Ottobre 2026 n. 10 Anno LVI MINIMONDO Periodico mensile per i giovani Direzione redazione amministrazione e stampa Fondazione Biblioteca Italiana per Ciechi «Regina Margherita» ETS via G. Ferrari, 5/a 20900 Monza Casella postale 285 tel. 039/28.32.71 e-mail: bic@bibciechi.it web: www.bibliotecaciechi.it Registrazione 25-11-1971 n. 202 Dir. resp. Pietro Piscitelli Comitato di redazione: Pietro Piscitelli Massimiliano Cattani Luigia Ricciardone Copia in omaggio Rivista realizzata anche grazie al contributo annuale della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero della Cultura. Indice Tormentata Palestina L’arte del compromesso Che incubo! Zucca: storia e curiosità tra sacro e profano La lunga storia dell’aperitivo Bologna in musica: sulle tracce dei più famosi cantautori Il ritorno di Céline Dion dopo la malattia Tormentata Palestina (di Gabriele Esposito, «Focus Storia» n. 236/26) - La regione storica dove oggi ci sono Gaza, la Cisgiordania e Israele è al centro di scontri da sempre: dall’antichità biblica all’epoca coloniale - Il territorio degli Stati di Israele e di Palestina - quest’ultimo attualmente suddiviso nelle due regioni geograficamente e politicamente separate di Cisgiordania (o West Bank) e Gaza - è da sempre “crocevia” di alcuni dei più grandi imperi della Storia. Essendo collocata dove l’Asia incontra l’Africa, la regione ha avuto un’importanza strategica per tutte le potenze che miravano a esercitare il loro controllo sull’area un tempo nota come “Levante”, dagli archeologi chiamata Vicino Oriente e oggi nota come Medio Oriente. Fin dall’emergere della civiltà, e fino al lungo conflitto arabo-israeliano, di cui la guerra Hamas-Israele è il capitolo più recente, quelle terre sono teatro di scontri militari. A partire dal 3700 a.C., durante l’Età del bronzo, l’area corrispondente alla Palestina si sviluppò come parte della più ampia regione storica nota come Mezzaluna fertile. All’epoca i territori della Palestina e dell’attuale Stato di Israele, erano noti come Canaan. Al loro interno si trovavano diverse città-stato indipendenti e molto popolose, che avevano stabilito floride relazioni commerciali con i grandi regni e i popoli della Mezzaluna Fertile. I primi a mettere mano alle armi per prendere il controllo dell’area, intorno al 1600 a.C., furono gli Egizi, che decisero di invadere la terra di Canaan e di trasformare le città di quest’ultima in fedeli vassalli del loro regno in espansione. Fu proprio in questo periodo che, secondo la tradizione biblica, migliaia di Ebrei che vivevano prevalentemente di pastorizia nella regione di Canaan furono deportati come schiavi in Egitto, fino alla loro liberazione per mano del patriarca Mosè. Gli Ebrei, quindi, come afferma l’esperto di storia israelitica Kyle Keimer: «erano solo una delle tante comunità che abitavano la terra di Canaan nell’Età del bronzo. Ciò che li differenziava dai popoli che vivevano intorno a loro era il fatto di professare una religione monoteista, che con il passare del tempo diventò un pilastro sempre più forte della loro identità». Intorno al 1200 a.C. l'equilibrio geopolitico della Mezzaluna fertile venne scosso da una serie di eventi su cui non abbiamo grandi dettagli: le fonti storiche del periodo, infatti, sono andate in gran parte perdute e ricostruire un quadro preciso non è per nulla semplice. Provenienti dal Mediterraneo Occidentale, una serie di popoli estremamente bellicosi cominciò ad attaccare le civiltà del Mediterraneo Orientale. Le popolazioni guerriere che sconvolsero l'equilibrio del Vicino Oriente antico sono oggi note come Popoli del mare. Erano gruppi eterogenei di razziatori provenienti da oltremare, che attaccarono il regno dei faraoni e quasi riuscirono a distruggerlo prima di essere sconfitti in una grande battaglia navale che ebbe luogo nel Delta del Nilo. Dopo questo scontro, migliaia di loro si stanziarono pacificamente in Egitto, dove vennero integrati come leali mercenari dai faraoni. Un nucleo di questi misteriosi Popoli del mare, invece, dopo la sconfitta preferì stanziarsi nel territorio di Canaan: si trattava dei Pelest o Filistei, che si aggiunsero quindi alle già numerose comunità presenti nella regione. La storia della Palestina, in particolare di quella che oggi è nota come Striscia di Gaza, è legata in maniera inestricabile a quella del popolo dei Filistei, da cui prende il nome. “Palestina”, infatti, deriva dal termine “Peleset” con cui erano indicati i Filistei nelle fonti antiche. Come spiega ancora Kyle Keimer, «i Filistei si stabilirono nella parte meridionale della regione di Canaan, non lontano dai confini con l’Egitto. Si stanziarono in una pentapoli formata da cinque città - Gaza, Ashdod, Ashkelon, Ekron e Gath - che pur godendo di una certa autonomia erano sempre pronte a collaborare tra di loro per fronteggiare una minaccia comune». I Filistei, approfittando anche delle divisioni interne dei loro nemici, sconfissero in più occasioni gli Ebrei e li trasformarono temporaneamente in loro vassalli. Le loro incursioni erano rapide e devastanti, la loro forza militare era davvero notevole. Con il passare del tempo, però, le dodici tribù degli Israeliti impararono a difendersi. Le fonti relative a questo periodo, a parte la Bibbia (scritta molto tempo dopo), sono prevalentemente archeologiche e parlano di conflitti tra Ebrei e Filistei, dai quali sarebbero derivati i racconti biblici di carattere epico-mitologico relativi al condottiero ebreo Sansone. Anche il re Davide, figura ispirata a un capo storicamente esistito, cominciò la sua “carriera” combattendo contro i Filistei: è il noto episodio biblico del duello tra Davide e il feroce gigante Golia. E proprio sotto il figlio e successore di Davide, il saggio re Salomone, gli Ebrei raggiunsero l’apice della loro potenza. Morto Salomone, per il Regno di Israele cominciò un’età buia che fu caratterizzata da una decisa decadenza. Tale declino, spiega Keimer, «fu determinato anche dalla spaccatura dell’unità politica delle dodici tribù ebraiche. Due di queste ultime, infatti, si staccarono dal Regno di Israele e formarono un loro Stato autonomo - il Regno di Giuda – nella parte meridionale della regione di Canaan. I due Stati ebraici furono spesso in contrasto tra di loro, cosa che avvantaggiò notevolmente i loro nemici». Dopo alcuni secoli di difficile convivenza, entrambi dovettero soccombere alla conquista militare degli Assiri, che occuparono Canaan nel 734-645 a.C. a seguito di alcune campagne estremamente brutali. Gli Assiri imposero un controllo ferreo sugli Israeliti per decenni, prima che anche il loro stesso impero crollasse a causa delle dispute interne. «L'indebolimento degli Assiri e il loro conseguente declino favorì l’emergere di altre potenze regionali in Medio Oriente», spiega Keimer. «Prima fra tutte, quella rappresentata dalla potente città-stato di Babilonia. Quest'ultima, nel giro di pochi anni, creò un proprio impero andando a riempire il vuoto di potere lasciato dagli Assiri». Nell'anno 587 a.C., sotto la guida del loro celebre sovrano Nabucodonosor II, i Babilonesi assediarono e occuparono la città di Gerusalemme. Per evitare rivolte contro il loro potere, i nuovi conquistatori deportarono migliaia di Israeliti a Babilonia, dove vissero per decenni un esilio molto amaro, la “cattività babilonese” della Bibbia. Nemmeno il dominio dei Babilonesi, però, ebbe lunga vita: il loro impero fu presto minacciato dall’emergere di altri due popoli bellicosi provenienti dall’attuale Iran: Medi e Persiani. Questi, una volta unificati da Ciro il Grande, conquistarono Babilonia nel 539 a.C. e ridiedero la libertà agli Israeliti. Come sudditi dell'Impero persiano gli Ebrei vissero un lungo periodo di relativa prosperità e di tolleranza religiosa. Nel 333 a.C., però, questa età dell’oro giunse al termine quando l’Impero persiano venne travolto dalle falangi macedoni di Alessandro Magno. Nella sua marcia verso l’Egitto il condottiero occupò tutta la Palestina e riuscì a espugnare la città di Gaza (venendo ferito gravemente nel corso dell’assedio). Racconta ancora Keimer: «I conquistatori macedoni portarono con loro la cultura ellenica, completamente diversa da quella ebraica, che era di origine semitica. Cercarono di imporre la loro religione politeista e una visione del mondo basata sulla filosofia, che molti tra gli Israeliti considerarono come blasfema». Morto Alessandro Magno, il grande impero che lui aveva conquistato venne suddiviso tra i suoi riottosi generali. In particolare, il Vicino Oriente fu spartito tra due ambiziosi comandanti macedoni: Tolomeo, che fondò la dinastia Tolemaica in Egitto, e Seleuco, la cui dinastia Seleucide regnò in Siria e in Persia. Nei decenni che seguirono, Tolomei e Seleucidi combatterono numerose guerre per il controllo della Palestina. Questa situazione durò fino al 160 a.C., quando gli Ebrei si ribellarono con successo contro i Seleucidi che volevano imporre loro un diverso culto religioso. A seguito di quella che è nota come rivolta dei Maccabei, il Regno di Israele risorse dalle proprie ceneri sotto la guida della nuova dinastia degli Asmonei (fondata da Simone Maccabeo). Con il passare del tempo, però, iniziò ad affacciarsi nel Mediterraneo Orientale una nuova potenza emergente: Roma. Quest'ultima, approfittando del progressivo indebolimento sia dei Seleucidi sia dei Tolomei, stabilì una sua prima presenza con Pompeo Magno. Nel 63 a.C. il condottiero romano saccheggiò Gerusalemme e trasformò il regno creato dagli Asmonei in un vassallo di Roma. Nei decenni successivi i Romani ridussero progressivamente l’autonomia degli Ebrei, spezzettando il loro Stato in una serie di piccoli domini che erano molto facili da controllare. Contando su sovrani locali fedeli all’Urbe, come Erode il Grande che regnava su Gerusalemme all’epoca della nascita di Gesù, i Romani finirono con l’annettere tutta la Palestina al loro immenso impero durante il lungo regno di Augusto. Dopo secoli di dominazioni, nel 1948 lo scenario è cambiato con la nascita dello Stato di Israele. Oggi la Cisgiordania è controllata dall’Anp, l'Autorità nazionale palestinese, costituita nel 1994 in seguito agli accordi di Oslo sottoscritti dall’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) e dal governo di Israele. L'Anp è l’unico interlocutore riconosciuto da molti Paesi e dalle Nazioni Unite. Politicamente, però, è debole e impopolare, dal momento che non è riuscita a impedire l'occupazione del suo territorio portata avanti dai coloni israeliani. La Striscia di Gaza, invece, è controllata da Hamas, gruppo politico-terroristico islamista al potere da quasi due decenni. Hamas, al contrario dell’Anp, ha portato avanti una politica molto aggressiva nei confronti di Israele alleandosi con l’Iran (il principale nemico degli israeliani in Medio Oriente) e lanciando continui attacchi dalla rete di tunnel sotto Gaza, appoggiata anche dai miliziani islamisti di Hezbollah, attivi in Libano. Il massacro del 7 ottobre 2023 condotto da Hamas contro i kibbutz e gli avamposti militari israeliani (1.200 morti, in prevalenza civili), ha causato lo scoppio della guerra che ha insanguinato la Striscia di Gaza, ora congelata da una fragile tregua. Il futuro resta molto incerto per i palestinesi. Nonostante il piano di pace delineato dal presidente americano Donald Trump sia stato accettato dalle due parti, il Board of Peace che dovrebbe attuarlo stenta a decollare e ha una legittimità limitata. Nella Striscia la popolazione civile ha contato, secondo le stime, circa 70mila morti durante la guerra Israele-Hamas e continua a soffrire a causa di penurie di ogni genere. Intanto, la nuova guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran rischia di allargare il conflitto a tutta la regione. L’arte del compromesso (di Marco Consoli, «Focus» n. 404/26) - Dalle crisi con ostaggi alle liti di condominio: la scienza dice che negoziamo male perché lo stress sequestra il cervello emotivo prima ancora che apriamo bocca - “Una volta sono riuscito a convincere un tizio a non far saltare in aria un grattacielo, ma non riesco a convincere mia figlia a smettere di usare il telefono”. La battuta che Kevin Spacey pronuncia nel film Il negoziatore (1998) definisce nel miglior modo possibile l'arte della negoziazione, cioè quell’attività che attraverso la comunicazione mira a conciliare interessi divergenti, cercando un accordo soddisfacente per entrambe le parti. Hollywood ci ha insegnato che viene usata soprattutto per dissuadere terroristi o squilibrati, ma la negoziazione è in realtà l’attività che pratichiamo più spesso senza saperlo: ogni volta che convinciamo qualcuno a fare qualcosa, o che lasciamo che qualcuno convinca noi, stiamo negoziando. Che sia convincere il nostro capo a darci l'aumento, stabilire come trascorrere il weekend con il nostro partner, o quanto tempo i nostri figli possono dedicare ai videogiochi. Persino inconsapevolmente per definire lo spazio personale quando camminiamo per strada. Anche questo articolo è frutto di una negoziazione: la prima è avvenuta per definire data di consegna e lunghezza. Per capire meglio, abbiamo parlato con l’israeliano Michael Tsur, 62 anni (al centro del libro-intervista Il negoziatore di Frediano Finucci, Paesi Edizioni), per anni mediatore commerciale e per un periodo al lavoro per l’Idf, l’esercito israeliano, e considerato uno dei migliori negoziatori al mondo. Se le negoziazioni che facciamo tutti i giorni passano inosservate, alcune particolarmente complesse fanno notizia e diventano storiche, come quella che ha coinvolto Tsur nell'assedio alla basilica della Natività a Betlemme, avvenuta nel 2002, quando alcuni guerriglieri palestinesi si asserragliarono con ostaggi civili e monaci nella chiesa. Dal 2 aprile al 10 maggio ci furono vari e ripetuti tentativi di mediazione e diversi scontri a fuoco, prima che i negoziatori evitassero un bagno di sangue. «In situazioni del genere bisogna considerare due elementi: il luogo in cui si svolge il sequestro, che può essere stato scelto apposta o capitato per il susseguirsi degli eventi, e raccogliere le informazioni su quanti e chi siano i criminali», spiega Tsur. «Ma la cosa più importante è creare un buon livello di comunicazione, perché nelle situazioni ad alto rischio, i rapitori spesso vogliono che tutto finisca in fretta, perché è difficile reggere lo stress a lungo. Per questo non bisogna mai dire all’interlocutore cosa deve fare ma porgli domande, conoscerlo e costruire un rapporto di fiducia, anche per non cadere vittima di pregiudizi o supposizioni errate». Tsur spiega che il rapporto vis-à-vis in una negoziazione cresce d'importanza man mano che si alza il valore della posta in gioco, «anche perché il linguaggio non verbale, in cui vanno inclusi il modo in cui ti vesti, ti pettini, il tono di voce, la mimica facciale, pesa nella comunicazione per il 77%». Questo dato pur rilevante è dibattuto, e nei vari studi al riguardo varia tra il 60% e il 90%. Tuttavia in situazioni in cui non è possibile discutere in presenza, «è fondamentale avere informazioni sull’interlocutore, ricavate attraverso fonti d’intelligence, sapere se è sposato, se ha figli, conoscere la sua vita per costruire una relazione, e persino, se la si ha, guardare la sua foto mentre magari gli si parla al telefono». Un aspetto fondamentale di ogni trattativa è il tempo, perché una cosa è decidere quando si è messi alle strette con un aut aut, un’altra poterci pensare su: l’ultimatum è comunemente più usato con i criminali o in contesti politici, che negli affari. «Questo perché nel caso in cui siano coinvolte forze di polizia o militari, è sempre chiaro fin dall’inizio chi sono i buoni e chi i cattivi, e spesso chi negozia vuole porre fine a qualcosa, invece di creare una relazione utile per il futuro, come nel business, dove se invece il venditore mette alle strette il compratore significa che probabilmente la merce ha qualche problema», dice Tsur. «Prendersi il tempo necessario a valutare l’offerta della controparte è fondamentale per non pentirsi a posteriori dell’accordo, perché lo stress influisce sull’amigdala, nel nostro cervello emotivo, compromettendo le nostre capacità di valutazione». Ecco perché quando la trattativa è molto complessa ci possono volere giorni, come i 12 richiesti per gli accordi di Camp David, firmati nel 1979 per stabilire la pace tra Egitto e Israele, o addirittura anni, come quelli per porre fine alla guerra di Corea, avviati il 10 luglio 1951 e conclusi il 27 luglio 1953. Cosa succede concretamente nel nostro cervello mentre trattiamo? Una risposta arriva da uno studio pubblicato nel 2025 su Communications Psychology dall'Università di Melbourne: sottoponendo un gruppo di studenti a stress acuto indotto in laboratorio, i ricercatori hanno misurato un aumento di cortisolo che si è tradotto in decisioni significativamente peggiori, soprattutto sotto pressione temporale. Non è solo una questione di “testa calda”: il cortisolo agisce direttamente sulla corteccia prefrontale, la parte del cervello deputata alla pianificazione e al controllo degli impulsi, riducendone l'efficienza. Ma lo stress non è l’unico nemico. Michela Balconi, che dirige la Research Unit in Affective and Social Neuroscience dell’Università Cattolica di Milano, studia da anni la negoziazione con elettroencefalogramma e spettroscopia nel vicino infrarosso, che misura l’ossigenazione delle aree cerebrali in tempo reale: i suoi dati mostrano come, durante una trattativa, le zone frontali siano coinvolte nei processi motivazionali ed emotivi, mentre quelle temporo-parietali integrano le informazioni sull’interlocutore e ne interpretano le intenzioni. In altre parole: negoziare non è solo un problema di strategia, è un atto che impegna tutto il cervello, e quando le condizioni non sono ottimali, il rendimento crolla. Durante questo processo, lo stress poi non è l’unico elemento che influenza una decisione: i ricercatori del Laboratorio di elettrofisiologia del cervello e della mente, dell’Università di Danzica (Polonia), hanno verificato come sull’esito della negoziazione influiscano anche il tipo di decisione (morale o sociale, nuova o abituale), lo stato affettivo dell’individuo, i suoi tratti di personalità, il background genetico, l’età e persino le influenze culturali. Quanto al sesso di chi negozia, se alcune ricerche hanno rilevato come gli uomini sarebbero più inclini al rischio in una negoziazione e altri studi dimostrerebbero come le donne otterrebbero risultati peggiori, non deve sfuggire il fatto che spesso tra i fattori che incidono su una negoziazione ci sono gli stereotipi: uno studio della Johns Hopkins University (Usa) ha rilevato come donne identificate dalla controparte come lesbiche, ottenessero accordi migliori delle donne etero e persino degli uomini gay, considerati negoziatori più deboli. Se il cervello è il campo di battaglia, allora la domanda che viene spontanea è: si può allenarlo? E, soprattutto, esiste un profilo ideale del negoziatore, o chiunque può diventarlo? Tsur è convinto che più situazioni di crisi si affrontano, meglio è: «Non serve essere andati in guerra, basta aver trattato affari o investimenti con un’alta posta in gioco». I requisiti li ha sintetizzati nel corso degli anni in un profilo che mette insieme ottimismo e realismo, doti che sembrano contraddirsi ma che nella trattativa si completano, oltre a buone capacità comunicative, autoconsapevolezza dei propri limiti e, soprattutto, una certa pace interiore: «Chi ha già raggiunto un buon livello di negoziazione con sé stesso», dice, «è in grado di concentrarsi sulla negoziazione con gli altri». Inoltre, se durante la negoziazione, come abbiamo visto, entrano in gioco le emozioni, è importante esserne consapevoli e seguire alcune regole di comunicazione: «Per costruire una relazione di fiducia è fondamentale dire la verità, anche per capire la distanza tra le parti e cercare di colmarla», conclude Tsur. La ricerca in questo campo, in fondo, porta a una conclusione poco eroica ma molto concreta: i negoziatori migliori non sono quelli che non cedono mai, ma quelli che sanno quando farlo, e perché. Il cervello, del resto, lo sa già. Il difficile è riuscire ad ascoltarlo. Il profilo del negoziatore ideale Secondo Michael Tsur, queste sono le cinque qualità che fanno la differenza. 1. Ottimismo realistico - Approccio positivo alla vita, ma senza perdere di vista la realtà così com'è. 2. Saper comunicare - Fare domande, ascoltare, costruire fiducia: le parole contano meno di come vengono usate. 3. Autocritica alta - Conoscere i propri limiti è il primo passo per non essere sopraffatti dalla controparte. 4. Esperienza di crisi - Più situazioni difficili si affrontano, migliore diventa la capacità decisionale sotto pressione. 5. Pace con sé stessi – Chi ha già imparato a negoziare con i propri conflitti interni è più libero di concentrarsi sull’altro. Che incubo! (di Raffaella Procenzano, «Focus» n. 407/26) - Fare un brutto sogno capita a tutti. È il sistema che usa il cervello per elaborare le emozioni che potrebbero ferirci. Ma se ci svegliamo di colpo, spaventati, le cose cambiano… - Apriamo gli occhi ed ecco il sollievo: “era solo un brutto sogno”: nessuno ci sta inseguendo, i nostri cari stanno bene, non esiste nessun insetto gigante che potrebbe attaccarci ecc. Al risveglio, quando tutto torna chiaro, i sogni ritornano là dove devono stare: confinati nell’immaginazione. E di solito vengono dimenticati nel giro di pochi minuti. Ma non è sempre così e l’impressione sgradevole lasciata da quelli più negativi qualche volta può durare. Da qualche decennio la scienza ha cominciato a studiare proprio i brutti sogni. E gli incubi, naturalmente, che però non sono la stessa cosa: secondo la definizione medica, questi ultimi sono sogni caratterizzati da terrore o minacce all’integrità fisica, in cui le immagini visive e lo stress emotivo causano il risveglio improvviso. I brutti sogni invece sono considerati esperienze oniriche sgradevoli, che però non implicano l’interruzione del sonno e vengono ricordati solo al risveglio (che sia naturale o provocato da un rumore, per esempio una sveglia o una voce). Insomma, se ci si sveglia di colpo, magari sudati e con il cuore in gola, si tratta di un incubo, altrimenti no. Del resto, i brutti sogni sono quattro volte più comuni rispetto agli incubi: il 90% delle persone sostiene di farne almeno uno all'anno, il 30% uno al mese e il 10% uno a settimana. E si tratta più di donne che di uomini, mentre durante l’infanzia e l’adolescenza la frequenza per maschi e femmine è la stessa. Va detto poi che - mentre i brutti sogni sono pressoché universali – gli incubi non riguardano tutti: uno studio condotto l’anno scorso alla Swansea University (Gran Bretagna) evidenzia che tra gli adulti esiste un 6-7% di persone che dichiara di non averne mai avuto nemmeno uno e in generale solo il 4,8% delle donne e il 2,9% degli uomini ne soffre in modo abituale. Gli studi hanno inoltre dimostrato che i due fenomeni si distinguono tra loro anche per “struttura narrativa”. Una ricerca condotta all’Università di Montreal (Canada) mostra infatti che i brutti sogni sono veicoli di minacce soprattutto psicologiche: hanno come tema dominante i conflitti interpersonali, le incomprensioni, i rifiuti e le preoccupazioni, mentre gli incubi riguardano principalmente aggressioni, inseguimenti, presenze inquietanti, vale a dire minacce fisiche. Una curiosità: nello studio canadese, la caduta nel vuoto – che molti associano all’incubo per eccellenza – è risultata rara (appena l’1,5%), ed è stata catalogata tra gli incidenti. Ma a che serve il brutto sogno? Secondo le teorie attualmente accettate, tutti i sogni hanno due funzioni principali: consolidare i ricordi riordinandoli anche rispetto alle esperienze passate e smorzare le emozioni legate a questi ricordi. E tra le emozioni, quelle che psicologicamente ci disturbano di più sono di certo la rabbia, la tristezza e la paura: ecco perché il cervello deve metterle in scena per poterne assumere il controllo. Così, inevitabilmente, oltre ai sogni belli e a quelli neutri arrivano anche i sogni brutti. Ma non è un male. I ricercatori dell’Università di Ginevra hanno studiato proprio il cosiddetto “sogno catartico”: quello che appunto serve a trovare risposte o vie d’uscita (anche fantasiose) da una situazione che nella realtà ci riempie di angoscia e che magari non ha soluzione. Si tratta appunto di brutti sogni, ma con un “lieto fine”, in cui il protagonista in qualche modo se la cava, e che spesso bastano a rasserenare chi li fa, anche se poi la realtà non cambia. In ogni caso, anche quando non terminano con una “vittoria” i sogni negativi funzionano: alcune ricerche hanno preso in considerazione le persone che hanno subìto un divorzio dimostrando che, a distanza di tempo, quelle che hanno spesso sognato la rottura del rapporto stanno meglio e ripensano al passato con meno tristezza e meno rabbia. Attenzione però: se lo stress è troppo alto il cervello fallisce ed ecco l'incubo vero e proprio. Non a caso le persone a cui capita più spesso di svegliarsi di botto con la fronte imperlata di sudore sono quelle molto ansiose e quelle che durante il giorno rimuovono i problemi e le paure cercando di non pensarci, come dimostra uno studio condotto all’Università di Oxford (GB) nel 2017: così il cervello è costretto a provare a gestire le emozioni negative soltanto durante il sonno, generando sogni fin troppo inquietanti. Riassumendo dunque, gli incubi non sono altro che brutti sogni “non andati a buon fine”. Benché brutti sogni e incubi abbiano quindi la stessa funzione, ovvero liberare il cervello dallo stress e rielaborare le emozioni vissute durante il giorno (anzi: nei giorni precedenti, visto che i sogni possono riguardare eventi che si sono svolti anche 5-7 giorni prima), i meccanismi fisiologici che danno origine ai due fenomeni sono diversi. Nel caso dei brutti sogni, le indagini hanno rilevato che si ha soltanto una diminuzione di attività nella corteccia prefrontale mediale e in quella cingolata anteriore, rispetto a chi fa sogni neutri. Mentre durante un incubo sono coinvolte in modo “anomalo” molte più aree cerebrali: l’amigdala è iperattiva, ma soprattutto la sincronizzazione tra l’attività dei neuroni è molto alta, in particolare a livello dell’ippocampo, ma anche nel cervelletto, una zona finora ritenuta poco importante per la vita emotiva. Quando la sincronizzazione tra le cellule cerebrali è eccessiva significa che l’encefalo funziona in modo anomalo. È però l’iperattività dell’amigdala a provocare la sensazione di minaccia che a sua volta genera tachicardia, sudorazione e respiro affannoso, fino a spezzare la paralisi del sonno e a provocare un brusco risveglio per cercare di “salvarsi”. Alcuni studiosi pensano che il primo meccanismo sia quello fisiologico, ovvero “normale” (e si hanno i brutti sogni), mentre il secondo sarebbe in un certo senso patologico, dovuto al fatto che qualcosa nella elaborazione notturna delle emozioni è andato storto, ed arrivano gli incubi. Sia come sia, agli incubi (soprattutto quelli sporadici non causati da gravi traumi) c'è rimedio. Il metodo più efficace per allontanarli si chiama Terapia di Ripetizione Immaginativa. Si tratta di rimettere in scena in modo cosciente l'incubo vissuto durante la notte. Attraverso l’immaginazione, bisogna pensare a una conclusione diversa della vicenda sognata, magari per renderla ridicola: la presenza oscura che ci minacciava diventa all'improvviso un mostriciattolo grande come una pallina da pingpong che possiamo prendere a colpi di scacciamosche, per esempio. In pratica occorre riraccontare a sé stessi l’incubo trasformandolo così in un sogno catartico, anche se ad occhi aperti. Può sembrare banale, ma funziona: uno studio dell’Università di San Diego, che nel 2015 ha messo a confronto questo metodo con l’uso di prazosina, un farmaco che viene dato soprattutto alle persone che soffrono di Disturbo Postraumatico da Stress per farle dormire tranquille, ha dimostrato che la Terapia di Ripetizione Immaginativa e il farmaco hanno esattamente la stessa efficacia. E in genere bastano un paio di settimane per ottenere risultati positivi. A furia di immaginare un happy end gli incubi diventano molto meno spaventosi e piano piano si trasformano in semplici, utilissimi, brutti sogni. Zucca: storia e curiosità tra sacro e profano (Valfrutta.it) - La zucca come non l’avete mai conosciuta, dai miti antichi all’immaginario comune - Le sue origini sono incerte ma alcune testimonianze dimostrano come la storia della zucca comincia più di 8000 anni fa. Questo ortaggio raggiunse l’Italia in tempi antichi e sin da subito trovò nel nostro Paese un ambiente di crescita ideale, tanto che già i romani ne esaltavano le qualità. Correlata a credenze religiose e superstizioni, la zucca è entrata nell’immaginario collettivo e non l’ha più abbandonato: scopriamone insieme la storia e le curiosità. Quando si parla di zucca si è soliti immaginare un grosso frutto arancione, sferico e leggermente schiacciato: la zucca che solitamente viene utilizzata durante Halloween e che trova posto sulle nostre tavole come gustoso contorno. Seppur questo sia il pensiero comune, è bene sapere che quando si parla di zucche ci si riferisce ai frutti di diverse specie vegetali appartenenti alla famiglia delle Cucurbitaceae, e quella appena descritta non è altro che una delle tante. Anzi, a dirla tutta, la storia della zucca in Italia comincia grazie alla lagenaria (Lagenaria siceraria), una specie di zucca caratterizzata da un frutto cilindrico e allungato. Questa pianta pare venne importata dai popoli fenici, i quali cominciarono a coltivarla lungo le foci dei fiumi italiani. Di lì a poco, la coltura della lagenaria si ampliò abbastanza in fretta, tanto che, prima gli etruschi e poi gli antichi romani, vennero rapiti dal sapore e dalle qualità di questo frutto. Sono infatti molte le testimonianze in epoca romana che esaltano la zucca; basti ricordare Plinio, che ne sottolinea le doti definendola come “balsamo dei guai” per l’essere umano. Seppur in epoca latina venisse ben vista, durante i secoli le credenze e le superstizioni intorno a questo frutto si moltiplicarono, probabilmente a causa delle sue caratteristiche. La zucca infatti è una pianta che si sviluppa con estrema velocità e crea un frutto di grandi dimensioni, che talvolta presenta forme e colori molto particolari. Queste qualità fecero sì che nell’immaginario collettivo la zucca divenisse simbolo della resurrezione ma al contempo pare si perse l’abitudine di utilizzarne la polpa, a favore dei semi, che spesso venivano tostati prima di essere consumati. Di conseguenza la zucca acquisì la nomea di “frutto vuoto”, capace di offrire all’uomo pochi semi e nulla più. Da qui pare sia nato il modo di dire “zucca vuota”, ad intendere una persona poco astuta. Citata nella Bibbia, da Dante Alighieri e persino in un testo di Leonardo da Vinci, la storia della zucca ebbe però una svolta dopo la scoperta delle Americhe. La storia della zucca in Europa cambiò drasticamente intorno al XVI secolo, quando vennero importate d'oltreoceano le zucche tonde e arancioni che ad oggi rappresentano lo stereotipo comune di questo frutto. Nei secoli a venire questa divenne la zucca per definizione e furono molti gli artisti che utilizzarono le credenze antiche legate alla zucca per dare fascino alle loro opere, basti pensare al personaggio di “Jack testa di zucca” de “Il mago di Oz”, uno spaventapasseri animato con una zucca al posto della testa. In epoca moderna, invece, in molti ricorderanno le vignette di Charles Schulz, fumettista famoso per i suoi “Peanuts”, che più volte rappresenta Charlie Brown in mezzo ad un campo di zucche, in spasmodica attesa de “the big pumpkin” (che nella versione italiana venne erroneamente tradotto come “il grande cocomero”). La zucca non solo colpì l’immaginario collettivo ma divenne una vera e propria prelibatezza tanto da ricoprire un ruolo primario in cucina. Durante il periodo freddo dell’anno la si usa per preparare moltissimi piatti caldi; la si trova, infatti, nella ricetta della minestra di zucca e farro, in quella della crema di zucca, farro e piselli con crumble di amaretti o nella zuppa delicata con soia edamame, riso integrale e zucca. Seppur sia ideale durante l’autunno, con la zucca si possono preparare anche ottimi piatti freddi, sia dolci che salati: c’è chi la usa in insalata, come nel caso dell’insalata di lenticchie, zucca e basilico, e chi ne fa il gelato, chi ci prepara il pane e chi la usa in bevande salutari e saporite, come il frullato di mango, mela, zucca e carota. Ai giorni nostri, la zucca è ancora protagonista di numerose credenze e riti, tanto che anche nel nostro Paese il 31 ottobre è divenuta abitudine festeggiare Halloween; una festività dalle origini antichissime che si è mantenuta e evoluta nei secoli arrivando fino ai giorni nostri. Pare che questo evento fosse praticato in Irlanda già intorno al 500 a.C., quando i popoli autoctoni erano soliti festeggiare il “Samhain”, letteralmente “la fine dell’estate”, verso fine ottobre. Durante l’ultima notte del mese erano soliti spegnere tutti i focolari tranne i fuochi sacri dei druidi, i quali avrebbero avuto la forza di allontanare gli spiriti nefasti e assicurare raccolti abbondanti nella stagione seguente. Con l’arrivo del cristianesimo nell’isola britannica il rito si modificò, mantenendo l’usanza di accendere dei fuochi propiziatori contro le sventure durante la notte antecedente il giorno di Ognissanti. Fu così che gli irlandesi cominciarono a scavare rape e patate entro le quali inserivano fuochi i quali, protetti e alimentati dagli ortaggi, potevano rimanere accesi per molte ore durante la notte. Nacque così la tradizione di Halloween, contrazione dell’inglese “All Hallows’ eve” che in italiano si traduce semplicemente come “vigilia di Ognissanti”. E la zucca? La storia della zucca di Halloween comincia solo nell’800 quando molti irlandesi emigrarono verso gli Stati Uniti d’America in seguito alla carestia di metà secolo. Fu allora che la tradizione si modificò e che le luci propiziatorie vennero inserite all’interno della zucca arancione. Data la facilità con cui questa si poteva lavorare, si aggiunsero ulteriori significati e la figura antropomorfa che ora si scava sulle zucche di Halloween non è altro che l’ennesimo retaggio pagano a scongiurare l’avvento degli spiriti funesti. La tradizione di Halloween si diffuse rapidamente in tutto il paese americano tanto da divenire simbolo del suo popolo e, successivamente, venir esportata in tutto il mondo occidentale. La lunga storia dell’aperitivo (Taccuinigastrosofici.it) - Un’abitudine antica, che nel tempo ha visto cambiare le proprie caratteristiche e finalità e che ancor oggi è più viva che mai - Secondo Aristotele, la natura dell'uomo dimostra che egli non è capace di vivere isolatamente e sente la necessità di avere rapporti con i suoi simili in ogni momento della sua esistenza. L'uomo è, quindi, un animale sociale nel senso che, per essere se stesso, ha bisogno di vivere nella società e di sentirsi parte di una comunità. Fin dall'antichità, molti popoli facevano precedere la cena da una bevanda aromatica, più o meno alcolica. Lo scopo era quello di stuzzicare l'appetito, una funzione che si intuisce dall'etimologia stessa della parola “aperitivo”. Il termine aperitivo deriva dal latino medievale “aperir”, che significa aprire, scoprire, rivelare, manifestare, rendere visibile; il termine francese “apéritif”, da cui il nostro italiano “aperitivo”, veniva invece originariamente usato nel significato di medicamento o sostanza che facilita la digestione. L'aperitivo nasce come occasione informale di mangiare e bere qualcosa di gustoso e, nello stesso tempo, come momento d'incontro, di socializzazione, in cui ci si rilassa e ci si dimostra ben disposti alla comunicazione, al dialogo, e si manifesta apertura nei confronti degli altri. L'aperitivo è una pratica significativa, che favorisce il passaggio dal nostro “io professionale” al nostro “io sociale”, che in un ambiente accogliente e accomodante come quelli in cui vengono serviti gli aperitivi, si rilassa, si lascia andare. Non si è più in ufficio, non si è a casa propria, ma si entra in un luogo familiare dove viene spontaneo, ad esempio, togliersi la giacca e allentare il nodo della cravatta, come a dire: “la giornata di lavoro è finita”. Lo spirito dell'aperitivo è questo; non è un pranzo o una cena d'affari, non si dovrebbe parlare di lavoro: potrebbe guastare o togliere l'appetito, invece di stuzzicarlo, eliminando così la funzione primaria dell'aperitivo stesso. Ma quali sono gli inizi e la storia di quest’abitudine così diffusa? Nel IV secolo a.C. il medico greco Ippocrate scoprì che, per alleviare i disturbi di inappetenza dei suoi pazienti, bastava somministrare loro una bevanda dal sapore piuttosto amaro, a base di vino bianco, fiori di dittamo, assenzio e ruta, e che a quanto pare aveva incredibili effetti benefici. Tale miscela, che poi prese il nome di vinum hippocratum, venne poi tramandata di secolo in secolo, fino a giungere nelle sapienti mani degli erboristi medievali. Furono proprio questi ultimi a giungere a una sorprendente scoperta: a stimolare il senso della fame non erano tanto quei particolari ingredienti, bensì il sapore amaro che essi rilasciavano. Questa rivelazione, insieme alle scoperte geografiche, soprattutto rivolte a Est, e alla diffusione delle costose spezie, fecero nascere il cosiddetto “vino da aperitivo”, sempre più aromatizzato. Ma la storia “moderna” dell’aperitivo, come oggi lo conosciamo e quindi come momento sociale e non come “cura”, iniziò qualche secolo più tardi, precisamente a Torino nel 1786. In una piccola bottega di liquori, il gestore Antonio Benedetto Carpano diede vita a quella che divenne poi la bevanda da aperitivo per eccellenza: il Vermouth, un delizioso vino aromatizzato con china, che di lì a poco avrebbe conquistato l’allora re d’Italia Vittorio Emanuele II. Fu proprio quest’ultimo, infatti, a nominare il Vermouth con China Carpano, ribattezzato poi Punt e Mes (per quel suo “punto e mezzo” di amaro in più), l’aperitivo Ufficiale di Corte, come bicchierino da bere prima di mettersi a tavola, proprio per mangiare con più gusto. Da quel momento in poi il successo fu scontato: la bevanda di Carpano si diffuse per tutti i caffè della città sabauda, accompagnato da stuzzichini a base di prodotti locali piemontesi. Sempre in Piemonte, i produttori di vino Martini e Rossi creano il Martini Bianco (un Vermouth a base di Moscato ed erbe aromatiche lasciate a macerare). Il successo dell’aperitivo crebbe e, ovviamente, si diffuse anche in altre città italiane. A Milano, da sempre città all’avanguardia, si studiò una bevanda che potesse in qualche modo “competere” con quella piemontese. E fu così che Ausano Ramazzotti, un farmacista bolognese trasferito a Milano, creò il primo liquore da aperitivo non a base di vino. Si trattava dell’Amaro Ramazzotti, ricavato dalla macerazione e infusione della combinazione di ben 33 erbe, radici e spezie. Non possiamo parlare di aperitivo senza nominare il famosissimo Campari. Gaspare Campari acquistò a Novara un caffè, dove mise a punto la ricetta segreta del bitter, chiamato così per via del gusto particolarmente amaro (in tedesco la parola bitter significa appunto “amaro”). Trasferitosi a Milano nel 1862 prima con una distilleria poi con un locale nella Galleria Vittorio Emanuele II, propose il suo liquore prima dei pasti anziché dopo, come digestivo. Il successo internazionale del Campari arriverà però nel 1932 ad opera di Davide (figlio del fondatore) che creò il Campari Soda (primo pre-mix pronto all’uso) confezionato in una bottiglia progettata dall’artista futurista Fortunato Depero. La bottiglietta è uno dei più riusciti e duraturi oggetti di design della storia del packaging alimentare. Insomma, dal vino curativo dell’inappetenza a una molteplicità di nuove bevande, come lo Spritz veneziano, il Negroni fiorentino, e altri drink più elaborati, oltre ovviamente ai numerosi vini, che trasformarono l’aperitivo in un vero e proprio rito che si è poi diffuso in tutta Italia. Siamo così arrivati all’invenzione nei paesi anglosassoni, durante la metà del secolo scorso, dell’happy hour – letteralmente “ora felice”. Ma cosa si intende? Si tratterebbe di un’espressione già in voga durante il Proibizionismo negli Stati Uniti, quando era bandito il consumo di alcolici. Per aggirare il divieto, prima di andare al ristorante dove l’alcol non sarebbe stato presente, pare che gli americani si recassero presso gli speakeasy, esercizi commerciali che vendevano illegalmente alcolici. A metà del secolo scorso, invece, nel mondo anglosassone con happy hour si intendeva una trovata pubblicitaria e promozionale di alcuni bar che, per cercare di attirare clienti nelle ore successive al lavoro, offrivano cocktail e bevande alcoliche a un prezzo scontato. Facendo un balzo in avanti e tornando in terra italiana, a metà degli anni ‘90, sempre a Milano, l’imprenditore Vinicio Valdo ha avuto l’intuizione di lanciare la nuova formula che prevede l’accoppiata (vincente) di alcolici e buffet, trattenendo quindi i clienti nel locale offrendo loro cibo gratis affinché continuassero a bere. Nacque così l’aperitivo “alla milanese”, e da qui probabilmente si è poi arrivati a quello che è, oggi, il celebre “apericena”, in cui l’aperitivo si trasforma in un vero e proprio sostituto della cena o del pranzo, con una durata che supera di gran lunga quella originaria. Insomma, l’aperitivo si è evoluto nel corso dei secoli, arrivando anche a cambiare quella che sarebbe la sua funzione originaria, ossia di “aprire” lo stomaco e preparare al pasto successivo. Bologna in musica: sulle tracce dei più famosi cantautori (unaitalianhospitality.com) - Un itinerario sulle orme di Guccini, Dalla, Cremonini e Carboni, scoprendo le strade e gli scorci che hanno dato vita a una delle tradizioni musicali più famose in Italia - Bologna è una città celebre soprattutto per la sua tradizione gastronomica, per la presenza dell’università più antica d’Europa e per gli splendidi portici. Ma Bologna è anche una città legata alla musica, tanto da essere stata nominata Città della Musica UNESCO in virtù del grande patrimonio di cantautori che sono nati e si sono formati qui. Vediamo un po’ più da vicino gli elementi che costituiscono il legame fra la città di Bologna e i protagonisti della migliore musica italiana. Bologna secondo Guccini: tra osterie e la Stazione Guccini canta una Bologna popolare e contraddittoria, con uno spirito bohémien da “Parigi minore” e in cui si può crescere dal punto di vista culturale e umano. Ironia, amicizia e solidarietà sono gli elementi su cui Guccini ha costruito la propria, inconfondibile poetica, che è possibile percepire più che mai in questi luoghi: - La Trattoria da Vito, che sorge in una traversa di Via Paolo Fabbri e dove il cantautore si incontrava con gli amici di sempre: Dalla, De André, Lolli, solo per citarne alcuni. Tutto intorno, il quartiere della Bolognina raccoglie alcune delle più vivide memorie personali del cantautore. - La Stazione di Bologna Centrale. Guccini ha spesso cantato di treni, partenze e di un sentimento nostalgico molto forte in cui tutti possono ritrovarsi. La stazione è un luogo simbolico fondamentale per capire il legame tra Bologna e Pavana, suo buen retiro sull'Appennino. - Osteria dell'Orsa, in Via Mentana 1. Un locale storico della zona universitaria, frequentato da generazioni di studenti e artisti, compreso Guccini durante i suoi anni di formazione. Lucio Dalla: i luoghi simbolo di Bologna, da Piazza Grande a Via D'Azeglio Mentre le note di Guccini risuonano ancora in Via Paolo Fabbri 43, ci spostiamo verso il cuore di Bologna, dove Lucio Dalla ha trasformato ogni angolo in poesia. Per visitare il capoluogo emiliano con gli occhi del cantautore si parte da via D'Azeglio, a pochi passi da Piazza Maggiore, dove ha abitato per anni: la casa di Lucio Dalla, al numero 15, è stato il luogo dove sono nati molti dei capolavori firmati dal cantautore. Sul muro che dà su Piazza dei Celestini, inoltre, si trova un affascinante graffito con il profilo del cantante mentre suona il sax. Da qui si arriva a Piazza Cavour, resa immortale dal brano “Piazza Grande”: il cuore dell’universo narrativo di Dalla, dove si erge la statua dedicata al cantautore su una delle panchine dove sedevano gli innamorati di cui cantava. In Vicolo Ranocchi 1/D sorge l’Osteria del Sole, uno dei locali storici frequentati da Dalla: nata nel 1465, vanta il titolo di osteria più antica di Bologna. Qui il cantautore amava ritrovarsi con amici e colleghi musicisti. E non dimenticate di visitare il Teatro Duse, palcoscenico di molti concerti memorabili di Dalla: si trova in via Cartoleria, e rappresenta un pezzo importante della storia musicale di Bologna. La Bologna moderna di Cesare Cremonini: Piazza Maggiore e Giardini Margherita Se Dalla ha raccontato la Bologna storica e malinconica, Cesare Cremonini rappresenta il volto contemporaneo di una città alle prese con il nuovo millennio. Dalla poetica intimista di Piazza Grande, quindi, ci spostiamo verso i luoghi celebrati dai Lunapop prima e da Cremonini solista poi, con la sua folgorante carriera. Il fulcro della sua narrativa risiede in Piazza Maggiore, citato non a caso in molti dei suoi brani, ma c’è di più: - I Giardini Margherita. Vero e proprio polmone verde della città, questi giardini rappresentano il luogo perfetto per una pausa mentre si esplora la città e per incontrarsi. Cremonini li ha celebrati come spazio di libertà e simbolo della gioventù bolognese. - Via Zamboni, la strada universitaria per eccellenza. Questo luogo, palcoscenico della vita studentesca, ha ispirato molti brani dell'ex leader dei Lunapop. - Teatro Europauditorium, un luogo speciale per Cremonini. Qui, ha tenuto moltissimi concerti sold out, confermando un legame indissolubile con la città natale. Luca Carboni: la Bologna delle piccole cose Luca Carboni è una delle grandi voci della Bologna più autentica, e con la sua musica ha cercato sin dagli esordi di demistificare gli stereotipi sulla città e sulla Riviera romagnola, mostrandosi sempre autentico e, all’occorrenza, fragile. Per scoprire Carboni bisogna quindi partire dal quartiere Santo Stefano e dalle sue Sette Chiese, un punto di riferimento per lo storytelling di questo artista a pochi passi da Piazza Maggiore. Recatevi poi a Via Castiglione, una delle vie più eleganti del centro e teatro ideale di tante storie d’amore raccontate da Carboni nella sua lunga carriera. Luca è sempre stato un grande sognatore, certo, ma anche un attento osservatore della quotidianità bolognese e dei suoi “interpreti”: un luogo da non perdere per capirlo al meglio è il Mercato di Mezzo, storico mercato in Via Clavature. Il ritorno di Céline Dion dopo la malattia (Ilpost.it) - Ha cantato per oltre due ore a Parigi, per la prima volta da quando aveva annunciato di avere una rara malattia neurologica - Sabato 12 settembre, di sera, Céline Dion, la famosissima cantante canadese di “My Heart Will Go On”, ha cantato per più di due ore alla Plenitude Arena a Nanterre, vicino a Parigi. È il suo primo vero concerto dal 2020, e il suo ritorno sulle scene dopo essersi ritirata per alcuni anni a causa di una rara malattia neurologica incurabile. Dion ha cantato davanti a 33mila persone, attaccando con “On Ne Change Pas”. «Mi ero ripromessa di non piangere», ha detto al pubblico poco dopo l’inizio del concerto, «ma non mantengo le promesse». Dion ha cantato più di 25 canzoni per due ore e un quarto. Nei prossimi otto mesi sono previsti altri 25 concerti, tutti nello stesso palazzetto: una residency, come quelle che molte altre popstar hanno iniziato a fare in questi anni. Nel 2022 Dion aveva detto di soffrire di “stiff-person syndrome”, la “sindrome della persona rigida”, una malattia che provoca quotidianamente spasmi molto invalidanti che nel suo caso impediscono attività comuni come camminare e in certe occasioni sono stati così violenti da averle rotto le costole. Il documentario Io sono: Céline Dion aveva raccontato quanto fosse diventato difficile per lei completare anche solo una sessione in sala di registrazione. Dion era tornata sul palco una prima volta nel 2024, quando aveva cantato alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Parigi “Hymne à l’amour”, una canzone di Édith Piaf. Si notava che la sua voce un po’ era cambiata, ma la performance era stata comunque apprezzata. Anche dopo questa esibizione comunque non era affatto scontato che sarebbe riuscita a sostenere un concerto intero. Qualche mese fa, però, erano arrivate le prime indiscrezioni di un suo possibile tour sul quotidiano canadese La Presse, e poi per le strade di Parigi erano comparsi cartelloni con i titoli di alcune delle sue canzoni più note, come “Pour que tu m’aimes encore” e “The Power Of Love”. Il tour era stato confermato da Dion stessa in un post su Instagram il 30 marzo, nel giorno del suo 58esimo compleanno: «Quest’anno riceverò il miglior regalo di compleanno della mia vita. Avrò la possibilità di vedervi e di esibirmi per voi». I biglietti erano stati venduti molto velocemente, anche per il particolare rapporto che ha la cantante con il pubblico francofono. Dion è nata in una cittadina del Québec vicina a Montréal, nella parte francofona del Canada, e nella prima parte della sua carriera ha cantato quasi solo in francese. Fin dall’inizio della sua carriera ebbe un gran successo nel mercato francese, precedente a quello globale ottenuto a partire dagli anni Novanta e in particolare dopo “My Heart Will Go On”, colonna sonora del film Titanic. In un articolo pubblicato sulla rivista Harper’s Bazaar ad agosto, Dion ha raccontato che sta seguendo un programma molto intenso di riabilitazione, con nuovi farmaci, fisioterapia, terapia vocale, immunoterapia, pilates e balletto. Sono tutti modi per tenere sotto controllo i sintomi della malattia, anche se è progressiva, cioè peggiora nel tempo. La sindrome della persona rigida è considerata una malattia neurologica autoimmune, e cioè una di quelle condizioni in cui il sistema immunitario attacca per errore i tessuti sani del proprio corpo. Anche se i meccanismi immunitari che la causano non sono ancora completamente chiariti, nell’80 per cento dei pazienti sono stati trovati anticorpi contro un enzima che aiuta a impedire che i muscoli restino contratti quando non serve. È un enzima coinvolto nella produzione di una sostanza che permette alle cellule nervose di comunicare fra loro e “frenare” l’attività dei muscoli. Gli spasmi che ne conseguono possono essere provocati da cose che normalmente non causerebbero reazioni muscolari, come rumori improvvisi, un contatto inaspettato o anche un’emozione molto intensa. Nei casi più gravi può diventare molto difficile camminare o anche solo muoversi senza assistenza, ma le terapie possono alleviare almeno in parte i sintomi. Cantare, quindi, può diventare molto difficile: richiede infatti una coordinazione estremamente precisa di tante funzioni insieme, dalla respirazione all’articolazione, che vengono modificate continuamente dal sistema nervoso mentre cambiano le note e le parole. «Avevo promesso che sarei tornata sul palco», ha detto Dion durante il concerto di Parigi. «Ed eccomi qui, a cantare per voi e per me stessa, dal vivo! Grazie di cuore per il vostro sostegno, per la vostra pazienza e, se mi è consentito dirlo, sono ciò che sono proprio perché mi avete amata».