Settembre 2026 n. 9 Anno LVI MINIMONDO Periodico mensile per i giovani Direzione redazione amministrazione e stampa Fondazione Biblioteca Italiana per Ciechi «Regina Margherita» ETS via G. Ferrari, 5/a 20900 Monza Casella postale 285 tel. 039/28.32.71 e-mail: bic@bibciechi.it web: www.bibliotecaciechi.it Registrazione 25-11-1971 n. 202 Dir. resp. Pietro Piscitelli Comitato di redazione: Pietro Piscitelli Massimiliano Cattani Luigia Ricciardone Copia in omaggio Rivista realizzata anche grazie al contributo annuale della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero della Cultura. Indice Verso la dittatura Se arrivasse il super Niño Umano o artificiale? Professione balia Crostata: storia del dolce da dispensa diventato icona Capri, l’isola dei sogni Addio a Francesco Guccini Verso la dittatura (di Simone Cosimelli, «Focus Storia» n. 237/26) - 17 luglio 1936: un tentativo di golpe dà il via alla terribile guerra civile spagnola, che si conclude con la dittatura di Francisco Franco - Novanta anni fa, il 17 luglio 1936, un gruppo di militari spagnoli di alto rango diede avvio a un golpe per rovesciare la Repubblica di Spagna. La ribellione fallì il suo obiettivo primario: prendere rapidamente il potere. Tuttavia fu il primo passo verso l’instaurazione della lunghissima dittatura franchista, durata dal 1939 al 1975. Cosa accadde in quei giorni? Il colpo di Stato maturò dopo una lunga incubazione, in un Paese socialmente e politicamente diviso. Con l’avallo del re Alfonso XIII, già nel 1923 il generale Miguel Primo de Rivera aveva attuato una stretta autoritaria. Il potere si era concentrato nelle mani di una cerchia di proprietari terrieri (terratenientes) spalleggiati da un clero cattolico di orientamento tradizionalista. La svolta avvenne tra 1930 e 1931, prima con una serie di moti popolari di protesta, che costrinse de Rivera a farsi da parte, e poi con i risultati delle elezioni municipali. La vittoria dei partiti antimonarchici spinse il Re all’esilio e propiziò la nascita della Repubblica. Democratici, comunisti, socialisti e anarchici chiesero riforme modernizzatrici e trovarono un punto di convergenza nella figura di Manuel Azaña, il fautore di una nuova coalizione, il Fronte popolare (Frente Popular). Tuttavia, la Spagna era una polveriera in procinto di esplodere. Tra il 1933 e il 1935 si compattò infatti un blocco nazionalista contrario alla svolta repubblicana. Così, quando il Fronte popolare vinse le elezioni nazionali del febbraio del 1936, e Azaña divenne presidente della Repubblica nel maggio successivo, si giunse al punto di rottura. Nel Paese crebbe la polarizzazione e comparvero organizzazioni di ispirazione fascista, come la Falage Españiola. A far precipitare la situazione furono due omicidi nel luglio del 1936: prima quello del tenente José Castillo, membro antifascista della Guardia de Asalto, e poi quello di José Calvo Sotelo, noto esponente monarchico ucciso per ritorsione da un gruppo di avversari politici proprio dopo l’uccisione di Castillo. Da mesi una giunta di militari guidata dal generale Emilio Mola, detto “il Direttore”, aveva pianificato segretamente un intervento straordinario contro i repubblicani. Assieme a lui si muovevano anche altre figure influenti, come il generale José Sanjurjo. La morte di Sotelo e il timore di essere scoperti fornirono il pretesto per rompere gli indugi. L'insurrezione scattò in Marocco, un protettorato coloniale spagnolo. Il 17 luglio 1936 reparti dell’Armata d’Africa presero il controllo dei centri di Melilla, Ceuta e Tetuan dichiarando di agire in nome della sicurezza nazionale. Fu l’inizio della sollevazione (alzamiento). L'operazione coinvolse le guarnigioni dislocate in Spagna e venne condotta sfruttando l’effetto sorpresa. Molti ufficiali fedeli alla Repubblica vennero fucilati. Emerse allora il profilo del generale Francisco Franco. Uomo con posizioni reazionarie e grande ascendente sull’esercito, Franco era stato destituito dal ruolo di capo di stato maggiore e si era mosso con cautela. Solo all’ultimo, incalzato dagli altri generali, prese in mano il coordinamento della rivolta. Non tutto, però, andò come previsto. Truppe regolari e milizie popolari difesero le aree più industrializzate, dai Paesi Baschi alla Catalogna fino alle Asturie. Le forze antirepubblicane non si arresero e cominciò la guerra civile. La Spagna divenne l’epicentro delle tensioni europee. Sembrò la punta più avanzata di un contagio autoritario alimentato dal fascismo in Italia e dal nazismo in Germania. Non a caso Mussolini e Hitler offrirono a Franco un supporto determinante, aiutando i soldati nazionalisti stanziati in Africa a spostarsi in Andalusia attraverso un ponte aereo. Paesi democratici come la Francia e il Regno Unito condannarono i nazionalisti ma non intervennero direttamente, mentre l’Urss sostenne i repubblicani inviando consiglieri, tecnici e risorse militari, senza però entrare nel conflitto. Molti volontari - militanti, attivisti e intellettuali - accorsero in Spagna per sostenere la Repubblica. Anche George Orwell, pseudonimo dello scrittore inglese Eric Arthur Blair, partì volontario. Più tardi scrisse: “La nuda verità sulla guerra è abbastanza semplice. La borghesia spagnola intravide la sua opportunità di distruggere il movimento operaio, e la colse, supportata dai nazisti e dalle forze reazionarie di tutto il mondo. È assai improbabile che riusciremo mai a dimostrare qualcosa di più”. Il ruolo di Franco si rafforzò, specie dopo la morte dei generali José Sanjurjo e Emilio Mola in due incidenti aerei. Mussolini tentò di saldare un’alleanza con il capo della rivolta militare e di estendere l'influenza italiana nel Mediterraneo. Entro il 1937 l’Italia inviò in Spagna migliaia di veicoli, fucili, mitragliatrici e cannoni e oltre 70.000 unità tra soldati del Regio esercito e membri della Milizia fascista. Il regime usò anche l'aviazione contro civili inermi per seminare il terrore. La vittoria nazionalista arrivò nel 1939 e il nuovo regime franchista adottò subito una politica di dura repressione interna. Se arrivasse il super Niño (di Giovanna Camardo, «Focus n. 406/26) - Il fenomeno meteo è tornato e minaccia di essere molto forte. Ecco che impatti può avere - Il nome non sembrava minaccioso: El Niño, il Bambino. Lo chiamarono così i pescatori della costa ovest del Sud America, sul Pacifico, che nel ’600 notarono un periodico riscaldamento delle acque, con una diminuzione dei pesci. Il picco del fenomeno arrivava in genere attorno a Natale e così fu chiamato El niño de Navidad, il bambino di Natale, Gesù Bambino. Solo che El Niño non porta regali, semmai qualcosa di più simile alle piaghe bibliche: diluvi, siccità, fiamme, carestie... È infatti un fenomeno meteorologico che si origina nell'oceano Pacifico, ma ha effetti sul meteo di una parte considerevole del Pianeta, a macchia di leopardo e in modo differente: ad alcuni porta piogge torrenziali, ad altri calura e siccità. I meteorologi hanno annunciato il ritorno di questo evento, che si origina ogni 2-7 anni e dura 9-12 mesi. Si rafforzerà più avanti nell’anno e secondo le previsioni potrebbe non essere un Niño “normale”, ma diventare quello che è stato definito - con un termine non scientifico ma che rende l’idea - un “Super El Niño”. O “El Niño Godzilla”, se il concetto non fosse ancora chiaro. Quali sarebbero le conseguenze di un Super El Niño? Quali parti del mondo ne sentirebbero più il peso? E come potrebbero evolvere questi eventi “potenziati” col riscaldamento globale? Per rispondere, capiamo meglio che cos'è El Niño. Si manifesta con una variazione di temperatura nel Pacifico, che innesca una alterazione delle precipitazioni. Gli scienziati ne dichiarano l’inizio quando la temperatura delle acque superficiali nel Pacifico Equatoriale centro-orientale supera di 0,5°C la temperatura media normale. Ma il gioco si fa duro quando l'aumento supera i 2°C: è allora che si parla di Super El Niño. Eventi molto intensi si sono verificati nel 1877-1878, 1982-1983, 1997-1998, 2014-2016 e 2023-2024. E le analisi, al momento, prevedono che si possano superare i +2,5°C tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera del 2027. «Le previsioni correnti indicano che potrebbe essere uno degli eventi più forti a nostra memoria», dice Christopher Callahan, della Indiana University. Quali sarebbero le conseguenze? «El Niño e la sua controparte fredda La Niña (fase che si manifesta invece con un calo delle temperature nel Pacifico, ndr) influenzano in modo significativo le piogge e la temperatura in molte parti del mondo: Sud America, Asia Orientale, India, Stati Uniti Occidentali, isole del Pacifico, Australia, parti dell’Africa», spiega Malte Stuecker, della University of Hawaii. Con un fenomeno forte, ci si aspetta un intensificarsi degli eventi estremi. Cominciamo da caldo e siccità. Con El Niño, le precipitazioni si spostano verso il Pacifico Centro-orientale e la costa americana, lasciando a secco varie aree sul “lato ovest”. In Australia, per esempio, le condizioni più calde e secche associate al fenomeno potrebbero essere fattori che aumentano il rischio di incendi boschivi. E lo stesso si teme per l’Amazzonia: in parte del Sud America, infatti, El Niño in genere riduce le piogge e l’aridità rende la foresta più “infiammabile”. Nel 2024 ha esacerbato le condizioni di siccità record e l’Amazzonia ha subito la più devastante stagione degli incendi in due decenni. Anche aree dell’Africa o dell’Asia sarebbero a rischio siccità, considerando inoltre che El Niño può ridurre le piogge monsoniche (l’India ha già previsto un indebolimento del monsone), con potenziali conseguenze sulla produzione agricola. Due esempi ci ricordano quale è l’impatto del fenomeno alla sua massima potenza. Nel 2015 l’Etiopia è stata colpita dalla peggior siccità degli ultimi decenni, con riduzione delle piogge, perdita dei raccolti e morte del bestiame; furono necessari aiuti per 10 milioni di persone. Secondo le analisi, la severità della siccità fu aumentata dal forte El Niño di quell’anno. E quello del 1877-1878 ebbe un ruolo nell’esacerbare le condizioni che portarono a una carestia globale: in quegli anni morirono più di 50 milioni di persone tra India, Cina, Brasile. Fattori come lo sfruttamento coloniale ebbero allora parte della colpa del disastro umanitario, e oggi l'agricoltura è meno vulnerabile, ma comunque un aumento della siccità associato a un Super El Niño minaccerebbe la sicurezza alimentare e la disponibilità di acqua in varie regioni. Il fenomeno contribuirebbe poi ad alzare la temperatura globale, visto che l’acqua più calda nel Pacifico tende a cedere molto calore all’atmosfera. Il potente El Niño del 2023-24 «ha avuto un ruolo nelle temperature globali record del 2024», ha detto Celeste Saulo, segretario generale dell’Organizzazione meteorologica mondiale. Sommandosi alla crisi climatica, un Super El Niño - che potrebbe alzare la temperatura di 0,2°C – rischia di fare toccare un nuovo record al nostro febbricitante pianeta: il 2027 potrebbe essere il più caldo finora registrato. In alcuni luoghi, il problema sarebbero invece piogge e allagamenti. Il fenomeno può aumentare il rischio di inondazioni, in America (nel Sud degli Stati Uniti o in Perù, per esempio) o in Asia: nel 1998 in Cina ci furono inondazioni devastanti che riguardarono circa 220 milioni di persone. E poi ci sarebbe un possibile effetto sui cicloni tropicali. Nel 2015, la stagione degli uragani nel Pacifico è stata attivissima: a fine agosto sopra il Pacifico Centrale ce ne sono persino stati tre di Categoria 4 (la seconda più intensa) in contemporanea, Kilo, Ignacio e Jimena. E l'Europa? «L’impatto di Niño e Niña sul meteo del continente è relativamente debole, in confronto, e in generale più lieve in estate rispetto all’effetto nella stagione invernale», spiega Malte Stuecker. Uno dei principali fattori che influenzano il tempo in Europa è l’Oscillazione Nord Atlantica (Nao), caratterizzata dalla fluttuazione della differenza di pressione a livello del mare tra l'Islanda e le Azzorre. Sembra un fenomeno lontano, ma ne sentiamo gli effetti. «Una fase Nao positiva indica una differenza di pressione maggiore e porta a venti occidentali (che soffiano da ovest, ndr) più forti, quindi a inverni più caldi e piovosi in Europa del Nord e inverni più freddi e secchi in Europa del Sud. Una fase Nao negativa indica una differenza di pressione più bassa del normale, con venti più deboli e inverni più freddi e secchi a Nord, più miti e piovosi a Sud», riassume Stuecker. «In generale El Niño favorisce inverni con più Nao negativa, quindi più freddi e secchi a Nord, più miti e con maggiori precipitazioni nel Sud. Durante La Niña, si va verso l’effetto opposto. Il “segnale” del Niño tende però a vedersi, emergendo sulle normali variazioni meteo, solo quando è molto forte». Dal lato economico, un Super El Niño potrebbe poi costare miliardi. Christopher Callahan, in uno studio pubblicato su Science, ha calcolato le perdite di reddito globali in occasione di due forti fenomeni degli ultimi decenni. «Abbiamo stimato che El Niño del 1982-83 abbia portato a 4,1 trilioni (4.100 miliardi) di dollari di perdite di reddito globali e che El Niño del 1997-98 abbia portato a 5,7 trilioni. Entrambi erano fenomeni estremi, con impatti economici di vasta portata e i cui effetti si sono accumulati per anni; abbiamo infatti visto che El Niño riduce la crescita economica nei Paesi tropicali per i 5 anni successivi. E per il fenomeno in corso gli impatti sarebbero altrettanto grandi, nel prossimo decennio», afferma Christopher Callahan. El Niño impatta sull’economia in molti modi. «Le piogge estreme in Sud America causano alluvioni e distruggono le infrastrutture; in diverse regioni i raccolti diminuiscono; siccità e incendi nel Sud-Est asiatico impattano sull’attività economica; possono esserci epidemie, come dengue e colera», spiega Callahan. Un esempio? Nel Pacifico Orientale, la risalita di acque profonde ricche di nutrienti “alimenta” il plancton alla base della catena alimentare e rende quest'area una delle zone marine più produttive. Ma El Niño interferisce sulla risalita e sull’abbondanza di pesci, con conseguenze per i pescatori dal Messico all’Ecuador al Perù. In alcune occasioni c’è stato un collasso dello stock di acciuga del Pacifico, vitale per l'economia del Perù e importante perché usata come cibo in acquacoltura nel mondo. Quest'anno il Perù ha già dovuto mettere limiti alla pesca dell’acciuga e i prezzi sono schizzati. «I Paesi tropicali sperimentano gli effetti più pesanti, dato che subiscono i cambiamenti più grandi nelle precipitazioni e nelle temperature. Europa, Usa, Canada vedono effetti più ridotti, ma in un mondo globalizzato nessun Paese è isolato: anche le nazioni europee possono sentire le ripercussioni, per i costi degli alimentari e altri choc», dice Callahan. Va detto che, al di là dei pesci di rilevanza economica per noi umani, un Super El Niño avrebbe effetti pesanti sulla vita marina. Le ondate di calore in mare possono impattare sui coralli, causandone lo sbiancamento e la morte, e su altri organismi. E alcuni animali rischierebbero di fare la fame: per esempio otarie e pinguini alle Galàpagos o in Perù (in anni con forti El Niño ci sono stati collassi nelle popolazioni). Anche loro, come i pescatori, alle prese con la carenza di pesce. Consideriamo infine, come dicono gli anglosassoni, l'elefante nella stanza: il cambiamento climatico. Potenzierà El Niño? «Bisogna considerare due questioni. La prima: gli impatti di El Niño cambieranno, in un mondo più caldo? La risposta è un netto sì. I cambi nel regime delle piogge portati da questo fenomeno — eccessiva pioggia per alcune regioni e siccità per altre - diventeranno dunque più severi», spiega Stuecker. «La seconda domanda: la magnitudo degli eventi El Niño-La Niña, misurata dalla differenza della temperatura delle acque del Pacifico rispetto alla norma, cambierà? Su questo c’è meno certezza. Ma la nostra recente ricerca indica la possibilità che, in un mondo che si scalda, El Niño e La Niña subiscano un cambiamento di regime diventando più forti e più regolari. Ciò intensificherebbe i cambiamenti nelle precipitazioni globali. Inoltre, l'impatto sull’Oscillazione Nord Atlantica e sul tempo in Europa aumenterebbe in modo significativo. Il nostro modello indica che vedremmo più inverni con Nao negativa nella fase di El Niño. Quindi più freddi e secchi in Nord Europa, più miti e piovosi a Sud». Come, conclude Callahan, «i nostri studi mostrano che se El Niño diventasse più forte in futuro, l’economia globale perderebbe trilioni di dollari: in uno scenario di emissioni medie, le perdite arriverebbero a 84 trilioni da qui a fine secolo». Umano o artificiale? (di Andrea Parlangeli, «Focus» n. 406/26) - In molte situazioni, sta diventando sempre più difficile distinguere una persona in carne e ossa da un algoritmo. Due esperti ci aiutano a capire quali sono le differenze - Marco è seduto alla scrivania e sta chattando con Silvia. L'ha conosciuta online qualche giorno fa, e i due hanno cominciato a scambiarsi messaggi. “Che cosa ti piace?”, chiede lui. “Vado matta per il sushi”, risponde lei. “Ti va di incontrarci?”. “Prima di uscire insieme vorrei conoscerti meglio”. A un certo punto un dubbio assale Marco: non ha mai visto Silvia; non è la prima volta che lei rifiuta un incontro... e se non fosse una persona, ma un’intelligenza artificiale (IA)? I dubbi di Marco sono fondati, ma le implicazioni sono ben più profonde di una semplice chat o di una conversazione anche vocale come quelle che si possono effettuare oggi. Il primo a porsi la domanda di come distinguere un umano da un algoritmo fu infatti il matematico britannico Alan Turing, che fu tra i pionieri di quella che oggi chiamiamo IA. All’epoca non c'erano i computer moderni, non c'era nemmeno l’elettronica basata sul silicio. I calcolatori con cui aveva lavorato Turing erano quelli usati durante la Seconda guerra mondiale dagli inglesi per decifrare i messaggi in codice dei tedeschi. Ma il visionario scienziato non poté fare a meno di chiedersi: in linea di principio, le macchine possono essere intelligenti? O, meglio, possono pensare? Non essendo in grado di definire bene l’intelligenza o il pensiero, in un articolo sulla rivista Mind Turing propose nel 1950 un modo di procedere operativo che chiamò “Imitation Game” e che oggi è noto come “Test di Turing”. Immaginiamo di poter chattare per un tempo illimitato con due interlocutori: uno è un algoritmo, l’altro una persona. Se non siamo in grado di identificare chi è la persona, vuol dire che l’algoritmo ci ha ingannato, cioè ha superato il test. Per decenni si è pensato che questa idea fosse teorica e lontana dalla realtà. Oggi invece l’IA ci inganna davvero. Vuol dire che è intelligente e che ha un pensiero? La risposta semplice è no, perché il Test di Turing è basato sui comportamenti: se una macchina passa il test, vuol dire che si comporta come un essere intelligente, non che lo è davvero. Insomma, è un po’ come il Mago di Oz della celebre fiaba: sembra grande e potente, ma se si guarda da vicino è solo un mix di fumo ed effetti speciali. I moderni Large Language Model (Llm) come ChatGPT sono abili giocolieri con le parole. «Ma è facile per un’IA “barare” a livello conversazionale, cioè farsi passare per un umano», chiarisce Alfio Quarteroni, professore emerito al Politecnico di Milano e autore del libro L'intelligenza creata (Hoepli). «Si possono usare per esempio strategie evasive (essere vaghi) o umorismo». Ma se si va a guardare meglio, si trova sempre il modo di “smascherare” un software di questo tipo. «Per esempio oggi i principali chatbot come GPT4, Claude e Gemini hanno comportamenti servili, nel senso che tendono ad assecondare l’interlocutore», svela Quarteroni. «Questo atteggiamento è detto sycophancy e può essere usato per distinguere un uomo da una macchina». Ma non è sempre così semplice. «Oggi si pensa che, in alcuni casi, determinati sistemi abbiano occasionalmente superato alcune versioni limitate del Test di Turing, ma nessuno ha dimostrato in modo robusto e riproducibile di poterlo fare», dice Quarteroni. In generale, i risultati sono migliori su tempi brevi; mentre in conversazioni lunghe è più facile “smascherare” un’IA. Se si va oltre il semplice aspetto conversazionale e si entra nei meccanismi del “pensiero” (come inizialmente previsto da Turing), il discorso si complica. «Il pensiero è qualcosa di tipico dell’attività mentale umana», dice Quarteroni. «È una forma continua di sviluppo di idee, immagini e concetti; quindi è difficile da formalizzare. Ma il pensiero include il ragionamento, che è un processo logico più strutturato e finalizzato, che cerca di legare cause ed effetti». Ed è qui che il confronto con le macchine si fa più interessante: sono capaci di ragionare? «Ci sono due tipi di ragionamento, quello deduttivo e quello induttivo», dettaglia Quarteroni. Il ragionamento deduttivo è quello che, partendo da determinate premesse, con una serie di passaggi logici arriva a una conclusione. Ed è quello che fanno i matematici quando dimostrano un teorema. Qui l’IA sta facendo passi in avanti notevoli ed è sempre più usata dai professionisti per verificare la correttezza delle dimostrazioni. La matematica ucraina Maryna Viazovska, per esempio, ha vinto la Medaglia Fields nel 2022 per aver risolto un problema che risaliva a Keplero e che riguardava l’impacchettamento più compatto possibile di sfere nello spazio. Il problema era stato risolto 4 secoli dopo in 2D e 3D; Viazovska lo ha risolto in spazi più estesi, con 8 e 24 dimensioni. «La sua dimostrazione è stata formalizzata con uno strumento di IA detto Gauss, ed è stata giudicata corretta», dice Quarteroni. «Questo non vuol dire che questi strumenti sostituiranno i matematici, perché in una dimostrazione ci sono elementi di intuizione, poi c'è la scelta di quali problemi affrontare, la costruzione del ragionamento e così via». Però è indubbio che l’IA sta rivoluzionando anche il modo di fare matematica e strumenti come OpenAI e Deep Mind sono ormai in grado di risolvere problemi ai limiti delle capacità umane. Passiamo ora all’altro tipo di ragionamento, quello induttivo. «È quello che fa emergere proprietà e strutture che non sono comprese negli insiemi di input», dice Quarteroni, «consentendo un salto di qualità». Un po’ come quando, dalle osservazioni sui fossili e sulle specie viventi, Charles Darwin concepì la teoria dell’evoluzione. «Se nel ragionamento deduttivo IA comincia a ottenere risultati convincenti, in quello induttivo è ancora ai primissimi passi», commenta Quarteroni. «Però si notano progressi. Nel 2020, per esempio, in una clinica del Massachusetts Institute of Technology (Mit) negli Usa è stato scoperto con l’IA un nuovo antibiotico artificiale con proprietà difficili da immaginare a priori e del tutto impreviste». Il nome stesso, halicina, deriva dal computer Hal del film 2001 Odissea nello Spazio (1968), che a un certo punto era diventato intelligente e perfino cosciente, tanto da costituire una minaccia per gli esseri umani. A questo punto si apre la strada a una nuova domanda, che prima o poi tutti tendono a porsi: con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, può un’IA essere cosciente? Diversi esperti considerano almeno plausibile che alcuni modelli di IA già lo siano, oppure probabile che lo diventino nel prossimo futuro. La società Anthropic, per esempio, ha studiato il modo in cui la sua IA Claude “osserva” e descrive i propri stati interni, una linea di ricerca che alcuni leggono come un passo verso modelli dotati di una qualche forma di consapevolezza. Ma il neuroscienziato Giulio Tononi dell’Università del Wisconsin-Madison, negli Stati Uniti, sostiene l'opposto. Tononi ha sviluppato quello che è forse l’unico modello in grado di descrivere la coscienza per come è, e non tramite le sue manifestazioni (i comportamenti): la teoria della coscienza integrata. «La coscienza è quello che sparisce quando cadiamo addormentati in un sonno senza sogni e che ritorna quando ci svegliamo o sogniamo», ci spiega. «Si può anche dire che la coscienza è esperienza. Qualunque cosa si veda, si senta o si tocchi, ogni emozione che si possa provare, ogni pensiero che si possa avere è coscienza. Quando la coscienza non c’è, non c’è assolutamente nulla». Fatta questa premessa, la teoria di Tononi si basa su cinque proprietà essenziali che condividiamo tutti: ogni esperienza è intrinseca (cioè soggettiva), specifica, integrata (non si può dividere in parti indipendenti), definita (ha un confine e una grana, come il campo visivo) e strutturata (contiene parti legate l’una all’altra, come i dettagli anatomici che compongono un volto). «La teoria traduce queste proprietà in termini fisici, come capacità di produrre effetti misurabili», dice Tononi. «Ed è del tutto generale; si può applicare all'uomo, agli animali, ai computer e all’universo intero, almeno in linea di principio». Consideriamo, per esempio, il cervello umano e cerchiamo di rispondere alla domanda, ancora aperta: dove “si trova” la coscienza? «Solo alcune parti della corteccia centrale e posteriore del cervello hanno la struttura adatta a supportare l’esperienza cosciente», sostiene Tononi. «Il cervelletto, invece, che pure contiene i 4/5 dei neuroni del cervello, non ha le proprietà adatte perché è organizzato in maniera modulare (cioè è troppo frammentato, ndr) e feed forward (cioè “a senso unico”, come le reti neurali dell’IA, ndr)». La teoria spiega anche perché la coscienza svanisce nel sonno senza sogni e nell’anestesia totale: in questi casi l'architettura c'è, ma l’attività neurale è bloccata. E spiega perché gran parte delle nostre esperienze è organizzata in termini spaziali: dipende dalla disposizione dei neuroni, che formano un reticolo. Su questa base si possono valutare altre possibili forme di coscienza. «La corteccia centrale posteriore di un cane è molto simile alla nostra», osserva Tononi. «Quindi è legittimo pensare che non solo i cani siano coscienti, ma che lo siano in modo simile a noi, cioè con un senso dello spazio e del tempo. Più difficile è il caso di un animale come il polpo, che ha un sistema nervoso del tutto diverso dal nostro – con 8 cervelli periferici - del quale non abbiamo abbastanza dati per fare previsioni. Invece possiamo dire con certezza che per il nostro modello i computer, con le attuali architetture, non possono essere coscienti, perché - come il cervelletto - non hanno la struttura giusta. A mio parere, gli algoritmi di IA potranno fare tutto ciò che fanno gli esseri umani, e meglio. Ma non possono essere coscienti. Ogni persona è una cattedrale di esperienze. Il punto di vista dell’IA, invece, è vuoto come il nulla». Professione balia (di Claudia Giammatteo, «Focus Storia» n. 239/26) - La storia delle donne destinate ad “allattar figli altrui”. Un’usanza antica e classista - “O dea Rumina, abitua il neonato alla mammella”. Con queste accorate parole le neomamme dell’antica Roma pregavano la dea Rumina (da rumis o ruma, parola arcaica per indicare la mammella di un animale) protettrice delle donne desiderose di allattare, il cui tempio era ai piedi del colle Palatino, perché donasse loro abbondante latte. Se la preghiera non veniva esaudita, le più agiate potevano contare su una valida alternativa: ricorrere ad altre puerpere “con l’oro in grembo”, come si diceva, nutrendo i bebè al loro posto. Del resto, era un’usanza già antica quanto il mondo. Fu questa, secondo la Bibbia, la scelta di Rebecca, moglie di Isacco (“Morì Bebora, balia di Rebecca, e fu sepolta al di sotto di Bethel, sotto la quercia”; Genesi 35:8). Allo stesso modo, le nutrici furono un cardine familiare in Mesopotamia, in Egitto e in Grecia attraversando poi, in varie forme, tutti i secoli successivi, per tramontare solo nel Novecento. La pratica del baliatico, cioè la sostituzione del latte materno dietro compenso, ha rappresentato molto più di un mezzo di svezzamento. È stato un fenomeno sociale millenario che ha sottolineato il divario sociale, diviso i benpensanti, segnato la storia dell’emancipazione femminile, causato gioie e dolori in bambini accomunati dal destino di “fratelli di latte”: nobili, borghesi o trovatelli che fossero. Ma come si sceglieva la balia? A Roma la nutrix (“nutrice”) si pescava tra schiave o liberte che avevano figli e già allattavano. Oppure si andavano a cercare alla Colonna Lattaria, nel Foro Olitorio, dove si lasciavano anche i neonati indesiderati, sperando venissero nutriti. Il puericultore greco Sorano di Efeso, nel II secolo d.C., stabilì precisi canoni fisici e morali per la balia ideale: doveva essere “pulita, onesta, pacata, in buona salute”, avere “media corporatura, età compresa tra i 20 e i 40 anni, un figlio di età inferiore ai due mesi, un latte né troppo chiaro, né troppo denso”. Nel Duecento, il celebre medico Aldobrandino da Siena fissò regole ancora più severe, convinto che attraverso il latte le balie potessero trasmettere non solo malattie, ma anche vizi e turbe psichiche. In pieno Medioevo, tra il X e il XV secolo, ricorrere alla balia era comunissimo in tutta Europa: i francesi la chiamavano nourrice, gli inglesi wet nurse (“infermiera bagnata”). La Chiesa però storceva il naso. Davanti alla prospettiva che le puerpere rinunciassero alle fatiche della maternità con disinvoltura eccessiva, magari per conservare i loro bei seni turgidi, i parroci condannavano senza appello, come si legge in un testo dell’epoca, “la cattiva abitudine, in auge da molto tempo, che fa sì che le madri si dispensino dal nutrire i figli con il loro latte”. Convinto della perfezione del latte materno, il medico francese Ambroise Paré (1510-1590) aggiungeva: “Pensate forse che la natura abbia dato alle donne mammelle con i capezzoli come fossero pori leggiadri per ornare il loro petto e non per nutrire i figli?”. Timori estetici a parte, serpeggiava la convinzione che, per il bene dei pargoli, chi allattava non dovesse avere rapporti carnali. Fu sempre Paré a confermarlo: “Il latte ha cattivo odore ed è pernicioso per il bambino quando la levatrice o la madre hanno ripreso la vita sessuale”. Anche per questo far nutrire e cullare i propri figli a una nutrice era visto con favore dagli sposi. O almeno da quelli che volevano tornare a una vita di coppia “completa”. C'erano poi gli obblighi di rango. «Le donne delle classi più elevate non potevano compromettere la loro posizione sociale con comportamenti ambigui», spiega lo storico francese Philippe Beassant nel libro Anche il Re Sole sorge al mattino (Fazi Editore). «Procurare il cibo era un mestiere da domestici e di conseguenza delegare alle donne del popolo l'allattamento dei figli era rispettoso dell'ordine naturale». A riabilitare il seno materno in terra francese fu il filosofo Jean-Jacques Rousseau che nel suo trattato di pedagogia, Emilio, nel 1762 tuonava così: “Nulla può supplire l’attenzione materna”. Non solo: insinuava nelle madri l’atroce dubbio che, non allattandoli, i figli si affezionassero più alla balia che alla madre. E un altro illuminista, il conte Pietro Verri, quando assunse una balia perché la moglie non aveva abbastanza latte, annotò nel suo diario queste righe, rivolte alla piccola figlia Teresa: “La villana vi darà le poppe ma non vi toccherà mai [...] voglio che vi affezioniate a lei meno che si può”. Le balie, però, non erano tutte uguali. Quelle che allattavano i bebè della comunità o del villaggio (spesso anche levatrici, ossia ostetriche), o negli orfanotrofi, erano molto rispettate. Senza di loro i neonati indesiderati, affidati alle “ruote degli esposti” dal 1805 rese obbligatorie da Napoleone davanti a chiese, conventi e case di balie e levatrici, sarebbero morti. Nella Pia casa degli esposti di Milano, fondata dall’imperatrice Maria Teresa d'Asburgo, tra il 1780 e il 1866 nel “pubblico stabilimento di baliatico gratuito” furono allattati qualcosa come 213.649 bambini. Mentre la grandissima maggioranza delle madri illegittime ospitate alla Maternità di Brescia tra il 1837 e il 1866 si trattennero come nutrici. Gratis il primo mese, a pagamento quelli successivi. Per sfuggire ai contagi delle malattie, poi, si spedivano i lattanti presso nutrici di campagna. Qui però i piccoli sfuggivano al controllo famigliare e qualche volta capitava lo scambio tra “fratelli di latte”. Allattare figli altrui divenne una professione tra Ottocento e Novecento. In quel periodo, in Italia, ci fu un vero boom di balie. Molte giovani lasciarono le regioni più povere, spesso abbandonando i propri lattanti, per accudire i neonati di notabili borghesi o aristocratici in città. «In generale, si trattava di robuste contadine di Friuli, Veneto, Garfagnana (Toscana), Ciociaria (Lazio). Zone salubri che assicuravano, attraverso il latte, sostanze utili alla crescita dei ricchi pargoli. Le più ricercate erano le balie toscane, perché parlavano un italiano corretto», racconta la storica Adriana Dadà nel saggio Il lavoro di balia (Pacini Editore). Le destinazioni di queste balie itineranti erano per circa il 40% la Toscana, il 25% altre regioni italiane, mentre il 35% andava all’estero, soprattutto in Francia, Germania e Austria, ma anche negli Stati Uniti e nelle colonie francesi del Nord Africa. Nel 1887, per mettere ordine in tutto questo viavai femminile e limitare i rischi per i bambini, un regolamento (la Circolare Nicotera) stabilì che per esercitare il mestiere di balia era necessario un certificato che attestava “il buono stato di salute”. Per evitare brutte sorprese, le famiglie andavano a casa dell’aspirante balia o inviavano il proprio medico di fiducia per valutare la qualità del latte: una procedura umiliante, cui si aggiungeva la richiesta di referenze. C’è da dire, però, che fino agli Anni ’30, quello della balia rimase un lavoro redditizio, con salari tripli rispetto a quelli di un uomo. Ma erano soldi bagnati di lacrime. «Da una parte le balie furono osteggiate dal clero», spiega l’antropologa Daniela Perco, «che vedeva nella “baliomania” delle contadine, che lasciavano a casa i propri figli, un attentato alla maternità. Dall'altra, i benpensanti accusavano le balie di “maternità mercenaria”, considerata vicina al “meretricio”». Il giornale La Garfagnana dell’11 novembre 1897 bollò l’emigrazione delle giovani mamme lucchesi a Marsiglia come “una turpe e scandalosa speculazione”. Tornate a casa, per le ragazze era difficile ricucire i rapporti con i propri cari. Una di loro raccontò: “Quando tornai mio figlio non mi riconosceva e non potei né sgridarlo, né rimproverarlo, perché si era abituato ad altre figure, non a quella della madre”. Una domestica molto speciale Tra l'Ottocento e il Novecento le balie da latte diventarono uno status symbol dell'alta borghesia, che voleva imitare l'aristocrazia. Così testimoniano le foto d'epoca in cui i ricchi pargoli sono esibiti su sontuose carrozzine o tra le braccia delle loro balie, ben riconoscibili dalla speciale divisa bianca, anziché tra quelle della mamma. Al loro arrivo in famiglia le nutrici venivano interamente rivestite: avevano diritto a un nuovo guardaroba fatto di grembiuli, trine, cuffie, cappelli e persino gioielli: collane, spille e orecchini rigorosamente di corallo rosso (considerato portafortuna). Loreta Cerelli, balia di casa Agnelli, raccontò: “Donna Virginia mi fece cucire ventidue vestiti, di seta, di cotone, di velluto: avevo otto bustini colorati, spilloni d'oro sui fazzoletti e tre giri di coralli. Quando andavo al parco mi gridavano “la Regina, è arrivata la Regina!””. Al primo dentino, ai primi passi o alle prime paroline, fioccavano altri premi. Le balie erano personale domestico privilegiato: erano esentate da compiti gravosi, trattate con riguardo dal resto della servitù. Sedevano a tavola con i padroni, che volevano controllarne l'alimentazione: era interesse della famiglia mantenerle in ottima salute perché avessero un latte “tranquillo”. Vivevano insomma in una bolla di “libertà vigilata” e, per evitare forti emozioni, per tutto l’anno di servizio non potevano né rivedere i figli, né il marito. Crostata: storia del dolce da dispensa diventato icona (di Camilla Rocca, Academia.tv) - Alle origini di una preparazione semplice e golosa - La crostata probabilmente è il dolce più antico della tradizione pasticcera italiana con una storia che è un mixage di mitologia, tradizione partenopea, racconti di corte e influssi orientali. Una tradizione risale addirittura all’epoca pagana: il mito della sirena Partenope narra come il dolce le sia stato regalato dagli dei in omaggio al suo canto soave. Passando dal mito alla storia, la versione più accreditata fa risalire l’invenzione ad una suora del convento di S. Gregorio Armeno che modificò una ricetta popolare già esistente, introducendo il tipico decoro a strisce incrociate, un riferimento, pare, alle grate dietro le quali le suore di clausura presenziavano alle funzioni religiose. Un’altra storia racconta di come questo dolce dalle umili origini giunse anche alla tavola della dinastia dei Borbone, regnante a Napoli, e rimase una presenza fissa dei banchetti della corte borbonica, addirittura, narra sempre la leggenda, che fosse l’unica pietanza in grado di far sorridere Maria Teresa d’Asburgo, moglie di Ferdinando II di Borbone, nota come “la regina che non sorride mai”. Influssi orientali invece si individuano nella versione che narra della sua origine in un’età non lontana dall’anno mille, quando dall’Oriente lo zucchero di canna iniziò ad essere importato a Venezia. Le crostate medievali però non erano solo “dolci” come si è abituati oggigiorno, ma potevano avere come ripieno anche carne di pollo condita con un intingolo a base di uova sbattute, spezie, brodo o un succo acidulo come quello d’agresto. Una delle cento storie del Novellino ha per protagonista una crostata d’anguille. La prima ricetta ufficiale della crostata risale al Quattordicesimo secolo, con il cuoco francese Guillaume Tirel, maestro di cucina presso la corte di Carlo VI, che riportò la ricetta nel manoscritto Le Viandier (1380). Il trattato, redatto in forma poetica, contiene quarantasei ricette generiche tra le quali, accanto alla crema fritta e allo spezzatino, compare la crostata. Se la definizione più tradizionale, ossia torta da forno, composta di una sfoglia di pasta frolla farcita di marmellata o crema, decorata con striscioline di pasta stese a mo’ di reticolo, è rimasta invariata dai tempi di Guillaume Tirel, estro inventivo e gusto per la scenografia hanno dato vita alle più diverse varianti formali, una vera arte sottile come scrive Isabel Allende. L’aspetto raggiunse quello conosciuto oggi in maniera stabile solo nel Rinascimento con una maggiore disponibilità di zucchero. Fu realizzata una pasta frolla perfetta con farcitura di crema o marmellata. In quel periodo, furono pubblicati trattati culinari come Opera (1570) di Bartolomeo Scappi (1500-1577) e L’arte del ben cucinare (1662) di Bartolomeo Stefani, entrambi con diverse pagine dedicate alla crostata. La crostata è un dolce semplice e veloce da preparare ma come ogni ricetta che si rispetti ha dei trucchi da conoscere per ottenere un risultato che sorprenda i palati. Il primo errore da non commettere è aggiungere ingredienti non previsti nella ricetta classica, che utilizza esclusivamente: farina, uova, burro e zucchero. L’impasto della crostata non deve essere immediatamente steso, meglio lasciarlo riposare in frigorifero per circa 30 minuti avvolto in una classica pellicola da cucina. Armati di squadre, righelli, farina e creatività, i pasticceri di oggi progettano e realizzano così sofisticate variazioni sul tema. Glasse lucidissime, stratificazioni ultra definite, creme di nuova invenzione, come la namelaka, letteralmente “ultra-cremosa”, nata dall’inventiva di un pastry chef giapponese, o la ganache francese, sono solo alcune delle aggiunte possibili. Le varianti regionali sono numerose in Italia: ogni regione ha la sua caratteristica crostata, la sua ricetta tradizionale e la sua interpretazione personale di questo dolce. Ma tutte hanno in comune due cose: la pasta frolla e l’amore per i dolci della tradizione. In Lombardia la crostata classica è quella alla marmellata o confettura, preparata con una base di pasta frolla croccante e un ripieno di conserva di frutta. A questa si aggiungono la crostata di mele, la crostata di ricotta e la crostata di cioccolato. In Toscana, invece, è un dolce rustico e saporito di pasta frolla, ripieno di fichi e noci oppure di mele e uva passa, in alcune zone, tra l’altro, la crostata si chiama “schiacciata di frutta”, perché si schiaccia la pasta frolla sulla polpa dando vita ad una sorta di trama caramellata profumata e saporita. Infine la crostata, in Sicilia, è un dolce tipico della tradizione pasticcera locale e si caratterizza per una pasta frolla croccante e un ripieno di crema pasticcera e amarene sciroppate. In alcune zone si preparano anche crostate a base di frutta secca, come la crostata di mandorle o la crostata di pistacchi. Capri, l’isola dei sogni (Italia.it) - L’isola di Capri è un raro concentrato di bellezza paesaggistica, meraviglie dell’archeologia, dell’architettura e della natura, dove l’aria profuma di zagara - Capri si scopre a piedi, passo dopo passo, tra vestigia delle ville degli imperatori romani e dimore lasciate da chi dell’isola si è innamorato tra Ottocento e Novecento. Non solo per chi cerca mondanità e glamour: Capri ha da offrire una storia straordinaria, un mare spettacolare, un panorama senza eguali e un’ospitalità raffinatissima. Lo capirete al primo sguardo: la fama di cui gode Capri è meritata. La sua geologia regala infiniti punti di vista: scogliere a picco sul mare, dirupi impraticabili affiancati da terreni meno scoscesi e terrazzati. Ha una natura più che generosa, un clima ideale e una varietà di specie botaniche piuttosto rara: se ne contano 850, grazie anche ai tanti viaggiatori che vi hanno abitato e portato semi e piante dai cinque continenti. Il mare è splendido, con grotte e faraglioni. La sua linea del tempo è ricca di eventi, storie e personaggi, compresi gli imperatori romani e l’aristocrazia europea che la riscoprì nell’Ottocento. Sarebbe un vero peccato andarci in giornata in tutta fretta e non fermarsi a catturare il suo genius loci. Arrivati al porto, con la funicolare si sale alla celebre Piazzetta, un delizioso slargo dominato dalla torre dell’orologio con le terrazze dei caffè e una balconata affacciata sul mare, crocevia obbligato di tutti i sentieri per andare alla scoperta dell’isola. In mezz’ora dalla Piazzetta, seguendo le frecce blu e verdi di maiolica, un comodo viottolo tra i giardini di belle case porta a villa Jovis, il grandioso sito archeologico a picco sul mare di fronte alla Punta Campanella della penisola Sorrentina. Fu uno dei palazzi con cui l’imperatore Tiberio fece di Capri il caput mundi per un decennio, dal 27 al 37 d.C.. Un poco più avanti trovate villa Lysis, fatta costruire da un eccentrico francese, Jacques Fersen, come rifugio romantico nel folto di un parco, che potete visitare. Altra villa novecentesca degna di nota è quella che lo scrittore Curzio Malaparte si fece costruire sulla scogliera, esempio di architettura razionalista: la villa è privata, ma si vede dall’alto da via del Pizzolungo. Dalla Piazzetta, se ci si dirige verso sud, si raggiunge la Certosa di San Giacomo, che documenta il medioevo monastico caprese. Da qui prendete la via Krupp, per molti “la strada più bella del mondo”, fatta costruire dal re tedesco dell’acciaio nel 1902. Scendete ai Giardini di Augusto, orto botanico con vista mare, per raggiungere l’insenatura di Marina Piccola con la sua spiaggia rocciosa e il mare turchese. Da qui si risale verso il cimitero monumentale Acattolico, da cui parte la strada per Anacapri. Da Anacapri, nella zona più elevata di Capri, è facile capire come quest’isola possa aver ammaliato imperatori romani, capitani d’industria e schiere di scrittori e poeti: Norman Douglas, Maksim Gorkij, Alberto Moravia, Curzio Malaparte, Compton Mackenzie, Ada Negri, per citarne alcuni. Nel centro storico, merita una visita la Casa Rossa, fatta costruire nel 1876 da un colonnello americano, che oggi espone una collezione permanente di quadri con vedute dell’isola e alcune statue romane rinvenute nella Grotta Azzurra. Da non perdere la chiesa di San Michele, dallo splendido pavimento maiolicato, i ruderi del castello Barbarossa, gli scavi della villa imperiale di Damecuta, un’ascesa in seggiovia al monte Solaro (589 m) e soprattutto la Villa San Michele, fatta costruire alla fine dell’800 dal medico e scrittore svedese Axel Munthe che più di altri ha contribuito a rendere Capri famosa nel mondo con il suo bestseller La storia di San Michele, che è l’autobiografia di una vita, la sua, davvero straordinaria. Come un museo, la villa conserva statue e reperti di epoca romana trovati da Munthe nei siti archeologici. Varrebbe una visita anche solo per il panorama leggendario che si gode dal lungo colonnato fino alla nicchia, nell’angolo estremo del giardino, dove Munthe (che seguì diverse campagne archeologiche anche in Egitto) ha collocato una Sfinge di 3200 anni, in granito rosso. Della casa ha scritto: “La mia casa aperta al vento e alle voci del mare - come un tempio greco – e luce, luce, luce ovunque”. Sotto Villa San Michele, lungo la cosiddetta Scala Fenicia, ma costruita in pietra dai coloni greci tra il VII e il VI secolo a.C., potete scendere al porto di Marina Grande, tra limoneti che sembrano giardini e il mare sempre all’orizzonte. È ora di imbarcarsi per il giro dell’isola: la Grotta Azzurra è davvero di un azzurro sorprendente, la vista dei faraglioni emozionante. Come dicevamo, la fama di Capri è più che meritata. Addio a Francesco Guccini (Ilpost.it) - Ci ha lasciati il cantautore di “L'avvelenata” e “La locomotiva”, tra i più importanti e amati della storia della musica italiana - Francesco Guccini, uno dei più famosi e amati cantautori italiani di sempre, autore di “Auschwitz”, “Canzone per un’amica”, “La locomotiva”, “L’avvelenata” e di altre decine di canzoni che tra gli anni Sessanta e Settanta contribuirono a definire il canone della canzone d’autore italiana, è morto il 6 agosto 2026 a 86 anni. Cantautore politico, diventò con sua insofferenza un riferimento per la sinistra studentesca e di movimento negli anni Settanta, e raccontò spesso nelle sue canzoni vicende anarchiche e operaie. Fin dall’inizio l’immagine di Guccini fu legata alla città di Bologna, città in cui si trasferì ventenne insieme alla famiglia e che faceva spesso da sfondo alle storie raccontate nelle sue canzoni. In una carriera durata circa mezzo secolo, le canzoni di Guccini avevano raccontato di tutto, dal rapporto tra storia e memoria alle storie d’amore, ritornando di frequente ai classici della letteratura, rielaborati in chiave contemporanea. “L’avvelenata”, famosa invettiva dedicata alle sue insofferenze nei confronti dell’industria discografica e dei critici musicali, è una delle espressioni più rappresentative del suo approccio ironico e poetico alla scrittura. Guccini scrisse anche per altri, in particolare per i Nomadi, che interpretarono le sue primissime canzoni e le fecero conoscere a migliaia di persone: “L’atomica cinese”, “Noi non ci saremo”, “Dio è morto” e “Canzone per un’amica”, tra le altre. Dal 1967 cominciò a esibirsi come solista, affiancando fin da subito alle canzoni di denuncia sociale alcune ballate d’amore struggenti, malinconiche e con picchi lirici notevoli, spesso a partire da immagini per nulla scontate: tra le più apprezzate ci sono “Incontro”, “Autogrill”, “Vedi cara” e “Vorrei”. Era nato a Modena nel 1940, ma si trasferì presto nell’Appennino tosco-emiliano quando suo padre fu chiamato in guerra. Tornò poi a Modena alla fine della Seconda guerra mondiale e frequentò lì le scuole. Dopo il diploma e alcuni lavoretti, tra cui quello di cronista alla Gazzetta di Modena, si iscrisse all’Università di Bologna. Aveva già iniziato a suonare e a comporre le prime canzoni, ispirato dalla musica beat, dal rock and roll e dal cantautorato politico italiano. Il suo primo gruppo, i Gatti, suonava però musica da ballo. Dopo aver lavorato un po’ come insegnante e autore di sceneggiature, nella seconda metà degli anni Sessanta quella musicale diventò la sua attività principale. In quegli anni scrisse “Auschwitz” per l’Equipe 84, “Dio è morto” per i Nomadi e “Una storia d’amore”, interpretata sia da Caterina Caselli sia da Gigliola Cinquetti. Il suo primo disco, Folk beat n. 1, uscì nel 1967. Non se lo filarono in molti, ma c’era già molto del Guccini che sarebbe diventato uno dei cantautori più importanti della storia della musica italiana. Conteneva tra le altre “L’antisociale” e “Canzone per un’amica”. Nel 1970 uscirono altri due suoi dischi, Due anni dopo e L’isola non trovata, ma fu soprattutto Radici del 1972 a dargli un primo vero successo. Ancora oggi è tra i suoi album più amati, per canzoni come “Il vecchio e il bambino”, “Incontro” e soprattutto “La locomotiva”, la lunga canzone con cui raccontò la storia del macchinista anarchico Pietro Rigosi, che si schiantò con la sua locomotiva in un gesto diventato un simbolo della protesta contro le ingiustizie sociali e della lotta di classe. Nel mezzo Guccini si occupò anche di fumetti insieme al suo amico Bonvi: scrissero Storie dello spazio profondo (1969), un’apprezzata antologia di storie di fantascienza. A metà degli anni Settanta Guccini era uno dei cantautori più stimati e quello che più di tutti diventò un riferimento per la sinistra e i movimenti giovanili e studenteschi, che a Bologna avevano uno dei centri principali. Viveva in via Paolo Fabbri, al numero 43, nel rione Cirenaica, che diede il titolo al disco del 1976 che sarebbe diventato il suo più celebre e amato. In “L’avvelenata”, che diventò la più famosa canzone di Guccini, se la prese con la critica musicale – in particolare con Riccardo Bertoncelli che aveva stroncato il suo disco precedente – e con le ipocrisie del mondo discografico e lo scrutinio ideologico a cui era sottoposto in quanto cantautore politico. Guccini aveva vissuto il ’68, le contestazioni operaie e studentesche, l’evolversi e il disilludersi dei movimenti di sinistra negli anni Settanta, temi su cui rifletté in “Eskimo”, la canzone più famosa del disco successivo, Amerigo del 1978, intitolata come il celebre giaccone della controcultura. I dischi degli anni Ottanta, come Guccini e Signora Bovary, continuarono a essere apprezzati nonostante il minor successo, com’era comune per i cantautori del decennio precedente. Continuò ad arrangiarli e a registrarli con i suoi collaboratori storici, in particolare il tastierista Vince Tempera e il chitarrista Juan Carlos “Flaco” Biondini, con i quali mantenne un’intensa attività dal vivo: i suoi concerti nei palasport diventarono un genere a sé, con i suoi lunghi discorsi e un grande coinvolgimento del pubblico più affezionato. Dalla fine degli anni Ottanta Guccini iniziò a scrivere saggi e romanzi, pubblicati soprattutto da Mondadori, spaziando dallo studio dei dialetti ai gialli scritti con Loriano Macchiavelli. Nel 2012 dopo il disco L’ultima Thule annunciò il ritiro, anche dai concerti, ma nel 2022 era tornato in studio per registrare Canzoni da intorto, che sarebbe stato seguito l’anno dopo da Canzoni da osteria. Dagli inizi degli anni Duemila Guccini viveva a Pavana, piccolo comune dell’Appennino tosco-emiliano legato alla sua infanzia e alla sua produzione musicale e letteraria, dove riceveva spesso e volentieri in casa fan desiderosi di incontrarlo e salutarlo.