la Spagna, ma perse 3-0 quella in trasferta. Fu una sconfitta decisiva, visto che la Spagna – che vinse 9 partite su 10 – passò in quanto prima squadra del girone. All’Italia restarono gli spareggi: non li giocava da quasi vent’anni, da quando nel 1997 aveva battuto la Russia agli spareggi per i Mondiali del 1998, a cui arrivò con una squadra piena di forti giocatori in ogni ruolo. Agli spareggi del 2017 l’Italia arrivò male: con una squadra in difficoltà, con una difesa rodata e vincente (in porta c’era Gianluigi Buffon; in difesa Andrea Barzagli, Leonardo Bonucci e Giorgio Chiellini), ma con un attacco senza grandi talenti offensivi, e soprattutto circondata da un generale pessimismo. Già il fatto stesso di dover giocare gli spareggi fu percepito come un mezzo fallimento. Ma comunque quell’Italia era sotto molti punti di vista una squadra migliore rispetto all’avversaria: la Svezia. E invece finì 1-0 per gli svedesi in Svezia e 0-0 in Italia. In questa seconda partita, giocata a San Siro, l’Italia tenne palla per la gran parte del tempo (il possesso fu del 75 per cento, con 631 passaggi completati contro i 117 della Svezia) ma perlopiù in modo infruttifero. I tiri in porta furono pochi, le vere occasioni da gol piuttosto scarse. Si fece molto notare la reazione di De Rossi, centrocampista, alla possibilità di farlo entrare in campo a pochi minuti dalla fine, quando in panchina c’era per esempio il numero 10 Lorenzo Insigne, un giocatore più estroso e offensivo. Ventura, che negli anni ha sempre cercato di raccontare quanto secondo lui la colpa fu generale più che sua, ha detto di recente che non è vero che voleva far entrare De Rossi, e che quella fu «la più grande fake [news] degli ultimi 50 anni della storia della nazionale italiana», e che lui non chiese mai direttamente a De Rossi di entrare. Già nell’intervista dopo la partita, comunque, De Rossi aveva spiegato tutto in termini simili a quelli di Ventura. L’Italia fu quindi eliminata per la prima volta in questo secolo, la prima dopo il 1958, poco più di un decennio dopo averli vinti, i Mondiali. «Non ci saranno notti magiche inseguendo nessun gol, noi non saremo con voi né voi con noi, l’amore così grande sarà meglio riservarlo per altre cose», scrisse la Gazzetta dello Sport, parlando di «flop tecnico e tattico», «disastro annunciato» e «disfatta sportiva epocale». Ma gli esempi possibili, con toni perfino più drastici e drammatici, sarebbero tantissimi. L’Italia non era abituata a non andare ai Mondiali. Era l’eccezione, e a suo modo fu un evento sportivamente traumatico. E invece l’Italia mancò la qualificazione anche quattro anni dopo, nonostante nel frattempo avesse vinto gli Europei. In questo caso a precederla nel girone (e a qualificarsi quindi direttamente) fu la Svizzera, e l’Italia finì a giocarsi lo spareggio contro la Macedonia del Nord. Vincendolo sarebbe passata allo spareggio finale contro il Portogallo di Cristiano Ronaldo. Ma uscì prima, sconfitta 1-0 dall’assai più debole Macedonia del Nord. Quella Nazionale, allenata da Roberto Mancini, uscì dopo essere arrivata seconda dietro alla Svizzera per due soli punti, perdendo tre partite in quattro anni. L’Italia non andò ai Mondiali da sesta squadra nel ranking mondiale. Oltre che – di nuovo – di disastro sportivo si parlò anche di beffa, di tante piccole cose che andarono storte, quando ne sarebbe bastata solo una giusta perché l’Italia riuscisse ad andare a quei Mondiali, giocati a dicembre in Qatar. Soprattutto, si fecero notare – e ancora oggi ricordare – i due rigori sbagliati da Jorginho, centrocampista fondamentale per il gioco dell’Italia di Mancini, determinante agli Europei del 2021. Jorginho sbagliò entrambe le volte contro la Svizzera. Se avesse segnato il secondo, calciato sull’1-1 a pochi minuti dalla fine, l’Italia avrebbe avuto grandi possibilità di andare direttamente ai Mondiali. Peraltro, proprio nell’ultima giornata di quel girone giocò a Belfast contro l’Irlanda del Nord, in una partita finita 0-0, con l’Italia ormai quasi certa di non riuscire a superare la Svizzera. Per la partita contro la Macedonia del Nord – una partita secca, senza andata e ritorno, giocata a Palermo e decisa da un gol nei minuti di recupero del secondo tempo – si parlò di occasioni sprecate, più che di occasioni non create, di un «assedio tanto generoso quanto inutile, improbabile, impreciso». In effetti l’Italia tirò verso la porta 32 volte e la Macedonia fece il suo gol, bello e fortunato, nell’unica vera occasione per farlo. Fu insomma una sconfitta difficile da pronosticare, diversa da quella contro la Svezia. In questo 2026 gli spareggi erano pure iniziati bene. Nel primo turno l’Italia aveva battuto 2-0 l’Irlanda del Nord e anche contro la Bosnia Erzegovina era partita con grandi speranze: nel primo tempo dopo un quarto d’ora aveva segnato l’1-0 con Moise Kean, il suo attaccante più in forma. Poi il difensore italiano Alessandro Bastoni è stato espulso per un fallo giudicato “da ultimo uomo”, quando nessun altro può intervenire e che interrompe una chiara occasione da gol. La partita si è messa male: l’Italia, che già era sembrata voler subito difendere il vantaggio, è uscita raramente dalla sua metà campo e la Bosnia Erzegovina ha iniziato ad attaccare con grande continuità. Dopo quello che i telecronisti hanno definito più volte “un assedio”, e dopo qualche occasione sprecata dall’Italia in contropiede, al 79esimo minuto Haris Tabakovic ha segnato l’1-1. I tempi supplementari sono stati un po’ caotici, con poche occasioni per entrambe le squadre. Ai rigori ha vinto la Bosnia, per via di due errori dell’Italia: uno di Pio Esposito, giovane attaccante dell’Inter, che ha tirato troppo forte e fuori dalla porta; e uno di Bryan Cristante, esperto centrocampista della Roma, che ha preso la traversa. Prince è ancora ovunque (Ilpost.it) - Una delle popstar più amate di sempre morì dieci anni fa, ma la sua influenza si sente ancora in tantissimi dischi - Quando è uscito il suo Baby, uno dei dischi più citati nelle classifiche di fine anno dalle riviste di musica nel 2025, il cantante R&B statunitense Dijon ha citato Prince come suo idolo in praticamente tutte le interviste, e sentendo l’album si capisce facilmente perché. A Prince si ispirava poi fin dal titolo The Passionate Ones del produttore di Baltimora Nourished By Time, un altro disco tra i più apprezzati dalla critica specializzata l’anno scorso: richiama The Beautiful Ones, una canzone dell’album Purple Rain dedicata da Prince alla sua fidanzata Vanity. E da sempre è paragonato a Prince anche Blood Orange, musicista britannico il cui Essex Honey è stato il disco dell’anno appena passato secondo molta critica. Il 2025 è stato insomma un anno ricco di dischi che ricordavano Prince da molti punti di vista, ma non è stata davvero un’anomalia, e nemmeno una novità. Pochi musicisti hanno avuto e hanno tuttora un’influenza come la sua sulla musica contemporanea, dal pop all’R&B all’hip hop, ed è così da decenni. Commentando la sua eredità il giorno dopo la sua morte, dieci anni fa, il giornalista del Guardian Lanre Bakare scrisse per esempio che Discovery, il disco più famoso dei Daft Punk, uscito nel 2001, «è talmente ricco di riferimenti al Prince di Dirty Mind da far venire il torcicollo». Il 21 aprile 2016 Prince morì per un’overdose accidentale di fentanyl, un potente antidolorifico oppioide sintetico, che stava assumendo per alleviare un dolore cronico all’anca: aveva 57 anni. Fu trovato privo di sensi in un ascensore del Paisley Park di Chanhassen, in Minnesota, l’enorme complesso residenziale che ospitava i suoi studi di registrazione, la sua etichetta discografica e la casa in cui viveva. Qualche mese prima era uscito HITnRUN Phase Two, il suo trentanovesimo album in studio. Nei dieci anni passati da allora, per certi versi la presenza di Prince nella musica è perfino più evidente, e non solo nella black music. La quantità di cantanti e band che dopo la sua morte lo hanno citato come un’influenza fondamentale, spesso parlandone con toni vicini alla venerazione, è impressionante: Beyoncé, Justin Timberlake, Bruno Mars, Rihanna, Alicia Keys, Usher, Janelle Monáe, The Weeknd, Lorde, Marilyn Manson, Bono degli U2 e Dua Lipa, solo per citare i più famosi. Uno dei suoi più grandi fan era il cantante R&B statunitense D’Angelo, morto lo scorso ottobre. D’Angelo raccontò in più occasioni di aver preso in prestito da Prince praticamente tutto, dallo stile vocale incentrato su un falsetto molto espressivo e intenso all’abitudine di combinare l’R&B degli anni Settanta con elementi tipici dell’hip hop. Ma è un noto estimatore anche il musicista statunitense Beck, che nonostante faccia un genere completamente diverso, più vicino al rock classico e alternativo tipicamente bianco, ha citato l’eclettismo di Prince come un’ispirazione essenziale per la sua musica, e lo omaggia spesso e volentieri durante i concerti. La musica di Prince è ancora così attuale perché, a partire dalla metà degli anni Settanta, perfezionò un approccio che prima di lui avevano già sperimentato musicisti come Sly Stone e George Clinton, ma che fino a quel momento non era mai stato così popolare e diffuso. E cioè prendere diversi stili musicali nati all’interno della comunità afroamericana (soul, funk, R&B, disco, jazz) e fonderli ai generi che andavano per la maggiore in quel decennio (la new wave e il synth pop), ottenendo una sintesi molto efficace. Prince chiamava la sua musica “Minneapolis Sound”, dal nome della città da cui proveniva. E la rese molto riconoscibile grazie a una serie di accorgimenti di stile: un suono di chitarra elettrica processato che includeva assoli molto espressivi e solenni in mezzo alle canzoni, l’impiego dei sintetizzatori per simulare le sezioni di fiati e l’utilizzo delle drum machine nella costruzione del ritmo, per esempio. Prince ottenne un grande successo grazie a queste intuizioni soprattutto agli inizi degli anni Ottanta, quando mise in fila tre dischi riuscitissimi: Dirty Mind (1980), Controversy (1981) e 1999 (1982). La sua fama aumentò ulteriormente nel 1984 con la pubblicazione di Purple Rain. Il singolo che dà il titolo al disco fu uno dei più famosi di quel decennio, e negli ultimi quarant’anni è stato oggetto di numerose reinterpretazioni, tra cui quelle di Eric Clapton, Etta James e Bruce Springsteen. Due anni dopo uscì Parade, che ottenne un successo paragonabile a quello di Purple Rain. Fu trainato da “Kiss”, una canzone che conteneva tutti gli elementi distintivi dell’approccio di Prince al pop: un falsetto memorabile, un grande groove e un giro d’accordi funky e percussivo che fa venire voglia di ballare. In quegli anni l’immagine mondiale di Prince fu promossa come quella di una sorta di avversario più “cattivo” e rock di Michael Jackson, con cui si contese il titolo di principale star maschile del periodo. Prince interpretava il ruolo della popstar in un modo totalmente diverso, a partire dal fatto che oltre a un cantante e un performer era un musicista, dotato peraltro di un talento fuori dal comune come chitarrista ritmico e solista, spesso poco considerato. Uno dei suoi video oggi più famosi e amati è quello dell’assolo che suonò durante una cover di “While My Guitar Gently Weeps” dei Beatles alla Rock & Roll Hall of Fame di Cleveland. I primi a rimanerne impressionati, a giudicare dalle facce, furono Tom Petty, Jeff Lynne e Dhani Harrison che suonavano con lui. Ma al di là degli sfoggi di virtuosismo, Prince dal vivo fu qualcosa di formidabile per come costruiva le esibizioni e la sua immagine, sexy e irresistibile. Nei suoi concerti apparivano spesso auto, coristi, ballerini, molte luci e drammatizzazioni sensuali talvolta scandalose. E il suo aspetto così volutamente vistoso (tacchi alti, camicie annodate in vita, colori vivaci e un trucco sempre molto ostentato) cominciò a essere considerato il simbolo di una mascolinità diversa, più moderna, provocatoria, edonista e libertina. Il “Minneapolis Sound” ha molti punti in comune con i generi musicali che si sarebbero affermati nei decenni successivi e che sono tra i più ascoltati ancora oggi, come per esempio il contemporary R&B e l’hip hop. Dopo la sua morte il giornalista di Vice Jeff Weiss scrisse che, verso la fine degli anni Novanta, nel rap statunitense Prince diventò «un archetipo alternativamente seguito e ignorato, idolatrato e rifiutato», e «paragonare qualcuno a Prince poteva essere a seconda dei casi un complimento o un insulto». I rapper della vecchia scuola come Afrika Bambaataa e Dj Kool Herc campionavano le sue canzoni e lo citavano come una specie di idolo, mentre quelli che si dedicavano a generi più duri, come per esempio il gangsta rap, lo consideravano una iattura e provavano a negare la sua importanza per lo sviluppo del genere, anche perché infastiditi dalla sua estetica androgina. Alla fine però non ci riuscivano. «Potremmo stare qui tutto il giorno se iniziassimo a elencare gli artisti hip hop che hanno campionato una canzone di Prince», scrisse Weiss, che citò tra gli altri Bizzy Bone, De La Soul, LL Cool J, Mac Mall, Lil Troy e Kanye West. Poco prima della sua morte, il rapper Future pubblicò un mixtape dedicato a Prince fin dal titolo: Purple Reign, storpiatura del nome della sua canzone più famosa. Prince spostò molte asticelle anche nel rapporto tra musicisti e case discografiche. Agli inizi dei Novanta cominciò a esigere libertà sempre maggiori nei confronti di Warner Bros., la sua etichetta, che era proprietaria sia del marchio “Prince” sia dei master (le registrazioni originali) di tutti i suoi album. Per svincolarsi dovette cambiare nome d’arte diverse volte: da TAFKAP (The Artist Formerly Known as Prince) a The Artist, fino a un segno impronunciabile che i fan cominciarono a chiamare “love symbol”. E fondò una sua etichetta, la Paisley Park Records, per controllare la distribuzione e i diritti sulla sua musica in modo molto più diretto. Negli anni questo modello fu replicato anche da altri musicisti: per esempio, quando pubblicarono il primo disco, Guy-Manuel de Homem-Christo e Thomas Bangalter dei Daft Punk trovarono un accordo simile con la Virgin Records. Dopo i litigi con Warner Bros., Prince continuò a pubblicare molti dischi che non ebbero più il successo di prima, nonostante la sua musica avesse ancora molti spunti originali e interessanti. Ogni sua nuova uscita era comunque seguita con una certa attenzione dalla critica. Negli anni Duemila Prince si inventò anche modalità di distribuzione alternative per i suoi dischi. Alcuni furono pubblicati in collaborazione con i tabloid britannici: Planet Earth del 2007 uscì come allegato al Mail on Sunday, mentre 20Ten del 2010 fu distribuito gratuitamente con il Daily Mirror e il Daily Record. Prima della morte, Prince fu anche uno dei primi e più accesi contestatori del modello di business della piattaforma di streaming Spotify, oggi estesamente criticato tra musicisti e addetti ai lavori per i bassi compensi che garantisce agli artisti. Nell’estate del 2015 rimosse tutta la sua musica dalla piattaforma e spostò il suo catalogo su Tidal, il servizio di streaming di cui è azionista anche il rapper Jay-Z.