Luglio 2026 n. 7 Anno XI Parliamo di... Periodico mensile di approfondimento culturale Direzione redazione amministrazione e stampa Fondazione Biblioteca Italiana per Ciechi �Regina Margherita� ETS via G. Ferrari, 5/a 20900 Monza Casella postale 285 tel. 039/28.32.71 e-mail: bic@bibciechi.it web: www.bibliotecaciechi.it Registraz. n. 19 del 14-10-2015 Dir. resp. Pietro Piscitelli Comitato di redazione: Pietro Piscitelli Massimiliano Cattani Luigia Ricciardone Copia in omaggio Rivista realizzata anche grazie al contributo annuale della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero della Cultura. Indice Comunicato: chiusura per ferie 2 giugno 1946: cos� � nata la Repubblica in Italia La nascita della Riviera Romagnola Hollywood Studio Club: la casa delle ragazze che sognavano il cinema Comunicato: chiusura per ferie Informiamo i nostri gentili lettori che la Biblioteca rimarr� chiusa per le ferie estive dal giorno 10 al giorno 14 agosto 2026 e riaprir� luned� 17. Preghiamo coloro che si servono, per il recapito dei volumi Braille, del Corriere Espresso Bartolini di non restituire le opere durante tale periodo, al fine di evitare che alla Biblioteca vengano addebitati i costi di giacenza. Con l'occasione, formuliamo a tutti i nostri pi� sinceri auguri di buone vacanze. 2 giugno 1946: cos� � nata la Repubblica in Italia (di Luca Frigerio, Chiesadimilano.it) - L'esito del referendum sanciva il tramonto della monarchia dei Savoia e l'inizio della fase repubblicana per il nostro Paese. Una vittoria netta, ma non trionfale. Lo storico Alfredo Canavero spiega cosa avvenne in quei giorni. - Il 2 giugno 1946 l�esito del referendum istituzionale sanciva la nascita della Repubblica e il tramonto della Monarchia che aveva retto l�Italia, a partire dall�unit� nazionale, per quasi un secolo. Mentre i Savoia pagavano con l�esilio la loro connivenza con il regime fascista, l�elezione dell�Assemblea costituente rappresentava l�inizio di una nuova era nella storia moderna del nostro Paese. Alfredo Canavero, che ha insegnato per oltre quarant�anni storia contemporanea presso l�Universit� degli Studi di Milano, spiega cosa avvenne in quei giorni. - Il 54,3% degli italiani votarono per la repubblica: un successo, ma non un trionfo. Per quali motivi la vittoria repubblicana non ebbe dimensioni pi� ampie? �Tutte le regioni dell�Italia meridionale si espressero a favore della Monarchia. Questo perch� nel Sud del Paese non si ebbe, anche durante gli ultimi anni di guerra, il senso di una rottura della continuit� istituzionale. Anche la caduta del fascismo, infatti, fu vista semplicemente come il passaggio da un governo a un altro, e l�Italia meridionale si sent� �regno� in pratica fino al giugno 1946. Diversa, invece, era stata l�esperienza dell�Italia centro-settentrionale, dove la costituzione della Repubblica di Sal� aveva interrotto la �presenza� monarchica, e dove la guerra di Resistenza e la lotta di Liberazione dai nazi-fascisti avevano creato ben altra consapevolezza. A tutto questo si deve aggiungere che per molti, in quei giorni, il concetto di Repubblica appariva un po� come sinonimo di confusione, di ulteriore incertezza: un salto nel buio verso un�esperienza nuova e ignota�. - Di fatto, dunque, gli elementi pi� conservatori del Paese scelsero di preferenza la Monarchia, quelli pi� progressisti votarono per la maggior parte per la Repubblica� �S�, pur con le debite eccezioni, � questo quello che avvenne. Proprio per questo, la forza politica che si trov� nella situazione pi� delicata alla vigilia della consultazione fu la Democrazia Cristiana, perch� essa poggiava su un elettorato che nel meridione era tendenzialmente filo-monarchico, mentre al Nord era dichiaratamente a favore della Repubblica. Questo � anche il motivo per cui Alcide De Gasperi, allora Presidente del Consiglio, prefer� attribuire la scelta istituzionale ad un referendum popolare e non all�Assemblea costituente � come invece in un primo momento si era pensato di fare -, per evitare una drammatica spaccatura nel partito democratico cristiano. �De Gasperi, infatti, fece in modo che la Dc lasciasse ai suoi sostenitori libert� di scelta tra Monarchia e Repubblica� �Avvertendo, per�, che, a seguito di un referendum interno tra gli iscritti al partito, la maggioranza si era pronunciata a favore della Repubblica. E la Democrazia Cristiana fu l�unico partito a lasciare questa libert� di scelta, poich� tutte le altre forze � a eccezione del Partito Liberale, dichiaratamente monarchico � invitarono a votare per la Repubblica�. - Quale fu l�atteggiamento del mondo cattolico, in generale, di fronte alla scelta istituzionale? �Rifacendoci a quel periodo non ha senso fare una divisione netta tra �italiani� e �cattolici italiani�. Nel mondo cattolico vi erano esattamente le stesse tensioni, gli stessi dubbi, le stesse incertezze che esistevano nel resto del Paese. Ci� nonostante, ufficialmente la Chiesa italiana non volle dare indicazioni precise su cosa votare al referendum, ed ebbe un atteggiamento molto prudente. L�impressione, per�, � che mentre gli alti gradi della gerarchia ecclesiastica fossero tendenzialmente a favore della Monarchia, il basso clero, invece, condivise in gran parte � soprattutto al Centro e al Nord � la scelta repubblicana�. - Quelle del 2 giugno 1946 furono anche le prime elezioni a suffragio universale. Quale fu il significato e il peso del voto delle donne? �Il voto delle donne fu indubbiamente importante per rafforzare il peso del mondo cattolico, e in particolar modo assicur� il successo alla Democrazia Cristiana. Ma quel che pi� conta, � che quelle consultazioni furono una grande prova di maturit� democratica e civile, poich� l�Italia veniva da vent�anni di dittatura fascista in cui vi erano state solo un paio di elezioni di tipo plebiscitario. Eppure non vi furono n� brogli, n� incidenti di una qualche gravit�. - Ma i risultati delle elezioni politiche furono una sorpresa o una conferma? �Che la Democrazia Cristiana, il Partito Comunista e il Partito Socialista di unione proletaria avrebbero avuto un consistente successo lo si poteva immaginare, anche perch� nei mesi precedenti vi erano state tornate amministrative che erano servite da test significativo. Fu comunque una sorpresa vedere che questi tre partiti insieme raggiungevano circa il 75% dei voti, il che significava la scomparsa dei partiti prefascisti ed elitari, anche di quello Liberale che pur in passato aveva avuto un consistente seguito popolare. L�altra sorpresa fu che il secondo partito non fu quello Comunista, come invece ci si sarebbe atteso, ma quello Socialista. E questo pes� nelle successive scelte del Pci, fino alla decisione di presentarsi insieme ai socialisti nel �48�. - Cosa � successo dopo il referendum? �Le elezioni si svolsero senza incidenti, dopo un'accesa campagna elettorale. Ma i risultati ufficiali della consultazione tardavano ad arrivare, tra ricorsi, conteggi e discussioni. Alla fine il re Umberto II, il 13 giugno decise di partire per il Portogallo, mentre il 18 De Gasperi annunci� al Paese la vittoria repubblicana�. La nascita della Riviera Romagnola (di Maria Grazia Masotti, Travelemiliaromagna.it) - Scopriamo le origini e gli sviluppi di una fra le pi� rinomate aree turistiche del Belpaese. - Se diciamo Riviera Romagnola, cosa vi viene in mente? Sono tante le sfaccettature che caratterizzano questo tratto di costa adriatica, come tante sono le localit� che si susseguono sul litorale da nord a sud. L�immaginario che la Riviera Romagnola porta con s� affonda le radici nell�Ottocento, ma sar� il Novecento a decretarne ufficialmente il successo a livello internazionale. Salpiamo dunque per un viaggio nella storia della Riviera Romagnola, dalla nascita dei primi stabilimenti balneari fino allo sviluppo del turismo di massa a partire dagli anni �50. Che aspetto aveva il litorale emiliano-romagnolo prima che diventasse la famosa Riviera che tutti conosciamo? Un tempo le spiagge erano luoghi piuttosto selvaggi e poco frequentati. Un tratto caratteristico della costa era poi la presenza di rigogliose pinete che le separavano dai centri abitati, come quelle che ancora oggi possiamo ammirare lungo la costa di Ravenna. Niente a che fare dunque con le spiagge affollate dei nostri giorni. Il motivo � semplice: agli inizi del XIX secolo il mare non aveva il significato che oggi gli attribuiamo, incentrato sul divertimento e il relax. All�epoca attivit� come prendere il sole in spiaggia o fare un bel bagno rinfrescante semplicemente non venivano contemplate. Ci� nonostante, questo secolo � stato fondamentale per la �scoperta� del mare cos� come lo intendiamo oggi. Se fino ai primi dell�Ottocento l�idroterapia e la balneazione avvenivano soltanto in acque minerali termali, attorno agli anni �30 in Italia tali pratiche si trasferiscono in riva al mare, gettando cos� le basi per la nascita del futuro turismo balneare. E qui emerge un�altra differenza sostanziale con la vita da spiaggia a noi familiare. A quell�epoca infatti le acque del mare erano utilizzate per scopi prettamente terapeutici, utili ad esempio nella prevenzione della scrofola, una patologia allora piuttosto diffusa. Ma non sar� cos� ancora per molto. Sar� Rimini a tracciare la rotta del cambiamento in Riviera, forte della sua posizione strategica sulla linea ferroviaria Bologna-Ancona inaugurata nel 1861. Dopo lo scarso successo del primo stabilimento balneare fondato dai conti Baldini negli anni �40, nel 1873 apre il celeberrimo Kursaal. Oltre all�omonimo, imponente edificio dotato di salone da ballo, sale da gioco, ristorante e bar, il progetto comprende anche uno stabilimento balneare e un ospizio per bambini affetti da scrofolosi, come quelli che sorgeranno in seguito tra Rimini e Riccione. Un mix perfetto tra cure terapeutiche e svago, che apre la strada a un nuovo concetto di soggiorno al mare improntato al puro divertimento e ai piaceri della vita balneare. Cinque anni dopo anche Cesenatico avr� il suo primo stabilimento, mentre Cervia dovr� attendere fino al 1882. Siamo arrivati dunque agli inizi del �900, un secolo carico di mutamenti per il destino della Riviera Romagnola. Dal punto di vista urbanistico, la costa inizia a popolarsi di villini in stile Liberty � circa 200 nel riminese a inizio secolo � e di stabilimenti balneari. Gli alberghi non sono ancora numerosi in Riviera, bench� proprio in questo periodo (1907) vengano inaugurati a Rimini sia il leggendario Grand Hotel che il Grand Hotel Hungaria, oggi non pi� esistente. Si tratta di strutture indispensabili per attirare un tipo di turismo internazionale; in parallelo, Rimini si sta gi� imponendo sulla scena nazionale come centro turistico di rilievo. Da sempre legata alla produzione del sale, anche l�antica cittadina di Cervia non � immune al fenomeno dei villini, che vivranno un momento di boom negli anni precedenti la prima guerra mondiale. Nascer� cos� la nuova frazione di Milano Marittima, costruita per iniziativa di una ditta milanese su una vasta area incolta del litorale. La sua fortuna sar� legata proprio all�alta borghesia meneghina, che la sceglier� come sua residenza estiva. Ma come sappiamo la Riviera Romagnola non si esaurisce con Cervia, Cesenatico e Rimini. Se ancora non abbiamo accennato alla costa ravennate e ferrarese, non c�� da stupirsi. Molti dei lidi oggi presenti in quest�area settentrionale dell�Adriatico sorgeranno soltanto a partire dagli anni �50, epoca in cui si popoleranno di seconde case e, in misura minore, di piccoli alberghi. Riguardo poi ai visitatori della Riviera, anche in questo caso assistiamo a un cambiamento significativo. Dopo la battuta d�arresto subita con la Grande Guerra, gli anni �20 e �30 del Novecento segnano il passaggio epocale da un tipo di villeggiatura elitario di stampo ottocentesco alla vacanza estiva della classe borghese, che esprime nel soggiorno al mare la propria necessit� di evasione dalla vita di citt� e dal lavoro. La spiaggia rappresenta ora il divertimento e lo sport, oltre che un luogo benefico per la salute: concetti che si rafforzeranno poi con l�avvento del fascismo. Lo sviluppo di una nuova classe di imprenditori, la fondazione delle aziende di promozione turistica, il potenziamento dei collegamenti stradali (con l�apertura dell�Autostrada Adriatica) e aerei (con la messa in funzione dell�aeroporto di Miramare): sono questi i fattori che a partire dal secondo dopoguerra contribuiscono all�avvento del cosiddetto turismo di massa organizzato sulla Riviera Romagnola. Un fenomeno a cui oggi tendiamo ad associare connotazioni negative, ma che ha avuto un ruolo determinante per il successo della costa adriatica nel panorama turistico nazionale. Ma cos�ha significato esattamente l�arrivo del turismo di massa per la riviera romagnola? Da un lato la crescita del turismo interno. Se il secondo dopoguerra ha coinciso con una ripresa dei flussi turistici europei verso la Riviera, nel tempo � il turismo interno ad imporsi con forza, soprattutto a partire dalla fine degli anni �60. Sulle spiagge romagnole arriva un numero crescente di famiglie e di giovani, attratti dai prezzi convenienti e dalla proverbiale accoglienza delle strutture ricettive. Si nota poi un fenomeno di urbanizzazione della costa. Per accogliere i nuovi turisti occorrono nuovi alberghi, pensioni e case. Dagli anni �50 si inizia allora a costruire, anche l� dove prima non c�era nulla: localit� della costa ravennate come Lido di Classe, Lido di Savio e Marina Romea, solo per citarne alcune, nascono proprio in questi anni e lo stesso accade per i lidi ferraresi. � questo il periodo in cui vengono inaugurati anche i grattacieli di Cesenatico, Milano Marittima e Rimini, eretti sul modello degli skyscrapers statunitensi. Infine, l�offerta di divertimenti diventa sempre pi� ampia. In quest�epoca si pongono le basi per quello che negli anni �70 verr� definito il �divertimentificio� della Riviera Romagnola. L�offerta turistica si indirizza sempre pi� verso il tempo libero e lo svago per tutti i gusti e per tutte le et�. Prendendo ad esempio i parchi tematici d�oltreoceano, si aprono i primi acquari a Cesenatico e Riccione, mentre a Rimini nel 1966 si inaugura Fiabilandia, seguita quattro anni dopo dall�Italia in Miniatura. E l�offerta per i giovani non � da meno: si sviluppa infatti un gran numero di sale giochi e di discoteche. Dagli anni �70 ad oggi la Riviera ha saputo trasformare ulteriormente il suo volto per adattarsi ai rapidi cambiamenti della societ� e affrontare le sfide che si sono di volta in volta presentate, come la mucillagine del 1989 e la concorrenza agguerrita delle altre destinazioni del Mediterraneo. Questo processo di costante evoluzione non si � ancora arrestato, come testimonia il recente restyling dei lungomare di Rimini, Ravenna, Misano Adriatico e Milano Marittima. Non rimane che scoprire cosa le riserver� il futuro. Hollywood Studio Club: la casa delle ragazze che sognavano il cinema (di Mariagiulia Menegari, blogfrivolopergenteseria.it) - Tra quelle stanze sono passate Marilyn Monroe, Kim Novak, Rita Moreno, Dorothy Malone, Sharon Tate e molte altre. Alcune sono diventate stelle. Altre no. Ma per tutte, lo Hollywood Studio Club � stato una soglia: il posto in cui Hollywood cominciava a sembrare possibile. - Le ragazze che arrivavano a Hollywood Per capire perch� nasce un posto come l�Hollywood Studio Club bisogna tornare ai primi anni Dieci, quando l�industria cinematografica americana � in piena espansione. Gli studios si spostano in California, le produzioni aumentano, le star cominciano a imporsi nell�immaginario collettivo, e per molte ragazze sparse per l�America quel mondo sembra spalancare una porta nuova. Il cinema, del resto, non vende solo storie. Vende possibilit�. Nelle sale, sedute al buio, tante giovani donne vedono sullo schermo una femminilit� diversa da quella a cui sono abituate. Pi� libera, pi� moderna, pi� visibile. A un certo punto, per alcune, guardare non basta pi�. Vogliono andare l�. Vogliono provarci. E cos� iniziano ad arrivare. Arrivano da citt� grandi e piccole, spesso con pochissimi mezzi. Alcune sognano di diventare attrici, altre cercano qualunque impiego nel mondo del cinema. Fare la comparsa sembra il modo pi� accessibile per entrare nell�industria, ma soprattutto lascia aperta l�illusione pi� potente: quella di essere notate. Hollywood, per�, � molto meno pronta ad accoglierle di quanto immaginino. Trovare lavoro � difficile. Trovare un posto dignitoso dove vivere, spesso, lo � ancora di pi�. Gli alloggi economici non sempre sono sicuri, e l�idea stessa di una giovane donna sola in citt� continua a creare diffidenza. Una ragazza che parte da sola per Hollywood pu� apparire imprudente, esposta, persino moralmente sospetta. Le riviste per fan insistono spesso sui rischi di questa scelta, e anche alcune star cercano di scoraggiare le aspiranti. Mary Pickford invita pubblicamente le ragazze a non precipitarsi a Hollywood, ma serve a poco. Il flusso continua. E il problema, presto, smette di riguardare soltanto il talento o la competizione. Riguarda la vita quotidiana: dove dormire, come pagare l�affitto, come orientarsi in una citt� nuova senza finire in ambienti poco raccomandabili. Come mantenere, agli occhi degli altri e forse anche ai propri, una certa idea di rispettabilit�. Come osserva la studiosa Heidi Kenaga, l�arrivo continuo di giovani donne viene percepito non solo come una questione lavorativa, ma anche come un problema sociale e morale che Hollywood deve imparare a gestire. � in questo clima che comincia a farsi strada l�idea di un luogo pensato apposta per loro. Non un albergo qualsiasi n� una pensione improvvisata, ma uno spazio dove una ragazza possa arrivare, sistemarsi, orientarsi e prendere fiato. � da qui che prende avvio la storia dello Hollywood Studio Club. Dal seminterrato della biblioteca a Carlos Avenue Ma da dove nasce l�idea di creare un posto del genere? Da un luogo molto poco hollywoodiano: il seminterrato di una biblioteca. Il merito � di Eleanor Jones, una bibliotecaria che intorno al 1915 comincia ad accorgersi di una cosa: nel seminterrato della Hollywood Library si ritrovano sempre le stesse ragazze. Leggono testi teatrali ad alta voce, si dividono le parti, si ascoltano, si correggono. Sono arrivate da poco a Hollywood e, in mancanza di scuole, sale prova o contatti veri, usano quello spazio come possono. Mentre fuori l�industria del cinema sta cambiando faccia alla citt�, loro provano Ibsen in biblioteca. Jones capisce presto che il problema non � soltanto la recitazione. Quelle ragazze hanno bisogno soprattutto di un posto dove stare. Si rivolge cos� alla YWCA, che gi� offre sostegno e alloggio alle giovani donne nelle citt� in crescita, e propone di trovare una sistemazione adatta a quelle aspiranti attrici arrivate a Hollywood con pochissimi mezzi e nessuna idea precisa di dove fermarsi una volta scese dal treno. L�idea prende forma nel 1916, quando viene affittata una casa al 6129 di Carlos Avenue. � il primo spazio pensato davvero per loro. Anche Mary Pickford si rende conto presto di quanto il problema sia concreto. All�epoca � gi� la pi� grande star del cinema americano e conosce bene il fascino che Hollywood esercita sulle ragazze di tutto il paese, anche se pubblicamente cerca di metterle in guardia. Quando prende sotto la sua ala la giovane comparsa ZaSu Pitts, capisce quanto sia difficile, per una ragazza sola, trovare una stanza rispettabile e accessibile. La casa di Carlos Avenue nasce da un bisogno molto pratico, ma nel giro di poco diventa un punto di riferimento. Le ragazze si incontrano, si scambiano informazioni, si prestano abiti, si aiutano come possono. Alcune delle prime residenti finiranno per costruirsi carriere importanti. Oltre a ZaSu Pitts, passano di l� anche Anne Bauchens, futura montatrice di Cecil B. DeMille, Marjorie Daw, Julanne Johnston e, pi� tardi, sceneggiatrici come Sarah Y. Mason e Agnes Johnston. All�inizio, lo Studio Club non � ancora il luogo celebre che diventer� pi� tardi. � una casa cresciuta attorno a un�esigenza reale: offrire un approdo alle giovani donne che arrivano a Hollywood inseguendo qualcosa che non sanno ancora nominare bene, ma che assomiglia gi� a un sogno. La casa di Julia Morgan Con il passare degli anni, la casa di Carlos Avenue diventa troppo piccola. Le ragazze aumentano, gli spazi si stringono, e quella soluzione nata quasi improvvisando comincia a richiedere una struttura pi� stabile. Tra il 1923 e il 1925 prende cos� forma una vasta raccolta fondi sostenuta apertamente dall�industria cinematografica. Contribuiscono la Famous Players-Lasky, la Metro Goldwyn, Carl Laemmle, la Warner Bros� e la Christie Comedies: segno evidente che lo Studio Club, in pochi anni, non � pi� visto come una sistemazione provvisoria, ma come un�istituzione che Hollywood sente il bisogno di sostenere anche pubblicamente. A muoversi in prima linea sono soprattutto alcune donne dell�ambiente. Mary Pickford e Constance Adams, ex attrice e moglie di Cecil B. DeMille, coinvolgono le mogli di numerosi dirigenti degli studios e raccolgono 150.000 dollari per una nuova residenza destinata alle giovani donne arrivate a Hollywood in cerca di lavoro. Il contributo decisivo arriva nel febbraio del 1925, quando Norma Talmadge dona gli ultimi cinquemila dollari necessari ad avviare i lavori. Pochi mesi dopo, nel giugno dello stesso anno, si tiene la posa della prima pietra alla presenza di Mary Pickford e di Julia Morgan. Ed � qui che compare Julia Morgan, una figura straordinaria dell�architettura americana: la prima donna laureata all��cole des Beaux-Arts di Parigi e l�architetta che pochi anni pi� tardi avrebbe dato forma a Hearst Castle. Ritrovarla qui, alle prese con un edificio cos� diverso, � sorprendente. Da una parte il castello monumentale di William Randolph Hearst, dall�altra una residenza destinata a ragazze arrivate a Hollywood con pochissimi mezzi e una carriera ancora tutta da inventare. Morgan lavora al progetto gi� nei primi anni Venti. I primi disegni mostrano un edificio mediterraneo a tre piani, con un cortile centrale e un pergolato che separa idealmente la parte affacciata sulla strada dal nucleo pi� interno e raccolto. La facciata � organizzata attorno a un corpo centrale arretrato, affiancato da due ali laterali con timpani: pi� che un dormitorio, l�impressione � quella di una villa ampia e luminosa. La sede definitiva viene inaugurata nel maggio del 1926 al 1215 di Lodi Place, a circa un miglio dall�incrocio tra Hollywood e Vine, allora cuore simbolico dell�industria cinematografica. L�edificio costa complessivamente circa 230.000 dollari, arredi inclusi, e all�apertura partecipano pi� di duemilacinquecento persone tra celebrit� del cinema, sostenitori e curiosi. Le celebrazioni iniziano nel pomeriggio e proseguono fino a mezzanotte con i balli. � un debutto in grande stile, che dice molto sul posto ormai conquistato dallo Studio Club nell�immaginario hollywoodiano. Dal punto di vista architettonico, l�edificio ha una presenza elegante ma raccolta. Morgan lo disegna in uno stile mediterraneo che guarda al Rinascimento italiano senza rigidit�. La facciata chiara � giocata su una simmetria molto leggibile: un corpo centrale leggermente arretrato e due ali laterali pi� alte, che in alcuni resoconti vengono quasi percepite come piccole torri. Una breve scalinata conduce all�ingresso, segnato da una loggia, cio� una galleria aperta e arretrata rispetto alla facciata, sostenuta da colonne quadrate. Sotto si aprono gli archi d�ingresso, sottolineati da conci decorativi, quei blocchi sagomati che incorniciano gli archi e ne rafforzano il disegno. Sopra correva un fregio dipinto, mentre ai lati comparivano grandi finestre ad arco a tutta altezza con balconi. La loggia del secondo piano, non chiusa da vetrate, unificava la facciata e richiamava l�apertura del cortile interno. Sulle pareti tornano molti elementi tipici del lessico di Julia Morgan: balconi con balaustre in ferro battuto, beccatelli decorativi, piccole mensole sporgenti che creano ombre e movimento, e cantonali che sottolineano gli spigoli dell�edificio e gli danno maggiore solidit� visiva. In questa fase del suo lavoro, Morgan sembra allontanarsi dal rigore pi� compatto del Mission style per cercare qualcosa di pi� libero, dove gusto mediterraneo, suggestioni moresche e forte simmetria convivono insieme. Anche l�interno doveva sorprendere pi� di quanto ci si aspetterebbe da una residenza destinata a ragazze agli inizi. I colori scelti, verde pistacchio, corallo rosato e beige, suggerivano subito un�atmosfera luminosa e curata. Al piano terra si trovavano una lobby spaziosa, sale di scrittura, una biblioteca, una grande sala da pranzo, ampi saloni di ricevimento e perfino un palco. Non era soltanto un posto dove dormire, ma uno spazio pensato per leggere, scrivere, esercitarsi e stare insieme. Gli uomini potevano accedere solo al piano terra; i piani superiori erano invece riservati alle camere, singole, doppie e triple, sufficienti ad accogliere circa cento ragazze. Sulle porte di alcune stanze comparivano piccole targhette con i nomi dei benefattori pi� generosi. Cos� una ragazza appena arrivata a Hollywood poteva ritrovarsi a dormire in una stanza legata simbolicamente a Douglas Fairbanks, Howard Hughes, Gloria Swanson, Jackie Coogan o Harold Lloyd. Forse la qualit� pi� interessante della sede di Lodi Place non sta tanto nello splendore monumentale di Julia Morgan, quanto nella capacit� di dare dignit� architettonica a una fase della vita di cui di solito restano poche tracce: quella in cui non si � ancora arrivati da nessuna parte, ma ci si � gi� lasciato tutto alle spalle. Coprifuoco, telefoni e vestiti in prestio Lo Hollywood Studio Club non accoglieva soltanto aspiranti attrici. Potevano viverci anche cantanti, ballerine, sceneggiatrici, segretarie di studio, montatrici, costumiste, designer. Pi� che una semplice pensione per future star, era un piccolo universo femminile costruito attorno all�industria del cinema e a tutte le professioni, visibili e invisibili, che le ruotavano intorno. Per chi arrivava a Hollywood senza una rete, il Club offriva molto pi� di un letto. C�erano due pasti al giorno, macchine da cucire, asciugacapelli, lavanderia, macchine da scrivere, testi teatrali, sale prova, un palco, una terrazza prendisole. Tutto sembrava pensato per aiutare quelle ragazze a reggere il ritmo di una vita precaria senza rinunciare del tutto a una certa idea di s�. Per quasi una generazione, il volto dello Hollywood Studio Club coincide anche con quello di Marjorie Williams, la direttrice scelta dalla YWCA per guidare la nuova sede: una donna istruita, a capo di uno staff interamente femminile, che supervisionava lezioni quotidiane, un bollettino settimanale, una bacheca con offerte di lavoro e quella rete di regole e piccoli aiuti su cui si reggeva la vita della casa. Le camere erano semplici e spesso condivise. Si dividevano lo spazio, gli orari, i rumori, le abitudini. Da quella vicinanza continua nascevano amicizie, insofferenze, solidariet� improvvise. Alcune restavano legate per anni; altre erano soltanto compagne di stanza per una stagione. I pasti erano uno dei momenti in cui la casa si raccoglieva davvero attorno a se stessa. A tavola passavano raccomandazioni, informazioni sui provini, nomi di casting director, voci di corridoio. Chi aveva ricevuto una chiamata attirava inevitabilmente l�attenzione; chi invece non aveva nulla da raccontare cercava forse di confondersi nel brusio generale. In un posto simile, le vite delle altre diventavano inevitabilmente parte della propria. Anche il telefono aveva un�importanza speciale. In una casa dove quasi tutte aspettavano qualcosa, ogni squillo interrompeva l�aria in modo diverso. Poteva essere un provino, un�offerta di lavoro, una richiesta da parte di uno studio, oppure niente. Un capitolo a parte meriterebbero i vestiti. A Hollywood l�aspetto contava moltissimo, e per molte ragazze presentarsi nel modo giusto significava essere prese sul serio almeno per qualche minuto. Il problema era che il denaro spesso mancava, mentre l�orgoglio no. Le residenti, a quanto pare, erano troppo fiere per accettare la carit� in forma diretta. Alla Nazimova trov� una soluzione pi� elegante: invece di regalare gli abiti, li vendeva a prezzi simbolici. Un vestito da sera costato centinaia di dollari poteva essere acquistato per dieci o quindici dollari, o per quanto una ragazza riuscisse a racimolare. Nazimova raccoglieva il denaro con assoluta seriet� e poi lo devolveva in beneficenza. Non era elemosina, ma uno scambio, per quanto minimo. Tra le residenti c�era solidariet�, ma anche competizione. Si condividevano consigli, vestiti, indirizzi, qualche volta persino il coraggio necessario per affrontare un�altra giornata. Per� tutte, in un modo o nell�altro, stavano cercando di entrare nello stesso mondo. Il successo di una finiva inevitabilmente per cambiare anche la posizione delle altre. Le regole contribuivano a definire l�identit� del luogo. C�erano orari da rispettare, una direttrice sempre presente, ingressi controllati, uomini ammessi solo fino a un certo punto dell�edificio. Bastava a rassicurare le famiglie e a dare al Club un�aura di rispettabilit� molto precisa. Eppure non era n� una casa piena di glamour n� un istituto severo per anime da redimere. Negli anni Quaranta qualcuno lo descriveva piuttosto come una casa confortevole, con molte delle libert� e delle comodit� di un club maschile: protetta, ma non punitiva; regolata, ma non oppressiva. Verso la fine degli anni Cinquanta una giornalista descriveva l�atmosfera del Club come una piccola colonia di studentesse e aspiranti professioniste. Si poteva sentire un clarinetto da una stanza, un esercizio di canto da un�altra, vedere in un angolo un�ingenua che provava in silenzio con il copione in mano, mentre nei salotti si formavano gruppetti di ragazze che raccontavano la loro giornata, benedicendo la fortuna o lamentando la propria sfortuna. Un�ex residente ricordava che, quando avevano un appuntamento, il ragazzo aspettava al piano di sotto con una certa reverenza, e loro scendevano le scale vestite come principesse. Norma Jeane nella stanza 307 Quando arriva allo Hollywood Studio Club, Marilyn Monroe � una ragazza con una valigia, pochi soldi e un nome appena assegnato dalla 20th Century Fox. � gi� �Marilyn�, ma solo sulla carta. La carriera non � ancora decollata, e dentro di lei convivono ancora Norma Jeane e Marilyn. Secondo diverse testimonianze, soggiorna allo Studio Club in due momenti distinti, una prima volta tra il 1946 e il 1947 e poi di nuovo nel giugno del 1948. � il secondo soggiorno, per�, a lasciare le tracce pi� nitide. Il 3 giugno 1948 si trasferisce nella stanza 307, una doppia condivisa con Clarice Evans, studentessa di canto. Paga dodici dollari per vitto e alloggio, e in quella fase della sua vita anche una cifra simile pu� diventare difficile da mettere insieme. La prima impressione non � delle migliori. Lo Studio Club, con le sue regole e il suo ordine quasi scolastico, le ricorda un orfanotrofio. Niente sigarette nella lobby, niente pantaloncini in sala da pranzo, niente uomini ai piani superiori. Tutto quello che per molte famiglie rappresenta una garanzia di rispettabilit�, per lei deve avere anche qualcosa di soffocante. Eppure la sua presenza non passa inosservata. Chi la ricorda in quegli anni insiste spesso sul contrasto che gi� la definisce: da una parte una ragazza appartata, che non ama il pettegolezzo e si mescola poco alle altre; dall�altra una giovane donna che esercita gi� una forza magnetica difficile da spiegare. Clarice Evans raccont� pi� tardi che Marilyn riceveva pi� telefonate delle altre e usciva pi� spesso di tutte. Barbara Rush la ricordava come una ragazza dolce, non ancora la bomba sexy destinata a imporsi sullo schermo, ma una presenza gi� speciale. E Florence Williams, direttrice del Club, alla domanda su quale fosse stata la donna pi� bella passata di l�, rispose senza esitazione: Marilyn Monroe, bellissima persino appena sveglia. Intanto la sua vita resta molto precaria. � in questo contesto che acquista un peso concreto il celebre episodio delle fotografie di nudo scattate da Tom Kelley. Con il tempo quelle immagini sarebbero diventate materia da scandalo e poi da leggenda, ma all�origine c�� una necessit� molto semplice: l�affitto. � la stessa Marilyn a raccontarlo anni dopo. Disse che tutti sembrarono scandalizzati quando scoprirono quelle foto, ma che la verit� era molto meno sensazionale: aveva bisogno di cinquanta dollari, non aveva lavoro, non aveva soldi per pagare la stanza allo Studio Club, e quindi fece ci� che in quel momento le sembr� necessario. �Lo fai quando hai abbastanza fame�, disse. Di quell�episodio resta anche l�assegno da cinquanta dollari con cui Marilyn pag� l�affitto allo Hollywood Studio Club dopo il servizio fotografico di Tom Kelley. Basta guardarlo oggi per capire quanto fosse fragile, in quel momento, la distanza tra sopravvivere e diventare Marilyn Monroe. C�� poi un altro dettaglio che crea un riflesso quasi perfetto tra vita e finzione. Nell�estate del 1948 Marilyn recita al Bliss-Hayden Theatre in Stage Door, la commedia di Edna Ferber e George S. Kaufman sulla vita di un gruppo di giovani attrici che condividono stanze e speranze in una pensione teatrale, aspettando la parte giusta e la chiamata capace di cambiare tutto. In quel momento anche lei vive allo Hollywood Studio Club, dentro una quotidianit� fatta di attese, convivenza forzata e ambizioni ancora senza forma. Poco dopo lascia la doppia e si trasferisce nella stanza 334, pagando 16,50 dollari a settimana. Non � un cambiamento enorme, ma significativo. Marilyn sembra cercare quasi subito una distanza dalla vita in comune del Club: uno spazio proprio, una porta da chiudere, un margine minimo di autonomia. E tuttavia quello resta, per un tratto decisivo, il suo indirizzo. � l� che torna la sera. � l� che arrivano le telefonate. � l� che misura ogni giorno la distanza tra l�immagine che Hollywood vende e la fatica concreta di restarvi dentro abbastanza a lungo da essere notata. Nel marzo dell�anno successivo la situazione cambia. Grazie a Johnny Hyde firma con la William Morris Agency e lascia lo Studio Club per trasferirsi al Beverly Carlton Hotel. Lo Studio Club appartiene ormai alla fase precedente: quella delle stanze condivise, dei soldi contati, delle regole troppo strette e delle chiamate attese nel corridoio. Ed � forse proprio questo a rendere cos� preziosa la sua permanenza l�. Lo Studio Club conserva Marilyn in un momento rarissimo: quando non � ancora un mito, ma sta gi� lentamente diventandolo. La ragazza che non voleva cambiare cognome C�� un�altra Marilyn legata allo Hollywood Studio Club. Stavolta, per�, il nome � quello vero, non uno costruito in studio come era accaduto a Norma Jeane Baker. Si chiama Marilyn Pauline Novak. Alla Columbia, per�, non hanno nessuna intenzione di creare confusione: lei deve diventare la loro nuova stella bionda, e quel nome � gi� troppo occupato. Provano a ribattezzarla Kit Marlowe. Lei accetta di rinunciare a Marilyn, ma non al cognome Novak. Cos� nasce Kim Novak. A Chicago, dove cresce, porta gi� con s� il peso di una violenza subita, che racconter� apertamente solo molti anni pi� tardi. La madre, vedendola sempre pi� chiusa, la spinge a frequentare un club femminile locale. � l� che comincia a posare come modella. Pi� tardi racconter� che, per farlo, doveva immaginarsi qualcun�altra: non avrebbe potuto affrontarlo semplicemente come se stessa. L�ingresso nel cinema avviene quasi per caso. Durante una pausa estiva del junior college partecipa a una promozione itinerante, viaggiando in treno fino a San Francisco per pubblicizzare frigoriferi. Alla fine del tragitto, un�altra modella le propone una deviazione a Hollywood, giusto per visitare uno studio prima di tornare a casa. All�RKO vengono assunte come comparse in The French Line, e poco dopo Kim viene chiamata alla Columbia per uno screen test. Davanti alla macchina da presa le fanno dire: �Quello che voglio dalla vita � essere amata�. Lei la pronuncia. E la intende davvero. Da quel momento la sua vita cambia direzione. Harry Cohn capisce subito come utilizzarla. Vuole una giovane attrice da contrapporre a Rita Hayworth e una bionda capace di competere con Marilyn Monroe alla Fox. Le fa firmare un contratto modesto e decide anche dove dovr� vivere: allo Hollywood Studio Club, abbastanza vicino da permettere allo studio di tenerla d�occhio. Per Kim, il Club diventa presto anche uno spazio di sorveglianza. Cohn vuole sapere dove abita, con chi esce, come si muove. Le impone di non frequentare uomini durante la settimana e arriva perfino a far sorvegliare l�edificio. La protezione, in questo caso, coincide quasi perfettamente con il controllo. Anche sul piano dell�aspetto, la pressione � forte. Costumisti e truccatori cercano di trasformarla in una somma di modelli gi� collaudati: una bocca alla Joan Crawford, capelli alla Lana Turner, una femminilit� costruita secondo formule riconoscibili. La sua reazione � immediata: corre in bagno a togliersi di dosso pi� trucco possibile. Ha bisogno di sentirsi se stessa. Allo Studio Club, Kim non passa inosservata. Le altre ragazze sembrano spesso gelose del suo successo. Spicca per i capelli biondissimi con una sfumatura quasi lilla, per il corpo, per il modo libero con cui abita se stessa. Rita Moreno, che la osserva in quegli anni, resta colpita dalla sua assoluta naturalezza. Negli anni successivi, Cohn sa essere crudele con lei, ma ne guida anche la carriera con abilit�. La insulta, la umilia, la tratta come una merce intercambiabile, eppure le procura ruoli importanti. Quando Joshua Logan la sceglie per Picnic, come bellezza di provincia che desidera essere amata per qualcosa di pi� del proprio aspetto, il personaggio sembra toccare un nervo molto personale. Anche Kim sta gi� combattendo la stessa battaglia: non essere ridotta all�immagine che gli altri hanno deciso per lei. A met� degli anni Cinquanta, quando la carriera ha ormai preso slancio, lascia lo Studio Club e si trasferisce in un appartamento di Beverly Hills. Anche l�, per�, lo studio continua a proiettare la sua ombra. Le pareti sono color lavanda, qua e l� compaiono tocchi di viola, e non � raro che l�appartamento si riempia di rose, violette, lavanda o altri fiori nelle stesse tonalit�: i �colori di Kim Novak� secondo la Columbia. Cambia lo scenario, non del tutto il meccanismo. Il suo passaggio allo Studio Club racconta bene cosa poteva essere quel luogo negli anni Cinquanta: non solo una residenza rispettabile per ragazze sole, ma anche uno spazio intermedio in cui Hollywood cominciava gi� a mettere ordine nei nomi, nei corpi e nelle vite delle sue future stelle. Rita Moreno La futura Anita di West Side Story arriva allo Hollywood Studio Club quando la sua carriera � ancora piena di esitazioni. L�Oscar � lontano, e Hollywood non ha ancora deciso che cosa fare di lei. Ha lasciato la casa della madre troppo presto per permettersi davvero un�indipendenza, e il Club diventa una soluzione concreta: una stanza condivisa, due pasti al giorno, la possibilit� di restare vicino agli studios senza doversi preoccupare ogni sera di dove dormire. Le sue giornate si muovono tra provini e piccoli ruoli, spesso stereotipati, �little Indian maidens�, dir� pi� tardi con ironia, e una vita che non resta mai ferma. Rita non vive lo Studio Club come un luogo appartato. Lo attraversa, lo riempie, ci sta dentro. Molto passa dai corridoi. � al telefono comune che riceve le chiamate di Marlon Brando, lunghissime. Rita si siede per terra, con la cornetta appoggiata sulla spalla e il filo tirato al massimo, e intanto si fa la manicure. Intorno, le altre ragazze osservano, ascoltano, fanno domande. Quando la relazione prende forma, la stanza si riempie: una sera decidono di farle raccontare tutto, dall�inizio alla fine. Lei accetta, e quella stanza diventa per qualche ora un piccolo teatro di confidenze, curiosit� e complicit�. Allo Studio Club si vive anche cos�: una ha avuto un provino, un�altra non sa ancora se la richiameranno, un�altra cerca di scherzarci sopra. In una casa del genere, la giornata di una finisce spesso per diventare, almeno un po�, anche la giornata delle altre. In un periodo pi� complicato, Rita frequenta George A. Hormel, giovane erede di una grande fortuna industriale che ha scelto la musica invece dell�azienda di famiglia. � una relazione che la coinvolge molto, mentre lavoro, affetti e prospettive restano ancora in movimento. E ogni sera, fuori dalle promesse di Hollywood, c�� ancora quella stanza condivisa allo Studio Club. Ricorder� quegli anni anche come un tempo in cui si � trovata spesso esposta, senza avere ancora gli strumenti per capire fino in fondo quello che le accadeva. Ma accanto a questo resta la memoria di una comunit� femminile concreta, quotidiana, fatta di presenza e sostegno. Quando il contratto con la Fox le d� una prima sicurezza reale, lo Studio Club smette di essere necessario. Come molte altre, anche lei se ne va. Ma porta con s� quel periodo, quelle stanze, quei corridoi pieni di voci. Promesse, illusioni e cadute A diciott�anni, Dorothy Malone � su un palcoscenico universitario e interpreta una ragazza che sogna Hollywood, vive in una pensione e aspetta la sua occasione. Tra il pubblico, quella sera, c�� un talent scout della RKO. Dopo lo spettacolo le propone un provino, non in uno studio, ma nel soggiorno di casa sua. Poco dopo arriva il contratto. Quando si trasferisce a Hollywood, finisce allo Hollywood Studio Club: una stanza condivisa, giornate tra prove e attese, piccoli segnali che potrebbero significare qualcosa oppure niente. Nel 1946 � gi� davanti alla macchina da presa accanto a Humphrey Bogart in The Big Sleep, in una scena breve ma rimasta nella memoria. Circa dieci anni dopo, Written on the Wind (1956) le vale l�Oscar come miglior attrice non protagonista. All�inizio degli anni Sessanta, Sharon Tate arriva a Hollywood e, nel giro di pochi giorni, trova una stanza allo Hollywood Studio Club. Non � ancora una promessa, non � ancora niente di definito. Il primo lavoro che le capita � lontanissimo dal divismo: indossa un costume irlandese e gira per i ristoranti di Los Angeles a promuovere un vino, venticinque dollari al giorno. Fa impressione pensare che solo pochi anni pi� tardi, nel 1969, il suo nome sarebbe entrato nella storia di Hollywood in tutt�altro modo, quando venne uccisa, incinta, nella sua casa di Cielo Drive durante la strage compiuta dai seguaci di Charles Manson. Ma lo Hollywood Studio Club conserva anche il ricordo di una delle vicende pi� tragiche della vecchia Hollywood. Nel 1932 Peg Entwistle arriva a Los Angeles con grandi aspettative e pochissimi mezzi. Ha una formazione teatrale solida, qualche esperienza nei primi film sonori, ma le parti sono rare e il lavoro instabile. Per un periodo soggiorna allo Studio Club, come molte altre ragazze che cercano di restare a galla tra un provino e l�altro. I tentativi non bastano. Lo studio non rinnova il contratto, il denaro finisce, e anche il ritorno a New York diventa impossibile. Il 18 settembre, dopo una serata a teatro, torna a casa della zia, lascia una lettera e alcuni effetti personali, poi si dirige verso l�insegna di Hollywood. Sale fino alla �H� e si getta. Ha ventiquattro anni. La sua morte colpisce l�opinione pubblica, ma il suo nome viene identificato solo qualche giorno dopo. A rendere la vicenda ancora pi� crudele, una coincidenza: pochi giorni dopo arriva per lei una lettera con un�offerta di lavoro. Il ruolo � quello di una donna che decide di togliersi la vita. Nel tempo, la sua storia � diventata una delle immagini pi� persistenti della Hollywood degli inizi: la distanza tra ci� che quella citt� promette e ci� che pu� davvero mantenere. L'Hollywood Studio Club nella cultura popolare Con il passare degli anni, lo Hollywood Studio Club entra cos� a fondo nell�immaginario del cinema da smettere di essere soltanto un luogo reale e diventare anche un modello narrativo. Il caso pi� evidente arriva nel 1961, quando Jerry Lewis ambienta L'idolo delle donne in una versione liberamente reinventata del Club. L�edificio vero si trovava proprio di fronte al lot della Paramount, ma Lewis preferisce farne costruire una replica gigantesca su set: una struttura di quaranta stanze, alta pi� di tre piani, completamente arredata e aperta su un lato come una casa di bambole o una sezione architettonica. La differenza rispetto a un edificio reale, in fondo, � quasi tutta l�: una parete mancante, tolta per permettere alla macchina da presa di guardare dentro. Lewis spiega di volere uno spazio capace di contenere molte azioni simultanee, una sorta di atmosfera da Grand Hotel in cui vite, dialoghi, piccoli incidenti e incontri possano intrecciarsi nello stesso momento. Il set, proprio per questo, viene pensato come una macchina narrativa gi� pronta, con illuminazione e suono integrati, in modo da ridurre al minimo le interruzioni e restituire quella che lui chiama una forma di �spontaneit� della commedia�. � un�intuizione molto felice, perch� coglie qualcosa di essenziale anche dello Studio Club reale: corridoi, stanze, porte che si aprono e si chiudono, ragazze che si osservano, si incrociano, si raccontano la propria giornata. Nel passaggio dal luogo alla finzione, quel microcosmo femminile si trasforma in spettacolo, ma senza perdere del tutto la sua verit� di partenza. La fine di un'era Nel 1975 lo Hollywood Studio Club chiude definitivamente le sue porte. Il mondo attorno � cambiato, e quel modello di residenza femminile protetta, con le sue regole, le sue direttrici, i suoi corridoi pieni di voci e attese, non appartiene pi� allo stesso tempo. L�edificio, per�, resta. Negli anni successivi viene riconosciuto per il suo valore storico e inserito nel National Register of Historic Places: non solo come opera di Julia Morgan, ma come uno dei luoghi che hanno accompagnato, spesso in silenzio, la costruzione dell�immaginario hollywoodiano. E in un certo senso continua a fare ci� per cui era nato. Oggi accoglie donne in cerca di una nuova possibilit�, offrendo ancora una volta un alloggio temporaneo, un punto di partenza, un passaggio. Forse � questo l�aspetto che resta pi� a lungo, dopo le star, gli aneddoti, le fotografie, i nomi diventati leggenda. Lo Hollywood Studio Club � stato una casa di transizione: un luogo sospeso tra ci� che si era lasciato e ci� che si sperava di diventare. Per alcune � stato l�inizio di tutto. Per altre soltanto una tappa. Per qualcuna, purtroppo, l�ultima sosta prima della disillusione. Ma per quasi sessant�anni quelle stanze hanno custodito lo stesso momento fragile e decisivo: quello in cui una ragazza arrivava a Hollywood senza sapere ancora se il sogno l�avrebbe accolta, tradita, trasformata o semplicemente lasciata passare. E forse � per questo che, ancora oggi, quel palazzo di Lodi Place continua a sembrare molto pi� di un vecchio edificio. Sembra una soglia rimasta aperta.