Giugno 2026 n. 6 Anno XI Parliamo di... Periodico mensile di approfondimento culturale Direzione redazione amministrazione e stampa Fondazione Biblioteca Italiana per Ciechi �Regina Margherita� ETS via G. Ferrari, 5/a 20900 Monza Casella postale 285 tel. 039/28.32.71 e-mail: bic@bibciechi.it web: www.bibliotecaciechi.it Registraz. n. 19 del 14-10-2015 Dir. resp. Pietro Piscitelli Comitato di redazione: Pietro Piscitelli Massimiliano Cattani Luigia Ricciardone Copia in omaggio Rivista realizzata anche grazie al contributo annuale della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero della Cultura. Indice La storia del �ponte della morte� di Chernobyl Il caos dell�ingiustizia in Carlo Emilio Gadda Erano i giornali per signorine La nostalgia per la vecchia Milano (e come ce la facciamo passare) La storia del �ponte della morte� di Chernobyl (Ilpost.it) - A quarant'anni dal pi� grave disastro di sempre a un impianto nucleare, un mito sopravvive. - A due chilometri in linea d�aria dalla centrale nucleare di Chernobyl, in Ucraina, c�� un ponte stradale con i parapetti arrugginiti e arbusti cresciuti tra le crepe del cemento. � un cavalcavia ferroviario come ce ne sono tanti, ma ha avuto un ruolo centrale nella narrazione del grave disastro nucleare che avvenne il 26 aprile di 40 anni fa, tanto da essere segnato ancora oggi sulle mappe come �ponte della morte�. Si racconta che nella notte dell�incidente � quando il reattore 4 esplose producendo una nube radioattiva che si sarebbe poi spinta verso l�Europa occidentale � decine di persone fossero accorse sul ponte per osservare gli strani e variopinti bagliori provenienti dalla centrale nucleare. Secondo quei racconti, quegli inconsapevoli spettatori sarebbero tutti morti poco tempo dopo a causa dell�esposizione a dosi massicce di radiazioni. Da qui il nome �ponte della morte�. Ma il racconto fu probabilmente esagerato e divenne una leggenda metropolitana. Negli anni sono infatti emerse testimonianze che hanno dimostrato come quella notte non ci fossero decine di persone a osservare la centrale, e le poche che erano passate da quelle parti non morirono in breve tempo per via delle radiazioni. Il pi� grave incidente della storia degli impianti nucleari avvenne all�1:23 (ora locale) del 26 aprile 1986, mentre era in corso un test di sicurezza su uno dei quattro reattori nucleari costruiti una decina di anni prima. A causa di errori e di alcune caratteristiche non note, il reattore divenne instabile e difficile da controllare, tanto da rendere vano un tentativo di spegnimento di emergenza. Si gener� una grande quantit� di calore, che fece aumentare la pressione nelle tubature dell�impianto, portando a una prima esplosione di vapore che sollev� la struttura superiore del reattore e a una seconda che distrusse il nocciolo ed espulse materiale radioattivo. Una grande colonna di fumo raggiunse gli strati pi� alti dell�atmosfera, con emissioni radioattive che si dispersero nell�immediato sulla zona di Chernobyl e in seguito su vaste aree dell�Unione Sovietica e dell�Europa, ma in quella notte di quarant�anni fa in pochi realizzarono che cosa era successo. Le due esplosioni non furono particolarmente fragorose, tanto che alcuni operai al lavoro a circa un chilometro di distanza, in altre aree dell�impianto, dissero di non essersi accorti dell�incidente. A quasi tre chilometri di distanza, a Pripyat, la citt� costruita appositamente per ospitare chi lavorava alla centrale e le loro famiglie, in pochi si accorsero del boato. Era del resto piena notte in una citt� di lavoratori e non c�erano molte persone in giro. Chi sent� il rumore in lontananza disse in seguito di averlo ricondotto alle normali attivit� della centrale, visto che talvolta c�erano rilasci programmati di vapore dalle tubature (isolate dal materiale radioattivo) per regolare la pressione dell�impianto. Era quindi improbabile che ci fosse una corsa verso il ponte per vedere che cosa fosse successo. La maggior parte degli abitanti si accorse di qualcosa quando era ormai giorno e si vedeva in lontananza una colonna di fumo levarsi dalla centrale di Chernobyl. In quel momento i vapori radioattivi trasportati dal vento insieme alla cenere stavano gi� contaminando Pripyat, ma l�ordine di evacuazione sarebbe stato dato solo il 27 aprile, circa 36 ore dopo l�incidente. Nella confusione di quei primi giorni e nei resoconti delle settimane successive, inizi� a diffondersi la voce che nella notte dell�incidente diverse persone avessero raggiunto il ponte sulla ferrovia, la principale via di accesso a Pripyat e soprattutto un punto rialzato ideale per osservare la centrale, a un paio di chilometri di distanza. Alcuni familiari delle persone di turno all�impianto erano venuti a conoscenza dell�incidente, ma dalle testimonianze non sembra che la voce si fosse cos� diffusa da indurre decine di persone a lasciare la citt�, in piena notte, per andare proprio su quel ponte. Diversi condomini di Pripyat erano inoltre alti 15 piani, quindi i loro residenti potevano eventualmente osservare l�incendio dai balconi e dalle finestre senza doversi avvicinare. Subito dopo l�incidente si registrarono livelli di radiazioni molto elevati in alcune aree vicine alla centrale nucleare, che avrebbero potuto essere letali nel caso di un�esposizione di alcune ore. Sul ponte non c�erano sensori e non � quindi possibile stabilire quale potesse essere il livello di radiazioni, che probabilmente vari� a seconda della direzione e dell�intensit� del vento che trasportava i vapori e i fumi che si sollevavano dalla centrale. Alcune persone attraversarono comunque il ponte quella notte e la mattina seguente, prima che la polizia bloccasse gli accessi. Adam Higginbotham, autore del libro Mezzanotte a Chernobyl, ha studiato la questione del �ponte della morte� senza trovare prove convincenti sulle presunte decine di morti. Incrociando le testimonianze e i resoconti, riusc� a mettersi in contatto con un uomo che nel 1986 aveva intorno agli otto anni e che raccont� di essere stato uno dei primi ad avere attraversato il ponte dopo l�incidente. Lo aveva passato in bicicletta e si era fermato per capire se fosse visibile il reattore. Per Higginbotham il fatto che fosse vivo e che gli avesse raccontato la vicenda era una smentita alla storia del �ponte della morte�. Oleksiy Breus, un ingegnere che lavorava alla centrale, raccont� di avere saputo dell�incidente solamente alla mattina, quando era arrivato all�impianto per iniziare il proprio turno. Disse di non avere mai sentito qualcuno raccontare di una folla di persone che nella notte era andata sul ponte per osservare l�incendio. Dopo alcune ore di lavoro, Breus fu portato in ospedale per dei controlli e l� incontr� qualcuno che gli raccont� di avere attraversato il ponte in bici. Non � chiaro se fosse la stessa persona sentita da Higginbotham, ma i medici dissero che aveva una forma non cos� grave di sindrome acuta da radiazioni dovuta all�esposizione. Breus raccont� anche di un amico, che quella notte si era dato appuntamento con una ragazza nelle vicinanze del ponte. In seguito apprese che aveva avuto problemi di salute, probabilmente dovuti all�esposizione prolungata alle radiazioni, ma era vivo diverso tempo dopo. Il ponte fu comunque importante nei giorni successivi all�incidente, visto che vi transit� il migliaio di autobus usati per evacuare completamente Pripyat. Vi passarono quindi sopra migliaia di persone, ma per i pochi istanti necessari al suo attraversamento e senza che ci fossero quindi rischi particolarmente alti legati alle radiazioni. Il mito del �ponte della morte� fu rinfocolato molti anni dopo, nel 2019, quando fu trasmessa la serie televisiva Chernobyl prodotta dalla statunitense HBO. Il primo episodio mostrava proprio una scena sul ponte con decine di persone che si erano raccolte per osservare in lontananza l�incendio alla centrale nucleare. La scena, molto intensa, mostrava persone incuriosite dalla caduta di scaglie di cenere che non sapevano essere radioattive e che sembravano quasi fiocchi di neve. L�autore della serie, Craig Mazin, ammise di avere reso pi� drammatica la scena per trasmettere la totale impreparazione della popolazione, che non aveva ricevuto informazioni tempestive sul disastro. Chernobyl ha ricevuto molti premi ed � stato lodato dalla critica, ma non era un documentario e non aveva la pretesa di esserlo. Quella scena ha per� contribuito a generare una certa confusione intorno al ponte e a che cosa accadde in generale nella notte dell�incidente. Come le strade e i terreni intorno alla centrale, nelle settimane successive all�incidente le autorit� sovietiche cercarono di decontaminare utilizzando acqua, prodotti chimici e rimuovendo gli strati pi� superficiali di suolo. Le strade furono riasfaltate in modo da coprire il pi� possibile le polveri contaminate che si erano depositate, e che rischiavano di essere trasportate nuovamente dal vento. Parte degli sforzi fu vana e sulle conseguenze per la salute degli abitanti di Pripyat incise soprattutto la tardiva organizzazione dell�evacuazione della zona. Oggi alti livelli di radiazioni sono ancora presenti in alcune parti della zona di esclusione, l�area nel raggio di circa 30 chilometri dalla centrale nucleare di Chernobyl definita per limitare l�esposizione. Prima dell�invasione russa dell�Ucraina, nel 2022, era possibile entrare nella zona partecipando a tour organizzati, ma oggi si pu� accedere solo per scopi di ricerca e di manutenzione del grande �sarcofago� costruito per isolare il reattore esploso nel 1986. Diverse ricerche hanno mostrato che gli alti livelli non stanno avendo un impatto diretto sull�attivit� biologica del suolo, che si presenta popolato da numerosi organismi anche nelle aree pi� contaminate. Al di l� del mito intorno al ponte, e alla morte in poco tempo di chi lo frequent� quella notte, a quarant�anni di distanza dal disastro di Chernobyl non � noto con certezza quante persone morirono per via della contaminazione. C�� ormai un certo consenso sulle 30 persone che morirono per gli effetti diretti dell�esplosione e per la sindrome acuta da radiazioni entro pochi mesi. Altre 60 persone morirono nei decenni successivi a causa di tumori e altri problemi di salute ricondotti alla loro esposizione per un certo tempo ad alti livelli di radiazioni. Le stime sulla popolazione in generale e sugli effetti di lungo termine (ancora in corso) sono pi� difficili da fare e variano molto, da qualche migliaio a decine di migliaia di persone. Il caos dell�ingiustizia in Carlo Emilio Gadda (di Daniele Onori, Centrostudilivatino.it) - Una riflessione che parte dall�analisi di �Quer pasticciaccio brutto de via Merulana�. - Nel romanzo �Quer pasticciaccio brutto de via Merulana� di Carlo Emilio Gadda, la giustizia � un tema centrale che viene esplorato attraverso una trama intricata e una rappresentazione vivida della societ� romana degli anni Venti. La storia ruota attorno all�indagine dell�omicidio di Liliana Balducci e del furto di gioielli nella stessa via, eventi che sembrano collegati ma che si rivelano essere parte di un pi� ampio e complesso intreccio di corruzione, ipocrisia e degrado morale. Gadda utilizza una lingua ricca e sperimentale per descrivere un mondo in cui la giustizia � spesso elusiva e distorta dalle influenze sociali e politiche. Il commissario Ingravallo, incaricato delle indagini, rappresenta il tentativo, spesso frustrato, di fare chiarezza e di trovare la verit� in un contesto di ambiguit� e di inganni. La giustizia nel romanzo non � solo un problema legale, ma anche una questione etica e filosofica, che mette in discussione la possibilit� stessa di raggiungere una vera e propria giustizia in una societ� cos� profondamente imperfetta. �Quer pasticciaccio brutto de via Merulana� � un romanzo scritto da Carlo Emilio Gadda, pubblicato per la prima volta nel 1957. Ambientato nella Roma degli anni �20, durante il regime fascista, � considerato un capolavoro del giallo italiano, pur discostandosi dai canoni tradizionali del genere. Il romanzo fu inizialmente pubblicato a puntate sulla rivista �Letteratura� nel 1946, ma la pubblicazione si interruppe dopo cinque puntate. L�opera, successivamente modificata e completata, venne pubblicata in volume nel 1957, segnando il successo definitivo di Gadda. La trama � ambientata nella Roma fascista del 1927. Il commissario di polizia don Ciccio Ingravallo � incaricato di indagare su un furto di gioielli avvenuto al numero 219 di via Merulana, una strada popolare nel cuore di un vecchio quartiere romano. Nell�edificio dove avviene il furto abitano due amici del commissario, i coniugi Balducci, presso i quali don Ciccio � solito pranzare nei giorni festivi. Per don Ciccio, Liliana Balducci rappresenta l�incarnazione della dolcezza e della purezza femminile. Un mattino, viene informato che Liliana � stata brutalmente assassinata nel suo appartamento al 219: il furto dei gioielli e l�omicidio sono opera della stessa persona? Gli indizi sono scarsi e le testimonianze contraddittorie. Il romanzo illustra l�odissea di don Ciccio e dei suoi uomini attraverso Roma e la sua periferia nel tentativo di scoprire la verit�. Nel corso delle indagini, emerge un�intera societ�: dagli alti funzionari alle prostitute, dall�aristocrazia al popolino di Roma. I sospetti si concentrano di volta in volta su un vecchio funzionario in pensione, sul giovane e affascinante nipote di Liliana, un �gigol� incaricato di far visitare Roma alle turiste solitarie. Man mano che l�inchiesta procede emerge un nuovo volto di Liliana: non potendo avere il figlio desiderato, riversava il suo affetto frustrato sul nipote, tipico bellimbusto, e su orfane che faceva venire dalla campagna �adottandole� per un certo tempo, per colmarle di favori e farle poi sposare. Delusa e truffata ogni volta, Liliana trovava nella religione la forza di ricominciare daccapo, col tacito accordo del marito, semplice �oggetto domestico� abituato a dividere la propria esistenza tra viaggi d�affari e la caccia. Le rivelazioni di una prostituta, Ines, portano sulle tracce di una sedicente lavandaia dei dintorni di Roma, Zamira Pacori, ex prostituta dei battaglioni d�Africa, e pi� esattamente ruffiana, strega e guaritrice. Al dito di una sua impiegata, il brigadiere Pestalozzi scopre uno dei topazi rubati in via Merulana. La pista si rivela buona e conduce Pestalozzi nella casa di un guardia-barriere della campagna romana, dove viene ritrovato il resto dei gioielli nascosto in un vaso da notte della nonna. Nel frattempo, gli uomini di don Ciccio arrestano, al mercato di piazza Vittorio, un giovane venditore di porchetta, fratello del presunto assassino di Liliana. La rete si stringe: don Ciccio interroga Assunta, una delle ex protette di Liliana, al capezzale del padre morente. La ragazza nega qualsiasi complicit� nel delitto. La verit� sembra gradualmente affiorare, ma don Ciccio, di fronte alla splendida vitalit� di Assunta, esita, come preso da rimorso. Il libro si chiude cos�, senza che l�intrigo giunga a un vero e proprio epilogo. �No, nun so� stata io!�, l�esclamazione di Assuntina messa alle strette da don Ciccio Ingravallo, chiude l�ultima pagina del romanzo. Attraverso l�analisi del linguaggio, � possibile scagionare sia Assuntina che gli altri indiziati. Chi � quindi l�assassino di Liliana Balducci? E come si conclude il romanzo? In pi� di un�occasione, Gadda ha parlato di un seguito del romanzo, il che ha portato molti critici a considerare �Quer pasticciaccio� come un�opera incompiuta. Non � importante conoscere il nome dell�assassino, ma penetrare nel groviglio della realt� per scoprire la pluralit� delle cause che presiedono alla costruzione e alla produzione di ogni evento. I colpevoli quando compiono il reato sono automi nella tragica e ineluttabile concatenazione di cause ed eventi esterni. Gadda sembra qui far proprio quello che egli chiama il riconoscimento dostoevskiano del gravame comune delle colpe: s� che la colpa di uno � la colpa di tutti. Se questo principio rende per sempre inseparabili Bene e Male, Vittima e Carnefice, la conoscenza a cui si perviene � solo un drammatico svelamento: quella �cognizione del dolore� dalla cui ipoteca nessuno � libero o indenne. Ingravallo ci viene dunque presentato pi� come uno scrittore-filosofo che come un poliziotto, e la sua indagine si dipana su un duplice piano: da un lato la ricerca empirica e sperimentale di un colpevole, e dall�altro �una (cripto-dostoevskijana) ricognizione/ricostruzione filosofico-letteraria�. Conseguenza immediata di questa impostazione � la presenza di un doppio registro, filosofico e romanzesco, che rende la narrazione �aggrovigliata e convulsa�. L�analisi del linguaggio diventa, quindi, un importantissimo strumento per comprendere meglio questo groviglio: il linguaggio si configura come un vero e proprio tribunale in grado di designare i colpevoli e prosciogliere gli innocenti. Nel contesto di �Quer pasticciaccio brutto de via Merulana�, l�apparato giudiziario non svolge il ruolo di difensore, bens� si configura come un aguzzino delle vittime dell�ingiustizia del mondo. Il balletto degli innocenti davanti all�inquisizione di uno dei commissari pi� integerrimi immaginabili evidenzia ancora una volta l�inconciliabilit� tra i sistemi giudiziari e il concetto di giustizia. La narrazione, che si frantuma in un grido di protesta contro il verdetto finale del commissario, non offre spazio a risposte; l�unica forma di giustizia concepibile � quella paradossale e autoinflitta da spiriti eccessivamente sensibili come la protagonista femminile del romanzo, Liliana Balducci, che si � quasi autoinflitta la morte per espiare le colpe del padre, profittatore di guerra. Il giallo consente unicamente una risoluzione. Erano i giornali per signorine (di Ludovica Taurisano, �Prometeo� n. 168/24) - Reclusi a forza nel recinto della paraletteratura, guardati con compatimento e sospetto dalle culture politiche vecchie e nuove, a un certo punto della loro storia i fotoromanzi si sono trovati in bilico tra una pi� che convenzionale ideologia dell'amore melenso e un'imprevedibile antiretorica del sesso. Il caso �Lucciola� e le rivendicazioni della libera prostituzione nell'Italia degli anni Settanta. - Nel 2016 i fotoromanzi hanno compiuto 70 anni. Per una parte della popolazione sono degli oggetti di antiquariato o delle fonti storiche; per molte persone reperti che rimandano a infantili ed emotive commemorazioni, mentre per altre sono ancora motivo di intrattenimento. Se c'� chi si chiede �se li fanno ancora�, il web prolifera di articolisti che argutamente rintracciano un revival del genere fotoromanzesco, testimoniandone ancora la solida presenza presso alcuni pubblici. Paola Bonifazio, professoressa di Italian Studies nella texana Universit� di Austin, nel volume The Photoromance riporta che ci sono gruppi su Facebook, frequentati con assiduit�, in cui comunit� di appassionati si scambiano e collezionano fotoromanzi ereditati da madri (e non solo), nella forma di un'economia affettiva in cui all'acquisto individuale corrisponde il segno di un�appartenenza di gruppo. Ecco, quello che il fotoromanzo ha fatto meglio di tanti altri generi � stato raggiungere larghi, larghissimi pubblici e molto variegati. � stato un genere inerentemente popolare, con tutta la problematicit� di un concetto cos� denso: � stato contemporaneamente uno dei protagonisti della nostra cultura popolare e l�espressione della forma commercialmente aggressiva dell�industria di massa. Ha messo per decenni in seria difficolt� i supposti forgiatori della coscienza individuale e di classe, sfidando le pretese egemoniche di una certa intellettualit� insospettita dal puro intrattenimento. Esempi di narrativa finzionale, i fotoromanzi occupavano una larga parte dei rotocalchi, vera rivoluzione prima tecnica e poi di contenuto nell�editoria del primo Novecento. Lo spazio per il racconto, per i primi cinquant'anni almeno, � stato generoso nei rotocalchi: racconti lunghi a puntate, romanzi d�appendice sullo stile del feuilletton, brevi novelle, furono per molto tempo un primo viatico verso l�alfabetizzazione, per un paese che nel secondo dopoguerra era ancora profondamente rurale. Ci furono rotocalchi su cui passarono penne raffinatissime come Elsa Morante e Luciano Bianciardi (molto spesso sotto pseudonimo), e ce ne furono altri che portavano con s� la vera star editoriale, cio� il fotoromanzo, e che ebbero una popolarit� inedita, rispondendo alla domanda di mercato di un paese che usciva provato e stanco dal conflitto. Fino a quel momento, case editrici storiche come Mondadori, Feltrinelli, Longanesi, Bompiani, BUR e altre pi� piccole, si erano gi� avventurate nei romanzi d�intrattenimento, nelle �biblioteche per signorine� e nei romanzi per la prima volta intesi come �rosa�, nella cosiddetta paraletteratura e nelle traduzioni ardite. Allora anche i rotocalchi, con le loro appendici sentimentali e la posta del cuore, in questo abitare il disimpegno si erano sottratti alla censura, fedeli a quelli che Bruno Pischedda definisce �criteri di commerciabilit�, parcellizzazione spettacolare, interscambio attivo tra autori e fruitori�. Molto di questo ostracismo scaturiva da ideologie politiche piuttosto che filologiche. Del resto, il fotoromanzo aveva appreso la lezione del fotogiornalismo, nella composizione bimediale tra testo e immagine che consentiva all�apparato paratestuale di essere snello ed efficace quanto bastava per arrivare a chiunque. Ed era la lezione dell'occhio iconotestuale del Novecento, perch� al fotoromanzo aveva fatto da apripista il cineromanzo, un �medium puro� e inerentemente intermediale. Per Andrea Sangiovanni, il cineromanzo era �il modo in cui i film continuavano a vivere anche dopo la proiezione e oltre il confine della singola sala a collocarli al centro del sistema mediale di quegli anni, permettendogli di creare una rete di scambi con altre forme di comunicazione popolare e assegnandogli un posto centrale nell'immaginario collettivo�, in un'epoca storica in cui, proprio nelle rubriche indirizzate a Donna Lucia e Brunella, le giovani lettrici si lamentavano di doversi sorbire il western la domenica e di non poter mai scegliere che tipo di programma guardare sull�unica � quando c�era � televisione domestica a conduzione paterna o fraterna. Dal cineromanzo al fotoromanzo, il passo � quello dell�eredit� economicistica: si moltiplicano le trame e resta il principio pseudo-realistico del mezzo fotografico in bianco e nero ma senza i set complessi e costosi; restano le dive e i divi dello star system hollywoodiano, prontamente reso nostrano e adattato al mercato nazionale � che i quotidiani li leggeva poco - dagli storici Grand Hotel, Sogno e Bolero Film. La loro fondazione non avviene in un vuoto, ma in una precisa tradizione editoriale che aveva gi� reso l'oggetto libro popolare e industriale, e nella predisposta rivoluzione tecnica e grafica delle riviste degli anni Trenta e dei fumetti. Anche questi, sfortunatamente, molto americani e osteggiati da varie parti per un simile sospetto di manipolazione occulta. Come descrive vividamente Meda, �sui sagrati delle chiese e nei cortili dei collegi e degli istituti religiosi furono accesi roghi sui quali dare pubblicamente alle fiamme fumetti e fotoromanzi�. Dopo poco pi� di un decennio dal primo numero d�uscita di Grand Hotel nel 1946, erano almeno 11 milioni le italiane e gli italiani (circa un quarto del totale era di genere maschile, riferisce Anna Bravo) che leggevano i fotoromanzi: numeri impressionanti per penetrazione quantitativa, capace di garantire una circolazione che sfuggiva ai radar di un certo tipo di informazione da quotidiano o di propaganda. Si leggevano i fotoromanzi dal parrucchiere, ma anche nelle carceri, negli ospedali, si prestavano in lungo e in largo, erano accessibili per costo e per contenuto. Piacevano i fotoromanzi, perch� raccontavano il sogno. Certo, le trame confermavano un manicheismo semplicistico dei topos narrativi che si sapevano efficaci: c'era sempre un villain, qualche tradimento, dei torti da riparare a suon di scazzottate, un amore tormentato e un errore a cui rimediare, molto spesso con la maternit� o il matrimonio. Eppure, c'� qualcosa di contraddittorio nei fotoromanzi, in certi modelli di femme fatale trasgressiva, in cui il femminile � un meccanismo che produce eventi � quindi pilastro del dramma � e che � spesso sfrontato, ironico, cinicamente determinato, almeno fino alla canonica redenzione finale. Figliocci del mel� tutto italiano, ma precursori delle telenovele degli anni Ottanta, i fotoromanzi smuovono l�ascensore sociale tramite l�esercizio del sentimento, legittimano aspirazioni e soprattutto rispondono a un bisogno di mercato. Elsa Morante rintraccia in La Storia, come le donne nel dopoguerra ricavassero il proprio notiziario dal chiacchiericcio, perch� �Le radio non funzionano, i giornali si fatica a leggerli per quel sentimento di estraneit� e avversione� che generano: insomma, restano i rotocalchi cinematografici e il gossip. Nel manifesto di intenti di Damiano Damiani, regista e produttore di Bolero Film, �la cosa pi� importante in quel momento era fornire a masse sempre pi� vaste strumenti di lettura e contribuire cos� alla loro emancipazione. Venivamo dal fascismo quando la scelta per la maggior parte della gente era tra analfabetismo e la lettura di messaggi predeterminati. Col fotoromanzo non ci ponevamo tanto il problema di sostituire a un messaggio prestabilito una nuova impostazione culturale o ideologica, piuttosto di allargare l�area dei lettori utilizzando storie riconoscibili e comprensibili perch� corrispondenti a valori e sentimenti allora assai diffusi�. Nonostante le numerose polemiche degli studiosi coevi, da Richard Hoggart a Milly Buonanno, che mettevano in guardia dall�identificazione con le vicende da sogno pseudo-americano, dalla rassegnazione che si supponeva coadiuvata dalla distrazione, e dalle informazioni veicolate in modo superficiale e frammentario, i fotoromanzi furono per moltissime un esercizio di lettura innanzitutto, ma non solo. L'aspetto pi� sottovalutato del medium � quello di un incoraggiamento a immaginarsi un �mondo meglio di cos�, che � il fuoco vero di ogni azione politica che non si pu� dare senza un intervento sul privato. C'erano aporie e inesattezze, ma c�era il paese in alcune delle sue sfumature, nei fotoromanzi; c'era la grande storia e le meschinit� del quotidiano; c'erano i divi affezionati che, come provato dall�iconico Sceicco bianco, potevano restare tali solo nella liturgia in contumacia. Tant'� che, a un certo punto, le militanti del Pci si resero conto che esisteva un prodotto editoriale ben pi� radicato del partito stesso, e che una larga fetta di compagne si potevano, si dovevano, raggiungere in quel modo e non con le diatribe ideologiche dei pamphlet. Del resto, i fotoromanzi stessi non erano impermeabili ai fatti del tempo: le ambientazioni erano spesso le fabbriche, le figure femminili cominciavano a diventare segretarie e dattilografe, le giovani protagoniste frequentavano i capelloni, e Germana � personaggio tra i pi� noti interpretato da Raffaella Carr� � discuteva di gravidanza nei circoli e tra le compagne del Pci. La politica e le vicende del Paese, le trasformazioni tumultuose in atto, carsicamente fluivano nel disimpegno sentimentale della lettura. Eppure, il fotoromanzo era soggetto � e lo � ancora per molti versi � a una ritrosia, una specie di reticenza non solo nell�ammetterne la lettura, ma anche da parte degli studiosi che lo hanno negletto come fonte storica per molto tempo. Mi racconta Silvana Turzio, che del fotoromanzo ha scritto la Metamorfosi di storie lacrimevoli (Meltemi, 2019), che questa delegittimazione l�ha sperimentata sulla sua pelle, nel biasimo anche inconscio di chi le chiedeva se fosse davvero certa di voler scrivere un libro proprio sui fotoromanzi, cos� diseducativi, persino antifemministi per molta critica coeva, e non solo, che non ha ancora accettato collettivamente il passaggio dalle telenovelas degli anni 80 all'era defilippina popolata da isole ballardiane tentatrici. Chiunque voglia approcciarsi a questo medium, non pu� fare a meno di misurarsi con un volume preziosissimo, pubblicato nel 1978, che testimonia come non si potesse evitare di interrogarsi sulla straordinaria popolarit� dei fotoromanzi. Curato da Maria Teresa Anelli, Paola Gabrielli, Marta Morgavi e Roberto Piperno, Fotoromanzo: fascino e pregiudizio (Savelli, 1979) raccoglieva fotoromanzi dal 1946 al 1978, motivando l�indagine a partire dalla �constatazione diretta di quanto esso sia diffuso fra i giovani: constatazione che ognuno di noi aveva fatto per strade diverse, nella scuola, nelle carceri minorili, nel lavoro di quartiere. Una prima sommaria esplorazione nel campo ci aveva messo di fronte a cifre addirittura strabilianti per chi, come tutte le persone di un certo livello culturale, guardava con un tantino di sufficienza e molto distacco a questo fenomeno�. Tra i teorici dell�egemonia culturale, tra i partiti che cercavano il consenso realmente di massa, tra i seguaci di Gramsci che avevano scordato la sua lezione sui dati �extra-artistici� non indifferenti a una storia della cultura, non si poteva pi� ignorare il fenomeno, che era poi quello di un'industria culturale che aveva introiettato il linguaggio del mercato e l�ascolto della domanda. Scriveva Morin a tal proposito che �l�orientamento dei consumi distrugge l'autonomia e la gerarchia estetica proprie di questa cultura. [...] Questo universo non � retto, regolamentato dalla polizia del gusto, della gerarchia del bello, dalla dogana della critica estetica. I settimanali, i giornali per i ragazzi, i programmi radiofonici e, salvo eccezioni, i film, non sono affatto diretti dalla critica colta pi� di quanto non lo siano i consumi degli alimentari, dei detersivi o delle macchine lavatrici�. A questa consapevolezza, militanti come Giuliana Saladino erano giunte con lungimiranza: su Noi Donne non erano infrequenti le discussioni in cui da un lato Maria Antonietta Macciocchi metteva in guardia circa le conseguenze del �sogno� per le giovani ragazze non ancora coinvolte nella vita di partito, e dall�altro Saladino perorava la causa del fotoromanzo e del fumetto presso i vertici del Pci. Ne abbiamo discusso anche con Silvana, di quello splendido articolo del 1956, sull�ignoranza dei quadri rispetto alla situazione delle donne e compagne siciliane: in effetti, mi ricorda Turzio che � anche curatrice, scrittrice e fotografa, erano uno strumento paragonabile ai cantastorie della cultura orale. Soprattutto al meridione venivano letti ad alta voce e in circolo, prestati e in famiglia e tra amici, e questo ne sottostima i dati gi� poderosi sulla circolazione. Scrive Maddalena Palmieri che �i fotoromanzi creavano una complicit� speciale fra amiche. Non potevamo permetterci di comprarli tutti e quindi decidevamo di dividerci le spese, settimana dopo settimana. In tal modo riuscivamo a leggerli a rotazione e a seguire le avventure dei nostri personaggi preferiti: i singoli episodi, le storie a puntate�. Per questo, per i milioni di copie vendute, potevano essere uno strumento di impegno, politica e attivismo. La produzione era incessante, divisa in sottogeneri, mondiale: dice Turzio che �in Africa i fotoromanzi, dopo, assunsero una funzione di alfabetizzazione simile a quella che avevano svolto per il nostro Paese; oppure, in America Latina, fino agli anni Novanta, ne circolarono molti per contestare il regime e in funzione sovversiva, ma mai soggetti alla censura proprio per la loro apparente leggerezza eccentrica�. Furono anni, soprattutto i Settanta, pieni di un simile fervore creativo: dai partiti istituzionali alle avanguardie come il Gruppo Strum, si assottigliava la distinzione tra ciclostilato politico e fotoromanzo. Lo stratagemma fotografico non veniva pi� affiancato solo da uno snello peritesto, ma l'apparato paratestuale diventava ambizioso sia graficamente che nel contenuto: dalla precariet� abitativa al divorzio, era di diritti civili che si cominciava a parlare tramite le storie romanzate e melodrammatiche. Tra le sponde dei due partiti, e nel sottobosco dei fotoromanzi erotici, si giocava anche la partita della libera sessualit�: nel decennio dei limiti della crescita preconizzati dal Club di Roma, era sul malthusianesimo che si ridisegnavano i confini della morale sessuofobica del paese. Su Cinesex Attualit�, ad esempio, nel 1971 gli editoriali di Mario Macchi si scagliavano contro la borghesia repressiva e censoria, e si pubblicavano articoli come Si autoaccusano le attrici per legalizzare l'aborto e Gi� le mani dal divorzio. O ancora, fu proprio su Annabella che Anna Fallaci riport� la propria esperienza alla UN Women Conference del 1975 con queste parole: �In America Latina le donne non contano, il machismo raggiunge vette che per noi europee sono inimmaginabili. [�] E non vi sto a raccontare come hanno guardato, al Festival delle registe, un documentario del gruppo femminista di Los Angeles sul Self Help in cui si mostrava alle donne come esplorare il proprio corpo. [�] Che senso hanno avuto in Venezuela i problemi delle statunitensi sull�equal pay ed equal opportunity [�] che senso hanno avuto le nostre richieste di libero aborto? In confronto alle somale che ancora praticano l�infibulazione e altre mutilazioni, alle portoricane sterilizzate di nascosto? [�] Ricordarsi di: lottare contro il maschilismo [�] battersi per la parit� di istruzione [�] non prendersi sulle spalle tutto il lavoro domestico; che l�aborto non � rivoluzionario n� nuovo: � rivoluzionaria e nuova la pretesa della donna di decidere responsabilmente la maternit�. Ma mentre, come rivela accuratamente Giovanna Maina parlando di Cinesex, �tra le righe degli impudichi consigli dei redattori c'� una morale passatista e retrograda, quando per esempio si parla di mignotte o invertiti, lapsus rivelatore dell'impianto ideologico morale complessivo�, � opportuno guardare ai fotoromanzi pubblicati con esplicito intento politico. Si pensi a Luigi de Marchi, supportato dall�AIED (Associazione italiana per l'educazione demografica) e IRIDE (Istituto per le ricerche e le iniziative demografiche), che volle ricorrere al fotoromanzo per sensibilizzare, attraverso il foto-racconto-lampo, sul controllo della natalit� mantenendo un modello di unione libera. A De Marchi si ispir� l�esperienza editoriale di Lucciola, bimensile di sole cinque uscite in due anni, 1985-86, rivista edita dall�ARCI, fondata dal gruppo delle prostitute di Pordenone, promotrici del Comitato per i diritti civili delle prostitute. Il gruppo si era costituito per affinit� di pensiero circa un libertarismo profondo e vissuto fino a quel momento in modo individuale, cio� ai margini dei movimenti e dei circuiti di militanza femminista, ancora divisi sulla difesa dell�autodeterminazione delle professioniste del sesso. La prima Lucciola, risalente al 1908, era stata un'esperienza redazionale di produzione dei testi �a staffetta�: un modo per mantenere i contatti tra amiche, proprio come lo sarebbero stati i fotoromanzi. Era uno spazio di confronto sottratto al controllo �monocolare� dei padri, che rest� in piedi fino al 1926. La ripresa di Lucciole negli anni Ottanta voleva �fare luce sul buio dei marciapiedi�, prestando una voce pop, iconica, irriverente, alle prostitute, dentro i circoli dell�editoria controinformativa e di avanguardia che si riuniva attorno al Saint Louis di Roma. Il sostegno di Frigidaire e Il Male fu necessario per la legittimazione di una rivista sulla prostituzione, anche presso ambienti della sinistra italiana e sulla scorta delle analisi scientifiche fornite proprio da AIED. Tra le protagoniste dei fotoromanzi, per ragioni di scarsit� di risorse, comparirono anche Roberta Tatafiore, Pia Covre e Carla Corso, fondatrici della rivista e quest'ultima promotrice del movimento delle prostitute, insieme a Benedetta Bini e Alberto Abruzzese, noti esponenti dell�intellighenzia italiana. Con un gioco metateatrale, la quarta parete si rompeva sulla sovversione delle appartenenze di classe, ma anche in una specie di ibrida collisione tra un contenitore popolare e un ideale vagamente leninista dell�intellettuale professionista, ispiratore e persino �attore� della rivoluzione. Scrive Turzio che �i fotoromanzi della controinformazione non potevano che prestarsi felicemente al compito di riunire i due lati della questione tanto dibattuta in quel periodo, raccogliendo la sfida di unire le �storie lacrimevoli� alle vicende individuali calate nelle reali situazioni quotidiane di quel decennio�. Fu un'esperienza breve, anche perch� costosa e osteggiata dall�establishment cattocomunista, ma che consent� un'alleanza inedita tra chi si occupava di sessuopolitica e prostituzione. C'era Maria Adele Teodori, autrice di un testo crudissimo intitolato Le violentate (Sugar&Co, 1977), scritto per scagliarsi contro la scuola psicanalitica che faceva della passivit� alla violenza il tratto della sessualit� femminile e della differenza anatomica tra i sessi; aveva scavato nel folklore di un paese ancora largamente rurale e nella cronaca nera delle cinture di povert� attorno alle metropoli, raccogliendo i casi di stupro nel biennio precedente alla pubblicazione. A dirigere Lucciola con lei, proprio Roberta Tatafiore, scrittrice, giornalista e attivista, traduttrice di quei ragazzi dello zoo di Berlino. Nell�underground berlinese Tatafiore era stata a contatto anche con il turismo sessuale, e aveva scelto di dedicare i numeri di Lucciole alla Legge Merlin e al confronto con il modello tedesco di tutela del lavoro sessuale, ma anche alla diffusione dell�eroina nei circuiti di prostituzione, fornendo esempi da tutto il mondo. Volle fin da subito un fotoromanzo �educativo�, una guida su temi che dovrebbero riguardare qualsiasi professione ritenuta tale: tutela legale, finanziaria, medica. Di Roberta Tatafiore, per Prometeo, mi ha regalato un ricordo commosso Andrea Venanzoni, costituzionalista e saggista, autore di Pornoliberismo (Liberilibri, 2024). Andrea l�aveva conosciuta negli incandescenti anni della rivista Blue e delle attivit� della Coniglio editore. La descrive come �femminista storica e radicale, libertaria di sinistra, era stata una delle prime a interessarsi non moralisticamente di prostituzione, pornografia, fine vita e di qualunque altro argomento che la societ� cercava di scansare in maniera sdegnata�. Dagli anni Settanta e dalle esperienze radicali, mi dice Andrea, aveva sperimentato un drop out anche dalle culture marginali, dopo essersi cercata dovunque una casa politica, sentendosi orfana di un pensiero davvero libertario, fino a spostarsi nello spettro ideologico, iniziando a collaborare con Il Secolo d�Italia. Guerrigliera e intellettuale intransigente, �i suoi volumi sulla prostituzione, anche maschile, sul porno, sul transessualismo non solo anticipano ma spazzano via le derive odierne che vogliono �ideologizzare�, cio� collettivizzare, istanze che sono e rimangono individuali�. Non erano ancora gli anni 2000 quando Tatafiore ammoniva sul femminismo di Stato e sull�uso della spada della legge surrettiziamente posta al servizio dei diritti, passando dal loro riconoscimento a una bulimia di provvedimenti penali. Era arrivata al suicidio tramite l�esaurimento centellinato e lucido del pensiero stesso del suicidio, quindi aveva esaurito la spinta stessa alla vita, rivendicando un principio assoluto di autodeterminazione. Lo stesso principio che le prostitute di Pordenone avevano provato a difendere e incarnare giorno dopo giorno, e di cui Lucciola porta ancora la delicata fiaccola. La nostalgia per la vecchia Milano (e come ce la facciamo passare) (2night.it) - Viaggio dolce-amaro alla scoperta degli aspetti pi� tradizionali della Capitale Morale d�Italia. - Milano: c�� chi la ama e chi la odia. Viva, dinamica, frenetica ma anche complicata, per certi versi disordinata, insomma, una citt� di difficile descrizione, ricca di spazi, situazioni e persone che non sempre trovano la giusta collocazione. Ma se la Milano di oggi pu� sembrare contraddittoria, la Vecchia Milano � rimasta nell�immaginario collettivo come simbolo di un�epoca in cui, tutto sommato, si viveva bene. Quella Milano piace a tutti, un po� sbiadita ma cos� romantica, con i suoi rituali quotidiani, luoghi ricchi di scambi e incontri, realt� interessanti che valeva davvero la pena frequentare. E se la nostalgia sembra troppo forte, noi abbiamo pensato a una piccola mappa di posti autentici che rievocano proprio quella magia. Bar storici, pasticcerie, gastronomie, vecchi cinema e nuovi progetti che tentano di salvare e salvaguardare una tradizione cittadina che non vuole essere dimenticata. Perch� per andare avanti, a volte, serve solo guardare un po� indietro. Gli antichi bar milanesi La storia di Milano passa, da sempre, per le chiacchiere da bar. Luoghi di incontro, osservatori stabili del tempo che scorre, alcuni bar storici restano, ancora oggi, al centro della vita cittadina: iconici, riconoscibili, profondamente amati. Il Bar Magenta ne � l�esempio perfetto. Affacciato su un angolo dell�omonimo Corso dal 1907, nato come pasticceria e cresciuto accanto alla stazione di Cadorna, ha attraversato trasformazioni sociali e piccole rivoluzioni urbanistiche. Oggi accoglie studenti, universitari, habitu� di lunga data: Spritz a fine giornata, birre durante le partite, lo stesso rituale declinato tra generazioni diverse. Cambiano i volti, non l�atmosfera: il calore e la vivacit� restano immutati. Una seconda casa per molti milanesi � il Bar Picchio, in Porta Venezia dal 1969. Ancora economico, informale, immancabilmente accogliente, conserva la sua tradizione familiare e l�anima genuina del bar di quartiere anni Settanta: un luogo semplice dove le et� si mescolano felicemente. E se ci spostiamo un po� pi� a est, nato in via Plinio nel 1947, di vocazione internazionale, c�� il tempio dell�aperitivo milanese inteso come piccolo rito collettivo. Al Bar Basso il gesto quotidiano del caff� si � storicamente trasformato nel momento condiviso dell�happy hour; ed � qui che nel 1972 nasce il Negroni Sbagliato, per errore o per genio, quando lo spumante prende il posto del gin. Ancora oggi viene servito in grandi bicchieri scenografici, accompagnato da olive e patatine, dai camerieri in giacca bianca, cos�, sotto l�insegna rossa al neon, riconoscibilissima, tutto resta sorprendentemente uguale: niente di pi� classico, niente di pi� bello. Le pasticcerie storiche Se in molti pensano a Milano come a una citt� fredda e grigia, noi ne conosciamo il lato pi� dolce e colorato, profumato come le sue pasticcerie storiche, indirizzi golosi, dove tutto ci riporta indietro, a un passato calmo, fatto di gesti misurati e piccole tradizioni tramandate con discrezione. Le colazioni mattutine del fine settimana e le calde merende pomeridiane raccontano una citt� pi� lenta ed elegante, affezionata alle sue abitudini che continuano a mettere d�accordo tutti. Tra le pasticcerie storiche milanesi preferite, Cova occupa un posto privilegiato. Nato come caff� letterario (�Caff� del Giardino") al lato del Teatro alla Scala, Cova diventa subito un importante punto di riferimento per il bel mondo cittadino dell�epoca: distrutto dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, il caff� si sposta durante gli anni Cinquanta nella sua attuale sede centrale, in via Monte Napoleone 8, dove diventa un vero salotto, con arredi sobri e raffinati mutuati da quelli originali (gli stessi che ammiriamo oggi). Dolcissimo simbolo della sua immutata tradizione, il panettone: dolce milanese per eccellenza, invidiato un po� ovunque, cos� buono solo nella citt� meneghina. Il panettone si mangia a Natale, s�, ma � anche il protagonista delle merende pi� ghiotte, qui accompagnate da un�ottima selezione di t� o cioccolata calda preparata come si deve. E se parliamo di panettoni, non possiamo dimenticarci altri testimoni storici, custodi delle pi� antiche e buone tradizioni pasticcere di Milano, anch�essi nati come caff�, sopravvissuti ai bombardamenti della guerra. Per gli amanti della vecchia Milano, pasticceria Cucchi (in zona De Amicis) e Marchesi 1824 (in Corso Magenta) sono tappe obbligatorie. La prima, un vecchio caff� concerto nato nel 1936 che animava le serate di quartiere, � oggi una raffinatissima sala da t�, dove mangiare soffici brioche, lievitati e paste burrose quanto basta per sentirsi davvero bene; la seconda prepara milioni di caff� ogni giorno, che si sorseggiano insieme a qualche pralina o piccolo dolce. Le vetrine di Marchesi hanno mantenuto la sua storicit� e sono da ammirare: con torte e composizioni dolciarie incredibili, vere opere d�arte zuccherate. Tra arredi rimasti fedeli a se stessi e atmosfere sospese nel tempo, questi intimi luoghi continuano a custodire una tradizione fatta di semplicit� e memoria vivissima. Il chiosco milanese del pollo arrosto Milano � anche fatta di piccoli, piccolissimi, luoghi, realt� uniche che, da decenni, rendono speciali le sue piazze e i suoi quartieri. Tra questi c�� Giannasi, il chiosco del pollo arrosto che ha restituito dignit� e culto popolare a una specialit� culinaria apparentemente semplice, elevandola, qui in citt�, a icona urbana. Attivo dal 1967 tra Porta Romana e Piazzale Lodi, Giannasi prende forma dall�intuizione di tre fratelli approdati in citt� negli anni Cinquanta da un piccolo paese dell�Appennino tosco?emiliano. Nata come bottega di carni crude, diventa punto di riferimento per la rosticceria meneghina: polli arrosto, patate al forno e altri prodotti, ma anche profumi intensi che attraversano via Ripamonti, attirando chiunque cerchi un piatto popolare ma curato. Questo chiosco � l�indirizzo quotidiano di molte generazioni milanesi e lavoratori di passaggio, un luogo in cui la semplicit� diventa cifra distintiva e, in una citt� in continuo movimento, resta un punto fermo: un piccolo grande simbolo di una Milano autentica. Le gastronomie milanesi Girando per Milano, in qualsiasi quartiere, � quasi impossibile non imbattersi nelle sue gastronomie, dei luoghi affascinanti e senza tempo che, seppur a ritmi diversi, continuano a fare il loro lavoro. Le gastronomie milanesi hanno conosciuto ampia popolarit� nel secolo scorso e, certamente, non tutte sono sopravvissute all�avvento di monoporzioni e cibi pronti ben confezionati negli scaffali dei supermercati. Ma in questi posti si respira un�aria tutta diversa: ammirare le vetrine e lasciarsi ispirare dai piatti pronti del giorno, chiedere consiglio a chi sta dietro al bancone da anni, ordinare gli antipasti di cenoni e feste in casa ha un non so che di affascinante. Tornare a frequentare le gastronomie potrebbe essere il giusto modo per ravvivare certi rituali domenicali, da fare in famiglia, prima dell�immancabile pranzo; ma anche riscoprire una decisa qualit� gastronomica, quei sapori che sanno di casa, il profumo di sfornati e verdure per tornare un po� bambini. Peck, in centro, � la gastronomia che tutti conoscono, rappresenta un pezzo di storia milanese che attrae molti, curiosi, turisti, acquirenti. Ma di gastronomie storiche ce ne sono tante, pi� discrete, pi� accoglienti. C�� Faravelli, in Corso Italia, che � anche macelleria, salumeria ed enoteca, attiva dagli anni Cinquanta, ancora un punto di riferimento per il quartiere; stabile in Corso Vercelli, dal 1949, Rosticceria Galli, con prodotti da acquistare da asporto o consumare sul posto (magari insieme a un buon calice di vino); ma anche Gastronomia di Bonardi Pietro in viale Umbria, Gastronomia Giacomo in via Sottocorno e tanti altri templi del cibo gi� pronto che ti fanno scoprire questa citt� da un punto di vista inedito e romantico. Il cinema di una volta Una sala come quelle di una volta: il cinema Beltrade, a NoLo, � un progetto interessante, nato per combattere certe dinamiche eccessivamente commerciali che definiscono l�esperienza filmica moderna, nonch� l�uso e abuso delle piattaforme streaming. Il Beltrade era, fin dagli anni Quaranta, un cinema parrocchiale, per un breve periodo anche sede della Cineteca Italiana. Nel 2012 arriva la svolta con il rilancio dell�attivit�: programmazione intensa con film inediti e repliche in versione originale, cult e opere indipendenti pensati per gli appassionati, titoli che, a orari diversi e a rotazione (spesso diurna e pomeridiana), � difficile trovare altrove, ma anche presentazioni e interventi di registi e cast. Non mancano poi le retrospettive e le maratone che abbracciano un pubblico variegato: il progetto appare ambizioso, ma soddisfa tutti, perch� tutti sono i benvenuti. Il Beltrade piace anche per l�atmosfera, oggi unica, familiare, accogliente, ma anche intima, senza inutili formalismi o eccessi di perfezione estetica; la chiacchiera � dietro l�angolo e si parla di film certo, ma anche di molto altro. Al centro resta l�importanza della proiezione, con un�ottima qualit� dell�audio e completo buio in sala, una sala completamente rossa, dalle poltrone avvolgenti, ai controsoffitti, al sipario (che si apre e si chiude con l�inizio e la fine di ogni film). Forse i luoghi reali, quelli dove ci si conosce davvero esistono ancora. La rinascita delle edicole Per i veri nostalgici dei tempi lontani, la sempre pi� frequente e rapida chiusura delle edicole cittadine rappresenta un lutto quasi personale. Con loro scompaiono piccoli riti quotidiani che, a ben vedere, mal si conciliano con la mondanit� contemporanea, ma restano il simbolo di quella vita lenta tanto desiderata da chi, invece, � sempre di corsa. Oltre al fascino della carta stampata che passa di mano in mano, in edicola un elemento resta centrale: l�incontro tra le persone. Ed � proprio questo valore ci� che tenta di essere preservato da certi progetti milanesi che soccorrono alcune edicole storiche in fin di vita (causa aumento del consumo editoriale digitale e la crisi generale del settore). Ne � un esempio Edicola Civic di Brera, nata nel 2020 in Corso Garibaldi 83, un tentativo di riportare i chioschi morenti a spazi di comunit�, piccoli punti calmi dove la carta torna protagonista degli scambi tra persone. Civic offre una proposta editoriale selezionata, oltre a una serie di iniziative sempre diverse, coinvolgenti e divertenti, in collaborazione con noti brand, per mantenere viva l�adesione del pubblico. Ma una storia forse ancor pi� romantica � quella di Aedicola Lambrate, in via Conte Rosso 9, che, a un passo dalla chiusura definitiva, trova una nuova, bellissima, vita. Grazie a un�incredibile mobilitazione popolare all�edicola, punto di riferimento della zona, viene concessa una seconda possibilit�. Nasce cos� un progetto di quartiere, sociale, culturale e di riqualificazione, che vuole restituire il giusto valore all�editoria. E cos�, la piccola edicola di Lambrate, oggi gestita da un giovanissimo edicolante, � diventata uno spazio eventi, espositivo, musicale, con le riviste, i giornali, i quotidiani e i libri al centro delle iniziative che creano rete tra le persone del circondario, arricchiscono i curiosi che passano da qui e tutte le persone che vogliono tornare a leggere, proprio come una volta, al bar la mattina mentre si beve il caff�, o seduti sulla panchina, mentre le giornate continuano a scorrere.