Agosto 2026 n. 8 Anno LVI MINIMONDO Periodico mensile per i giovani Direzione redazione amministrazione e stampa Fondazione Biblioteca Italiana per Ciechi «Regina Margherita» ETS via G. Ferrari, 5/a 20900 Monza Casella postale 285 tel. 039/28.32.71 e-mail: bic@bibciechi.it web: www.bibliotecaciechi.it Registrazione 25-11-1971 n. 202 Dir. resp. Pietro Piscitelli Comitato di redazione: Pietro Piscitelli Massimiliano Cattani Luigia Ricciardone Copia in omaggio Rivista realizzata anche grazie al contributo annuale della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero della Cultura. Indice Colonie ribelli Se non ci fosse l’ottimismo… Dritte per non litigare in vacanza con gli amici Il tonno: semplicità, gusto e salute Lavarone: un lago dal fascino senza tempo Il ritorno dance e vecchio stile di Madonna Colonie ribelli (di Enrico Beltramini, «Focus Storia» n. 237/26) - Esattamente 250 anni fa, nel 1776, le 13 colonie inglesi d’America dichiararono la propria indipendenza dalla madrepatria. Dalla ricerca di più libertà e nuove opportunità (anche economiche) nacquero gli Stati Uniti d’America - Guerra per l'indipendenza economica o rivoluzione per la libertà? Il dilemma si pose quasi subito. Tutto in effetti era iniziato nel 1775 con una guerra: truppe britanniche da una parte, coloni americani dall'altra. Otto anni dopo, nel 1783, la ritirata inglese aveva segnato la nascita degli Stati Uniti d'America. Ma già a pochi decenni dalla fine del conflitto uno dei protagonisti americani ne dava una rilettura “revisionista” che andava al di là del fatto bellico. “La rivoluzione è avvenuta prima che iniziasse la guerra”, scrisse John Adams, secondo presidente Usa dopo George Washington. “La rivoluzione era nei cuori e nelle menti del popolo. Questo cambiamento radicale nei principi, nelle opinioni, nei sentimenti e negli affetti delle persone è stata la vera Rivoluzione americana”. A scatenare quella guerra, insomma, era stato secondo lui un anelito alla libertà diventato insopprimibile. Quando il popolo aveva preso le armi, diceva Adams, la rivoluzione era già compiuta e le battaglie ne furono solo la conseguenza inevitabile. Questa versione un po’ retorica della nascita della nazione americana è quella giunta fino a noi e spesso raccontata nei testi scolastici d’Oltreoceano. È il mito fondativo degli Stati Uniti che garantisce unità al Paese, cementa un popolo e legittima le istituzioni. Un mito che rivive ogni anno, il 4 luglio, quando si ricorda la Dichiarazione d’indipendenza delle 13 colonie dalla Gran Bretagna, nel 1776. La verità ricostruita dagli storici è però un po’ diversa. Dà sì ragione a John Adams collocando l’inizio della rivoluzione ben prima dello scoppio del primo colpo di cannone. Ma non si trattò solo di una questione “di cuori e di menti”. Piuttosto, di commercio e di tasse. La rivoluzione, almeno al suo inizio, fu innanzitutto una questione di soldi. La premessa generale fu posta nel 1763, quando l’Inghilterra sconfisse i francesi al termine della Guerra dei Sette anni ed emergendo come maggiore potenza coloniale in Nord America. Gli inglesi erano gli ultimi arrivati, dopo spagnoli, olandesi e francesi. Ma due secoli e mezzo dopo Cristoforo Colombo avevano spinto i francesi a nord, in Canada, e gli spagnoli nel Sud-Ovest, oltre il fiume Mississippi. Gli inglesi dominavano su un territorio enorme che andava dall’Atlantico al Mississippi, abitato da popolazioni native con le quali ora combattere, ora stringere alleanze. A quel punto, la madrepatria decise di far fruttare l’investimento: la Corona alzò le tasse sui coloni per rientrare dei costi del conflitto appena concluso e per sostenere le spese dell’esercito che presidiava le colonie. Il problema era che i coloni non si consideravano tali: si consideravano inglesi almeno quanto gli inglesi stessi. I più ricchi (la cosiddetta “aristocrazia delle colonie”, alta borghesia e finanza, latifondisti e coltivatori di cotone) avevano l’abitudine di mandare i figli a studiare in Europa, dove conoscevano filosofi “liberali” inglesi come Locke e Hume. E trovavano insultante il senso di superiorità di quella che consideravano ancora la madrepatria. «Esisteva una “questione morale”» spiega Edward Taylor, docente di Storia americana del XIX secolo alla San José University, in California. «Quando volgevano lo sguardo alla Gran Bretagna e all’Europa, i coloni vedevano un mondo che giudicavano corrotto. Seppure subordinati sul piano politico, avevano maturato un senso di superiorità». C'era poi il problema fiscale, forse il più sentito: gli “inglesi d'America” erano tassati da quelli d’Inghilterra, ma non avevano rappresentanti nel Parlamento di Londra. Pagavano come gli altri sudditi di re Giorgio III, ma a differenza di quelli non avevano accesso al governo del Paese (né a quello delle colonie). «Erano anche sottoposti a dazi e limitazioni nel commercio – soprattutto internazionale - e vittime del protezionismo dei produttori e dei commercianti della madrepatria» aggiunge Taylor. Insomma, i coloni erano sudditi di serie B. D’altra parte, non sfuggiva all’alta borghesia commerciale del Nord e ai grandi possidenti del Sud l'enorme opportunità offerta dalla fine della guerra contro i francesi e dalla disponibilità di nuove terre. Le colonie inglesi erano soltanto una striscia di avamposti lungo la East Coast e i vantaggi dell'espansione a ovest parevano (e in effetti erano) enormi. Quell’infinita vastità di risorse e prospettive per gli americani era un nuovo Eden, un luogo incontaminato (la presenza dei nativi non era praticamente considerata) in cui un’umanità giovane e pura aveva l'occasione di fondare un nuovo mondo. Come in una seconda Genesi, l'America sarebbe stata la Nuova Israele chiamata alla redenzione del mondo. Ma benché ai coloni piacesse vedersi come i membri di una nazione eletta a vocazione democratica pronta a liberarsi della monarchia della vecchia Inghilterra, avevano i piedi per terra. Come prendere pieno possesso di quell’Eden? Maturata nel decennio 1763-73, la guerra civile (perché tale fu, prima di diventare “d’indipendenza”) si sarebbe potuta evitare solo in due modi: con l’accettazione, da parte dei coloni, di una qualche condizione subalterna nel controllo sulle risorse, oppure con un’estensione dello status goduto dagli inglesi di madrepatria a quelli d’Oltreoceano. Una sorta di “divisione dell’impero”. Non si fece né l'una né l’altra cosa e il braccio di ferro sfociò in guerra. Ben poco c’entrò invece il Boston Tea Party del 16 dicembre 1773 che il “mito fondativo” statunitense indica come scintilla della guerra. Il conflitto andò avanti fra scontri epici, lunghe ritirate invernali ed episodi entrati nella leggenda (come la cavalcata notturna dell’incisore Paul Revere, che nel 1776 avvisò i ribelli dell’arrivo degli inglesi vanificandone l'attacco) fino al 1781, anno degli ultimi scontri sul campo. George Washington, colono della Virginia, era il comandante in capo dell’esercito ribelle (chiamato Esercito continentale). Ma se la guerra finì fu perché quel conflitto stava costando troppo a Sua Maestà. Dopo la doppia sconfitta di Saratoga nel 1777 e il successivo intervento della Francia a fianco dei coloni (senza la quale l'Esercito continentale non sarebbe riuscito a organizzarsi), mantenere il controllo delle 13 colonie divenne insostenibile. Da qui la decisione di Giorgio III di abbandonare la partita. Neppure i tagli di bilancio inglesi alle truppe coloniali sarebbero però bastati a dare la vittoria agli americani, se questi non avessero deciso che cosa fare del proprio destino. «La Dichiarazione d'indipendenza giunse solo nel 1776, ben tre anni dopo l’inizio delle ostilità, al termine di un difficile negoziato tra coloni radicali e moderati» spiega Taylor. Nel 1774 il Congresso continentale, l’organo di autogoverno delle colonie, aveva denunciato la tassazione senza rappresentanza politica (le loro rivendicazioni erano sintetizzate proprio dal motto no taxation without representation) e la presenza di truppe inglesi senza il consenso dei coloni. Lo stesso Congresso aveva anche emanato l'embrione del Bill of Rights, l’elenco dei diritti inviolabili del cittadino americano alla base della Costituzione. Non si era però azzardato a chiedere l’indipendenza. Ci volle l’intervallo tra la battaglia di Long Island e quelle di Trenton e Princeton, affinché i coloni approvassero la Dichiarazione d’indipendenza, il 4 luglio 1776, unendo finalmente i loro destini. Pennellate da Thomas Jefferson, le frasi del preambolo della Dichiarazione sono state imparate a memoria da generazioni di americani: “Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcune di essi diritti inalienabili, che fra questi sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità [...}”. I coloni che andavano all’attacco delle truppe imperiali inglesi avevano finalmente, oltre che un interesse economico, un ideale. Non tanto la libertà di lì a poco esaltata dai rivoluzionari francesi, ma la felicità. Non è una differenza da poco: quelle frasi erano il simbolo di un contratto sociale ispirato da Dio che dava agli Stati Uniti il ruolo di “redentori” dell'intera umanità. A guidare i coloni alla conquista del loro Eden fu un pugno di uomini: George Washington, comandante in capo, presidente del Congresso che promulgò la Costituzione in base alla quale fu eletto (1789) primo presidente degli Stati Uniti; John Adams, il secondo presidente (1797-1801); Thomas Jefferson, estensore principale della Dichiarazione d’indipendenza e terzo presidente (1801-1809); James Madison, quarto presidente (1809-1817), che stese la prima bozza della Costituzione. Washington, Adams, Madison (tutti della Virginia) e Jefferson (del Massachusetts), insieme a Benjamin Franklin, Alexander Hamilton (presidente del Congresso) e John Jay furono gli uomini che diedero forma, ispirandosi alla Roma repubblicana e alle idee illuministe, alla Costituzione. Quella guerra civile, con il tempo trasformatasi in rivoluzione indipendentista, assicurò agli americani - anche grazie alla resa britannica sancita dal Trattato di Parigi sottoscritto nel 1783 - la libertà, un governo democratico e la possibilità di sfruttare le immense ricchezze di quel nuovo Eden. Un secolo e mezzo più tardi, con la Prima guerra mondiale, quella giovane nazione avrebbe spostato il baricentro del potere globale verso la propria sponda dell'Atlantico, inaugurando la sua ascesa a potenza mondiale. Vita da coloni (del Nord e del Sud) All'inizio della rivoluzione il 90% dei coloni inglesi viveva in campagna, in piccole fattorie. Le 13 colonie non erano però tutte uguali. Quelle del Nord erano cresciute intorno ai primi insediamenti commerciali olandesi del XVII secolo e riflettevano la rigorosa moralità dei puritani inglesi (i “padri pellegrini”) sbarcati nel 1621 sulle coste del Massachusetts. Quelle del Sud si erano sviluppate invece intorno a una società rurale basata sulla schiavitù: nel 1619 i primi 20 africani furono venduti sulla piazza di Jamestown (indicata nel testo come Johnsontown), in Virginia, come “servitori perenni”. Furono gli schiavi a garantire alla coltivazione del cotone la redditività necessaria a far nascere l’aristocrazia terriera sudista. Nelle colonie, oltre ai bianchi e agli africani, c'erano i nativi americani. Nella guerra per il controllo del Nord America, francesi, inglesi e spagnoli si contesero il loro sostegno logistico. Ma, con la vittoria inglese, anche per i coloni i nativi divennero un ostacolo (da rimuovere con le buone o con le cattive) all'espansione verso ovest. Le idee dei “padri fondatori” Alla base del modello repubblicano adottato dai fondatori degli Stati Uniti ci furono il pensiero liberale e il movimento evangelico. Seguendo il liberalismo teorizzato dal filosofo inglese Thomas Hume, la società si doveva fondare su un contratto sociale che implicasse la rinuncia ad alcuni diritti da parte dell'individuo in cambio della difesa da parte dello Stato. È l’idea biblica del patto tra Dio e Israele: quest’ultimo si sottomette alla Legge, e in cambio Dio si prende cura del suo popolo. Per Hume questo patto è una scelta fatta dall’individuo in nome della ragione e non della fede. Alla base del repubblicanesimo vi fu anche il movimento neoevangelico (il Grande risveglio) che investì le colonie nel mezzo secolo precedente la rivoluzione. Frotte di predicatori itineranti divennero presenza fissa nelle piazze, acuendo la distanza dei coloni dall'Europa dell’ancien régime. Se non ci fosse l’ottimismo… (di Raffaella Procenzano, «Focus» n. 405/26) - In un mondo di soli realisti mancherebbe del tutto l’iniziativa, l’economia sarebbe depressa e la natalità molto più bassa - Difficile immaginare un mondo senza l’ottimismo: sarebbe monotono, piatto, popolato da (pochi) individui quasi del tutto inattivi, guidati soltanto dalla necessità di mangiare e riprodursi. Nessuno prenderebbe mai una iniziativa o comincerebbe un progetto innovativo, perché il rischio che le cose possano “andare storte” (sul lavoro così come nella vita) obiettivamente è troppo grosso. Già, è questa la parola chiave: “obiettivamente”. L'ottimismo è proprio la qualità che più ci rende ciechi di fronte ai fatti così come si presentano, e alle loro possibili conseguenze. Incapaci insomma di essere realmente obiettivi. Una sorta di “distorsione cognitiva” che però ha una funzione fondamentale: ci porta a combattere per ciò che vogliamo (perché crediamo di poterlo raggiungere) e ci dà la speranza che, anche nelle situazioni peggiori, alla fine tutto troverà una soluzione. Non a caso tutti, chi più chi meno, ne possediamo almeno un po’. Senza, saremmo di sicuro più tristi e, sì è vero, saremmo per forza pessimisti ancora più che realisti. Del resto chiamiamo pessimista una persona che si focalizza sui possibili risvolti negativi di ciò che sta per accadere. E senza ottimismo sarebbe quasi impossibile non farlo: quando vengono esaminate in maniera obiettiva tutte le possibilità, quelle positive e quelle negative, se scomparisse l'ottimismo che ci porta a pensare che quelle migliori possano verificarsi, resta solo l’evidenza che possono verificarsi le peggiori. Ovvero il pessimismo. Se la specie umana non fosse mai stata ottimista probabilmente non si sarebbe nemmeno evoluta, secondo Aviad Heifetz e Yossi Spiegel, studiosi dell’Università di Israele. Soprattutto a causa del cosiddetto “problema del battitore libero”: i realisti/pessimisti, calcolando razionalmente il rischio di essere sfruttati da altri individui determinati a fare esclusivamente il proprio interesse (battitori liberi), avrebbero mantenuto livelli di azione costantemente “troppo bassi”. «Senza individui pionieristici disposti a rischiare sperando in un ritorno futuro irragionevolmente alto, la cooperazione su larga scala e la formazione di società complesse non avrebbero mai preso il via», sostengono i due ricercatori. Inoltre, nelle competizioni per le risorse, di solito gli ottimisti sono portati a sopravvalutare i risultati delle proprie azioni, per cui è probabile che finiscano per agire in modo aggressivo o audace, il che spinge possibili rivali a indietreggiare. Una specie di soli realisti/pessimisti avrebbe applicato unicamente tattiche caute, perdendo sistematicamente terreno e risorse. Insomma, l'umanità non avrebbe potuto accumulare le risorse materiali e sociali che le hanno permesso di prosperare. Probabilmente saremmo ancora evolutivamente fermi allo stadio di Homo habilis, o forse a quello di un suo antenato. Che cosa accadrebbe, invece, se domani ci svegliassimo tutti pessimisti, ovvero incapaci di considerare le opportunità positive che gran parte delle situazioni possono presentare? Innanzitutto, ci ammaleremmo di più e vivremmo di meno, tant'è vero che i test di personalità effettuati sui centenari dimostrano che si tratta in genere di persone molto ottimiste. Secondo tutte le ricerche, infatti, la speranza di vita degli ottimisti è superiore di almeno una decina d’anni rispetto a quella di chi è pessimista, e rende l’ottimismo perfino più efficace nel predire la longevità rispetto alla diminuzione della pressione sanguigna o al controllo del colesterolo (che si stima allunghino la vita di 4 anni ciascuno, in media). Gli studi di Suzanne Segerstrom, ricercatrice della Oregon State University (Usa), che ha esaminato le variazioni nel sistema immunitario degli studenti sotto stress per gli esami, dimostrano che gli individui ottimisti - oltre a un umore generalmente migliore – hanno una maggiore quantità di linfociti T, cellule chiave per la difesa contro le infezioni. In un altro esperimento, sono stati esposti giovani studenti di medicina al virus del raffreddore: quelli ottimisti si ammalavano meno degli altri o guarivano più velocemente. Un miglior funzionamento del sistema immunitario difende quindi gli ottimisti dalle malattie e li protegge dall’infiammazione cronica. Il che inevitabilmente allunga la vita: uno studio dell’Università di Harvard dimostra che le persone molto ottimiste hanno 1,5 volte più probabilità (per le donne) e 1,7 volte più probabilità (per gli uomini) di superare gli 85 anni di età. Gli studi hanno infatti escluso che sia vero l’inverso (cioè che gli ottimisti siano tali perché godono di buona salute). Inoltre, senza ottimismo cambierebbe radicalmente il nostro modo di pensare, rendendoci un po’ depressi. Molti studiosi ritengono infatti che le idee pessimiste siano particolarmente presenti nelle persone che soffrono di depressione. Lo dimostrano alcuni test sperimentali, in cui ai soggetti viene richiesto di premere pulsanti e di calcolare se le loro azioni abbiano effettivamente causato l'accensione di una luce posta di fronte a loro (che invece pulsa a un ritmo casuale). I risultati dimostrano che le persone non depresse (e quindi dotate di sane “illusioni positive”) sovrastimano il proprio grado di controllo personale in situazioni dominate unicamente dal caso, e sentono invece di “guidare” gli eventi. Gli individui depressi, viceversa, riconoscono lucidamente di non avere controllo, e non si lasciano distrarre dalle probabilità. La psicologa Shelley Taylor, che all’Università della California studia proprio le illusioni positive, afferma che queste ultime abbiano uno scopo terapeutico inestimabile: preservano la salute mentale schermando la mente umana dalle informazioni ansiogene che provengono dall'esterno, incoraggiando lo sviluppo di relazioni sociali e agevolando i recuperi post-traumatici. Insomma, senza ottimismo saremmo un po’ come Churchill, che affermava di soffrire di quella che chiamava “la mia black dog” e che anche nei momenti di grande successo tendeva a vedere il lato negativo delle cose, temendo il futuro e preoccupandosi di nuove crisi. Ma in un mondo in cui l'ottimismo svanisse completamente le ricadute più grosse si avrebbero probabilmente sulla società considerata nel suo complesso. La fiducia negli altri, per esempio, è un fondamentale collante sociale e gli ottimisti ne hanno molta di più: per questo sono anche portati a essere più altruisti dei realisti/pessimisti. E ottimismo alimenta ottimismo. Le ricerche hanno dimostrato che chi riceve un’azione altruistica è sì più soddisfatto, ma soprattutto a sua volta diventa più ottimista. In una società di pessimisti, insomma, ognuno “si farebbe i fatti suoi” e la solidarietà rimarrebbe limitata alle persone strettamente imparentate (fratelli, genitori-figli). Anche i rapporti di coppia cambierebbero: la mancanza di una visione positiva del futuro farebbe crollare la natalità un po’ ovunque e l'umanità conterebbe sempre meno individui. Senza contare che senza l'aspettativa di raggiungere i propri obiettivi, gli ostacoli come una bocciatura, un licenziamento o una malattia grave apparirebbero insormontabili, aumentando l’abbandono scolastico, lavorativo o relazionale. In generale sarebbe uno shock maggiore per il cosiddetto Mondo occidentale, in cui la cultura è più individualista e quindi basata sull’iniziativa personale. E se quest’ultima venisse a mancare per paura dei possibili errori, la paralisi delle attività economiche sarebbe inevitabile perché lo spirito imprenditoriale scomparirebbe: addio all’innovazione, dunque. Una catastrofe per l’economia italiana, per esempio, formata soprattutto da una rete di molte piccole imprese. Le culture orientali, in particolare quella giapponese, riceverebbero un contraccolpo minore, poiché sono più abituate a una sorta di “cauto pessimismo”, che utilizzano come difesa psicologica in caso di avversità. Ma anche lì le conseguenze si farebbero sentire e forse i cinesi non potrebbero più sentirsi incoraggiati dal loro bellissimo detto “Se metti un ramo verde nel tuo cuore, prima o poi un uccellino verrà a cantare”. Identikit del pessimista La psicologia distingue tra “piccolo ottimismo”, quello situazionale legato a un determinato fatto, e “grande ottimismo”, quello disposizionale. Il secondo è un tratto abbastanza stabile della personalità e consiste nel pensare che il futuro ci riserverà più eventi positivi che negativi. All'opposto, secondo lo psicologo statunitense Martin Seligman, il pensiero di un pessimista ha tre caratteristiche fondamentali. Interiorizza i fallimenti – Quando si verifica un evento avverso, tende ad attribuirne la causa a fattori interni e personali (“È colpa mia”, “Non ho talento”). L’ottimista, al contrario, attribuisce l'ostacolo a contingenze esterne (“Le condizioni meteorologiche erano pessime”, “L'esame era formulato male”). Ritiene che non cambierà – Percepisce la causa di un risultato negativo come duratura, cronica o immutabile (“Sarò sempre inadatto a questo lavoro”). L'ottimista interpreta invece l'evento negativo come transitorio (“Oggi non ero concentrato”, “È stata solo una giornata sfortunata”). Tende a generalizzare – Estende il fallimento a tutti gli ambiti (“Non sono capace di fare nulla nella vita”), mentre l'ottimista lo confina a un contesto specifico e delimitato (“Sono andato male in questo test di matematica, ma resto competente in altre aree”). Dritte per non litigare in vacanza con gli amici (Ilpost.it) - Succede anche con quelli con cui si va più d'accordo: ci sono dei modi per evitarlo - Secondo un sondaggio svolto su oltre 2-mila persone dalla Starling Bank nel Regno Unito, la metà ha litigato almeno una volta con degli amici durante una vacanza di gruppo, e un sesto ha interrotto del tutto il rapporto con qualcuno di loro per questioni di soldi. Quella di litigare in vacanza con amici con cui normalmente si va molto d’accordo è un’esperienza abbastanza diffusa, tanto che spesso viene data per scontata in battute e luoghi comuni. Il problema nasce quando improvvisamente si comincia a condividere tutto, e a doversi venire incontro su quanto spendere, cosa mangiare e dove andare: se le aspettative sono molto alte e molto diverse, e il viaggio è scomodo o impegnativo, poi, le cose possono degenerare facilmente. Una regola forse un po’ drastica che ci si può dare è quella del fotogiornalista Kevin Kelly, cofondatore della rivista Wired, per cui le lamentele andrebbero esternate solo a viaggio concluso. Più in generale, psicologi ed esperti di viaggio sono concordi nel dire che la cosa più importante da fare per evitare litigi in vacanza è parlarsi, meglio se prima di partire. Consigli più precisi e altre dritte sul tema le trovate qui sotto. Le aspettative - Essere sinceri rispetto a quello che ci si aspetta da un viaggio può fare una differenza enorme, ha detto all’Independent la terapeuta Jessi Gholami. Durante una vacanza di gruppo può darsi che una persona desideri starsene sdraiata tutto il giorno in spiaggia mentre un’altra voglia fare escursioni o esplorare tutto quello che ha da offrire la zona. Nicole Martinez, cofondatrice di Let’s Jetty, un’app per pianificare viaggi in gruppo, dice che per capire se si è in sintonia aiuta molto condividere i propri desideri per la vacanza già da prima, così come dire chiaramente a quali esperienze si vuole dare la priorità: rilassarsi? visitare i musei? mangiare nei migliori ristoranti del posto? Il budget - Per molte persone non è facile né spontaneo parlare di soldi ma è decisamente consigliabile affrontare la questione prima invece che durante la vacanza. Per la terapeuta Amanda Clayman, specializzata sul tema del rapporto col denaro, la cosa da fare è indicare cifre concrete e dichiarare subito quanto si è disposti a spendere e in cosa. Anziché dire “mi piacerebbe stare in un posto carino, ma non troppo costoso” si dovrebbe dire chiaramente qual è il proprio budget. Oltre a parlare per sé, è sempre meglio chiedere alle altre persone quanto sono disposte a spendere per voli, hotel e attrazioni: darlo per scontato o forzarle a spese non volute non è una buona idea. In generale, è chi è disposto a spendere di più che deve adattarsi a chi vuole spendere di meno. Contare le spese - Sia quelle prima della partenza che mentre si è via. Se una persona ha pagato il volo per tutte, per esempio, è utile stabilire una data massima entro cui le altre devono rimborsarla, dice sempre a Vox Auston Matta, fondatore di Two Bad Tourists, un sito per pianificare viaggi. Per le cose che si pagano man mano, come la spesa, i biglietti dei mezzi pubblici o il carburante, è molto comodo affidarsi ad app come Splitwise, Tricount o Settle Up, che tengono traccia delle spese e calcolano in automatico chi deve restituire quanto a chi. Un’altra cosa che rende più facile gestire i soldi, soprattutto se si pagano costantemente piccole somme in contanti con una valuta diversa dalla propria e non si riesce a tenere il conto di tutto, è istituire una cassa comune e segnare sulla app solo la cifra con cui ciascuno contribuisce. Esigenze e abitudini - C’è chi è abituato a svegliarsi alle 7 e preferisce avere una giornata perfettamente organizzata anche in vacanza, e chi invece vuole approfittarne per star fuori fino all’alba e svegliarsi a mezzogiorno. Meglio far sapere prima alle persone che viaggiano con noi cosa ci mette a disagio, anziché accumulare frustrazioni e poi doverne discutere sul momento, ha scritto l’autrice di The Cut Andrea González-Ramírez. Parlarne prima può servire anche a capire per tempo che forse non è il caso di andare in vacanza insieme e che si può rimanere amici anche con questa consapevolezza. Preparazione - Le informazioni logistiche, come a che ora presentarsi all’aeroporto, vanno comunicate in maniera chiara; i biglietti per un’attrazione che potrebbero andare esauriti facilmente vanno comprati per tempo. Può anche essere utile avere un itinerario di massima condiviso tra tutti i partecipanti, per esempio su Google Docs: il consiglio però è di pianificare al massimo una o due attività grosse al giorno, di modo da avere sempre un po’ di tempo libero ed evitare di ritrovarsi sopraffatti dalla tabella di marcia. Vale la pena controllare anche il meteo, così da gestire i possibili inconvenienti ed evitare che degenerino in discussioni. Allo stesso tempo bisogna stare attenti a non esagerare col controllo e l’organizzazione, che potrebbero far sentire i compagni di viaggio poco liberi. Una cosa che si può fare è dividersi i compiti: ognuno si occupa di organizzare la propria parte e poi appena prima di confermare o prenotare chiede l’approvazione finale agli altri assicurandosi che vada bene a tutti. Il tempo da soli - Anche se fare un viaggio in gruppo significa fare molte cose insieme, c’è chi ha bisogno di passare comunque del tempo per conto proprio. Suzie Palma, che lavora sempre per Let’s Jetty, consiglia di dire prima se si preferisce per esempio far colazione da soli, o se ci si tiene molto a cenare tutti insieme. A volte si evita di prendersi dei momenti per sé perché si teme che gli altri si offendano, ma spesso è un timore ingiustificato o comunque conoscendo i propri amici è facile trovare un modo per evitare che lo pensino. Quando si litiga - Quando si è stanchi o frustrati, cosa che in viaggio può capitare come nella vita quotidiana, può essere difficile pensare lucidamente e in modo distaccato. Se ci si innervosisce può essere utile fare qualche respiro o – per chi lo fa già – meditare per provare a calmarsi e ricordarsi che forse quello che sta succedendo non è così grave o insormontabile come sembra, ed è solo la situazione particolare a farlo sembrare così. Se ad agitarsi è un’altra persona, le si può chiedere se le va di parlarne o se invece ha bisogno di spazio, e assecondare le sue richieste. Infine può capitare che una vacanza non sia né rilassante né soddisfacente: David Austern, docente di psichiatria alla New York University, ha detto al Los Angeles Times che però è importante ricordarsi cosa ci ha spinto a passare del tempo con certe persone, cosa ci unisce a loro. Il tonno: semplicità, gusto e salute (Taccuinigastrosofici.it) - Dall’antichità ai giorni nostri, un dono del mare che non tramonta mai - La pesca del tonno era praticata già nella preistoria, come dimostrano i graffiti scoperti nella grotta del Genovese a Levanzo, una delle isole Egadi. Nell’antichità classica sono numerosissime le attestazioni delle qualità nutrizionali e perfino terapeutiche del tonno. Già Archestrato di Gela (IV secolo a.C.) trattava dell’uso del tonno nella cucina dell’epoca. Ne scrivono con passione autori come Omero, Polibio, Strabone, Plinio, Plutarco, Galeno, Aristotele nonché scrittori/gastronomi quali Marziale, Apicio. Per gli Etruschi il tonno simboleggiava la facoltà di tenersi a galla con le proprie forze nel mare delle avversità della vita. Nella maggior parte dei casi il pesce di cattura non era consumato fresco, a causa del clima caldo del Mediterraneo, ma veniva sottoposto a processi di conservazione (affumicamento o salagione). La pesca del tonno fu descritta per la prima volta da Aristofane, da Oppiano e dal siracusano Teocrito. Aristofane (V secolo a.C.) racconta che una vedetta si appostava sul rilievo costiero più alto per segnalare l’arrivo dei tonni, i quali venivano spinti dalle correnti marine all’interno di un intrico di reti. Dagli scritti di Strabone (I secolo a.C.) veniamo a conoscenza del fatto che i Fenici, abili pescatori, si spinsero oltre le colonne d’Ercole alla ricerca dei branchi di tonni, che erano poi lavorati a Cadice, luogo in cui sono state trovate monete raffiguranti questo pesce. Nell’antichità classica il tonno ha rappresentato una delle maggiori ricchezze economiche e risorse naturali per tutte le popolazioni che si affacciavano sul Mediterraneo. E quando parliamo di tonno ci riferiamo al “tonno rosso” (Tunnus tynus), per molti secoli fonte di cibo e di lavoro, e quindi di reddito, per i pescatori, i costruttori di barche e di reti e per tutti quelli che lavoravano la carne del tonno lungo tutto il bacino di quello che i romani chiamavano “mare nostrum”, da Gibilterra all’Ellesponto. In Italia l’epicentro dell’economia del tonno è stato il Mezzogiorno, in particolare l'area occidentale. Dalla Sicilia veniva, ad esempio, la materia prima utilizzata per produrre il “garum”, una salsa di tonno largamente apprezzata nell’antica Roma, ottenuta dalla macerazione e filtrazione di un composto di interiora e sangue di tonno. Quando l’Impero Romano declinò (e con esso il garum), le dominazioni successive proseguirono, e perfezionarono, la filiera del tonno: dalla pesca alla sua lavorazione, conservazione e commercializzazione. Sono da citare, in particolare, gli arabi, i quali edificarono nuove tonnare lungo le coste, e dai quali deriva l’etimologia di tutte le parole e i canti scanditi durante la cattura dei tonni e la loro successiva lavorazione. Nella Sicilia medievale la ventresca, o surra di tonno, occupa un posto di grande rilievo nella gerarchia dei prodotti ittici, tanto che il tonno siciliano veniva servito regolarmente sulle mense dei Cardinali della Curia, prima ad Avignone e poi a Roma. Nella stessa epoca, presso le tonnare siciliane e andaluse si vendevano i resti del tonno ad un prezzo accessibile anche per le classi meno agiate, spine, teste, e sangue in buona parte trasformati in farina di pesce, usata come concime o colla. C’è un momento preciso in cui, in tutti i settori economici, scatta il passaggio alla produzione moderna. Per l’industria del tonno è stato quello in cui il francese Nicolas Appert scoprì, all’inizio dell’Ottocento, un metodo per conservare i cibi nei contenitori di vetro. Fu proprio dalla metà di quel secolo che il tonno, fino ad allora conservato solo naturalmente, con sale o olio di oliva in orci di terracotta, grazie al diffondersi dei metodi di inscatolamento ebbe un boom nella sua diffusione e commercializzazione. Oggi le varie parti del tonno (ventresca, filetti, bottarga, mosciame, lattume, cuore, buzzonaglia) vengono utilizzate per la preparazione di piatti che ne prevedono l'uso crudo, come nel sushi, o cotto. Il tonno conservato sott'olio o al naturale (in acqua salata) assieme a ortaggi freschi e maionese è una delle farciture più apprezzate nei panini. Cinque motivi per mangiare il tonno 1. Consigliato nelle diete ipocaloriche. Può contribuire al calo di peso corporeo, in quanto alimento nutriente con un elevato indice di sazietà. 2. Previene le malattie cardiovascolari. È ricco di acidi grassi essenziali Omega 3, indicati per ridurre i livelli di trigliceridi e di colesterolo cattivo nel sangue. 3. Migliora l’umore. Il fosforo e gli Omega 3 del tonno possono avere un effetto sull’umore contrastando gli stati di depressione e di ansia. 4. Aiuta i muscoli. Le proteine contenute possono preservare la massa muscolare. Proprio per questo il tonno è uno dei pesci maggiormente preferiti dagli sportivi. 5. Contro l'artrite. Alimento particolarmente ricco di calcio, può rinforzare le ossa e prevenire l’osteoporosi. Si tratta di un cibo consigliato per chi soffre di artrosi o artrite. Lavarone: un lago dal fascino senza tempo (Visittrentino.info.it) - Spiagge, passeggiate e storia antica - Il Lago di Lavarone è un piccolo lago alpino che si adagia a circa 1.080 metri di quota sull’altopiano omonimo, nel cuore dell’Alpe Cimbra, in Trentino. Le sue acque, estese per circa 64.000 metri quadrati e profonde fino a 17 metri, sono alimentate da sorgenti superficiali e defluiscono nel sottosuolo, dando origine alle cascate nella valle di Centa. Intorno al lago si alternano boschi di conifere, prati e le frazioni di Lavarone, collegate da sentieri e strade panoramiche. Bandiera Blu da diversi anni, è un luogo apprezzato sia per i bagni estivi sia per le passeggiate tranquille, mentre in inverno il ghiaccio lo trasforma in una grande pista di pattinaggio all’aperto. Il Lago di Lavarone è considerato uno dei bacini più antichi dell’arco alpino. Si è formato oltre duemila anni fa in seguito allo sprofondamento di una dolina carsica: sul fondale sono stati trovati tronchi e radici datati intorno al 210 a.C. Il suolo si è reso impermeabile e le acque delle piccole sorgenti hanno lentamente riempito la conca. Oggi il lago appare regolare nella forma, con sponde dolci e un colore che varia dal verde al blu a seconda della luce. Accanto alla spiegazione geologica della sua origine, vive una leggenda locale. Si racconta che al posto del lago ci fosse un bosco, ereditato da due fratelli che litigarono aspramente per il possesso. Di fronte a questo contrasto, il bosco sarebbe sprofondato nella notte, lasciando al mattino un lago al proprio posto. La presenza di resti di antichi alberi sul fondale ha alimentato questa narrazione nel tempo. Tra fine Ottocento e inizio Novecento il lago divenne luogo di villeggiatura per l’aristocrazia mitteleuropea. Qui soggiornò più volte Sigmund Freud, che amava passeggiare lungo le rive e trovare quiete per lo studio e la scrittura. A lui è oggi dedicato il Sentiero di Freud, che collega il paese al lago con punti di sosta e scorci panoramici. Numerose sono le cose che meritano di essere viste in questa zona. Sulle sponde nord e sud si trovano due spiagge attrezzate, note come Lido Bertoldi e Lido Marzari. Qui si può accedere alla balneazione in aree sorvegliate, noleggiare lettini, sdraio e ombrelloni e utilizzare i pontili per entrare comodamente in acqua. Da entrambi i lidi partono imbarcazioni a remi, pedalò e sup per esplorare il lago dal centro, dove l’acqua assume tonalità più scure e profonde. I prati erbosi accanto alla riva offrono zone d’ombra e aree dove sostare con i bambini. Servizi, chioschi e piccoli bar rendono agevole fermarsi per l’intera giornata. Un sentiero semplice e regolare compie il giro completo del lago in circa trenta minuti di cammino tranquillo. Il percorso, in gran parte pianeggiante, alterna tratti lastricati e sterrati e si presta anche a passeggini e camminate lente. Lungo il tracciato una serie di brevi deviazioni porta quasi a sfiorare l’acqua, dove si osservano pesci e si colgono riflessi del bosco sulla superficie. La passeggiata offre punti di vista diversi: da un lato il profilo degli alberghi storici affacciati sulla riva, dall’altro la fascia di conifere che avvolge la conca. È un itinerario adatto in ogni momento della giornata, anche come breve uscita serale. Il Sentiero di Freud collega il centro di Lavarone con il lago seguendo una linea dolce tra prati, radure e boschi. Pensato come percorso accessibile anche a famiglie e persone con mobilità ridotta, propone piazzole di sosta con pannelli che ricordano la presenza dello psicoanalista su questi altipiani. Lungo il cammino si trovano panchine e spazi dove fermarsi a osservare il paesaggio, con scorci sull’acqua e sui rilievi circostanti. Il sentiero si raccorda al Viale Gradiva, che scende verso la riva. È una camminata tranquilla che aiuta a comprendere il legame tra il lago, il paese e la storia culturale del luogo. Nei dintorni del Lago di Lavarone si sviluppano diversi percorsi tematici. Tra questi, il Respiro degli Alberi unisce un breve itinerario boschivo a installazioni artistiche en plein air. Il tracciato, lungo circa 2,5 chilometri, attraversa una foresta di abeti, larici e faggi, con aperture panoramiche sulla Valsugana e sui laghi di fondovalle. La presenza di opere in legno e metallo invita a soffermarsi e osservare il rapporto tra arte e paesaggio. Poco distante, il Sentiero delle Sorgenti segue l’antico cammino dei pastori verso fontane e polle d’acqua cristallina, raccontando attraverso pannelli la storia dell’alpeggio e delle erbe officinali. A breve distanza dal lago sorge Forte Belvedere, costruito dall’esercito austro-ungarico alla vigilia della Prima guerra mondiale. Oggi è un museo che documenta la vita quotidiana in prima linea e il ruolo strategico dell’altopiano. Dalla terrazza del forte lo sguardo si apre sulla Val d’Astico e sulla dorsale montuosa che segnava l’antico confine. Il collegamento con il Lago di Lavarone è evidente: molti sentieri che oggi si percorrono per escursioni tranquille seguono in parte vecchie viabilità militari, trasformate in itinerari storici come il Sentiero della Pace, che attraversa l’intero arco trentino. L’accesso al Lago di Lavarone come ambiente naturale è libero tutto l’anno. Le strutture balneari, i lidi e i servizi stagionali seguono invece calendari specifici, di solito concentrati tra giugno e inizio settembre. In questo periodo possono essere attivati servizi di salvataggio, noleggio attrezzature e ingressi a pagamento nelle aree organizzate. In inverno l’utilizzo della superficie ghiacciata per il pattinaggio è regolato dalle autorità locali, che definiscono quando il ghiaccio è sufficientemente spesso per garantire la sicurezza. Il ritorno dance e vecchio stile di Madonna (Ilpost.it) - Col suo ultimo disco una delle popstar più grandi di sempre vuole tornare a far ballare e divertire: alla critica è piaciuto - Il 3 luglio è uscito il quindicesimo album in studio di Madonna, una delle più celebri popstar di sempre. Si chiama Confessions II e richiama fin dal titolo uno dei suoi album più riusciti e apprezzati degli anni Duemila, Confessions on a Dance Floor, quello di “Hung Up” e “Get Together”. È un disco autocelebrativo, danzereccio e dichiaratamente nostalgico, che ripropone nei suoni e nelle atmosfere quel tipo di musica con cui Madonna riuscì a tornare rilevante nel pop internazionale una ventina d’anni fa, rivaleggiando per fama e vendite con colleghe più giovani e che ai tempi erano all’apice delle loro carriere, come Britney Spears, Rihanna e Christina Aguilera. La critica lo ha accolto molto bene, descrivendolo come un disco curato nella produzione, pieno di hit divertenti e con diversi omaggi alla musica dance europea degli anni Ottanta e Novanta. Confessions II è un disco che fa venire voglia di ballare, molto distante dal pop intimista, malinconico e fortemente influenzato dalla musica latinoamericana che Madonna aveva proposto negli anni Dieci del Duemila, soprattutto nel suo penultimo album Madame X (2019). Madonna, che ha 67 anni, ha raccontato che l’ispirazione per Confessions II le venne durante il Celebration Tour, la serie di concerti che fece tra il 2023 e il 2024. Era fondata principalmente sulla riproposizione dei suoi brani più celebri, ottenne un grande successo e la convinse a tornare alla musica che aveva caratterizzato una delle fasi migliori di tutta la sua carriera. Oltre a richiamare l’estetica e lo status della Madonna degli anni Duemila, Confessions II punta a raggiungere un pubblico più giovane, come dimostrano anche le collaborazioni. “Bring Your Love”, la quarta canzone del disco, è stata scritta insieme a Sabrina Carpenter, la cantante ventisettenne di “Espresso” (che fu la canzone più ascoltata su Spotify nel 2024) e dell’album Man’s Best Friend, la cui copertina lo scorso anno aveva scatenato un discreto putiferio. La musica di “Bizarre” è stata invece composta dall’olandese Martin Garrix, uno dei più famosi dj al mondo (quello di “Animals”, per intenderci). Se la prima parte di Confessions II è quasi tutta dance, le ultime canzoni del disco sono più rilassate e riflessive. “Fragile” per esempio è una ballata acustica dedicata a Christopher Ciccone, il fratello di Madonna morto nel 2024, mentre “The Test” è un intimo duetto con sua figlia Lourdes Leon e riprende nei testi e in parte dell’arrangiamento “Little Star”, una delle canzoni più famose di Ray of Light (1998), dedicata proprio a Leon. “Danceteria” è dedicata all’omonimo e famosissimo locale di New York in cui Madonna si esibì spesso all’inizio della sua carriera negli anni Ottanta, e cita diverse persone che frequentava in quel periodo, tra cui i pittori Keith Haring e Jean-Michel Basquiat e l’attrice Debi Mazar. Entra facilmente in testa perché Madonna canticchia un motivo molto simile al famoso ritornello di “Walk on the Wild Side” di Lou Reed, quello che fa “doo, doo-doo, doo-doo, doo-doo-doo” (Reed è infatti accreditato tra gli autori della canzone). La produzione del disco è stata affidata a Stuart Price, che nel 2005 curò la maggior parte delle canzoni di Confessions on a Dance Floor. Alexis Petridis del Guardian ha scritto che, nonostante Confessions II rischi di essere sbrigativamente liquidato come un «vile tentativo» di recuperare i fan che si sono allontanati da Madonna negli ultimi vent’anni, in realtà è un album molto coraggioso. Ha apprezzato in particolare la volontà di non inseguire a tutti i costi gli ultimi cliché della musica pop contemporanea, e anche di resistere a una tentazione in cui molte colleghe della sua età inciampano, cioè imitare le proposte più raffinate e sperimentali di popstar contemporanee come Charli xcx o Billie Eilish. Mark Savage di BBC lo ha definito «un inno al potere liberatorio dei club», mentre secondo Nick Levine di NME è il disco «più vitale» che Madonna abbia realizzato negli ultimi vent’anni. «Questa regina del pop sa ancora come farci ballare», ha aggiunto.