Settembre 2026 n. 9 Anno XI Parliamo di... Periodico mensile di approfondimento culturale Direzione redazione amministrazione e stampa Fondazione Biblioteca Italiana per Ciechi �Regina Margherita� ETS via G. Ferrari, 5/a 20900 Monza Casella postale 285 tel. 039/28.32.71 e-mail: bic@bibciechi.it web: www.bibliotecaciechi.it Registraz. n. 19 del 14-10-2015 Dir. resp. Pietro Piscitelli Comitato di redazione: Pietro Piscitelli Massimiliano Cattani Luigia Ricciardone Copia in omaggio Rivista realizzata anche grazie al contributo annuale della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero della Cultura. Indice L�irresistibile fiaccola della porta dorata I racconti dell�alcova Da Napoleone al Made in Italy La canzone pi� allucinata dei Beatles L�irresistibile fiaccola della porta dorata (di Francesco Dall�Aglio, �Prometeo� n. 174/26) - Dai migranti che sbarcavano a Ellis Island ai consumi facili che sbarcavano in Europa e in tutto il mondo, orientando la percezione comune. Cronistoria breve del secolo americano e di una promessa di felicit� forse incrinata per sempre. - Crescere da bambino e da adolescente in Italia (ma anche altrove, in Germania Ovest per esempio o in Giappone, insomma nei paesi sconfitti nella seconda guerra mondiale) negli anni della guerra fredda, non dico negli anni della fame perch� l� ci sono altre valutazioni da fare ma negli anni del boom e del post-boom, diciamo i Settanta e gli Ottanta, quando la fame era bene o male un ricordo lontano e soprattutto un ricordo altrui, significava rendersi conto immediatamente che tutto quello che avevamo, i nostri vestiti, giocattoli, automobili, elettrodomestici, le nostre stesse case, erano un Ersatz, una copia inferiore di idee platoniche che non stavano nell�iperuranio ma in America. Chi cresceva a Napoli, poi, cresceva con un sovrappi� di straniamento perch� � vero che l'America, come giustamente cantava Bennato, �sta al di l� del mare�, ma l'America ce l'avevamo anche in casa, nel senso letterale della parola. C'era la Sesta Flotta parcheggiata perennemente nel golfo e nel porto, che allora sbarcava ben pochi turisti, e soprattutto c'era il comando AFSOUTH (Forze Alleate del Sud Europa) a Bagnoli. La Sesta Flotta portava problemi, o meglio li portavano i suoi marinai, come nelle migliori tradizioni; ma la NATO di Bagnoli era tutt'altra storia. La sua dimensione militare e i pericoli che potenzialmente comportava erano assenti da qualsiasi discussione pubblica o privata, parte del rumore di fondo di una citt� che vive tra due vulcani: l�unica cosa importante era quello che si nascondeva dietro le sue mura, ovvero merce, la pi� diversa e la pi� introvabile, dall�abbigliamento agli alimentari. Era una cittadella incantata, almeno cos� ci raccontava chi aveva potuto vederla o pi� probabilmente millantava di averlo fatto, di centinaia di metri di scaffali ricolmi delle pi� straordinarie meraviglie, descritte agli astanti come Marco Polo descriveva i mercati di spezie dell'Oriente, o come frate Cipolla le reliquie che aveva con s�. Solo a pochi privilegiati era consentito l�accesso, e conoscere qualcuno che lavorasse alla NATO, o che conoscesse qualcuno che vi lavorava, era un privilegio equivalente e forse superiore a quello di conoscere il camerlengo pontificio. Grazie a lui (sempre un maschio, vai a capire perch�) si potevano intuire o a volte afferrare oggetti, cose, merci, indisponibili nella realt� quotidiana ma il cui simulacro, la cui crisalide, ci era nota tramite la televisione. Se i cartoni animati erano giapponesi, le serie tv, che all�epoca non erano note come sitcom ma pi� semplicemente come telefilm, erano americane, tutte. E ci fornivano la visione delle merci e la visione di una societ� perfetta e �leggera�, senza conflitti che non fossero risolvibili con un po� di buona volont�. Del resto se hai a disposizione la Coca-Cola alla vaniglia e la Coca-Cola alla ciliegia non vi � differenza umana che non possa essere ricomposta. In un appartamento di Manhattan convivevano un anziano signore bianco, sua figlia bianchissima, e due giovanotti neri che non si capiva bene cosa ci facessero l�, ma tutti si volevano bene; in un altro appartamento di Manhattan viveva una famiglia nera benestante e i loro vicini di pianerottolo erano una coppia mista altrettanto benestante, con lui bianco e un po� boccalone, e tutti si volevano bene; certo, tutti si volevano bene anche in Happy Days, dove non c'era un nero manco a pagarlo, le minoranze (il proprietario di Arnold's che prima era giapponese e poi italiano) lavoravano sodo ed erano pi� americani degli americani, e le donne, a meno che non fossero donnacce quantomeno potenzialmente tali, non lavoravano e stavano a casa a badare alla famiglia, ma questo � un altro discorso, cos� come un altro discorso, di cui noi ovviamente ignoravamo la grammatica, era la bandiera confederata sul tetto di un'automobile americana, cos� diversa e cos� pi� bella delle 127 e 128 e 500 dei nostri padri, nella quale due altri giovanotti, sempre bianchi, entravano dai finestrini e in cui non si capiva perch� lo sceriffo, bianco e boccalone, ce l'avesse con loro. In tutte queste rappresentazioni c'erano, molto spesso, discorsi sulla libert� e sull'opportunit�, ma c'erano soprattutto merci, oggetti, prodotti. Certo c'erano anche serie un po� diverse, non certo riservate a noi, dove la gente non si voleva affatto bene e anzi si sparava: cosa che, registravamo, negli Stati Uniti era un accadimento piuttosto comune, anche pi� che da noi dove pure, negli anni Settanta, non � che si scherzasse (registravamo anche che, in queste serie, di neri ce n'erano sensibilmente di pi�, e non molto simpatici). Ma in queste altre serie la merce non c'era, la merce americana almeno. C'erano soldi e droga ma quelli, alla fine, come le pistolettate li avevamo anche noi. E mancando le merci la societ� descritta era una societ� imperfetta, mentre nelle serie pi� allegre, dove ci si voleva bene, c'erano le merci e c'era l�amore, un binomio che intuivamo essere inscindibile. Se poi venisse prima la merce o prima l�amore, e quale delle due fosse la conseguenza dell�altra, non avevamo modo di sapere ma il risultato ci pareva ovvio. La nostra educazione, non sentimentale ma di consumatori, si compiva cos� tra la visione mistica del mondo nuovo e perfetto che esisteva a troppi chilometri di distanza e il desiderio perennemente frustrato di avere accesso ai magici scaffali e alle dovizie che contenevano. Da subito, istintivamente, apprendemmo che quante pi� merci circolavano tanto pi� felici si era, e in nessun posto al mondo circolavano pi� merci che in America che doveva quindi essere il migliore dei posti possibili. Ci salvava un po�, o forse ci disorientava, solo il fatto che se le serie erano americane i cartoni animati, che consumavamo certamente di pi� e con pi� partecipazione emotiva, erano giapponesi e l� merci non ce n'erano, solo umiliazioni, sofferenze e sacrificio senza necessariamente ricompensa o elevazione se non aver fatto il proprio dovere, una morale che ci ricordava quella dei nostri nonni venuti dalla campagna con la valigia di cartone e che avevano fatto la guerra e la fame, ovviamente. Ma noi non volevamo il sacrificio, volevamo l'America e in mancanza dell'America ci accontentavamo delle merci. Sono state lezioni apprese immediatamente e senza sforzo alcuno. Le cose sono belle, le cose ti definiscono. Quanto hai, tanto sei. Pi� hai, pi� sei. Non proprio come l�aveva messa Marx. Non � stato sempre cos�, naturalmente. Gli Stati Uniti nascono pur sempre da un sogno, non dalla valigetta di un piazzista. Un sogno di dignit�, di opportunit�, di riscatto, un socialismo senza il socialismo col Mercato al posto del Partito e l�illusione di essere arbitri del proprio destino. L'idea meravigliosa che ogni essere umano avesse il diritto alla felicit� e potesse cercarla in ci� che pi� gli aggradava. E quando vennero a portarci questo sogno, e Dio sa quanto avessimo necessit� di sogni in quei tremendi anni Quaranta, ci aggiunsero per sovrappi� le merci, in quantit� mai vista prima, proterve, sfrontate. La cioccolata americana, le cingomme americane, le sigarette americane, tutto americano, perfino i soldi americani, che voleva dire i soldi veri, abbondanti, quelli coi quali potevi davvero comprare qualcosa. La libert� certo, i diritti, la Summer of love pi� avanti, ma � sulle merci che gli Stati Uniti hanno costruito il loro trionfo e la loro tragedia, e la nostra, nello stesso momento in cui iniziava l�epica migrazione dalla campagna alla citt�. Del resto non abitavano tutti gli americani in citt� grandissime e luminosissime (tranne i cowboy, naturalmente, che nessuno si sognava di tradurre �ragazzi delle mucche�)? Qualcuno aveva mai visto un americano spaccarsi la schiena a zappare la terra? E allora via. Sorgevano periferie orrende e feroci e cerro la campagna era stata anch'essa feroce, ma era una ferocia nota, antica, la stessa ferocia di Romolo e Remo. Questa era ferocia nuova, ferocia forse anch�essa americana, moderna, colossale, nuova ferocia con nuovi codici, nuovi linguaggi, nuove necessit�. Nelle periferie feroci non c'erano gli americani, in larga parte tornati nelle loro portandosi dietro le merci, ma c�erano gli americani locali, i sacerdoti del culto cargo che pregavano per il ritorno dell'abbondanza come facevano a loro insaputa altri esseri umani a parecchie migliaia di chilometri di distanza, nelle isole del Pacifico. Se le merci sono andate via, non c'� altro modo per farle tornare che vestire come gli americani, parlare come loro, pensare come loro. Lo sapeva benissimo Nando Mericoni, l'americano a Roma interpretato da Alberto Sordi nel film di Steno del 1954, disposto a ogni sacrificio e ogni umiliazione: �Americ�, facce Tarzan, te damo �na sigaretta�, gli gridavano i regazzetti dall�argine del fiume in una delle scene pi� grottesche e crudeli del cinema italiano. Non erano tutti Mericoni, certo. Due anni dopo, nel 1956, Renato Carosone prendeva bonariamente in giro i sacerdoti del culto cargo ricordando loro che, per quanto volessero fare gli americani, erano nati in ital� e che non erano roba per noi n� il rocchenroll n� il besb�ll. Ma Carosone barava, perch� il rocchenroll lo conosceva benissimo e soprattutto era di Napoli, e da Napoli, come abbiamo visto, gli americani non se n'erano mai andati, anzi. Continuavano a scaricare merce per i loro soldati, alcuni dei quali non avevano problemi a venderla al nero a imprenditori locali che la distribuivano in giro; tra la merce, ovviamente, c'erano anche le sigarette, che fecero del porto di Napoli una delle centrali mondiali del contrabbando. Il problema, qualche decennio dopo, proprio quando eravamo bambini noi, fu quando al redditizio traffico delle sigarette si sostitu� quello astronomicamente pi� redditizio della droga. Quelli s� che erano �soldi americani�, ma questa � un�altra storia nella quale gli americani c'entrano relativamente. Come i contrabbandieri di sigarette, costretti ad adattarsi agli stupefacenti o a sparire (e non tutti, va detto, vollero adattarsi), anche l�ingenuo Mericoni fece una brutta fine, e non poteva essere altrimenti. Lo ritroveremo vent'anni dopo, nel 1975, nella commedia a episodi (esiste qualcosa di pi� italiano della commedia a episodi?) Di che segno sei. Di Nando, o Santi Bailor come voleva farsi chiamare, della sua ingenuit� e del suo ottimismo non resta pi� traccia. Mericoni � diventato Gorilla K2, rozzo, brutale, vigliacco e non meno americano, anche se di un altro tipo di America che nel frattempo avevamo capito esisteva anch'essa. Cos'era successo, in quei vent'anni, per trasformare Nando e la sua buffa �polizia der Kansas City� nel ributtante Gorilla K2? Erano successe molte cose. C'era stata la campagna per i diritti civili (ma come? Non li avevano gi� tutti, i diritti, tanto che erano venuti a portarne un po� anche a noi?), c�era stato il Vietnam, dove il discorso su chi era cattivo e chi era buono si era fatto straordinariamente pi� complicato degli indiani e dei cowboy (che con sorpresa scoprimmo essere un discorso piuttosto complicato pure quello, e John Wayne non il migliore esempio con cui crescere i bambini), c'era stata la decolonizzazione, dove non sempre i difensori della libert� avevano interpretato il ruolo che avrebbe dovuto competergli, eccetera. L'America evolveva, ed evolveva in peggio. Agli eroi dei western e dei polizieschi si sostituivano i culturisti dell�edonismo reaganiano impegnati a far stragi di genti gialle, scure o nere, e solo accessoriamente bianche. Il ranger costretto ad arrangiarsi da solo diventava il poliziotto del mondo, e alla Colt e al Winchester si sostituiva l'F-14 di Top Gun. Non a tutti questa mutazione piaceva, anche se i pi� sceglievano di vederla come una carnevalata, �un�americanata�, come si diceva, tanto rumore e colore e chiasso che per� faceva ben poco danno, a meno che naturalmente non si fosse o gialli o scuri o neri, o un certo tipo di bianchi che noi per fortuna non si era. Il mito dei consumi Per oltre mezzo secolo, l�immagine degli Stati Uniti nell'immaginario italiano ha funzionato come una sorta di specchio deformante: loro erano e avevano tutto ci� che non eravamo e non avevamo, ma che avremmo potuto un giorno essere e avere. Erano il riflesso di desideri, paure, aspirazioni e conflitti interni alla societ� italiana pi� che ritratto fedele di una realt� lontana, una costruzione simbolica pi� che un luogo reale come la Milwaukee di Happy Days, costruzione simbolica per gli stessi Stati Uniti, un dispositivo culturale capace di condensare in s� l�idea di modernit�, di libert�, di mobilit� sociale oltre che di gioia, di allegria, di abbondanza. Non si tratta solo di egemonia economica o militare, ma di una penetrazione culturale capillare e perseguita attivamente, nella sicurezza che il soft power avrebbe potuto portare maggiori benefici alla proiezione politica statunitense, specie nella competizione con il modello socialista. Il cinema hollywoodiano diventa cos� una finestra su un altro mondo, un mondo di citt� luminose e sempre vive a qualsiasi ora, di strade dritte su cui corrono automobili lucenti, sinuose come astronavi, e i suoi prodotti introducono nuovi codici visivi e morali. Anche quando raccontano conflitti quei film restituiscono l�immagine di una societ� dinamica, mobile, vitale, in cui le cose alla fine funzioneranno perch� le premesse di base sono corrette, giuste, desiderabili. E non c'� solo il cinema, anzi. La musica svolge un ruolo forse ancora pi� decisivo con l'irruzione del rock'n'roll e la liberazione dei corpi, in anticipo solo di qualche anno sulla liberazione sessuale. Negli anni Cinquanta l'America � una promessa, una vigilia di Natale (Natale che progressivamente, e proprio sull�onda americana, si sostituisce all�Epifania come notte magica): il frigorifero, la televisione, l�automobile non sono solo oggetti, ma simboli di una vita migliore. L'immaginario popolare e quello colto, pur con differenze, convergono su questa fascinazione. Persino l�URSS, all�altro capo del mondo geografico e ideologico, deve riconoscere che dopo il necessario bisogner� dare ai cittadini il superfluo, che oltre alle putrelle d'acciaio bisogner� cominciare a produrre, e in fretta, tostapane e motociclette. La potenza grandissima del mito americano, per�, dovr� per forza caricarsi anche delle grandissime disillusioni che lo accompagneranno quando verr� sottoposto alla prova del tempo e sar� evidente che la promessa non potr� essere mantenuta. Il boom economico italiano riduce la distanza materiale, rendendo meno abbagliante il confronto. Il cinema statunitense inizia a raccontare il lato oscuro del sogno: la solitudine urbana, l'alienazione, le tensioni sociali e razziali. Film pi� inquieti e ambigui circolano anche in Italia, contribuendo a incrinare l�immagine univoca del paese e a gettare i primi semi del dubbio. Le canzoni di protesta, il folk politicizzato, le icone controculturali costruiscono un'America alternativa, interna ma antagonista rispetto a quella istituzionale. Per i giovani italiani del Sessantotto, e non solo per loro, gli Stati Uniti sono contemporaneamente il simbolo dell�imperialismo e il luogo da cui provengono le forme pi� radicali di critica al sistema. � qui che si produce una frattura decisiva: l'America smette di essere un mito compatto, uno schiacciasassi ideologico, e diventa un campo di forze. L'immaginario si polarizza. Da un lato l'America del potere, delle multinazionali, della guerra, e dall'altro l'America dei diritti civili, della contestazione, delle avanguardie artistiche. Questa duplicazione si riflette anche nella cultura italiana: il cinema politico, la saggistica militante, ma anche la canzone d�autore elaborano un rapporto sempre pi� critico, ma mai del tutto risolto, con il modello americano. Egemonia culturale in crisi Negli anni Settanta e Ottanta l'egemonia culturale statunitense non viene meno, ma si trasforma radicalmente. Il cinema americano torna a dominare le sale italiane, ma spesso con narrazioni pi� cupe o spettacolari: da un lato i blockbuster, dall�altro film che raccontano violenza, disagio, crisi morale. La televisione commerciale contribuisce a diffondere un immaginario americanizzato fatto di consumi, pubblicit�, serialit�. All�idea della giustizia, del futuro luminoso, della libert�, si sostituisce semplicemente l'abbondanza materiale, la soddisfazione degli istinti, il dominio della merce. Ci si rinchiude in casa circondati da oggetti, perch� le metropoli da luogo del progresso e della gioia sono ora descritte come luoghi di marginalit� e violenza, dalle quali bisogna provare a fuggire. Anche la via del successo individuale diventa un percorso incerto, non garantito. L�idea meritocratica, centrale nel mito americano, inizia a essere percepita come parziale, se non illusoria. In Italia, dove le dinamiche sociali seguono traiettorie diverse e dove ancora bisogna fare i conti con la disoccupazione e il divario nord-sud, questa consapevolezza alimenta una forma di scetticismo diffuso proprio nel momento in cui gli USA, alla fine della guerra fredda, diventano l�unica potenza mondiale. Ma non c'� pi� un immaginario di successo da propagandare, non c'� pi� un futuro luminoso. C'� al contrario un mondo pieno di paura, di minacce, di disillusioni, un mondo oscuro da cui guardarsi. Il �sogno americano� entra in crisi come narrazione universale. Le grandi storie di successo individuale non scompaiono, ma appaiono sempre pi� come eccezioni, non come regola. Le disuguaglianze economiche, le tensioni razziali, la polarizzazione politica diventano elementi centrali anche nella percezione italiana. L'America non � pi� il luogo in cui proiettare speranze di riscatto, ma uno specchio in cui riconoscere problemi ormai globali. Per ironia della sorte il mito americano riuscir� a ritagliarsi uno spazio di sopravvivenza proprio nel cuore di quello che Reagan aveva definito �l'impero del male�, ovvero nello spazio post-sovietico e nell�Europa orientale che aveva scambiato il mito del socialismo con quello dell�individualismo e della libert�, qualsiasi cosa significasse. � forse paradossale alla luce degli eventi pi� recenti, ma per tutti gli anni Novanta non c'� stato luogo al mondo pi� filoamericano della Russia, sia come stile di vita che come modello politico. La fascinazione per il modello statunitense, quantomeno per i suoi aspetti materiali, era gi� un fenomeno diffuso nell�URSS almeno a partire dai tardi anni Sessanta, proprio quando nel campo occidentale incominciava invece a trasformarsi e a prendere strade impreviste. Le copertine di Krokodil, settimanale satirico fondamentale per comprendere le tendenze culturali e politiche sovietiche e la tensione tra ci� che il Partito desiderava e ci� che temeva, a partire da quel periodo e fino alla caduta stigmatizzano in continuazione il fascino esercitato sui cittadini sovietici, specie i pi� giovani, dallo scintillante caleidoscopio merceologico statunitense, e occidentale per estensione. Musica rock, jeans, capelli lunghi e orecchini, chitarre a tracolla, donne in pantaloni, giovanotti scioperati e fatui che vivono a scrocco dei genitori, un campionario inesauribile di elementi della cultura e della controcultura americana mescolati insieme e affiancati alla lotta contro la corruzione e i burocrati e, ovviamente, contro l'imperialismo e il bellicismo statunitense. Una volta distrutto il vecchio sistema che accompagnava il cittadino dalla culla alla tomba, la societ� russa si � gettata a capofitto, e in larga parte con entusiasmo, nel liberismo pi� sfrenato e, come l�Italia del dopoguerra, nel culto delle merci e del consumo. Tutto ci� che era stato cos� a lungo desiderato era finalmente accessibile, a patto di avere i soldi per comprarlo, un dettaglio che negli anni passati era sfuggito a molti; e per chi i soldi li aveva erano a disposizione lussi e stili di vita nemmeno mai immaginati. La rottura con gli USA e con l'Occidente � avvenuta esclusivamente per questioni strategiche e geopolitiche, non per motivi ideologici, e non ha portato in realt� a una trasformazione dei consumi e dei desideri nonostante negli ultimi anni, quando il confronto � diventato esplicito, la leadership non abbia risparmiato sforzi per mettere un freno alla passione per ci� che � occidentale alla ricerca di ipotetici �valori tradizionali� che, per la verit�, non sembrano davvero avere fatto breccia nel cuore della maggior parte dei cittadini. Il fascino per l'America in quanto tale, ad ogni modo, sembra essere svanito, stemperato in un generico �Occidente� che mescola auto tedesche, moda italiana e cinema statunitense. Lo stesso discorso pu� essere fatto anche per l'Europa orientale, anch'essa, all�epoca del socialismo, ipnotizzata dall�abbondanza di merci disponibili in occidente. Gi� da allora, per�, lo sguardo era diretto pi� verso Berlino, Parigi e Londra che verso New York. Se gli USA hanno guidato l'allargamento della NATO ed hanno certamente investito molto nell�area, sia in termini economici che di creazione di soft power e reti di clientele attraverso una rete di universit�, think tank e centri informativi, in brevissimo tempo il nuovo mito da inseguire � stata l'Unione Europea, sacrificando alla bisogna welfare e pensioni pur di rientrare nei parametri imposti da Bruxelles. Nel cuore dei �nuovi� europei, dunque, l�America ha fatto breccia solo relativamente, e solo in quanto capofila del mondo occidentale. La sua capacit� di generare miti ed entusiasmi, anche nelle terre di pi� recente conquista, pare essersi decisamente arrestata. I racconti dell�alcova (di Giorgio Ferrari, �Focus Storia� n. 238/26) - A Berlino, il postribolo Salon Kitty divenne un centro di spionaggio dove anche le conversazioni pi� intime venivano registrate e portate sulla scrivania di Heydrich. Il nuovo libro di Giorgio Ferrari racconta quel luogo e i suoi segreti. - L�ipotesi di occuparmi dello spionaggio domestico nazista scatur� in seguito alla pubblicazione del mio Le spie di Stalin. I ragazzi di Cambridge che cambiarono la storia, che Neri Pozza aveva mandato in libreria nel 2024. La vicenda � nota: a cavallo della Seconda guerra mondiale, per oltre un trentennio un gruppo di blasonati studenti di Cambridge aveva tradito la Corona britannica infiltrandosi per conto dell'Unione Sovietica nei gangli pi� delicati del potere e della sicurezza nazionale. Dai primi anni Trenta fino agli anni cruciali della Guerra fredda cinque giovani appartenenti all'�lite intellettuale e alla upper class inglese - Kim Philby, Donald Maclean, Guy Burgess, Anthony Blunt e John Cairncross, meglio noti come i Cinque di Cambridge - avevano sposato l'ideologia comunista idealizzando Iosif Stalin come l'unico leader in grado di contrastare l'avanzata dei fascismi e del nazismo. Un'infatuazione collettiva che aveva contagiato decine di intellettuali e militanti socialdemocratici e che grazie agli sforzi del Comintern aveva costruito in Europa una formidabile testa di ponte dominata da figure carismatiche come lo scrittore e giornalista Il'ija Ehrenburg, un autentico dandy del Cremlino capace di influenzare le migliori menti dell'epoca. Rimaneva tuttavia il sospetto che a guidare l'epica barricadera di quella privilegiata jeunesse dor�e che aveva preso domicilio provvisorio al Trinity College di Cambridge fosse stato un nonsoch� di estetico, una sorta di religione personale ritagliata su misura del proprio ego. Anche perch� dietro al grande tradimento che questi giovani (insieme a tante altre spie britanniche, molte delle quali rimaste tuttora sconosciute) avevano assunto come compito morale c'era ben altro. Una societ�, quella postvittoriana, uscita malconcia dalla Grande guerra e in cerca di un'identit� che tentava di scrollarsi di dosso un'ipocrisia antica, avviandosi verso una scintillante modernit�. Ma se i ragazzi di Cambridge avevano gabbato con fin troppa facilit� le fragili difese del controspionaggio britannico, altrettanto non si poteva dire di quello tedesco. Abilissima, sotto la guida dell'ammiraglio tedesco Wilhelm Franz Canaris (1887-1945), nell'infiltrare i propri agenti nel cuore dell'Europa, l'Abwehr (il servizio segreto militare tedesco attivo dal 1920 al 1944) fu sorprendentemente ingenua nel cadere nella trappola della decifrazione di Enigma, il codice ritenuto inviolabile con cui i vertici del Terzo Reich trasmettevano ordini e informazioni alla Kriegsmarine, alla Wehrmacht e alla Luftwaffe, che l'�quipe britannica di Bletchey Park, con l'ausilio di menti affilate come quella del matematico Alan Turing, aveva violato. Rispetto al controspionaggio inglese, quello tedesco pativa un handicap insormontabile. Lo compresi riprendendo in mano un libro di successo dello scrittore Peter Norden pubblicato nel 1975, che all'epoca avevo letto e che a sua volta aveva dato vita a un film diretto nell'anno successivo da Tinto Brass. Il titolo per entrambi era di per s� evocativo: Madam Kitty e Salon Kitty, e raccontava con una buona dose di fantasia la vicenda che ruotava attorno a una famigerata casa di appuntamenti nel cuore di Berlino. Una palazzina in cui le SS avevano allestito una vera e propria centrale di spionaggio, disseminando nelle alcove, nei salotti, nei corridoi, sotto le tappezzerie di raso, all�interno delle abat-jour, una selva di microfoni che consentivano a un manipolo di uomini al comando del numero due di Himmler, Reinhard Heydrich, di intercettare ogni sospiro, ogni parola, ogni bisbiglio dei frequentatori di quella maison al numero 11 di Giesebrechtstrasse, nell�elegante quartiere di Charlottenburg. La tenutaria, Katharina Schmidt detta Kitty, gestiva la pi� rinomata casa di appuntamenti della capitale. Ma come separare la fantasia romanzesca - che a Norden garant� un successo di vendite strepitoso e al film di Brass un trionfo al botteghino - dalla verit� storica? Il Salon Kitty, cos� finirono per chiamarlo tutti, � davvero esistito, la sua attivit� era nota e il suo artefice era un giovane e brillante ufficiale - Walter Friedrich Schellenberg -, che nel marzo del 1939 era stato convocato da Heydrich nel quartier generale delle SS con l�indifferibile missione di creare una centrale di spionaggio dove poter ascoltare le voci dei nemici del regime e insieme quelle dei suoi pi� alti esponenti. �Sto pensando�, aveva detto Heydrich a Schellenberg, perfetto campione del nuovo volto del Sicherheitsdienst (SD), il servizio di sicurezza che Himmler aveva affidato al suo numero due, �a una maison, la chiami pure un bordello, che attiri diplomatici, militari, uomini politici, giornalisti, la cresta di panna montata dell��lite internazionale�. Katharina Schmidt era figura nota alla polizia, per� fino a quel momento non aveva avuto particolari problemi con la censura e con la Gestapo. Ma quando la polizia le chiese di allestire la centrale di spionaggio che Schellenberg pretendeva, tent� la fuga all�estero. Braccata e ricondotta a Berlino, capitol� e si mise suo malgrado al servizio delle SS. Ma era vero che per quell�alcova passarono ambasciatori, uomini politici, giornalisti, generali della Wehrmacht, diplomatici di rango, alti papaveri del cerchio magico del F�hrer? Era vero, ma occorreva scavare nel marasma degli archivi tedeschi. La Staatsbibliothek zu Berlin offriva ben poco. Esistono tuttora alcuni riferimenti all�attivit� del Salon Kitty, che convalidano l�esistenza di una casa di appuntamenti frequentata dalla crema della cosmopolita Berlino. Pi� generose sono le testimonianze che attestano l�esistenza di una pattuglia di volontarie delle SS appositamente selezionate e addestrate per estorcere le confidenze intime ai clienti della maison. Un tirocinio che aveva subito dato i suoi frutti. �Quando nel maggio del 1939 Galeazzo Ciano era approdato a Berlino per controfirmare il Patto d'Acciaio, le SS avevano subito scoperto il vizietto privato del ministro. Su disposizione di Schellenberg, le pi� appetitose ragazze del Salon Kitty facevano a gara per ottenere confidenze politiche di rilievo. Una prassi che venne adottata nei confronti di quasi tutti gli alti papaveri del Reich, da Ribbentrop a Goebbels, da Speer fino allo stesso Heydrich (inutile dire che gli sventurati responsabili delle intercettazioni del loro capo non se la passarono bene). Per cinque anni, gli infaticabili ascoltatori racchiusi nelle cantine della palazzina di Giesebrechtstrasse impilarono centinaia di dischi di acetato e una montagna di registrazioni su nastro, novit� e vanto della tecnologia tedesca. Ma dove si trovano queste registrazioni, dov'� conservata questa catasta di prove? Il Bundesarchiv della Stasi, la polizia segreta della Ddr, avrebbe dovuto teoricamente conservarle. Ma nell'ampia documentazione che va dal 1950 alla caduta del Muro, queste famigerate prove documentarie � nonostante la gentilezza e la disponibilit� riservatami dal personale dell�archivio storico - non ci sono. Oppure ci sono, ma sono nascoste da qualche altra parte. Certamente, il metodo Schellenberg aveva fatto scuola, visto che la Stasi fin� per utilizzare nei confronti dei cittadini della Germania Est gli stessi criteri di capillare e ossessivo controllo. Nulla in fondo era cambiato da una Germania all'altra: come il Reich spiava s� stesso, anche la Stasi controllava metodicamente ogni angolo della vita dei sui sudditi. Come convalidare, dunque, le ipotesi attorno all�attivit� del Salon Kitty? Una delle fonti � stata lo stesso Schellenberg. Il Tribunale di Norimberga lo convoc� solo nel 1948, dopo aver decapitato la �cupola nazista�, condannando a morte il Reichmarschall Hermann G�ring, il ministro Joachin von Ribbentrop, il comandante supremo della Wehrmacht Wilhelm Keitel, il capo supremo del RSHA Ernst Kaltenbrunner, il teorico della superiorit� razziale ariana e ministro per i territori occupati dell�Est Alfred Rosenberg, il governatore della Polonia occupata Hans Frank, il ministro dell�Interno Wilhelm Frick, il capo di stato maggiore operativo delle forze armate Alfred Jodl, il direttore del giornale antisemita Der St�rmer Julius Streicher, il plenipotenziario per il lavoro forzato Fritz Sauckel, il commissario del Reich per i Paesi Bassi Arthur Seyss-Inquart, il potentissimo segretario personale di Hitler, Martin Bormann. A dispetto del suo passato, l�efficiente organizzatore dell�apparato di controllo delle SS e inventore del Salon Kitty riesce quasi a farsi passare per un partigiano antinazista e ottiene una mite condanna a soli sei anni. In compenso scrive un memoriale, The Labyrinth: Memoirs of Walter Schellenberg, Hitler's Chief of Counterintelligence, che va preso con le pinze (Garzanti ne pubblic� una versione nel 1963, dal titolo Memorie di un ufficiale delle SS), ma che racconta moltissimo dell�attivit� dello spionaggio interno e di come il nazismo spiava pi� al suo interno che al di fuori dei suoi confini. I siti Internet - molti dei quali di dubbia veridicit� - traboccano di congetture attorno alle registrazioni raccolte a casa di Kitty Schmidt. Che peraltro continu� la sua attivit� anche nel Dopoguerra, senza che nessuno le rimproverasse alcunch�. La sua tecnica, come disse qualcuno, era quella di �ululare con i lupi, correre con le lepri, cacciare con i segugi�. E soprattutto, conservare dentro s� i tanti segreti dei quali era venuta a conoscenza. Un lungo silenzioso corteo accompagn� le sue esequie il 27 febbraio del 1954. Sulla sua lapide c�� scritto: Unvergessen �indimenticata�. Da Napoleone al Made in Italy (di Biagio Picardi, �Focus Storia� n. 201/23) - Il liceo � nato oltre due secoli fa, ma ha sempre subito (e subisce) continue modifiche. E ogni riforma rivela qualcosa dell�epoca storica che l�ha prodotta. - Tutto cominci� il 1� maggio 1802 quando Bonaparte, con la legge �dell'11 fiorile dell'anno X�, riorganizz� l'istruzione, che doveva essere statale, laica e divisa in tre ordini: scuole primarie, ginnasi e licei, universit�. L'articolo 9 recitava: �Saranno creati dei licei per l'insegnamento delle lettere e delle scienze�, ma anche, nei sette anni di corso, di retorica, fisica, morale, logica, botanica, latino e greco. Tra gli insegnanti non c'era pi� spazio per i religiosi e ogni istituto aveva il suo responsabile delle buone maniere e quello delle questioni economiche, entrambi scelti da Napoleone. Gli studenti vivevano in collegio, inquadrati in ordinamenti paramilitari che li obbligavano, tra una lezione e l'altra, a esercitazioni belliche comandate da alunni-sergenti. Il lyc�e nelle intenzioni doveva favorire la mobilit� sociale, ma di fatto era frequentato solo dall'alta borghesia, dai figli dei burocrati e dei graduati dell'esercito. Il loro obiettivo, superato l'impegnativo esame finale, non era lavorare ma andare all'universit� e poi comandare. In Italia il liceo fu istituito da Bonaparte con la legge n. 75 del 4 settembre 1802 e affianc� il ginnasio risalente al Settecento asburgico di Maria Teresa d'Austria. Bisogn� aspettare per� sei anni e il Piano d'istruzione generale affinch� la nuova scuola si affermasse. Nel 1807, il liceo divenne �nazionale� e i suoi insegnanti furono chiamati professori e non maestri, avvicinandoli allo status dei docenti universitari. Il Regolamento organico pe' i Licei, infine, distingueva tra �Licei nazionali senza convitto d'allievi� e �Licei aventi convitto d'allievi�, cio� con collegio annesso. Come in Francia, il fine era formare i futuri dirigenti; c'erano corsi di fisica, chimica, agronomia e botanica, ma dominavano le materie umanistiche e le esercitazioni militari, guidate da veterani dell'esercito. La situazione cambi� dal 1814 quando, sconfitto Napoleone, gli austriaci tornarono in Lombardia per dar vita alla Restaurazione anche nell'insegnamento: introdussero il Codice ginnasiale e al liceo diedero un carattere pi� pratico. Furono aboliti il diritto e la botanica mentre un ruolo pi� centrale l'assunse la matematica, considerata la base di ogni sapere. Inoltre Ferdinando I lo rese accessibile anche ai figli della media e piccola borghesia, formate da commercianti e artigiani. Un nuovo importante capitolo nella storia del liceo italiano lo scrisse nel 1859 il ministro della Pubblica istruzione del Regno di Sardegna Gabrio Casati. Con la legge che porta il suo nome introdusse il ginnasio-liceo e ne fece il cardine della scuola secondaria: dopo quattro anni di elementari, era previsto un piano quinquennale incentrato su lingua italiana, latino, greco, aritmetica e storia e un secondo triennio che aggiungeva filosofia, fisica e storia naturale. Erano passati sessant'anni, ma gli obiettivi del liceo restavano l'universit� e la formazione dei dirigenti, mentre gli istituti tecnici e magistrali (anch'essi una novit�) erano destinati ai ceti inferiori. E alle ragazze. Non c'era un divieto formale all'iscrizione delle donne al liceo, ma le consuetudini praticamente imponevano che per �futura classe dirigente� s'intendessero i maschi. In generale, nemmeno tra i ragazzi il ginnasio-liceo raccolse proseliti, perch� considerato, specie dai pratici genitori borghesi, poco utile per trovare subito un lavoro. L'eterno dibattito su una possibile riforma della scuola superiore inizi� allora e prosegu� nel nuovo secolo. Nel 1906 fu istituita una commissione reale per provare a modernizzare lezioni e corsi di studi. Si pens� a un ginnasio triennale e a tre licei quinquennali: classico, scientifico e moderno, ma solo quest'ultimo trov� concreta applicazione grazie alla legge 860�1911 del ministro Luigi Credaro. Rispetto al vecchio liceo classico (che cominci� allora a chiamarsi cos�), nei tre anni di �specializzazione� si studiava meno latino e il greco scompariva, sostituito da una seconda lingua straniera (inglese o tedesco) da aggiungere al francese, e c'era maggiore attenzione alle materie scientifiche oltre che al diritto, all'economia e all'educazione fisica. Ma anche questo esperimento fall�: attivato soltanto in 8 province, il liceo moderno chiuse i battenti dopo 12 anni, soppiantato dal nuovo scientifico. L'idea di un liceo scientifico proposta senza successo dalla commissione reale fu ripresa, ma stravolta, nel 1923 dal ministro della Pubblica istruzione Giovanni Gentile. La famosa (o famigerata, per molti) �riforma Gentile� accentu� la connotazione aristocratica del liceo, trasformando le scuole tecniche in istituti di avviamento professionale e introducendo tre nuovi corsi di studi: lo scientifico, appunto, il discusso liceo femminile e quello artistico. N� il primo n� il terzo erano finalizzati al lavoro. Lo scientifico, per di pi�, durava solo quattro anni e, nonostante il nome, puntava tutto sul latino e sull'italiano senza peraltro permettere l'accesso alle facolt� di Lettere e filosofia o Giurisprudenza. Le iscrizioni furono per questo scarse fino al 1940, quando la riforma Bottai, istituendo la scuola media triennale, permise agli aspiranti liceali di accedere direttamente al loro istituto preferito, scientifico compreso. Soltanto nel 1969, quando caddero le limitazioni di accesso alle facolt�, le iscrizioni allo scientifico aumentarono vertiginosamente, dando il via al lungo duello con il classico per lo scettro di scuola superiore pi� ambita d'Italia. A disturbare questa sfida, oltre all'artistico riveduto e corretto, negli anni si inserirono il linguistico, istituito nel 1973 (con tre lingue straniere oltre al latino) e i tanti licei sperimentali nati dal 1968 (il biologico-sanitario e il fisico-informatico...) e nel 1992 con il cosiddetto �progetto Brocca�. Chiamato cos� dal cognome del sottosegretario alla Pubblica istruzione coordinatore della commissione istituita nel 1988 per rispondere alle nuove esigenze formative, diede vita a una lunga serie di indirizzi specialistici: economico o elettronico, agroindustriale o biologico, tessile e delle costruzioni. Molte di queste scuole nascevano dalle ceneri delle magistrali: il socio-psico-pedagogico o quello della formazione, il pedagogico-sociale e il liceo delle scienze sociali. Quinquennali, davano accesso all'universit� senza l�anno integrativo (magistero) necessario fino ad allora per maestri e maestre. In attesa del liceo del Made in Italy, vale la pi� recente delle tante riforme, quella della ministra Gelmini, datata 2010, che ha accorpato quattro ex magistrali nel liceo delle scienze umane, aggiunto all�artistico l�arte multimediale e la scenografia e creato il liceo musicale-coreutico, indirizzato, nelle parole del ministero, �all�apprendimento tecnico-pratico della musica e della danza e allo studio del loro ruolo nella storia e nella cultura�. Per giovinette �senza pretese� Agli inizi del Novecento si contava una liceale ogni quaranta colleghi maschi. Il crescente successo del magistrale e una pi� moderna mentalit� che spingeva anche le donne verso il liceo-ginnasio indussero, per evitare ingolfamenti, il ministro Gentile a istituire nel 1923 il liceo femminile. Per dare, si legge nel regio decreto, �un complemento di cultura generale alle giovinette che non aspirino n� agli studi superiori n� al conseguimento di un diploma professionale�. Si trattava di un percorso di tre anni che non permetteva di accedere n� a un lavoro n� all'universit�. Si studiavano italiano e latino, un po' di filosofia e diritto, ma dominavano economia domestica e lavori femminili, danza e musica. Matematica, storia, scienze e geografia erano assenti, mentre per ottenere ammissione e licenza bisognava dimostrare �gusto e signorilit� in prove di taglio e cucito, cura di abiti e biancheria, disegno su cartamodelli. Aspramente criticato, il femminile chiuse dopo cinque anni per scarsit� di iscrizioni. La canzone pi� allucinata dei Beatles (Ilpost.it) - 60 anni fa �Tomorrow Never Knows� chiuse Revolver e apr� il periodo psichedelico di John Lennon e Paul McCartney. - Uno dei fatti universalmente noti ma a cui � pi� difficile credere, parlando di musica, � che tra il primo disco dei Beatles e l�ultimo passarono solo 7 anni. La carriera della band pi� famosa e amata della storia della musica si pu� dividere in diversi modi, ma il pi� grossolano distingue i�primi Beatles, quelli del travolgente successo mondiale raggiunto con formidabili canzoni d�amore, e i secondi Beatles, quelli delle sperimentazioni e del massimo fervore creativo di John Lennon e Paul McCartney. A segnare il passaggio tra le due fasi furono due dischi, Rubber Soul del 1965 e Revolver, che usc� il 5 agosto del 1966. E a chiudere Revolver era una delle canzoni pi� amate dai veri beatlesiani, che anticip� la successiva fase psichedelica e quello che sarebbe arrivato nei dischi successivi: la ricerca di stati di coscienza alterati, la fascinazione per le filosofie orientali, l�influenza della musica indiana, la ricerca di nuove possibilit� espressive attraverso tecniche di registrazione avveniristiche per i tempi, come nastri invertiti, sovraincisioni, loop ed effetti elettronici. L�idea di �Tomorrow Never Knows� venne a John Lennon. Nell�aprile del 1966 visit� la libreria della galleria d�arte londinese Indica insieme a McCartney, nella speranza di imbattersi in qualche libro che potesse stimolare la sua creativit�. Inizialmente Barry Miles, il proprietario della libreria, gli consigli� un saggio sulla filosofia di Friedrich Nietzsche. Un famoso aneddoto racconta dell�imbarazzo di Lennon quando scopr� che pronunciava male quel nome. Lennon per� si lasci� affascinare da un altro volume: si intitolava L�esperienza psichedelica, era stato scritto dallo psicologo statunitense Timothy Leary e promuoveva l�utilizzo di sostanze psicoattive come mezzo per espandere le proprie capacit� mentali. Lennon lo divor� in pochi giorni, e decise di trarne spunto per scrivere il testo di una nuova canzone, che intitol� provvisoriamente �The Void�. Come ha raccontato il giornalista musicale Ian Leslie nel suo libro John+Paul. Una storia d�amore in musica, per Lennon lavorare a �Tomorrow Never Knows� fu anche l�occasione per dimostrare di avere un�influenza sul gruppo pari a quella di Paul McCartney, che fino a quel momento era stato il principale ideatore di molte delle innovazioni musicali dei Beatles. Era stato McCartney, soprattutto nel precedente Rubber Soul, a introdurre un modo diverso di scrivere canzoni, con arrangiamenti pi� complessi, strumenti insoliti per il rock dell�epoca e soprattutto nuove soluzioni in studio, come le sovraincisioni, che permettevano di registrare separatamente gli strumenti e sovrapporli successivamente. Di fronte a questa capacit� di innovazione musicale, Lennon scelse di distinguersi in un altro modo: e cio� portare la controcultura nelle canzoni dei Beatles. L�obiettivo di Lennon era descrivere le sensazioni che provava quando la sua mente era alterata, e per farlo viol� tutte le convenzioni del pop del tempo. Decise di non ricorrere alle rime e di utilizzare il pentametro giambico, cio� una struttura ritmica della poesia inglese basata su cinque coppie di sillabe, una accentata e una non accentata, molto usata nella letteratura classica. Mise in fila otto strofe apparentemente prive di senso, probabilmente scritte sotto l�effetto di LSD, che aveva scoperto l�anno precedente e aveva abbracciato compulsivamente. Per introdurle prese in prestito una frase dal libro di Leary, riproducendola quasi interamente: �Turn off your mind, relax and float down stream� (�Spegni la mente, rilassati e lasciati trasportare dalla corrente�). L�incisione iniziale era grezza e molto poco melodica, dato che Lennon la cant� su un solo accordo. Quando la fece ascoltare agli altri membri del gruppo e al produttore George Martin negli studi di Abbey Road, McCartney rimase entusiasta: era diversa da qualsiasi canzone mai scritta dai Beatles, e si affrett� a trovare qualche stratagemma per impreziosirla. Nonostante i noti alti e bassi della loro relazione, profondamente intima e complessa, i due fin dall�inizio avevano costruito un rapporto di sana competizione artistica, che li stimolava non solo nella composizione delle proprie canzoni ma anche nel miglioramento di quelle dell�altro. Alla fine erano tutte firmate Lennon-McCartney. In studio Lennon dava indicazioni vaghe e strampalate: disse a Martin che la canzone avrebbe dovuto suonare �come un�arancia�, o come un discorso del Dalai Lama �pronunciato dalla montagna pi� alta�. Inizialmente sugger� di cantare stando appeso a testa in gi�, ma Martin propose una soluzione molto pi� pragmatica: ossia far passare la sua voce attraverso un altoparlante rotante Leslie, solitamente utilizzato per gli organi. Quando il problema della voce fu risolto, McCartney decise di metterci del suo e abbondare con le stravaganze. Realizz� molte parti musicali su pi� nastri, tra cui un accordo orchestrale, un motivo di sitar, un suono di flauto ottenuto attraverso il Mellotron (una specie di vecchio sintetizzatore utilizzato per riprodurre suoni strumentali) e una traccia che riproduceva le sue stesse risate, che distorse fino a ottenere un suono simile al verso dei gabbiani. Poi assembl� tutti questi elementi in fase di montaggio. Il risultato fu la cosa pi� strana che i Beatles avessero composto fino a quel momento, qualcosa che non aveva nulla da spartire con la forma canzone. Era come se Lennon recitasse un mantra su una serie di frammenti sonori sovrapposti, in un flusso continuo di voci, strumenti ed effetti elettronici. �Mischiava la musica indiana con Stockhausen, la filosofia psichedelica con la poesia e la commedia inglese�, ha scritto Leslie, secondo cui �Tomorrow Never Knows� spiazz� il pubblico e la critica musicale del tempo, che faticarono a trovare le parole adatte per descrivere quella che di fatto era �una concatenazione ultraterrena di rumori�. �Tomorrow Never Knows� non fu la canzone pi� popolare di Revolver, che ne conteneva di molto meno sperimentali e pi� orecchiabili: �Here, There and Everywhere� e �Eleanor Rigby�, per esempio. Ma anticip� molte cose che i Beatles avrebbero sperimentato nella seconda met� degli anni Sessanta, quando cominciarono ad avere ambizioni d�avanguardia. Dopo la sua uscita la loro musica si distanzi� moltissimo da quella della cosiddetta �Beatlemania�, il periodo in cui i Beatles si affermarono come la band pi� famosa al mondo grazie al successo di una serie di canzoni pop orecchiabili, divertenti e romantiche. E anche la loro immagine cambi� completamente. Alla fine dell�agosto del 1966, qualche settimana dopo l�uscita di Revolver, fecero il loro ultimo tour statunitense. Da quel momento in poi diradarono moltissimo le loro apparizioni pubbliche e smisero del tutto di esibirsi dal vivo, concentrando la maggior parte degli sforzi nel lavoro in studio. Anche se non fu pi� possibile vederli dal vivo, da un punto di vista strettamente creativo quello fu il momento migliore della carriera dei Beatles, che dopo Revolver spinsero sempre un po� pi� in l� il confine del loro suono: i testi diventarono pi� surrealisti e allusivi e la musica si fece pi� enigmatica, complessa e stratificata, anche per via dell�ampissimo utilizzo di sovraincisioni, effetti sonori e manipolazioni dei nastri. Il successivo Sgt. Pepper�s Lonely Hearts Club Band (1967) fu un disco dalla rilevanza culturale enorme. Lennon e McCartney furono ancora pi� radicali nei rispettivi campi (i testi e il lavoro in studio), dimostrarono un�alchimia fenomenale e realizzarono quello che secondo molti critici � uno dei migliori album di rock psichedelico di quel decennio. La band prosegu� nella stessa direzione anche nel successivo Magical Mystery Tour (1967) e parzialmente nel cosiddetto White Album (1968), prima di abbandonare la psichedelia in Abbey Road (1969) e Let It Be (1970), il loro ultimo disco.