Agosto 2026 n. 8 Anno XI Parliamo di... Periodico mensile di approfondimento culturale Direzione redazione amministrazione e stampa Fondazione Biblioteca Italiana per Ciechi �Regina Margherita� ETS via G. Ferrari, 5/a 20900 Monza Casella postale 285 tel. 039/28.32.71 e-mail: bic@bibciechi.it web: www.bibliotecaciechi.it Registraz. n. 19 del 14-10-2015 Dir. resp. Pietro Piscitelli Comitato di redazione: Pietro Piscitelli Massimiliano Cattani Luigia Ricciardone Copia in omaggio Rivista realizzata anche grazie al contributo annuale della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero della Cultura. Indice Comunicato: chiusura per ferie Fra scienza e fantasia La terza rivoluzione di Miles Davis La nostalgia per la vecchia Milano (e come ce la facciamo passare) La pasta che mangiano gli americani Comunicato: chiusura per ferie Informiamo i nostri gentili lettori che la Biblioteca rimarr� chiusa per le ferie estive dal giorno 10 al giorno 14 agosto 2026 e riaprir� luned� 17. Preghiamo coloro che si servono, per il recapito dei volumi Braille, del Corriere Espresso Bartolini di non restituire le opere durante tale periodo, al fine di evitare che alla Biblioteca vengano addebitati i costi di giacenza. Con l'occasione, formuliamo a tutti i nostri pi� sinceri auguri di buone vacanze. Fra scienza e fantasia (di Fabio Dalmasso, �Focus Storia� n. 237/26) - Cento anni fa nasceva nel mondo anglosassone un nuovo genere letterario: la science fiction. - Navicelle spaziali che solcano l�infinito in viaggi interstellari. Alieni dalle molteplici forme e colori pronti a invadere la Terra. Robot di ultima generazione che si ribellano e prendono il potere. La narrativa di fantascienza ha da sempre un solo limite: la fantasia. E a 100 anni dalla sua comparsa ufficiale nel mondo della letteratura prosegue nel suo viaggio cosmico verso lo spazio infinito. Un lungo cammino che prende ufficialmente il via nel 1926 con la pubblicazione della rivista Amazing Stories, la prima pubblicazione interamente dedicata alla science fiction creata dal geniale e visionario Hugo Gernsback. Quel viaggio cosmico per� era iniziato molto tempo prima nelle menti geniali e visionarie di quegli studiosi che il cielo non si limitavano a osservarlo, ma lo studiavano e gi� immaginavano il futuro. Ma quale futuro? Uno nel quale il nostro satellite sarebbe potuto diventare terra di conquista, come ipotizz� gi� nel XVII secolo l�astronomo Giovanni Keplero (1571-1630). Nella sua opera postuma Somnium (1634), infatti, basandosi sui dati disponibili, immagin� quali potessero essere le condizioni sulla Luna in vista di una possibile colonizzazione umana. Certo, rimaneva il problema di come raggiungerla, ma Keplero aveva pensato anche a quello: farsi portare da uno �spirito� evocato da una strega. Non che fosse il mezzo di trasporto pi� strambo: anche nell�era della pre-fantascienza, infatti, la fantasia non mancava di certo, come sottolinea Sebastiano Fusco nel volume Il grande libro della fantascienza (Mondadori). Tra carri volanti e apposite ali connesse al corpo umano c'� infatti l'imbarazzo della scelta, come dimostra l'enorme cannone immaginato da Jules Verne nel suo Dalla Terra alla Luna del 1865. E pensare che fu lo stesso Verne a criticare un altro dei mostri sacri della letteratura fantascientifica, H.G. Wells, perch�, a suo dire, immaginava imprese spaziali basate su mezzi �non scientifici�. Critica che oggi pu� apparire curiosa, ma che sottolinea come i romanzi che anticiparono la fantascienza non fossero solo storie avventurose, ma anche un modo per divulgare le teorie scientifiche dell�epoca. Bizzarre, forse assurde col senno di poi, ma pur sempre scienza. Ed � proprio quel legame embrionale tra scienza e finzione che nel Novecento porter� alla nascita della vera e propria fantascienza. Hugo Gernsback (1884-1967) era un personaggio piuttosto curioso: nato in Lussemburgo, era emigrato negli Stati Uniti a vent'anni. Appassionato di tutto ci� che gravita attorno alla nascente tecnologia della radio, �non aveva soltanto un cervello considerevole, ma possedeva anche una rara abilit� nel convincere le persone�, sottolinea Fusco. Fu cos� che nel 1908 si invent� la prima rivista al mondo dedicata ai radioamatori, Modern Electrics, sulla quale pubblicava non solo articoli divulgativi, ma anche racconti, o meglio, �avventure scientifiche� che riscossero un successo sempre maggiore. Gernsback cap� che i lettori erano pronti per una rivista dedicata interamente a questo tipo di narrativa e nel 1926 port� nelle edicole il primo numero di Amazing Stories: �La rivista sanc� la nascita della fantascienza in quanto genere letterario riconosciuto a s� stante, piuttosto che semplice branca della narrativa d'avventura�, spiega Fusco. Nell�editoriale nel primo numero Gernsback scrisse: �Con scientifiction intendo le storie alla Verne, Wells e Poe, vicende avvincenti mescolate a nozioni scientifiche e visioni profetiche. Non solo queste incredibili storie sono tremendamente affascinanti da leggere, sono anche istruttive. Forniscono conoscenza in maniera molto appetibile. Le avventure immaginate dalla scientifiction di oggi sono tutt'altro che impossibili da realizzarsi domani�. Un domani che sulle pagine di Amazing Stories veniva immaginato e raccontato da alcuni degli autori che avrebbero sancito il successo della fantascienza anche presso il gran pubblico. Come Isaac Asimov, che esord� sul magazine di Gernsback nel 1939 con il racconto Naufragio al largo di Vesta (Marooned off Vesta). Il successo di Amazing Stories cre� un interesse sempre maggiore verso la science fiction e la fame di storie fantascientifiche venne appagata dalla pubblicazione di romanzi e racconti firmati da alcune delle penne pi� note del settore come, tra gli altri, lo scrittore inglese Arthur C. Clarke e lo statunitense Robert A. Heinlein. La fantasia degli autori si fece sempre pi� audace e accanto alle mirabolanti storie di esplorazioni spaziali (con un�attenzione particolare per Marte e Venere, meno per Urano e Nettuno) ben presto fecero la loro comparsa misteriosi esseri provenienti da altri mondi, civilt� sconosciute distanti anni luce, intelligenze in grado di viaggiare oltre il sistema solare. Insomma, erano arrivati gli alieni. E non sempre si presentavano con le pi� buone intenzioni. Anzi, gli scontri e le guerre (anticipate da La guerra dei mondi di Wells, del lontano 1897) iniziarono a essere all�ordine del giorno con imperi galattici pronti a minacciare la Terra o umani impiegati in epiche battaglie ai confini dello spazio infinito. Oltre agli alieni, per�, un altro grande protagonista della fantascienza andava affermandosi sempre di pi�: il robot. Il primo racconto con questa parola nel titolo � quasi contemporaneo alla nascita ufficiale della fantascienza: era infatti il 1929 e David H. Keller, nel suo Threat of the Robot, descriveva �uomini meccanici impiegati in molti lavori e professioni�. Con gli anni gli uomini meccanici si sono �evoluti�: da fedeli servitori hanno infatti rivestito i ruoli pi� disparati e non sempre si sono rivelati cos� collaborativi o ubbidienti come si pensava all�inizio. Nel 1942, in Circolo vizioso, Isaac Asimov stil� quelle che rimangono ancora oggi le fondamentali Tre Leggi della robotica. �A causa della severit� delle Tre Leggi�, sottolinea Fusco, �i robot di Asimov appaiono spesso i meno simili agli esseri umani fra quelli concepiti dagli autori della fantascienza di quegli anni�. Altri autori hanno attribuito ai robot una caratterizzazione pi� articolata, facendo emergere una �personalit� robotica�: emozioni, intelligenza, autonomia decisionale... I robot umanoidi divennero personaggi sempre pi� complessi in grado di assumere un ruolo di cooperazione, ma anche di contrapposizione con gli esseri umani. �Uno scrittore di fantascienza � in genere uno �storico del futuro�, perch� descrive eventi ancora da compiersi�, scrive Fusco. �E immaginare come potr� conformarsi il nostro avvenire sulla base di situazioni presenti � uno dei lati pi� affascinanti della science fiction�. Su come potrebbe essere questo futuro non c�� che l'imbarazzo della scelta: molti autori hanno provato a immaginarlo e non sempre la loro visione � stata ottimistica. In tanti sono passati dal sogno utopico all�incubo distopico. Da un lato, infatti, sono stati scritti romanzi e racconti cosiddetti utopistici, in cui il progresso avrebbe garantito un mondo perfetto, in pace e tecnologicamente avanzato. Dall'altro, invece, ecco un futuro distopico, cupo, ipercontrollato (come insegna il romanzo 1984 di George Orwell, del 1948): in questi libri la tecnologia non � al servizio dell�uomo, ma ne gestisce l�esistenza. Al di l� di come sar� il domani, una cosa � certa: dopo un secolo di vita la fantascienza non ha perso il suo fascino, anzi. �La qualit� media e soprattutto lo spessore letterario delle opere di fantascienza � enormemente salito�, sottolinea Fusco, �testi efficaci, innovativi, ricchi d'impegno e fondati su un solido mestiere letterario�. Certo, non mancano le sfide da affrontare. La prima �, anche in questo ambito, l�intelligenza artificiale, uno strumento che quando Gernsback diede vita ad Amazing Stories nessuno dei pi� fantasiosi autori poteva immaginare (o forse s�, a leggere certi racconti). Il suo utilizzo potr� rivelarsi utile per esplorare nuove forme di narrazione, sempre a patto che venga usata per assistere la creativit� umana e non per sostituirla. Perch� alla base della fantascienza restano pur sempre, oggi come cento anni fa, l�estro e la fantasia tipici del genere umano. Le tre leggi della robotica di Asimov 1. Un robot non pu� recare danno a un essere umano o, per inazione, permettere che un essere umano subisca un danno; 2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, salvo quando tali ordini siano in conflitto con la prima legge; 3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purch� ci� non sia in conflitto con la prima o con la seconda legge. Urania in Italia L�unico Paese al mondo ad avere una parola specifica per questo tipo di narrativa � l'Italia. Come sottolinea Sebastiano Fusco, infatti, negli altri Paesi �ci si limita ad accogliere il termine inglese science fiction�, mentre da noi si usa �fantascienza�. L'invenzione di questa parola si deve a Giorgio Monicelli, che nel 1952 diede vita a Urania, la prima collana italiana di libri dedicata ad �avventure nello spazio, il tempo e le dimensioni�. Tuttora regolarmente pubblicata, Urania non ha il primato italiano, che per soli pochi mesi va alla collana Scienza Fantastica. Quest'ultima apparve in edicola nell'aprile 1952 (Urania arriv� a novembre), ma dur� soltanto sette numeri, mentre Urania ha oltrepassato quota 1.750. La terza rivoluzione di Miles Davis (Ilpost.it) - Cento anni fa nacque uno dei jazzisti pi� influenti di sempre, che a un certo punto decise di unire il jazz al rock e al funky ed ebbe ragione, di nuovo. - Tra i talenti che critici, addetti ai lavori e appassionati attribuiscono a Miles Davis, uno dei jazzisti pi� influenti del secolo scorso, nato il 26 maggio di cent�anni fa, c�� un formidabile istinto: una dote che gli consent� di cambiare la storia del jazz in un paio d�occasioni, senza inventarsi nulla. Davis aveva una capacit� unica nel cogliere le nuove tendenze del genere, e riusciva spesso a perfezionare e codificare stili che altri musicisti avevano gi� sperimentato prima di lui per dar loro forma compiuta. Ci riusc� nel 1957 con Birth of the Cool e due anni dopo con Kind of Blue, album considerati rispettivamente i primi esempi di cool jazz e di jazz modale, due delle evoluzioni principali che seguirono al dominio del bebop negli anni Quaranta. In entrambi i casi, Davis part� da intuizioni altrui: Birth of the Cool fu la realizzazione delle idee sul rinnovamento del jazz del pianista canadese Gil Evans; e i principi alla base di Kind of Blue erano gi� stati anticipati in Lydian Chromatic Concept of Tonal Organization, libro in cui il pianista e compositore statunitense George Russell aveva introdotto l�idea di musica modale. Davis rinnov� la storia del jazz per la terza volta nel 1970, con Bitches Brew. � considerato il primo esempio di disco fusion, cio� il genere che introdusse nel jazz degli anni Sessanta gli strumenti elettrici e le influenze del rock e del funky. Anche in questo caso, negli anni immediatamente precedenti avevano proposto qualcosa di simile sia il chitarrista Larry Coryell, con i Free Spirits e poi da solo nel suo omonimo disco d�esordio, sia il batterista Tony Williams in Emergency!, il suo terzo album. Ma fu Davis a rendere la musica fusion un genere riconoscibile e influente, e anche a farla conoscere al grande pubblico: Bitches Brew vendette mezzo milione di copie, divent� disco d�oro e inaugur� una nuova fase di popolarit� per il jazz, un genere che negli anni Sessanta faticava a trovare nuovi ascoltatori ed era stato largamente soppiantato dal rock. Davis raccont� in pi� occasioni che concep� fin dall�inizio Bitches Brew come l�occasione per tornare rilevante sul mercato: i suoi dischi non vendevano pi� come un tempo, gli appassionati di jazz stavano invecchiando, e verso la fine degli anni Sessanta si era trovato spesso nella spiacevole situazione di suonare in locali semivuoti. Per allargare il pubblico aveva bisogno di svecchiare il repertorio e di inserire nella sua musica i generi che andavano per la maggiore tra i giovani, come il rock e il funky. �Mi resi conto che la maggior parte dei musicisti rock non sapeva nulla di musica. Se loro riescono a vendere tutti quei dischi senza sapere cosa stanno facendo veramente, di sicuro posso farlo anch�io, ma meglio�, scrisse nella sua autobiografia. Rinnov� profondamente la sua immagine, abbandonando la giacca e la cravatta per indossare jeans attillati, bandane, maglioni dai colori sgargianti e appariscenti catene d�oro, cominci� a farsi vedere in pubblico con gente come Sly and the Family Stone e Jimi Hendrix e dedic� molto tempo a selezionare i musicisti che potevano fare al caso suo. Coinvolse nell�operazione Joe Zawinul, un pianista austriaco che amava sperimentare con sintetizzatori e tastiere elettroniche, e John McLaughlin, un talentuoso chitarrista inglese che da qualche anno si era trasferito negli Stati Uniti con l�idea di sfondare nella musica, dopo aver trascorso anni a mantenersi come turnista e insegnante (tra i suoi allievi ci fu anche un giovanissimo Jimmy Page). Davis tent� di codificare qualcosa di simile alla fusion nel febbraio del 1969 con In a Silent Way, disco che deve il titolo a una composizione realizzata dallo stesso Zawinul, ma defin� ulteriormente questa formula proprio con Bitches Brew. Le registrazioni dell�album cominciarono il 19 agosto del 1969, il giorno dopo la fine del festival di Woodstock, e durarono in tutto 72 ore. Il metodo di lavoro alla base di Bitches Brew era tutto sommato semplice: Davis diede ai musicisti che collaborarono con lui pochissimi limiti, e li lasci� sostanzialmente liberi di suonare quello che volevano. Disse poi al produttore Teo Macero � che contribu� molto al risultato finale del disco � di registrare tutte le sessioni, senza interruzioni. Davis dava ai musicisti solo un indizio sul pezzo, tipo un accordo o un ritmo, o un�atmosfera: poi, man mano che suonavano, si metteva a gesticolare come un direttore d�orchestra, guidandoli e dicendo loro quando entrare e proseguire. Us� due bassisti (Dave Holland al contrabbasso e Harvey Brooks al basso elettrico), due batteristi (Lenny White e Jack DeJohnette) e due pianisti (Zawinul e Chick Corea), rivoluzionando l�idea di band jazz diffusa fino a quel momento. E diede una grande centralit� alla chitarra elettrica di McLaughlin, che diede al disco un suono pi� sporco e psichedelico. Insieme Davis e Macero montarono le registrazioni con tagli e sovrapposizioni, creando dei brani nuovi che di fatto non erano mai stati eseguiti in studio in quelle versioni: una cosa nuova, almeno per il jazz. Bitches Brew usc� il 30 marzo dell�anno dopo: ottenne un successo di critica enorme, rinnov� quella fama di innovatore del jazz che Davis si portava appresso gi� da trent�anni e rese il suo volto familiare anche agli appassionati di rock. Dopo l�uscita di Bitches Brew, Davis e la sua band cominciarono a esibirsi in tour davanti a migliaia di persone, e in contesti diversi da quelli in cui si ascoltava solitamente jazz: aprirono dei concerti dei Grateful Dead e di Carlos Santana, per esempio. Il disco � ricordato anche per il numero di scissioni notevoli che ha generato: negli anni successivi i musicisti che suonarono in quel disco fondarono alcuni tra i gruppi pi� importanti della scena fusion mondiale. Zawinul mise insieme i Weather Report, formazione in cui a un centro punto subentr� anche Jaco Pastorius, uno che sta al basso come Jimi Hendrix sta alla chitarra. Corea e White suonarono insieme nei Return to Forever, mentre McLaughlin fond� la Mahavishnu Orchestra, caratterizzata da un approccio alla musica fusion pi� orientale e misticista. Davis si ritir� nel 1975, dopo aver pubblicato alcuni altri album fusion che rimasero tra i pi� amati della seconda met� della sua carriera, come Get Up With It e On The Corner. Trascorse cinque anni vivendo come un eremita nel suo appartamento nell�Upper West Side di Manhattan, in mezzo alla sporcizia e occupando le sue giornate soprattutto con l�eroina. Torn� a farsi vedere in pubblico nel 1980, quando mise insieme una nuova band insieme al bassista Marcus Miller, al sassofonista Bill Evans, ai chitarristi Mike Stern e John Scofield e al batterista Al Foster. The Man With the Horn, il primo disco dopo il suo ritiro, usc� nel 1981, seguirono poi Star People e Decoy. Nessuno di questi fu particolarmente esaltante: sembrava che Davis avesse perso la sua originalit�, e aveva anche evidenti difficolt� a suonare la tromba. Nei concerti suonava poco, e lasciava fare la maggior parte del lavoro alla band. Ogni tanto sbucava sul palco e suonava un tema o un assolo, sempre con la testa china, spesso dando le spalle al pubblico. You�re Under Arrest, del 1985, fu diverso. Dentro c�erano pi� idee, molti riferimenti alle violenze dei poliziotti sugli afroamericani e tre cover che ebbero un enorme successo commerciale: �Time After Time� di Cyndi Lauper, �Human Nature� di Michael Jackson e �Something�s On Your Mind� dei D Train. Nel 1986 usc� Tutu, forse il suo disco migliore di quel decennio, dedicato al vescovo sudafricano e oppositore dell�apartheid Desmond Tutu. Dopo Tutu Davis fece ancora tre dischi in studio, considerati per� meno riusciti. Alla fine degli anni Ottanta fece moltissimi concerti, soprattutto in Europa, dove era apprezzatissimo e riceveva un trattamento molto diverso da quello negli Stati Uniti, che secondo lui erano ancora molto razzisti. Mor� il 28 settembre 1991 al St. John�s Hospital and Health Center di Santa Monica, in California, per le conseguenze di una polmonite, di un attacco di cuore e di un�insufficienza respiratoria. La sua tomba � al Woodlawn Cemetery, nel Bronx, a New York. La nostalgia per la vecchia Milano (e come ce la facciamo passare) (2night.it) - Viaggio dolce-amaro alla scoperta degli aspetti pi� tradizionali della Capitale Morale d�Italia. - Milano: c�� chi la ama e chi la odia. Viva, dinamica, frenetica ma anche complicata, per certi versi disordinata, insomma, una citt� di difficile descrizione, ricca di spazi, situazioni e persone che non sempre trovano la giusta collocazione. Ma se la Milano di oggi pu� sembrare contraddittoria, la Vecchia Milano � rimasta nell�immaginario collettivo come simbolo di un�epoca in cui, tutto sommato, si viveva bene. Quella Milano piace a tutti, un po� sbiadita ma cos� romantica, con i suoi rituali quotidiani, luoghi ricchi di scambi e incontri, realt� interessanti che valeva davvero la pena frequentare. E se la nostalgia sembra troppo forte, noi abbiamo pensato a una piccola mappa di posti autentici che rievocano proprio quella magia. Bar storici, pasticcerie, gastronomie, vecchi cinema e nuovi progetti che tentano di salvare e salvaguardare una tradizione cittadina che non vuole essere dimenticata. Perch� per andare avanti, a volte, serve solo guardare un po� indietro. Gli antichi bar milanesi La storia di Milano passa, da sempre, per le chiacchiere da bar. Luoghi di incontro, osservatori stabili del tempo che scorre, alcuni bar storici restano, ancora oggi, al centro della vita cittadina: iconici, riconoscibili, profondamente amati. Il Bar Magenta ne � l�esempio perfetto. Affacciato su un angolo dell�omonimo Corso dal 1907, nato come pasticceria e cresciuto accanto alla stazione di Cadorna, ha attraversato trasformazioni sociali e piccole rivoluzioni urbanistiche. Oggi accoglie studenti, universitari, habitu� di lunga data: Spritz a fine giornata, birre durante le partite, lo stesso rituale declinato tra generazioni diverse. Cambiano i volti, non l�atmosfera: il calore e la vivacit� restano immutati. Una seconda casa per molti milanesi � il Bar Picchio, in Porta Venezia dal 1969. Ancora economico, informale, immancabilmente accogliente, conserva la sua tradizione familiare e l�anima genuina del bar di quartiere anni Settanta: un luogo semplice dove le et� si mescolano felicemente. E se ci spostiamo un po� pi� a est, nato in via Plinio nel 1947, di vocazione internazionale, c�� il tempio dell�aperitivo milanese inteso come piccolo rito collettivo. Al Bar Basso il gesto quotidiano del caff� si � storicamente trasformato nel momento condiviso dell�happy hour; ed � qui che nel 1972 nasce il Negroni Sbagliato, per errore o per genio, quando lo spumante prende il posto del gin. Ancora oggi viene servito in grandi bicchieri scenografici, accompagnato da olive e patatine, dai camerieri in giacca bianca. Cos�, sotto l�insegna rossa al neon, riconoscibilissima, tutto resta sorprendentemente uguale: niente di pi� classico, niente di pi� bello. Le pasticcerie storiche Se in molti pensano a Milano come a una citt� fredda e grigia, noi ne conosciamo il lato pi� dolce e colorato, profumato come le sue pasticcerie storiche, indirizzi golosi, dove tutto ci riporta indietro, a un passato calmo, fatto di gesti misurati e piccole tradizioni tramandate con discrezione. Le colazioni mattutine del fine settimana e le calde merende pomeridiane raccontano una citt� pi� lenta ed elegante, affezionata alle sue abitudini che continuano a mettere d�accordo tutti. Tra le nostre pasticcerie storiche preferite, Cova occupa un posto privilegiato. Nato come caff� letterario (�Caff� del Giardino�) al lato del Teatro alla Scala, Cova diventa subito un importante punto di riferimento per il bel mondo cittadino dell�epoca: distrutto dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, il caff� si sposta durante gli anni Cinquanta nella sua attuale sede centrale, in via Monte Napoleone 8, dove diventa un vero salotto, con arredi sobri e raffinati mutuati da quelli originali (gli stessi che ammiriamo oggi). Dolcissimo simbolo della sua immutata tradizione, il panettone: dolce milanese per eccellenza, invidiato un po� ovunque, cos� buono solo nella citt� meneghina. Il panettone si mangia a Natale, s�, ma � anche il protagonista delle merende pi� ghiotte, qui accompagnate da un�ottima selezione di t� o cioccolata calda preparata come si deve. E se parliamo di panettoni, non possiamo dimenticarci altri testimoni storici, custodi delle pi� antiche e buone tradizioni pasticcere di Milano, anch�essi nati come caff�, sopravvissuti ai bombardamenti della guerra. Per gli amanti della vecchia Milano, pasticceria Cucchi (in zona De Amicis) e Marchesi 1824 (in Corso Magenta) sono tappe obbligatorie. La prima, un vecchio caff� concerto nato nel 1936 che animava le serate di quartiere, � oggi una raffinatissima sala da t�, dove mangiare soffici brioche, lievitati e paste burrose quanto basta per sentirsi davvero bene; la seconda prepara milioni di caff� ogni giorno, che si sorseggiano insieme a qualche pralina o piccolo dolce. Le vetrine di Marchesi hanno mantenuto la sua storicit� e sono da ammirare: con torte e composizioni dolciarie incredibili, vere opere d�arte zuccherate. Tra arredi rimasti fedeli a se stessi e atmosfere sospese nel tempo, questi intimi luoghi continuano a custodire una tradizione fatta di semplicit� e memoria vivissima. Il chiosco milanese del pollo arrosto Milano � anche fatta di piccoli, piccolissimi, luoghi, realt� uniche che, da decenni, rendono speciali le sue piazze e i suoi quartieri. Tra questi c�� Giannasi, il chiosco del pollo arrosto che ha restituito dignit� e culto popolare a una specialit� culinaria apparentemente semplice, elevandola, qui in citt�, a icona urbana. Attivo dal 1967 tra Porta Romana e Piazzale Lodi, Giannasi prende forma dall�intuizione di tre fratelli approdati in citt� negli anni Cinquanta da un piccolo paese dell�Appennino tosco?emiliano. Nata come bottega di carni crude, diventa punto di riferimento per la rosticceria meneghina: polli arrosto, patate al forno e altri prodotti, ma anche profumi intensi che attraversano via Ripamonti, attirando chiunque cerchi un piatto popolare ma curato. Questo chiosco � l�indirizzo quotidiano di molte generazioni milanesi e lavoratori di passaggio, un luogo in cui la semplicit� diventa cifra distintiva e, in una citt� in continuo movimento, resta un punto fermo: un piccolo grande simbolo di una Milano autentica. Le gastronomie milanesi Girando per Milano, in qualsiasi quartiere, � quasi impossibile non imbattersi nelle sue gastronomie, dei luoghi affascinanti e senza tempo che, seppur a ritmi diversi, continuano a fare il loro lavoro. Le gastronomie milanesi hanno conosciuto ampia popolarit� nel secolo scorso e, certamente, non tutte sono sopravvissute all�avvento di monoporzioni e cibi pronti ben confezionati negli scaffali dei supermercati. Ma in questi posti si respira un�aria tutta diversa: ammirare le vetrine e lasciarsi ispirare dai piatti pronti del giorno, chiedere consiglio a chi sta dietro al bancone da anni, ordinare gli antipasti di cenoni e feste in casa ha un non so che di affascinante. Tornare a frequentare le gastronomie potrebbe essere il giusto modo per ravvivare certi rituali domenicali, da fare in famiglia, prima dell�immancabile pranzo; ma anche riscoprire una decisa qualit� gastronomica, quei sapori che sanno di casa, il profumo di sfornati e verdure per tornare un po� bambini. Peck, in centro, � la gastronomia che tutti conoscono, rappresenta un pezzo di storia milanese che attrae molti, curiosi, turisti, acquirenti. Ma di gastronomie storiche ce ne sono tante, pi� discrete, pi� accoglienti. C�� Faravelli, in Corso Italia, che � anche macelleria, salumeria ed enoteca, attiva dagli anni Cinquanta, ancora un punto di riferimento per il quartiere; stabile in Corso Vercelli, dal 1949, Rosticceria Galli, con prodotti da acquistare da asporto o consumare sul posto (magari insieme a un buon calice di vino); ma anche Gastronomia di Bonardi Pietro in viale Umbria, Gastronomia Giacomo in via Sottocorno e tanti altri templi del cibo gi� pronto che ti fanno scoprire questa citt� da un punto di vista inedito e romantico. Il cinema di una volta Una sala come quelle di una volta: il cinema Beltrade, a NoLo, � un progetto interessante, nato per combattere certe dinamiche eccessivamente commerciali che definiscono l�esperienza filmica moderna, nonch� l�uso e abuso delle piattaforme streaming. Il Beltrade era, fin dagli anni Quaranta, un cinema parrocchiale, per un breve periodo anche sede della Cineteca Italiana. Nel 2012 arriva la svolta con il rilancio dell�attivit�: programmazione intensa con film inediti e repliche in versione originale, cult e opere indipendenti pensati per gli appassionati, titoli che, a orari diversi e a rotazione (spesso diurna e pomeridiana), � difficile trovare altrove, ma anche presentazioni e interventi di registi e cast. Non mancano poi le retrospettive e le maratone che abbracciano un pubblico variegato: il progetto appare ambizioso, ma soddisfa tutti, perch� tutti sono i benvenuti. Il Beltrade piace anche per l�atmosfera, oggi unica, familiare, accogliente, ma anche intima, senza inutili formalismi o eccessi di perfezione estetica; la chiacchiera � dietro l�angolo e si parla di film certo, ma anche di molto altro. Al centro resta l�importanza della proiezione, con un�ottima qualit� dell�audio e completo buio in sala, una sala completamente rossa, dalle poltrone avvolgenti, ai controsoffitti, al sipario (che si apre e si chiude con l�inizio e la fine di ogni film). Forse i luoghi reali, quelli dove ci si conosce davvero esistono ancora. La rinascita delle edicole Per i veri nostalgici dei tempi lontani, la sempre pi� frequente e rapida chiusura delle edicole cittadine rappresenta un lutto quasi personale. Con loro scompaiono piccoli riti quotidiani che, a ben vedere, mal si conciliano con la mondanit� contemporanea, ma restano il simbolo di quella vita lenta tanto desiderata da chi, invece, � sempre di corsa. Oltre al fascino della carta stampata che passa di mano in mano, in edicola un elemento resta centrale: l�incontro tra le persone. Ed � proprio questo valore ci� che tenta di essere preservato da certi progetti milanesi che soccorrono alcune edicole storiche in fin di vita (causa aumento del consumo editoriale digitale e la crisi generale del settore). Ne � un esempio Edicola Civic di Brera, nata nel 2020 in Corso Garibaldi 83, un tentativo di riportare i chioschi morenti a spazi di comunit�, piccoli punti calmi dove la carta torna protagonista degli scambi tra persone. Civic offre una proposta editoriale selezionata, oltre a una serie di iniziative sempre diverse, coinvolgenti e divertenti, in collaborazione con noti brand, per mantenere viva l�adesione del pubblico. Ma una storia forse ancor pi� romantica � quella di Aedicola Lambrate, in via Conte Rosso 9, che, a un passo dalla chiusura definitiva, trova una nuova, bellissima, vita. Grazie a un�incredibile mobilitazione popolare all�edicola, punto di riferimento della zona, viene concessa una seconda possibilit�. Nasce cos� un progetto di quartiere, sociale, culturale e di riqualificazione, che vuole restituire il giusto valore all�editoria. E cos�, la piccola edicola di Lambrate, oggi gestita da un giovanissimo edicolante, � diventata uno spazio eventi, espositivo, musicale, con le riviste, i giornali, i quotidiani e i libri al centro delle iniziative che creano rete tra le persone del circondario, arricchiscono i curiosi che passano da qui e tutte le persone che vogliono tornare a leggere, proprio come una volta, al bar la mattina mentre si beve il caff�, o seduti sulla panchina, mentre le giornate continuano a scorrere. La pasta che mangiano gli americani (Ilpost.it) - Dalle Fettuccine Alfredo agli spaghetti con le polpette: sono ricette quasi sempre sconosciute in Italia, ma con grandi storie. - Tempo fa la sezione di cucina del New York Times ha consigliato tra le sue ricette la Smoky Tomato Carbonara, una carbonara fatta � anzich� con uova, guanciale, pecorino romano e pepe nero � con uova, parmigiano, bacon � �perch� si trova pi� facilmente e d� una nota di affumicato� � pomodori ciliegini e concentrato di pomodoro. Il concentrato va aggiunto dopo aver fatto saltare il bacon e poi, quando tutto � ben amalgamato, si uniscono anche i pomodorini. �Il pomodoro non si mette nella carbonara ma conferisce un sapore pi� vivace al piatto�. L�unico ingrediente fedele all�originale sono le uova. Ma in realt� le origini della carbonara sono oscure e potrebbero esserci di mezzo proprio gli americani, come suggerisce la combinazione di uova e bacon. Il Gambero Rosso ricorda infatti che fino al Settecento l�uovo veniva usato solo per addensare la pasta in brodo, le polpette e i timballi di pasta e che la prima ricetta in cui compare sono i Maccheroni con cacio e uova, descritta dal cuoco napoletano Francesco Palma nell�Ottocento: prevedeva formaggio, uova e sugna. Il guanciale veniva invece usato per la gricia, come racconta Ada Boni ne Il piccolo talismano della felicit� del 1949. La prima ricetta della carbonara fu stampata negli Stati Uniti nel 1952 in una guida dei ristoranti di Chicago, mentre in Italia arriv� due anni dopo sulla rivista La cucina italiana: prevedeva spaghetti, uovo, pancetta, gruviera e aglio. Secondo una delle leggende la carbonara sarebbe stata inventata dallo chef bolognese Renato Gualandi nel settembre del 1944, per un pranzo tra un�armata britannica e una statunitense nella Riccione appena liberata. Gualandi stesso raccont� anni dopo in un�intervista al giornale La Piazza che �gli americani avevano del bacon fantastico, della crema di latte buonissima, del formaggio e della polvere di rosso d�uovo. Misi tutto insieme e servii a cena questa pasta ai generali e agli ufficiali. All�ultimo momento decisi di mettere del pepe nero che sprigion� un ottimo sapore. Li cucinai abbastanza �bavosetti� e furono conquistati dalla pasta�. In qualit� di cuoco degli Alleati a Roma dal settembre del 1944 all�aprile del 1945, contribu� a diffondere la fama del piatto. Comunque sia, la carbonara � considerata ormai un piatto italiano con le sue ferree regole e la ricetta del New York Times, di fatto poca cosa rispetto alle note stravaganze culinarie statunitensi, ha provocato estese proteste sui social network di tanti utenti italiani che hanno mantenuto fede al personaggio dell��Italian mad at food�, com�� intitolato un segu�to account Twitter che raccoglie commenti indignati rivolti a quei video virali di improbabili ricette americane, lontanissime dai gusti e dalle tecniche a cui siamo abituati. Le reazioni alla ricetta della carbonara col pomodoro sono state notate anche dal Guardian, ed � arrivata persino una nota indignata di Coldiretti, che l�ha definita �la punta dell�iceberg della falsificazione del Made in Italy a tavola�. Quando si tratta di cucina, infatti, gli italiani sono presi da orrore riflesso per le devianze dalla tradizione e guardano perlopi� con scandalo e senso di superiorit� il libertinaggio con cui all�estero sono rivisitati o innovati alcuni piatti tipici. Tra i capitoli che non mancano mai di suscitare indignazione c�� quello sui piatti di pasta rivisitati da americani e italoamericani e diventati ormai un classico, dalle fettuccine Alfredo al Mac&Cheese: questi sono i pi� famosi, insieme alle loro storie. Fettuccine Alfredo Da pronunciare �Fettucciny�, sono in realt� un semplicissimo piatto di fettuccine con burro e parmigiano, inventato in un ristorante romano e diventato popolarissimo negli Stati Uniti. La tradizione di condire la pasta con burro e formaggio � secolare e gi� attestata per esempio nel Libro de Arte Coquinaria (1456 circa) del Maestro Martino da Como, probabilmente il pi� importante cuoco del Rinascimento: erano i �maccheroni romaneschi�, da cuocere in acqua o brodo grasso di cappone, e condire con �bono caso, et butiro, et spetie dolci� (�formaggio buono, burro e spezie dolci�, solitamente chiodi di garofano, zenzero e cannella). Il piatto venne inventato da Alfredo di Lelio, che lavorava nel ristorante della madre Angelina in piazza Rosa a Roma. Nel 1908, per combattere l�inappetenza della moglie Ines che aveva partorito il primo figlio, le prepar� un piatto di fettuccine a base di burro e parmigiano e poi lo inser� nel menu del ristorante. Nel 1914 apr� un suo locale in via della Scrofa e qui, nel 1927, il piatto venne assaggiato dai famosi attori del cinema muto Douglas Fairbanks e Mary Pickford. Ne furono entusiasti e regalarono a Di Lelio due grosse posate d�oro. E soprattutto contribuirono a rendere il piatto popolare a Hollywood e a consigliare il ristorante agli attori americani a Roma. Nel 1948 Alfredo vendette il ristorante e nel 1950 ne apr� un altro, Il Vero Alfredo, in Piazza Augusto Imperatore. I due ristoranti si contendono ancora oggi il primato di aver inventato il piatto, e di conseguenza la clientela. Intanto le Fettuccine Alfredo, arrivate negli Stati Uniti, subirono qualche modifica. Il burro e il parmigiano vennero sostituiti dalla panna e ora sono spesso arricchiti da altri ingredienti, come broccoli, gamberetti e petto di pollo. Per fare prima, si pu� comprare al supermercato la Alfredo sauce, una salsa Alfredo gi� pronta, aggregata con uova e amido. Nei ristoranti americani le Fettuccine Alfredo sono diventate simbolo di italianit�, ma in Italia non si trovano in quasi nessun ristorante, tranne che in alcuni molto turistici o che si fregiano della storia del piatto: le si mangia perlopi� a casa chiamandole solitamente pasta in bianco. Mac&Cheese (Macaroni and cheese) � una casseruola di pasta corta condita con formaggio filante, solitamente cheddar unito a una specie di besciamella; un tempo era infornata mentre ora la si fa in pentola con un preparato o direttamente in microonde. Negli Stati Uniti � considerato tra i comfort food per eccellenza, e la sua fortuna � legata alle condizioni economiche e sociali del paese della prima met� del Novecento. Le radici risalgono ai tanti piatti di pasta e formaggio citati nei ricettari italiani gi� dal Trecento e ricordano anche i Makerouns del ricettario inglese Forme of Cury, sempre del XIV secolo, cio� pasta fresca condita con burro fuso e formaggio. La ricetta pi� antica si trova nel libro di cucina The Experienced English Housekeeper del 1768, dove i maccheroni sono conditi con besciamella e cheddar, spolverizzati di Parmigiano e cotti al forno finch� dorati. Il piatto fu portato negli Stati Uniti da Thomas Jefferson, che lo aveva assaggiato a Parigi dove andava di moda. Si fece spedire nella sua casa di Monticello, in Virginia, una macchina per fare la pasta e ordin� al suo cuoco personale, l�afroamericano James Hemmings, di imparare a cucinarlo. Nel 1802, quand�era presidente degli Stati Uniti, serv� a una cena di stato �una torta chiamata maccheroni�. Il successo del Mac&Cheese arriv� nel 1937, quando l�azienda alimentare Kraft Foods mise in vendita il suo preparato in scatola, nel mezzo della Grande Depressione. Costava 19 centesimi, si conservava a lungo, era saziante, rapido e facile da preparare: in un anno furono venduti 8 milioni di scatole. Durante la Seconda guerra mondiale il Mac&Cheese di Kraft, dall�innaturale colore arancione, si diffuse ancora di pi� per la mancanza di cibi freschi e la possibilit� di acquistarne molte confezioni con poche tessere annonarie. Da allora � diventato il piatto tipico dell�infanzia di molti americani, anche se di recente alcuni chef stanno cercando di rinnovarlo introducendo nuovi ingredienti e formaggi pi� pregiati, come il Brie. Spaghetti and meatballs, cio� spaghetti con polpette � il piatto italoamericano per eccellenza, nato dall�adattamento degli immigrati dal Sud Italia ai gusti locali e agli ingredienti messi a disposizione dall�industria alimentare statunitense. La pasta al pomodoro era diffusa a Napoli almeno da inizio Ottocento e dagli anni Trenta era diventata una consuetudine. Nonostante il pomodoro fosse originario proprio del Centro e del Sud America, negli Stati Uniti invece fu considerato a lungo tossico, e usato perlopi� come pianta ornamentale. Quando gli italiani arrivarono in America, iniziarono a cuocere le polpette nella salsa comprata gi� pronta, trasformando il tutto in un addensato di sugo, pezzi e grasso di carne. Rispetto alle polpette italiane � piccole, fritte o al sugo, e servite come secondo � quelle italoamericane sono grosse, fatte con manzo, vitello e/o maiale. L�accoppiata di polpette al sugo e pasta non fu immediata. Avvenne nei ristoranti italoamericani che cercavano di rispondere ai gusti dei clienti non italiani, abituati a un piatto che tenesse insieme carboidrati e proteine (in un modo non diverso dalla bistecca accompagnata da patatine fritte o dal riso). La nascita del nuovo piatto fu anche facilitata dall�industrializzazione, dall�invenzione del frigorifero e da un pi� efficiente sistema di trasporto che permise di produrre, conservare e spostare cibi come la carne e la salsa. Il costo di questi ingredienti si abbass� e li rese disponibili anche ai pi� poveri. Inizialmente gli spaghetti con polpette furono osteggiati dai riformatori scolastici e dai salutisti ma vennero rivalutati con l�arrivo della Grande Depressione, quando i nutrizionisti celebrarono la pasta come nutriente e digeribile. Adesso gli Spaghetti and meatballs si trovano comunemente nei ristoranti italoamericani, nelle case degli americani, surgelati al supermercato o da comprare al volo nei camioncini del cibo. Negli Stati Uniti non sono considerati un piatto italoamericano, ma semplicemente italiano. Ziti al forno Sono stati resi celebri dalla serie tv I Soprano, trasmessa negli Stati Uniti dal 1999 al 2007 e con protagonista Tony Soprano, un boss della mafia italoamericana del New Jersey originario di Avellino. La serie mostra anche un pittoresco ma sfaccettato ritratto della comunit� italoamericana, e rende molto bene la centralit� del cibo nella cultura italiana, mostrando frequenti scene con tavole imbandite e frequenti dialoghi su spaghetti, mozzarelle, cannoli, lasagne, braciole, �gabagool� (capocollo) e i famosi ziti preparati da Carmela, la moglie di Tony. Gli ziti sono una pasta di origine campana dalla forma di lunghi tubetti di circa 25 centimetri, che vengono spezzati prima di essere cotti per preparare timballi e paste al forno. Sono il tipico piatto della domenica, diffusi in numerose varianti ma di solito conditi con pomodoro e basilico e montati a strati con mozzarella o scamorza. La ricetta di Carmela prevede polpette, parmigiano, ricotta, mozzarella e salsa di pomodoro, come riportato dal The Sopranos Family Cookbook: As Compiled by Artie Bucco, un ricettario uscito dal 2002 e idealmente scritto dal personaggio della serie proprietario del ristorante Vesuvio. Un�altra ricetta celebre, se non altro per come la pronuncia Tony Soprano, sono i manicotti, i �manigott��. Non cambia molto rispetto agli ziti: � sempre pasta al forno con salsa di pomodoro, salsiccia e mozzarella. � diverso il formato di pasta, che viene stipato di ricotta mescolata a prezzemolo. Chicken pasta � probabilmente una variante delle Fettuccine Alfredo, le Chicken Alfredo, che ha preso una strada tutta sua: le fettuccine sono sostituite da spaghetti o altri formati e la panna da una salsa a piacere (olio con soffritto, cheddar fuso, carbonara, limone e asparagi). Il comun denominatore � la tagliata di petto di pollo, precedentemente cotta in padella e piazzata infine in cima alla pasta. Spesso � accompagnata dal Garlic bread, crostini di pane sfregati con aglio, olio e cosparsi di prezzemolo. Restando in tema, non si pu� tralasciare la Chicken parmesan, la parmigiana di pollo, un piatto che parrebbe nato dall�incontro tra italiani del Nord e del Sud negli Stati Uniti: � una combinazione di parmigiana di melanzane e cotoletta, che divenne popolare dagli anni Cinquanta. Si tratta infatti di petto di pollo panato, ricoperto di salsa di pomodoro, mozzarella e parmigiano (o provola); a volte si aggiunge una fetta di prosciutto o di bacon. Viene solitamente servita sopra spaghetti sconditi come accompagnamento, oppure infilata in un panino. American chop suey � un piatto a base di maccheroni, salsa al pomodoro, cipolle e carne di manzo macinata; � comunemente considerato originario del New England e chiamato anche American goulash. Il nome deriva da quello di un piatto sino-americano nato nell�Ottocento e sconosciuto in Cina, il Chop suey, che in mandarino vuol dire �un po� di questo e un po� di quello�, �cianfrusaglie�. � una specie di spezzatino di vari tipi di carne (pollo, maiale, manzo) o pesce, cotti con uova e tocchetti di verdure a piacimento, come broccoli e cavoli, o funghi, e servito infine con il riso. La prima menzione di American chop suey risale al 1902 su un giornale di Brooklyn ed era una ricetta mandata da un lettore di San Francisco; non era diversa dalla versione cinese e prevedeva il riso al posto della pasta. In quegli anni i due piatti iniziarono a differenziarsi e potevano trovarsi entrambi nel menu dello stesso ristorante. Nel 1908 il Chicago Daily News pubblic� entrambe le ricette: quella americana conteneva per la prima volta la carne di manzo, gli spaghetti e la salsa di pomodoro. I maccheroni comparvero per la prima volta in una ricetta del 1910, pubblicata su un altro quotidiano dell�Illinois. Nonostante l�associazione con il New England, sembrerebbe un piatto diffusosi un po� in tutti gli Stati Uniti e arrivato a una versione definitiva in Illinois. Divenne popolare nelle case americane soprattutto dagli anni Sessanta. Viene accompagnato da pane, condito a volte con salsa Worcestershire e parmigiano. Spaghetti Bolognese Detti anche Spag Bol, sono un piatto famoso in tutto il mondo che ricorda alla lontana il rag� bolognese, che � fatto con carne tritata mista e viene usato per condire la pasta fresca, come le tagliatelle. Qui si usano invece gli spaghetti conditi con pomodoro, carne di manzo macinata, aglio e un bel po� di peperoncino. Il sugo viene semplicemente buttato sugli spaghetti scolati anzich� mescolato o spadellato, oppure � servito in un piatto a parte lasciando al commensale la scelta delle dosi. Le origini degli Spaghetti Bolognese non sono chiare. Forse furono i soldati americani e britannici di ritorno dall�Italia dopo la Seconda guerra mondiale a farli conoscere nei loro paesi, oppure nacquero tra gli immigrati italiani arrivati negli anni Venti in America: qui la carne era molto pi� economica e iniziarono ad aggiungerla ai piatti della loro tradizione. Il punto di partenza potrebbe essere la pasta al pomodoro napoletana, pi� ricca di salsa rispetto alla versione bolognese, e che gi� prevedeva l�uso di pasta di grano duro. Bonus: Spaghetti Napolitan Non hanno niente a che vedere con una ricetta napoletana, si fanno in Giappone anche se c�� di mezzo un famoso generale americano. Sono spaghetti stracotti e collosi conditi con una salsa a base di aglio, cipolla, funghi, peperoni verdi e salsiccia, amalgamata con tanto ketchup (c�� chi alla fine manteca con un po� di latte e parmigiano e spolvera con pepe). Il risultato, scrive BBC, � �un matrimonio di dolce, piccante, affumicato e umami che � pi� buono di quel che sembra� (l�umami � un sapore, come il dolce e l�amaro, che indica quello del glutammato, presente in cibi come la soia e il Parmigiano e molto presente nella cucina giapponese). La ricetta nacque negli anni Trenta nel New Grand Hotel di Yokohama, dove c�era la base degli ufficiali americani guidati dal generale Douglas MacArthur. Si racconta che proprio il generale avesse voglia di un piatto che gli ricordasse casa e Shigetada Irie, il capo chef, si arrangi� come poteva: prese degli spaghetti e della salsa di pomodoro e ci aggiunse cipolle, prosciutto e funghi. Poi, per renderla pi� economica, negli altri ristoranti si sostitu� la salsa col ketchup, mentre il prosciutto venne scalzato da salsiccia o bacon. Gli spaghetti si cuociono come gli udon, cio� gli spaghetti giapponesi: vengono bolliti a lungo e poi saltati.