Giugno 2026 n. 6 Anno LVI MINIMONDO Periodico mensile per i giovani Direzione redazione amministrazione e stampa Fondazione Biblioteca Italiana per Ciechi «Regina Margherita» ETS via G. Ferrari, 5/a 20900 Monza Casella postale 285 tel. 03/ì28.32.71 e-mail: bic@bibciechi.it web: www.bibliotecaciechi.it Registrazione 25-11-1971 n. 202 Dir. resp. Pietro Piscitelli Comitato di redazione: Pietro Piscitelli Massimiliano Cattani Luigia Ricciardone Copia in omaggio Rivista realizzata anche grazie al contributo annuale della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero della Cultura. Indice 2 Giugno 1946: la nascita della Repubblica italiana È giusto lasciare che i bambini si annoino d’estate? La carica degli irritabili Sandokan: la tigre ruggisce ancora La porchetta: una prelibatezza che tutto il mondo ci invidia Ventotene: luogo di esiliati, figlie di imperatori e grandi opere Da Saranno Famosi ad Amici: la storia e i successi del talent show più seguito d’Italia 2 Giugno 1946: la nascita della Repubblica italiana (gianophaps.it) - La storia e il significato di una data cruciale per il nostro Paese - Il 2 giugno 1946 rappresenta una data spartiacque nella storia contemporanea italiana. In quella giornata, gli italiani furono chiamati alle urne per decidere, mediante referendum istituzionale, la forma di governo da adottare dopo la caduta del regime fascista e la fine della monarchia sabauda. Per la prima volta nella storia del paese, il suffragio universale fu esteso anche alle donne, segnando un momento di svolta sia politica che sociale. L’Italia usciva dalla Seconda guerra mondiale profondamente lacerata, sia dal punto di vista materiale che morale. Il ventennio fascista, culminato nella guerra e nell’alleanza con la Germania nazista, aveva lasciato un paese distrutto e diviso. Con la caduta del fascismo nel 1943 e l’armistizio dell’8 settembre, si era aperta una fase di transizione politica complessa, in cui la monarchia, rappresentata da Vittorio Emanuele III e poi dal figlio Umberto II, tentava di preservare un ruolo istituzionale, mentre le forze repubblicane guadagnavano consenso popolare. Il referendum istituzionale venne indetto dal governo provvisorio presieduto da Alcide De Gasperi, con l’approvazione dell’Assemblea Costituente. La consultazione si svolse il 2 e 3 giugno 1946, e fu accompagnata dall’elezione dei 556 membri dell’Assemblea che avrebbe avuto il compito di redigere la nuova Costituzione. Il risultato fu netto, seppur non schiacciante: la Repubblica ottenne 12.717.923 voti (54,3%), mentre la Monarchia ne ottenne 10.719.284 (45,7%). L’Italia scelse quindi la forma repubblicana, e il re Umberto II fu costretto all’esilio pochi giorni dopo. Il dato fu particolarmente significativo anche per l’affluenza: circa l’89% degli aventi diritto partecipò al voto, e per la prima volta oltre 13 milioni di donne esercitarono il diritto di voto attivo. Le differenze geografiche furono marcate: mentre il Nord votò in prevalenza per la Repubblica, il Sud rimase più legato alla Monarchia. Il 18 giugno 1946, la Corte di Cassazione proclamò ufficialmente i risultati del referendum, e il 1° luglio l’Assemblea Costituente elesse Enrico De Nicola come Capo provvisorio dello Stato. Si aprì così una nuova fase nella storia italiana, che avrebbe condotto, due anni più tardi, all’entrata in vigore della Costituzione repubblicana il 1° gennaio 1948. Il 2 giugno è oggi celebrato come la Festa della Repubblica, una delle principali ricorrenze civili italiane, commemorata con eventi ufficiali, parate e cerimonie istituzionali. Il 2 giugno 1946 non rappresenta solo la fine formale della monarchia in Italia, ma simboleggia la volontà popolare di costruire una democrazia moderna e pluralista. La partecipazione femminile al voto è altresì un elemento di grande rilevanza: fu un passaggio epocale verso la parità dei diritti civili e politici tra uomini e donne. Dal punto di vista istituzionale, la Repubblica italiana nasce dunque non per effetto di una rivoluzione violenta, ma come esito di un processo democratico, seppur non privo di tensioni. È in questo contesto che va letto anche il dibattito contemporaneo sul valore e sull’attualità della forma repubblicana, nonché sulla necessità di ricordare il 2 giugno non solo come celebrazione simbolica, ma come momento di riflessione sulla qualità della nostra democrazia. Il 2 giugno 1946 segna l’inizio della storia repubblicana dell’Italia, un passaggio cruciale che unisce valori storici, politici e sociali. Ricordare questa data, in un’epoca di crescente disaffezione politica, è un esercizio di memoria civile fondamentale per comprendere le radici dell’Italia contemporanea e le sfide ancora aperte nel percorso democratico del paese. È giusto lasciare che i bambini si annoino d’estate? (Ilpost.it) - È un approccio che si sta diffondendo tra i genitori che possono permetterselo, e ha un suo senso educativo a certe condizioni - Per moltissimi bambini e bambine la fine della scuola non coincide con l’inizio delle vacanze: è l’inizio di un periodo di altre cose da fare. Tra i genitori che lavorano e che non possono o non vogliono mandare i figli al mare o in montagna, dai nonni o da altri parenti, di solito a quel punto dell’anno è già cominciata da mesi una ricerca spesso frenetica di attività extrascolastiche per tenerli impegnati. Ma c’è anche chi, potendo, considera una valida alternativa lasciare che i figli non facciano proprio niente, per tutta o per una parte dell’estate: niente campi estivi, niente attività più o meno strutturate e supervisionate. Negli Stati Uniti è una tendenza recente che ha preso il nome di kids rotting (letteralmente “ragazzi che marciscono”), o wild summer (“estate selvaggia”). È il rifiuto dei genitori di organizzare maniacalmente le vacanze dei loro figli preadolescenti, con l’intenzione di lasciarli oziare e annoiarsi, in casa o all’aperto, possibilmente non davanti a uno schermo. È una scelta frequente anche in altri paesi, che soddisfa bisogni eterogenei, incluso quello di risparmiare costi di attività estive che non tutte le famiglie possono permettersi. Il problema di cosa far fare ai figli in estate è a maggior ragione molto condiviso in Italia, che è il paese con le vacanze scolastiche più lunghe d’Europa: tra le 11 e le 14 settimane. Secondo un recente rapporto dell’istituto EU.R.E.S. e dell’associazione Adoc su circa 200 campi estivi in otto città italiane, una settimana a tempo pieno in un campo estivo costa mediamente 173 euro (ma si può arrivare anche a molto di più con campi privati e in città costose come Milano). In pratica, escludendo un mese di ferie dei genitori (e non è neanche detto che ce l’abbiano), per otto settimane una famiglia italiana deve spendere mediamente 1.384 euro a figlio o figlia. Per molti genitori lasciare i figli sfaccendati d’estate non è quindi una scelta, ma una necessità. Allo stesso tempo il kids rotting non è davvero un’opzione per tutte le famiglie, ma solo per quelle in cui c’è almeno un genitore che non lavora o che lavora da casa, o ci sono nonni o babysitter a cui lasciare i bambini in orario lavorativo. A prescindere dalle disponibilità economiche familiari, il kids rotting si è però affermato ultimamente come una scelta ragionata e convinta. Nel contesto statunitense è stato descritto come il tentativo di sottrarsi a una «moderna cultura parentale ultracompetitiva» da parte di genitori esausti di fare a gara a quale bambino o bambina della classe trascorrerà in modo più stimolante la pausa estiva. Secondo Arianna Giorgia Bonazzi, giornalista e scrittrice di libri per bambini, che si è occupata di kids rotting su Rivista Studio, questo è un discorso che vale in parte anche in Italia e che riflette cambiamenti più ampi nella società. «Oggi parliamo meno che in passato di cosa faranno i nostri figli da grandi, e c’è molta più insicurezza riguardo all’idea che investire nella formazione dei ragazzi assicuri loro una posizione migliore nella società», dice Bonazzi. C’è più sfiducia e indolenza, in generale, verso «una certa forma capitalista di organizzare il tempo dei ragazzi e di renderli performanti». A rendere attraente il rifiuto di programmare attività estive per i bambini contribuisce anche la convinzione molto diffusa che la noia sia formativa, e che per i bambini e le bambine sia diventato più difficile farne esperienza proprio perché rispetto al passato hanno poco tempo libero e troppi impegni scolastici ed extrascolastici. È una convinzione almeno in parte alimentata dalla tendenza a considerare migliori di quelle attuali le esperienze infantili e adolescenziali “di una volta”, fatte di giochi all’aperto e anche di lunghi pomeriggi oziosi in casa, senza smartphone né tablet. Trascorrere parte dell’estate senza un’occupazione rigidamente programmata dagli adulti può in effetti offrire ad alcuni bambini opportunità preziose di sviluppare capacità organizzative autonome, spiega Francesco Sulla, ricercatore in psicologia dello sviluppo e dell’educazione all’Università di Foggia, e autore di studi sulle classi di scuola primaria. Per esempio, i bambini che hanno la fortuna di alternare il tempo da soli con quello con cugini, fratelli o altri bambini del vicinato, di poco più grandi o più piccoli, possono beneficiare del loro sostegno nei processi dell’apprendimento (un concetto noto in psicologia come scaffolding, “impalcatura”). I bambini che stanno invece soltanto con i nonni, che pure offrono un sostegno spesso fondamentale per il nucleo familiare, «possono qualche volta soffrire un po’ di povertà educativa». Non è detto però che i genitori che scelgono con convinzione di non iscrivere i figli ai campi estivi o ad altre attività programmate siano poi nella condizione di permettere comunque ai figli di frequentare diversamente altri bambini. Averli a zonzo per casa pone inoltre la questione di come relazionarsi a loro: «la letteratura mette in guardia dall’equivoco di ridurre tutto a una semplice questione di “lasciarli fare”», aggiunge Sulla. Le possibili strategie genitoriali in questi casi sono due, spesso confuse: o un «controllo parentale», che include divieti rigidi e una supervisione intrusiva; o un «monitoraggio parentale», che si fonda sulla fiducia reciproca e sul dialogo. Molti studi collegano al secondo approccio, non al primo, i risultati migliori per i bambini una volta adulti: minore uso di sostanze, meno comportamenti antisociali e migliore autoregolazione delle emozioni. Solo con questo approccio il kids rotting può avere senso, perché «è proprio in quelle zone di libertà vigilata che bambine e bambini imparano a fare scelte autonome senza sentirsi abbandonati», dice Sulla. Un discorso simile vale anche per il tempo di utilizzo di smartphone e tablet, che di fatto rischia di aumentare se i bambini vengono lasciati molto tempo in casa a non fare niente. Il neologismo stesso kids rotting ne richiama un altro già diffuso da alcuni anni e associato a un certo utilizzo dei dispositivi: brain rot, usato per descrivere un particolare effetto negativo di internet. «Limitare i dispositivi in alcune fasce orarie può avere senso, ma solo in combinazione con alternative realmente accessibili come spazi di quartiere, giochi all’aperto e materiali con cui sperimentare, altrimenti la noia rischia di trasformarsi in mera deprivazione», dice Sulla. Sul piano psicologico, la noia è uno stato emozionale che spinge a cercare stimoli più soddisfacenti: non è detto che sia incompatibile con i dispositivi elettronici. La questione non è tanto la presenza o l’assenza dello schermo, ma se l’esperienza è passiva e ripetitiva oppure interattiva e coinvolgente. Alcune ricerche, per esempio, mostrano che i media educativi sono più utili per i bambini quando sono interattivi. E questo può rendere in determinate circostanze un iPad una scelta migliore della TV, di gran lunga il media più presente nelle estati degli anni Ottanta e Novanta a cui molti genitori seguaci del kids rotting fanno spesso riferimento considerandole un buon modello. Non è chiaro però se i social media – cioè l’utilizzo prevalente dei dispositivi, in molti casi – siano peggio o meglio della TV di una volta. Di certo è molto diffusa l’impressione che siano peggio, ma bandire i dispositivi non è né realistico, né necessariamente benefico. «Invocare un’estate totalmente priva di impegni formali e insieme “device?free” suona, più che una proposta pedagogica, come un nostalgico ritorno a un passato pre?Internet», dice Sulla. Vietare l’uso di tablet e smartphone rischia di provocare conflitti familiari legati al fatto che «si tende a vietare senza offrire né alternative né gli strumenti per affrontare la privazione». Molti studi considerano preferibili soluzioni intermedie: «finestre di “digiuno digitale” co-progettate con i bambini, spazi di quartiere sorvegliati ma poco direttivi, e programmi pubblici a costi accessibili che riducano il divario socio-economico». La carica degli irritabili (di Elena Meli, «Focus» n. 403/26) - Oggi sembra che siamo tutti più collerici. Da che cosa dipende e che cosa possiamo fare? - Al presidente degli Stati Uniti Donald Trump salta subito la mosca al naso e non si fa scrupolo di nasconderlo: dagli insulti alla giornalista del New York Times Katie Rogers, rea di aver posto una domanda scomoda, alla stizza manifestata più volte per il mancato premio Nobel per la pace, il tycoon sembra un buon esempio della “sindrome del maschio irritabile”, che pare possa colpire gli uomini non più giovanissimi. A ben guardare, forse non solo loro: donne e uomini di ogni età oggi sembrano avere sempre più spesso i nervi a fior di pelle. Ma perché siamo tutti più irritabili? Innanzitutto, l’irritazione può essere una risposta normale a quel che accade: dell’insofferenza, del malumore che ci invade quando qualcosa non è come vorremmo non ci si deve preoccupare, se poi passa e non va oltre, trasformandosi in vera e propria rabbia. L’irritabilità peraltro è inscritta nel nostro comportamento anche perché potrebbe essere stata utile nel corso dell’evoluzione: secondo la neuroscienziata Wan-Ling Tseng dell’Università di Yale (Usa), che ha dimostrato come pure i topi diventino irascibili se sono frustrati, aiuta gli animali a ottenere quello che vogliono e di cui hanno bisogno. «L’irritabilità è uno dei poli possibili delle alterazioni dell’umore», spiega Antonio Vita, presidente della Società Italiana di Psichiatria. «Quando la pressione esterna supera le capacità di adattamento e risposta, proviamo fastidio e ci irritiamo: è perciò anche un modo per prendere le distanze da una situazione che sta provocando stress. L’irritabilità però può diventare una costante, se ci si sente sempre “al limite” e si sbotta per un nonnulla: quando interferisce in maniera negativa con le relazioni sociali o diventa una fonte di sofferenza e disagio, significa che si è andati oltre e l’irritabilità, pur non essendo di per sé una malattia, è diventata un sintomo rilevante di cui chiedersi l'origine». In alcuni casi si può essere più insofferenti verso il mondo per fattori concreti come le oscillazioni ormonali oppure la mancanza di sonno, la fame, una malattia che infastidisce: sono motivi che spesso per esempio spiegano l’irritabilità dei neonati e dei bambini piccoli, che per un’otite o un mal di pancia possono diventare intrattabili. Lo stesso può succedere quando si segue un percorso per uscire da una dipendenza, per esempio se si sta cercando di smettere di fumare, e con alcune terapie, perché esistono farmaci che hanno proprio un’accentuazione del nervosismo e dell’irritabilità fra gli effetti collaterali: il cortisone, per esempio, può alterare l'umore e lo stesso può accadere con l’antimalarico idrossiclorochina o con l’uso eccessivo di steroidi anabolizzanti. Negli adolescenti è bene drizzare le antenne, invece, perché se da un lato essere più suscettibili è normale per via delle oscillazioni ormonali e dei processi di maturazione cerebrale in corso, che non consentono un controllo ideale dell’impulsività e delle emozioni, dall’altro un teenager sempre irascibile e inquieto potrebbe nascondere qualche problema. È vero nei giovani, ma anche negli adulti o negli anziani: secondo il DSM-5, il manuale dei disturbi mentali, l’irritabilità è un sintomo associato ad almeno 15 condizioni cliniche. «Esempi sono la depressione e l’ansia», conferma Vita. «In chi ha disturbi con iperattività e ipereccitazione (come l’Adhd, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività, oppure la depressione bipolare, ndr), la sensazione che gli altri non stiano al proprio passo può provocare una grossa insofferenza. L’uso di sostanze stupefacenti può predisporre all’irritabilità e scatenarla, perché aumenta l’incapacità di gestire gli impulsi e la disinibizione nei comportamenti; negli anziani un’insofferenza generalizzata non è affatto rara e può dipendere dalla difficoltà a convivere con le proprie malattie, non compensata da terapie e dal supporto sociale. L’irritabilità è poi il sintomo tipico del disturbo borderline di personalità e quando è associata a una forte impulsività può indicare la presenza di un disturbo esplosivo intermittente: queste persone non riescono a controllare la propria reattività, diventano aggressive per un nonnulla e hanno vere e proprie “esplosioni” con manifestazioni di rabbia verbali o fisiche che possono avere conseguenze molto negative sulle relazioni sociali o addirittura diventare pericolose per chi è vicino». Sono i casi che talvolta approdano anche in cronaca, ma la sensazione è che il mondo sia sempre più popolato da persone sull’orlo di una crisi di nervi. Forse non è solo un'impressione, a giudicare da un’ampia indagine del Dipartimento di psichiatria dell’Università di Harvard (Usa), che indagando il fenomeno in quasi 48mila statunitensi ha scoperto come in media il livello di irritabilità generale sia abbastanza elevato (circa 14, in una scala che arriva al 30 di chi si sente arrabbiato tutto il tempo). Secondo lo psichiatra, gli elementi che spiegano l'epidemia di insofferenza sono tanti: «Ci sono indubbiamente fattori neurobiologici individuali che rendono ciascuno di noi più o meno resistente e resiliente agli eventi esterni e ai traumi, che nel tempo si accumulano lasciando una “traccia” che rende sempre più vulnerabili agli stress successivi; accanto a questo ci sono però motivi più generali, socio-ambientali, che portano tutti noi a essere più sotto pressione. Oggi, per esempio, il livello di stress a cui si è sottoposti è maggiore per chiunque, a ogni età: ai giovani e giovanissimi è chiesto di esser sempre più performanti, sui social il confronto continuo con standard difficilmente raggiungibili nella vita reale aumenta il senso di isolamento ma soprattutto la frustrazione, che è un potente detonatore di rabbia». Vale anche negli adulti: uno studio recente dello psichiatra di Harvard Roy Perlis ha dimostrato che pure da grandi al crescere del tempo passato sui social, a scrollare e postare contenuti, aumenta anche l’irritabilità. «Negli adulti poi l'incertezza globale, l'aumento della precarietà, le richieste pressanti sul lavoro aumentano lo stress e la pressione, facendo avvicinare sempre più spesso e pericolosamente al punto di non ritorno in cui si scoppia», aggiunge Vita. «La velocità che caratterizza il mondo attuale non fa che peggiorare le cose: ci vengono richieste risposte sempre più immediate e rapidità di azione, ma questo riduce lo spazio cognitivo per riflettere, per decomprimere le emozioni». Quante volte capita di rispondere a un whatsapp di getto, per poi morderci la lingua subito dopo? Chi ha introdotto la possibilità di modificare i messaggi forse ha avuto qualche spiacevole inconveniente di questo tipo, ma se ci si accorge di litigare coi colleghi fin troppo spesso o di avere di frequente il rimorso per ciò che si è detto o fatto, forse l’irritabilità è “patologica” ed è bene imparare a gestirla. «Il primo passo è ammettere di avere un problema: anche parlarne con chi ci è vicino è già un atto di “contenimento” della rabbia, perché aiuta a spostare l’attenzione da ciò che innervosisce», dice Vita. «L'esercizio fisico può aiutare parecchio, perché aiuta a sfogare altrove l’energia repressa; è importante poi imparare tecniche di evitamento delle situazioni e degli stimoli che irritano, ma anche a saper “uscire di scena” e distrarsi così da impedire l’escalation verso l’ira. Esistono poi tante possibilità di intervento più strutturato con l’aiuto del medico, da scegliere in base alla gravità del problema e alle condizioni della persona: una psicoterapia cognitivo-comportamentale può per esempio aiutare a gestire irritabilità e rabbia e a virarle verso l’assertività, cioè un modo diverso di esprimere difficoltà ed esigenze senza essere aggressivi; anche tecniche di rilassamento specifiche possono servire per essere più tranquilli. Al di là delle terapie mirate alle malattie di cui l’irritabilità può essere un sintomo, si possono poi utilizzare farmaci per stabilizzare l’umore in chi ha episodi di rabbia esplosivi e distruttivi». Sono allo studio pure approcci alternativi come l’uso di spray a base di ossitocina, “l'ormone dell'amore”, ola stimolazione elettrica transcranica attraverso “caschi” speciali per riequilibrare i segnali nelle aree cerebrali coinvolte nell’eccesso di irritabilità: la neuroscienziata di Yale Wan-Ling Tseng ha infatti studiato bambini e adolescenti per capire che cosa succede nel cervello di chi è ipersuscettibile e ha scoperto un’attivazione anomala nello striato, un’area coinvolta nei meccanismi della gratificazione, nell’amigdala, una zona in cui si elaborano i segnali esterni per reagire anche alle minacce, e in regioni importanti per i compiti esecutivi e per l’attenzione. Forse potrebbe aiutare anche la tecnologia: Olivia Metcalf, esperta di traumi dell’Università di Melbourne in Australia, su persone con problemi di gestione della rabbia dovuti a traumi pregressi ha testato una app che quattro volte al giorno li invita a valutare se e quanto si sentano irascibili, e pare questo aiuti a riflettere di più e a migliorare la gestione dell’umore. Certo però diventare una furia intrattabile è un guaio anche per chi si trova nei paraggi: che si fa in questi casi? «Non è il momento per dimostrare chi ha ragione e bisogna sempre gettare acqua sul fuoco riducendo il conflitto, ma molto dipende dalla fase in cui si trova l’interlocutore», risponde lo psichiatra. «L’irritazione cresce rapidamente verso l’esplosione di ira, il dialogo è possibile solo all’inizio; serve puntare alla de-escalation abbassando la tensione e tranquillizzando, con le parole e abbassando il tono di voce, non sfidando neppure con lo sguardo. Se le cose volgono al peggio però uscire di scena e allontanarsi è utile, a volte necessario», conclude Vita. Sandokan: la tigre ruggisce ancora (di Lidia Di Simone, «Focus Storia» n. 235/26) - Le ragioni del successo dell’eroe di Salgari - Il pirata comparve per la prima volta sul quotidiano La Nuova Arena di Verona nell’ottobre 1883. Fu l’inizio di un grande amore con i lettori, che va avanti fin da allora. Il romanzo fu pubblicato a puntate, 150 uscite fino al marzo 1884, con il titolo La tigre della Malesia. Nemmeno i supereroi dei fumetti americani, nati tra la fine degli Anni ’30 e l’inizio degli Anni ‘40 del Novecento, hanno avuto un successo così longevo: in un secolo e tre decenni di vita Sandokan ha collezionato decine di milioni di copie vendute in edizioni tradotte in quasi tutte le lingue, riduzioni a fumetti ormai di culto, una decina di film basati sul personaggio, un primo sceneggiato Rai del 1976 con Kabir Bedi e un secondo, con l’attore turco Can Yaman, andato in onda su Raiuno a fine 2025 e poi distribuito da Netflix (entrando nella top ten mondiale dei titoli più scaricati sulla piattaforma). Tutto questo si può vedere nella mostra Sandokan, la tigre ruggisce ancora, ideata e prodotta da Vertigo Syndrome e ospitata nell’Orangerie della Reggia di Monza fino al 28 giugno. L'esposizione ricostruisce il mondo di questo personaggio, il Sudest asiatico nella metà del XIX secolo, con le popolazioni che lo abitavano, i loro usi e costumi, le armi dei pirati, le navi dei predoni dei mari e dei colonialisti britannici, i costumi usati nei film e le vecchie edizioni dei libri che hanno affascinato generazioni di ragazzi. Emilio Salgari (1862-1911), autore di centinaia di romanzi, la “tigre della magnesia” come lo prendevano in giro i suoi concittadini veronesi, si è rivelato nel tempo lo scrittore di avventure italiano più famoso e più venduto di sempre. E dire che è morto povero e sfruttato dagli editori, mettendo fine alla sua vita disgraziata con un terribile atto di autolesionismo che ricorda il seppuku, il suicidio rituale dei samurai. Il giornalista mai uscito dal suo Paese, che ricostruiva mondi esotici consultando libri in biblioteca, lavorando come un pazzo e sostenendosi con una bottiglia di marsala e cento sigarette al giorno, creò con la sua inesauribile fantasia un personaggio immortale. Il fatto più incredibile nella tragica biografia di Salgari, è che quest'uomo in paglietta e baffi a manubrio, nato a Verona, non viaggiò mai, o quasi. Di lui risultano solo un breve periodo di studio a Venezia, dove frequentò l’istituto nautico, e il trasferimento della famiglia in Piemonte. Avrebbe voluto prendere il mare come capitano di vascello, ma non lasciò mai la terraferma. Fece però viaggiare i suoi lettori attorno al mondo, con una produzione sterminata: 160 romanzi e oltre 400 racconti. Fu un forzato della penna, mal pagato e sfruttato da editori senza scrupoli, costretto per contratto a scrivere 4 libri all'anno di almeno 300 pagine l’uno. Senza contare che si nascondeva dietro pseudonimi per pubblicare altri libri e racconti con cui guadagnarsi il pane. Eppure dalla sua fertile mente uscirono il ciclo dei pirati della Malesia, quello della Giungla nera e quello dei corsari dei Caraibi, fra i quali il Corsaro Nero, oggetto di un altro celebre sceneggiato Rai. Personaggi sfaccettati, immersi in un mondo pieno di fascino e colpi di scena, ricco di riferimenti naturalistici, geografici e storici, un'enciclopedia dell'avventura che Salgari compose basandosi sulle certosine letture portate avanti nelle biblioteche di Verona e Torino. I dettagli nelle sue storie derivano infatti da trattati scientifici: almeno 49 testi di geografia, flora, fauna, animali, usi ed esplorazioni, fra i quali titoli come Fisica del globo, spazi, climi e meteore, La perla delle Antille o Il Far-West degli Stati Uniti: i pionieri e i pelli rosse (non ambientò le sue avventure solo in Oriente). Leggeva e saccheggiava anche Dumas e Jules Verne, Flaubert e Poe, i suoi “libri importanti”, che lo scrittore conservava con cura insieme agli appunti raccolti con pignoleria e continuamente aggiornati, come ha attestato nel 1980 il convegno torinese sul tema Scrivere l’avventura: Emilio Salgari. Il successo dei romanzi si deve allo scenario esotico, allora una novità, combinato con il contesto storico e l'avventura estrema legata al tema della vendetta. I personaggi sono un mix di guerrieri selvaggi e spietati colonialisti europei, e per finire, la ciliegina sulla torta: l’amore impossibile - di Sandokan per lady Marianna, la Perla di Labuan, o del Corsaro Nero per Honorata Wan Guld, giovane nobildonna fiamminga figlia del suo nemico giurato -, un leitmotiv che “acchiappava” il pubblico femminile e oggi cattura ancora l'audience tv. Ma partiamo dal set: il Sudest asiatico, fra l’Arcipelago malese e l’India, le turbolente acque tra Mar Cinese Meridionale, Borneo e Sumatra, le isole della Sonda e l'Indonesia. Sandokan e i suoi ribelli, i “tigrotti”, sono asserragliati in un’isoletta immaginaria, Mompracem, covo perso più volte e altrettante volte riconquistato, ma l’azione si svolge anche in luoghi veri, fra le acque del Sultanato del Brunei e la città di Sarawak, l’isola malese di Labuan e la Penisola di Malacca. Tra gli arcipelaghi incrociano le imbarcazioni che vediamo nella mostra: giunche cinesi, prahos malesi e giavanesi rapidi e leggeri, ma anche velieri e steamers (i piroscafi, navi a vapore) armati di cannoni strappati ai britannici. I nemici non sono solo inglesi: i colonialisti che affollavano quelle acque erano anche olandesi, portoghesi, spagnoli e francesi. Portoghese è il sodale di Sandokan, Yanez de Gomera, cui Salgari dedicò un romanzo spin off (a interpretarlo in tv, ieri Philippe Leroy e oggi Alessandro Preziosi). A caccia di spezie, metalli preziosi e schiavi c'erano in primis le due potenti multinazionali dello sfruttamento: la Compagnia delle Indie Orientali, che faceva capo alla Corona britannica, e la Compagnia olandese delle Indie Orientali. Tramontata già a fine ‘700 la stella olandese, a inizio ‘800 in Asia parlava dunque la legge della East India Company, con sede a Calcutta, in India. L'Impero britannico (il più vasto della Storia) aveva possedimenti nei cinque continenti già a partire dal XVI-XVII secolo e sotto il regno longevo della regina Vittoria confermò la sua mission di superpotenza coloniale egemone. Al tempo in cui è ambientato Sandokan, però, il British Empire cominciava a conoscere i primi guai veri: i moti indiani del 1857 avevano costretto Londra a sopprimere la compagnia per trasferire i suoi territori sotto il controllo diretto della Corona. Nel 1858 nacque l’idea di uno Stato anglo-indiano, il British Raj, che divenne impero indiano nel 1876. Vittoria indossò così anche la corona di imperatrice d’India. Sandokan, in definitiva, rappresentava la voglia di indipendenza degli indigeni che cominciavano a guastare la festa. Salgari ne fece il nemico giurato di un personaggio storico inserito nei suoi romanzi, James Brooke (1803-1868), il “raja bianco” del Sarawak (uno dei tre territori della Malaysia nell’isola del Borneo). Il Brooke storico era un avventuriero inglese che divenne governatore britannico di Labuan e del Borneo. Il suo erede e successore, sir Charles Brooke (1829-1917), donò al re d’Italia Umberto I la sua collezione di armi malesi (in mostra a Monza) e i reperti dei Dayak, popolo di temibili guerrieri del Borneo noti come “tagliatori di teste”: decapitavano i nemici uccisi e le conservavano con venerazione, appendendole come trofei nelle loro palafitte. Secondo quanto diceva Charles Brooke, le teste servivano anche “per far crescere bene il riso”. Nella mostra di Monza tornano così alla luce le collezioni etnografiche sabaude, di cui fanno parte diverse armi: il kriss malese - la lama serpeggiante e letale usata da Sandokan, che lo maneggia a perfezione insieme con il dao, la scimitarra ricurva - o il kampilan, dall’elsa che ricorda le fauci spalancate di un coccodrillo. Ma c’è qualcosa di storico nel personaggio di Sandokan? Forse l'ispirazione arrivò a Salgari dalla figura di Tipu Sultan, sovrano del Mysore nell’India di fine ‘700, che combatté la Compagnia delle Indie per tutta la vita. Guarda caso, era detto “la tigre del Mysore”, soprannome che prendeva molto sul serio, visto che della temibile bestia aveva fatto un simbolo da piazzare ovunque, su spade, insegne, tappezzerie e oggetti cerimoniali della sua corte. La differenza? Basso e tarchiato, con la sua pancetta non era lontanamente somigliante né a Kabir Bedi né a Can Yaman. Una famiglia sventurata Il cognome di Emilio Salgari deriva forse dal veneto salgàr, “salice” (da qui la pronuncia Salgàri), e come l'albero piangente anche lui ebbe solo dolori. Da Verona, dove nacque nel 1862, si trasferì a Venezia per frequentare l'istituto navale, ma della sua esperienza in mare millantata risultano solo tre mesi lungo le coste dell'Adriatico a bordo della nave Italia Una. Iniziò poi a pubblicare racconti e fece il cronista per il quotidiano L'Arena. Tra il 15 settembre e il 12 ottobre 1883 pubblicò a puntate il suo libro, che fu lanciato attraverso manifesti dove si leggeva “La Tigre è scappata!”. Nel 1887 gli morì la madre e il padre si suicidò. Lui si trasferì in Piemonte, mise su famiglia con l’adorata Ida Peruzzi, un'attrice che sposò nel 1892. Ebbero quattro figli: Fatima, Nadir, Romero e Omar, tutti nomi esotici. Li manteneva scrivendo per gli editori Bemporad e Sonzogno. Si trasferì ancora, prima a Genova, dove lavorò con l'editore Donath, e poi a Torino, dall'editore Speirani. Salgari si documentava andando in tram alla biblioteca civica: inventò 1.300 personaggi per sbarcare il lunario, ma non bastava. A partire dal 1903 iniziò l'incubo che lo condusse alla rovina: la moglie si ammalò di disturbi nervosi e i soldi finirono tutti in cure inutili. I contratti capestro, l'esaurimento, le frustrazioni di un mondo letterario che non lo considerava ne spezzarono l’anima. La moglie finì in manicomio, lui rimase solo coni figli da accudire. Tentò una prima volta il suicidio nel 1909 lanciandosi su una spada, ma la figlia lo salvò. Il 25 aprile 1911 uscì di casa con un rasoio in tasca. Aveva lasciato tre lettere sul tavolo. In una scriveva ai figli: “Sono un vinto” e spiegava dove lo avrebbero ritrovato (nel parco dove faceva i picnic con la famiglia). Lo scoprì una lavandaia: si era squarciato gola e ventre col rasoio. La moglie morì in manicomio nel 1922, Fatima era stata uccisa dalla tisi già nel 1914, Nadir morì in un incidente nel 1936. Gli altri due figli si suicidarono: Romero nel 1931 e Omar nel 1963. La porchetta: una prelibatezza che tutto il mondo ci invidia (di Federico Risi, Spaghettiemandolino.it) - La storia, le caratteristiche e le varietà di una fra le più apprezzate specialità gastronomiche del Belpaese - Una vera primizia della tradizione culinaria italiana, che regala al palato di chi l’assaggia un’esplosione inimitabile di sapori e di gusto. Stiamo parlando della porchetta, uno dei prodotti tipici più rinomati del Lazio e delle regioni del Centro, commercializzato con successo in tutta Italia e famoso anche all’estero. Protagonista indiscussa di tutte le sagre e delle feste di paese, questa specialità gastronomica ha alle spalle una storia lunga e millenaria che la rende ancora più unica. Il luogo di elaborazione della ricetta vera e propria della porchetta è a tutt’oggi incerto. Gli abitanti di Ariccia, nel Lazio, rivendicano la paternità della ricetta originaria, presumibilmente risalente ad epoche preromaniche e alla popolazione dei Latini. La nobiltà romana era solita trasferirsi durante la stagione estiva proprio tra le colline di Ariccia, dove spesso venivano organizzate battute di caccia e si organizzavano sontuosi banchetti. Si dice che l’imperatore Nerone in persona fosse talmente ghiotto di porchetta da eleggerla a suo piatto preferito. In Umbria si sostiene invece che sia nata a Norcia, famosa sin dai tempi dei Romani per l’allevamento del maiale (di qui il sostantivo “norcino”): anche oggi Costano, un piccolo paesino in provincia di Perugia, è conosciuto un po’ ovunque per la sua inimitabile porchetta, uno dei piatti caratteristici della cucina umbra. I “porchettai” del paese si tramandano questo mestiere in maniera ininterrotta da ben 500 anni. La tradizione della porchetta affonda radici antiche anche a Campli, in provincia di Teramo, in Abruzzo, mentre nell’Alto Lazio la sua storia viene fatta risalire addirittura all’epoca degli Etruschi. Ci sono insomma tantissime rivendicazioni di paternità: questo testimonia l’incredibile successo che la porchetta ha avuto fin dai tempi antichissimi lungo diverse zone dello Stivale. La sua gloria è dovuta soprattutto alla sua diffusione popolare: i “porchettari” gremivano le piazze nelle feste cittadine, civili, religiose ed erano sempre presenti in tutte le fiere e i mercati. Andando a spulciare negli archivi storici comunali si possono trovare bandi per disciplinare bene lo smercio delle porchette, proprio perché era uno dei cibi di strada più ricorrenti e consumati a livello popolare. Nel Novecento la porchetta ha avuto un grande successo anche in Veneto, diffondendosi a Treviso e Padova e diventando un prodotto familiare per i consumatori veneti. Negli ultimi tempi, grazie al suo sapore inconfondibile, la porchetta è diventata un prodotto italiano famoso in tutto il mondo: è stato addirittura eletto dal New York Times come uno dei 5 cibi più buoni al mondo e in Canada si organizzano gare a premi per celebrarla. Ma qual è il segreto del successo di questo piatto? Ovviamente questo risiede nella sua ricetta, che è rimasta scrupolosamente uguale nel corso dei secoli. La preparazione originale per eccellenza della porchetta segue questa procedura: viene preso un maiale di sesso femminile (da qui il nome porchetta) di circa un quintale di peso, lo si insaporisce farcendone l’interno con sale, pepe e altri aromi, che dipendono dalla zona di produzione. Viene poi cotto per un tempo che varia tra le 6 e le 8 ore ad una temperatura di circa 200 gradi: ogni ora la porchetta viene tirata fuori dal forno e rivestita con lo “strutto” colato dalla carne stessa, una procedura che le dona la tipica crosta dorata e croccante. Dicevamo poc’anzi che alcuni aromi dipendono dalla zona di produzione. Esistono infatti due tipi fondamentali di condimento e quindi di gusto, entrambi dettati dalla tradizione. Nella Toscana meridionale, nei Castelli romani del sud e in altre aree dell’Italia centrale si aromatizza con il rosmarino. Tipica è quella di Ariccia: “la porca co un bosco de rosmarino in de la panza”, come scrisse Carlo Emilio Gadda, celebre scrittore del Novecento italiano. Nell’Alto Lazio, in Umbria e nelle Marche invece si aromatizza col finocchio selvatico, che le conferisce un profumo e un gusto assolutamente inconfondibili. Tipiche di questa tradizione sono le porchette che si preparano a Vignanello e a Costano, in Umbria. Che sia aromatizzata al rosmarino oppure al finocchio, la porchetta si commercializza intera, in tronchetto (ovvero la parte tra la terza vertebra dorsale e l'ultima vertebra lombare del suino), in tranci o a fette. Dal punto di vista nutrizionale, la porchetta è un alimento molto energetico e ricco di calorie. Questo è dovuto principalmente alla presenza di grassi e di proteine. Contrariamente a quello che si pensa, non è la cotenna ad essere la fonte di tutti i grassi (anche perché in realtà sostanzialmente contiene proteine). La vera origine della maggior parte dei grassi della porchetta è nella porzione appena sotto la cotenna, dall’inconfondibile colore biancastro. A seconda della porzione di maiale che si sta mangiando, 100 grammi di porchetta valgono tra le 300 e le 450 calorie. Una volta acquistata, la porchetta deve essere conservata a temperatura ambiente, in un luogo fresco, avvolta nel suo cartoccio, per poi essere consumata in giornata. La porchetta si consuma tradizionalmente nei panini imbottiti, come cibo da strada, nella pizza da forno, tipica di Roma, o nel pane arabo; nei Castelli Romani è consuetudine servirla col pane di Genzano. Può anche essere cucinata secondo una ricetta tradizionale che prevede di ripassarla in padella con olio, pomodorini e aglio. Ventotene: luogo di esiliati, figlie di imperatori e grandi opere (Traghetti-per-ponza-ventotene.it) - Alla scoperta di un’isola in cui natura e storia si incontrano - Anche se oggi si chiama Ventotene, c’è stato un tempo in cui questa perla del Mediterraneo si chiamava Pandaria o Pandotira. Solo a partire dal Medioevo comincia a imporsi il nome attuale, che già ci dice molto sulla caratteristica naturale principale dell’isola delle Pontine. Rispetto alla più grande e vicina Ponza, Ventotene è stata disabitata per molto tempo. L’assenza di acqua potabile e la mancanza di un porto naturale tennero i Romani lontani dall’isola, che preferirono colonizzare Ponza. Il destino di Ventotene cambia quando, nel II a.C., Cesare Augusto decide di esiliare sua figlia Giulia e sceglie proprio Ventotene. Si tratta di un esilio dorato, perché sull’isola viene costruita una grande villa di cui oggi sono ancora visibili i resti. Giulia fu solo la prima di una lunga lista di esiliati, soprattutto donne, tra le quali la nipote di Tiberio, Agrippina, e Ottavia, moglie di Nerone. Gli esiliati si portarono dietro servi, contadini e soldati, creando così il primo nucleo di abitanti. Anche le opere che i romani fecero sull’isola rispondevano all’esigenza di rendere meno duro l’esilio e garantire alla popolazione il necessario per vivere. Furono così costruite: Una peschiera; Le vasche per la raccolta dell’acqua piovana; L’acquedotto; L’indispensabile porto. La storia di Ventotene passa attraverso i secoli vivendo le stesse vicissitudini degli stati italiani, come accadeva per la vicina Ponza. Intanto diventa un’isola di pescatori e contadini, con pochi abitanti. La seconda importante svolta storica avviene con i Borbone, che diedero vita a una nuova urbanizzazione: costruirono la Chiesa di San Candida, il Forte e, soprattutto, il carcere nella vicina isola di Santo Stefano, che resterà attivo fino al 1965. Durante il fascismo e fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, Ventotene e Santo Stefano resteranno ancora isole di confinati. Da qui, passeranno quasi tutti gli antifascisti italiani, tra i quali Sandro Pertini, Altiero Spinelli e Ernesto Rossi. Gli ultimi due hanno portato il nome dell’isola nella storia con il “Manifesto di Ventotene” con cui si gettarono le basi dell’attuale Unione Europea. Oggi, Ventotene è un’isola tranquilla in autunno e inverno e meta di vacanze in primavera ed estate: è scelta da chi ama la natura, il mare, la tranquillità e il silenzio. Una delle caratteristiche più affascinanti di un luogo, è la sua capacità di catturare l’immaginazione e ispirare storie che si tramandano nel tempo. Un esempio è Ventotene, conosciuta per la sua bellezza naturale, la sua ricca storia e il fascino intrinseco, famosa anche per un appellativo che evoca mistero e incanto: l’isola delle sirene. Ma non si tratta di sirene qualsiasi. Sono, infatti, le sirene che cercarono di incantare Ulisse e i suoi compagni nel canto XII del celebre poema epico “L’Odissea”. Per comprendere appieno perché Ventotene venga chiamata “l’isola delle sirene”, dobbiamo fare un salto nella mitologia greca. Le sirene erano delle creature leggendarie, spesso raffigurate come metà donne e metà uccelli o pesci, note per la capacità ipnotica del loro canto. Si narra che il loro canto fosse così ammaliante da indurre i marinai a cambiare rotta e a incagliarsi sulle rocce delle coste, causandone la morte. Secondo il mito narrato da Omero nell’Odissea, Circe aveva avvisato Ulisse dell’incombente pericolo delle sirene, consigliandogli di tapparsi le orecchie con la cera. Ma Ulisse, dall’animo audace e dall’intelligenza acuta, scelse di tappare le orecchie ai suoi compagni e farsi legare all’albero della nave, determinato ad ascoltare il canto delle sirene senza soccombere al loro potere. Oggi, il soprannome “l’isola delle sirene” continua a evocare un senso di mistero e affascinante bellezza per Ventotene. La più piccola isola abitata dell’arcipelago pontino è una destinazione ambita per i viaggiatori in cerca di un luogo che offra una combinazione unica di storia, paesaggi mozzafiato e un’atmosfera suggestiva. Le grotte marine, le acque cristalline e le rovine romane che punteggiano l’isola rendono Ventotene un luogo intriso di storia e leggende. Area marina protetta del Lazio e Riserva naturale statale, l’isola ospita un’affascinante varietà di flora e fauna, e la sua posizione la rende un paradiso per gli amanti del mare, degli sport acquatici, come snorkeling e diving. A Ventotene si possono esplorare le grotte sommerse e scoprire un mondo sottomarino ricco di colori e vita marina, un regno incantato. Non bisogna poi perdere le sue spiagge e calette, non tutte accessibili a piedi. Tra quelle raggiungibili a piedi, Calanave, dall’arenile nero e Cala Rossano, all’interno del Porto nuovo. Sosta immancabile è il belvedere di Parata Grande da cui ammirare suggestivi tramonti. Ma Ventotene è anche storia, con le rovine di ville e acquedotti romani, la peschiera, il porto antico, il Museo archeologico e il Museo della Migrazione. Esplorando il centro storico, si potrà trovare il Castello Borbonico e le case di Pozzillo. Ventotene quindi è un luogo incantevole, la meta di viaggio ideale per chi desidera lasciarsi ammaliare dalla bellezza più incontaminata, dove natura, mitologia, storia e tradizioni plurimillenarie si fondono. Da Saranno Famosi ad Amici: la storia e i successi del talent show più seguito d’Italia (di Francesca D’Angelo, Elle.com) - Come Amici è diventato il più longevo talent d'Italia, nonché la fucina artistica che alimenta il mercato discografico italiano - Da 25 anni a questa parte, primavera e sabato sera sono sinonimo di una sola cosa: Amici. Il talent show di Maria De Filippi è l'appuntamento televisivo che non ammette obiezioni: la concorrenza può inventarsi quello che le pare, ma i suoi fan (cioè tre quarti d'Italia) non lo scambierebbero con nessun altro show al mondo. Così Amici è diventato il più longevo talent d'Italia, nonché la fucina artistica che alimenta mezzo mercato discografico (anzi, tutto quanto) e forgia i futuri Big del Festival di Sanremo. Ma quando il programma è iniziato a “diventare famoso”? Com'è nato e quali star ha lanciato? Qual è il segreto del suo successo così duraturo? Riavvolgiamo insieme il nastro e ripercorriamone la storia. C'era una volta, tanti tanti anni fa, su Italia 1 un programma che si chiamava Saranno famosi. Nasceva da un'intuizione di Maurizio Costanzo, esordì con Lella Costa al comando per poi passare subito di mano a un'allora esordiente Maria De Filippi. E no, all'epoca nessuno ci scommetteva granché. Con il senno del poi suona paradossale, ma all'inizio è andata davvero così: era il 17 settembre del 2001 e Saranno famosi era concepito poco più che come un azzardo, uno dei tanti che in quegli anni Italia 1 si concedeva. Il canale era la rete giovane di Mediaset e, in quanto tale, aveva il patentino per poter sperimentare. E quindi sperimentava, pur nello scetticismo generale. Nessuno pensava infatti che raccontare una classe di ragazzi, e i loro sogni artistici, potesse inchiodare il pubblico al divano tant'è vero, che sulle prime, a tenere banco era soprattutto la “voce strana”, così roca e “anti televisiva” (sì, la definirono proprio così) di quella conduttrice che sembrava sbucata fuori dal nulla. Invece proprio lei, Maria De Filippi, finì per fare la differenza. Il programma crebbe infatti con lei, guadagnandosi velocemente gli onori della prima serata su Italia 1 e in seguito la promozione su Canale 5. Per ragioni di diritti, dovette cambiare nome e da Saranno famosi venne ribattezzato Amici di Maria De Filippi e poi, semplicemente, Amici. I primi a credere nel format furono gli spettatori che si rivelarono più lungimiranti di stampa e discografia. La prima rimase a lungo piuttosto tiepida e scettica, fino a quando, con una mossa strategica, Maria De Filippi non iniziò a coinvolgere i giornalisti nel giudizio sui ragazzi, fino a promuoverli a giuria parlante nella finalona del serale. Quanto ai discografici, anche lì, fu tosta: i talent show venivano visti come scorciatoie di serie B, palcoscenici troppo effimeri per durare nel tempo. Ma Maria non ha mai mollato: ha insistito con gli inviti e, non appena i diretti interessati hanno toccato con mano che si trovavano davanti a una gallina dalle uova d'oro, hanno fatto loro la fila davanti agli studi Mediaset. Ora i discografici attenzionano Amici come un marinaio il meteo. Ma come si fa ad andare avanti per ben oltre 25 anni, a colpi di rvm, sfide ed eliminazioni (perché alla fine, quello è), senza annoiare a morte lo spettatore? Semplice, basta avere un “pongo” regolamento. Il vero colpo di genio di Amici - e quindi di Maria De Filippi - sta tutto qui: nel giocare con le proprie regole, stravolgerle, ridurle, aumentarle. Fare ogni anno qualcosa di diverso. Insomma cambiare tutto affinché nulla cambi e il successo resti immutabile. Le modifiche apportate nell'arco delle 25 edizioni sono talmente tante che è impossibile elencarle integralmente, ma hanno coinvolto tutti gli elementi dello show. Prima i maestri erano solo tali, poi sono diventati anche giurati; per un certo periodo decretavano le sorti del serale, poi si è deciso di delegare il giudizio finale a una giuria esterna. Questa, a sua volta, si è ingrandita e rimpicciolita come una fisarmonica facendo spazio ai volti più differenti. Accanto a professionisti del mestiere (dall'étoile Eleonora Abbagnato fino all'attuale Elena D'Amario), ci sono stati showmen (Amadeus, Stefano De Martino, Alessandro Cattelan, Paolo Bonolis), cantanti (Ermal Meta, Cristiano Malgioglio, Elisa, Gigi D'Alessio). Nelle prime edizioni gli studenti potevano anche avvalersi di madrine e padrini, come Heater Parisi, Stefania Sandrelli, Gigi D'Alessio, Alexia... Le stesse materie di giudizio sono mutate: in principio bisognava eccellere sia in canto che in ballo e recitazione. Si andava alla ricerca dell'artista completo: il massimo del massimo. Poi si è seguita l'evoluzione in cui andava la società, sempre più votata alla specializzazione: le materie si sono ridotte a ballo e canto. Dentro, però, ci è finito un minimondo sempre più sfaccettato: la danza ha fatto spazio anche ai balli latini, il canto ha contemplato voci prima escluse dalla tv, come i rapper, e anche quelle più sofisticate, come i cantanti lirici. A sua volta, si è evoluta anche l'estetica di Amici: da meri sfondi, le coreografie e le scenografie hanno preso sempre più spazio e rilevanza, fino a trasformarsi in quadri che accompagnavano tanto le esibizioni dei ballerini quanto quelle dei cantanti. Il risultato è così avveniristico e coinvolgente che coreografi come Giuliano Peparini e Luca Tommasini sono diventati delle star social. Saranno famosi, dicevamo. E mica così per dire. Se Amici ha successo è perché mantiene ciò che promette. A parte rare eccezioni, più legate alla diffidenza che purtroppo aveva accompagnato le prime edizioni, gli Amici di Maria sono diventati star della musica e della danza. Tra le annate più generose, spicca sicuramente l'edizione del 2010: in gara c'erano (tutti insieme!) Emma, Loredana Errore, Valerio Scanu, il lirico Matteo Macchioni, Enrico Nigiotti. Non che le altre annate non abbiano regalato star, anzi. Sono ex Amici pure Alessandra Amoroso, Elodie (all'epoca con una coloratissima capigliatura lilla), San Giovanni, Annalisa, Irama, Marco Carta, The Kolors, Gaia, Aka7even, LDA solo per citarne alcuni. E i ballerini? La seconda edizione lanciò un talento immenso come Anbeta, poi arruolata nello staff degli insegnanti. Due anni dopo è stata la volta di Klajdi, seguito da Giuseppe Giofrè e Giulia Stabile. Una menzione speciale merita l'ex ballerino e attuale conduttore di Affari tuoi, Stefano De Martino: era innegabilmente bravo (anche se Alessandra Celentano la pensava diversamente) ma tenne banco anche per il triangolo amoroso che lo coinvolse. Stefano si era legato a Emma durante le fasi del daily, ma la lasciò quando nel corpo di ballo arrivò una certa Belen Rodriguez... Ultimi ma non ultimi, gli insegnanti di canto e ballo: i vincitori passano, ma i maestri restano e sono le vere star dello show. In cima alla lista c'è ovviamente lei, la “maestra” Celentano: dura, esigente, spesso brutale nella sua onestà. Il suo “la danza sa” è diventato un tormentone, entrando nel linguaggio comune. Lei c'era fin dalle prime edizioni e per quanto non si possa sempre essere d'accordo con i suoi giudizi, è impossibile immaginare Amici senza le sue bacchettate. La vecchia guardia una volta era composta anche dal maestro Beppe Vessicchio (purtroppo scomparso nel novembre del 2025), il ballerino e coreografo Garrison e Luca Jurman, il cui addio è stato parecchio burrascoso e polemico. La nuova guardia vede invece spiccare Rudy Zerbi, per il canto, mentre un'indubbia rivelazione è stata Lorella Cuccarini: la più amata dagli italiani è ancora tale, soprattutto tra i ragazzi. L'insegnante e speaker radiofonica Anna Pettinelli è stata invece presente a edizioni alterne, così come Raimondo Todaro, scippato nel 2025 a Ballando con le stelle.