Ottobre 2026 n. 10 Anno XI Parliamo di... Periodico mensile di approfondimento culturale Direzione redazione amministrazione e stampa Fondazione Biblioteca Italiana per Ciechi �Regina Margherita� ETS via G. Ferrari, 5/a 20900 Monza Casella postale 285 tel. 039/28.32.71 e-mail: bic@bibciechi.it web: www.bibliotecaciechi.it Registraz. n. 19 del 14-10-2015 Dir. resp. Pietro Piscitelli Comitato di redazione: Pietro Piscitelli Massimiliano Cattani Luigia Ricciardone Copia in omaggio Rivista realizzata anche grazie al contributo annuale della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero della Cultura. Indice Tecnica e politica nella postdemocrazia Federico Garc�a Lorca: il poeta assassinato Quando mor� Rodolfo Valentino L'osteria, uno specchio della societ� Tecnica e politica nella postdemocrazia (di Simone Cosimelli, �Prometeo� n. 175/26) - L'ambiguit� della tecnica, l'intelligenza umana e artificiale, il potere nel XXI secolo. Una riflessione con Carlo Galli. - C�� una cruda constatazione, di l� dall'essere ancora puntuale, che ricorre ormai fuori e dentro le aule universitarie, nelle colonne cartacee dei quotidiani e nelle loro versioni digitali, nei podcast e nei feed social, cos� come in episodiche discussioni private. Questa: siamo immersi in societ� economicamente articolate e tecnologicamente avanzate che, senza troppe remore, hanno fatto della velocit� una cifra ontologica, della semplificazione una seducente promessa, della potenza computazionale un motore imprescindibile per lo sviluppo materiale e della disintermediazione il piedistallo da cui prende slancio la libert� individuale. I fili di questa trama sono difficili da scorgere a occhio nudo, anche quando si hanno la sensibilit� e le conoscenze per provarci. N� sembra facile lanciarsi in diagnosi avventate che poi, a conti fatti, corrono il rischio di rivelarsi inconsistenti. Si pu� per� concordare, riflettendo sull�oggi, su un elemento di fondo: il disincanto per la politica si accompagna spesso, e con intensit� crescente, all�incanto per la tecnica. E proprio per questo termini come democrazia e sovranit�, diritti e responsabilit�, progresso e conservazione non solo hanno bisogno di essere ricontestualizzati ma anche, a tratti, risignificati. D'altro canto le scienze sociali hanno introdotto categorie interpretative nuove, come quella di postdemocrazia, mentre la riconfigurazione delle forme del potere d� luogo a riassetti, anche bruschi, della convivenza civile. La stessa eredit� del Novecento persiste e insieme muta, si adatta e si cancella, procedendo spedita sulla via dello sfilacciamento selettivo. E tuttavia, rimane comunque l'essenziale: il bisogno di nutrire un pensiero critico e collettivo che possa aiutarci a gettare uno sguardo non convenzionale sul caotico XXI secolo. Qui abbiamo provato a farlo con una densa intervista al filosofo politico Carlo Galli, gi� docente di Storia delle dottrine politiche all'universit� di Bologna. Con un obiettivo: far emergere dal terreno fratturato dell'et� contemporanea ci� che non sempre � ben visibile o immediatamente percepibile, attraverso un esercizio di analisi rigoroso e ragionato, ma anche sferzante e fecondo. - Iniziamo da qui, professore. Che tipo di legame intercorre tra l�essere umano e la tecnica, intesa come complesso di conoscenze, procedimenti e metodi che orientano l�esecuzione di determinate attivit�? �Per rispondere a questa domanda possiamo guardare, prima che alle differenti fasi storiche, alla mitologia greca, al celebre racconto dei due fratelli titani: Prometeo ed Epimeteo. Il mito, narrato da Esiodo e ripreso da Platone nel Protagora, ci offre una utile chiave interpretativa. Epimeteo, �colui che pensa dopo�, ebbe l�incarico di distribuire le doti naturali a ognuna delle specie viventi. Esaur� per� tutte le risorse, come la forza, la velocit� o l'abilit� di volare, prima di arrivare all�essere umano, lasciandolo dunque nudo, privo di un tratto istintuale valido o di una struttura efficiente. In questo senso, siamo nati come soggetti carenti, incompleti e incompiuti; un mero errore dell�evoluzione. Un esperimento destinato all�estinzione. � qui, tuttavia, che interviene Prometeo, che � un po� l�antitesi di Epimeteo, il quale dona all'uomo il fuoco: l'energia intellettuale, l'ingegno trasformativo, l'abilit� creativa. La tecnica diventa allora il rimedio al deficit originario, la necessaria soluzione antropologica del divenire dell�uomo. Perci� la tecnica non si configura come un �aiuto� esterno, come una variabile eliminabile, ma � il nostro modo di esistere, definirci e differenziarci; un elemento �trascendentale� della vita associata. Dopotutto, dal punto di vista pi� strettamente storico, all�infuori della tecnica la vita umana non si � data. Se questo � il primo fondamentale concetto da cogliere, per�, c'� subito una seconda considerazione da introdurre. Un malinteso da sfatare�. - Quale? �Questo: la tecnica non � neutra. Pur se indispensabile, � sempre e comunque orientata. Il profeta Isaia, nella Bibbia, fa una distinzione e dice: una cosa sono le spade, un�altra gli aratri. Ecco, la decisione se produrre spade o aratri non � una scelta tecnica, cio� asettica e avalutativa. � una scelta politica presa non tanto sul piano istituzionale ma nei livelli di potere reale di una specifica societ�, dove esistono dislivelli tra chi comanda e chi subisce la direzione dello sviluppo. Oggi, in particolare, tendiamo a sottovalutare questo aspetto, se non proprio a dimenticare che dietro ogni oggetto tecnico c'� un soggetto politico, c'� una configurazione di potere umano che ha deciso di investire in una determinata direzione invece che in un'altra. Assegnare un ruolo a s� stante alla tecnica � del tutto fuorviante. Non esiste una tecnica che domina in astratto: esistono persone, legate a interessi precisi, che se ne servono per produrre certi effetti di dominio su gruppi pi� o meno estesi�. - Viviamo in un tempo in cui, sia dall'alto che dal basso, non di rado si prefigura l'approdo stabile della tecnica al potere come principio ordinatore della realt�. Quasi fosse l'unica vera garanzia per procedere con soluzioni mirate e misurate capaci di risolvere problemi sociali complessi. Per� le chiedo: cos'� in fondo la tecnocrazia, se vogliamo usare questo termine? �Un'invenzione. Un costrutto ideologico. A volte un comodo alibi. Se intendiamo con questo termine, tecnocrazia, il primato di un potere tecnico autonomo e svincolato dal contesto entro cui si colloca allora siamo di fronte a una contraddizione in termini, perch� la tecnica, per sua natura, non ha una volont� propria e non esercita un Kratos da sola. � uno strumento al servizio di un potere, come pu� essere quello del capitale o dello Stato. Eppure l'evocazione retorica della tecnocrazia � una mossa vincente perch� le societ� contemporanee hanno bisogno di pensare che esista qualcosa di oggettivo a cui delegare le scelte pi� difficili. Ma un fucile, un missile non sono oggettivi, cos� come non lo � un algoritmo. Il funzionamento di un algoritmo pu� dipendere dal lavoro di una schiera di ingegneri che non pongono domande, vengono pagati per eseguire compiti e raggiungere risultati prefissati. In fondo, niente � strettamente oggettivo e quindi nemmeno la tecnica. Non lo siamo nemmeno noi, come esseri umani: per fortuna siamo sempre stati soggettivi. A volte basterebbe osservare in maniera non superficiale ci� che ci circonda, le nostre societ�, e chiedersi: perch� esiste questo manufatto tecnico e non ne esiste un altro? Quali filiere teoriche e pratiche convergono su di esso? Perch� siamo portati a privilegiare alcune funzioni di un dato oggetto anzich� metterle in discussione? Certo, usare questo approccio � faticoso�. - In che senso? �La continua ricerca della genealogia, la costante analisi critica richiede accumulazione di conoscenza, sensibilit� culturale, sforzi prolungati. � molto pi� comodo, al contrario, assecondare l'esistente, soprattutto se l'esistente fa di tutto per convincerci di essere, se non del tutto benevolo, quanto meno neutro. Insomma, innocuo. Ma quando si parla di governo tecnico non si dice governo imparziale, si dice qualcos'altro, che lo si sappia o no: si dice governo che fa quello che i poteri dominanti vogliono che venga fatto in un dato momento; senza tante discussioni. Vedere nella tecnica il principio ordinatore della realt�, un principio appunto neutrale, serve a far passare per oggettive e inoppugnabili delle scelte che sono, nella loro essenza, arbitrarie e soggettive. Cio� politiche. Per chi detiene il potere, questo � il modo pi� efficace per evitare contrasti e conflitti. Se il mondo viene visto come un piano omogeneo dove le strade da seguire sono obbligate, la politica intesa come capacit� di riorientare l'assetto presente dei poteri scompare e con essa le responsabilit� di quel che avviene e di quel che non avviene, di quel che si fa o non si fa. Basti pensare alla questione climatica o alle disuguaglianze economiche. Al contempo, anche per chi non ha potere questa prospettiva depoliticizzante pu� essere seducente. Consente di coltivare l'illusione che gli esperti al potere, i ragionieri o gli ingegneri che fanno i politici, possano davvero garantire, a tutti noi, un ordine ben regolato, privo di attriti e armonioso. In questo caso siamo di fronte al desiderio di un mondo senza �perch�, dove la meraviglia aristotelica, che sconcerta e attiva il pensiero, che destabilizza e che d� inizio alla filosofia, viene invece sostituita dalla remissivit� dell'utente. Dalla passivit�. Dalla deresponsabilizzazione collettiva�. - Come si inserisce, in tutto questo, il dibattito sull'Intelligenza artificiale? �La societ� digitalizzata � frutto di un cambiamento e ha determinato, per molti versi, alcune discontinuit� rispetto al passato, ma quello che noi vediamo oggi, come succede con l'intelligenza artificiale, non nasce dal caso. Non � un accidente della storia. Spesso si considera l'intelligenza artificiale come un soggetto a s� stante; il soggetto di una frase. L�intelligenza artificiale fa, scrive, risponde, crea. La formulazione esatta dovrebbe essere un'altra. Cio�: coloro i quali inventano, implementano, introducono nei processi produttivi e negli ambienti sociali l'intelligenza artificiale producono, o si aspettano di produrre, alcuni effetti e certe risultanze. Quello che noi usiamo, insomma, non nasce spontaneamente. � l'esito di enormi investimenti. Deriva dalla presenza di stabilimenti di dimensione mostruosa finalizzati alla raccolta, alla conservazione e alla gestione dei dati. E funziona grazie a migliaia e migliaia di specialisti formati, con anni di studio, nelle universit�. L�intelligenza artificiale, nella sua configurazione attuale, non scende dal cielo. Qualcuno ci ha scommesso spendendo un mucchio di soldi per perseguire delle finalit�, per ottenere un posizionamento in senso lato politico, o anche solo nella speranza di guadagnarne ancora di pi��. - Tra l'altro, dovremmo forse farci qualche domanda in pi� su questa definizione, �intelligenza artificiale�? �Questa tecnologia artificiale lo �, perch�, di base, � un artefatto. Ma dell'intelligenza, come la intendiamo quando ci riferiamo agli esseri umani, le manca tutto. Non ha l'essenza del pensiero umano: la scontentezza del mondo, la curiosit� critica, l'attitudine a contestare l'esistente e immaginare alternative, incessantemente. L�AI si nutre di dati, forniti gratuitamente da noi o recuperati dalla rete, che poi assembla sulla base di algoritmi con procedimenti di carattere probabilistico. Non fa esperienza, non ha passioni, non prova dolore, non decostruisce il presente. Usare l'intelligenza umana significa compiere uno scarto, un gesto di rottura rispetto alla norma. Innovare superando lo stato di cose presenti. La macchina, invece, seguendo una logica statistica, tende ad assecondarci, a rispondere in base alla media dei �precedenti�. � conservativa. Certo: � molto utile, ma non intelligente. Noi, allora, non dobbiamo contestare la tecnica di per s�, il che sarebbe assurdo: la tecnica fa parte dell'esistenza umana. Dobbiamo per� capire chi modula e controlla la tecnica, riconoscere i soggetti umani che la orientano e su quali presupposti questa tecnica viene introdotta nella societ�. Esiste oggi una concentrazione di potere che sta agevolando la trasformazione della dimensione sociale in un immenso tracciato elettronico riprodotto su milioni di schermi che individualizza la vita dei singoli e comprime la sfera pubblica e politica. � un nuovo dominio travestito da pura efficienza. Insomma, vedere tutta la Silicon Valley intorno al presidente degli Stati Uniti vorr� dire qualcosa, o no? E perch� non dovremmo riflettere sul fatto che un Elon Musk esercita un potere politico informale ma enorme, molto pi� incisivo, ad esempio, di un senatore eletto al Congresso, che � portatore di un potere formale ma ben meno rilevante? Il rischio, arrivati a questo punto, non � che le macchine diventino umane, ma l'imitation game al rovescio: che noi siamo spinti a ragionare come macchine, comprimendo la complessit� del pensiero a frame prefissati che ci vengono imposti�. - Dentro quella che lei, e non solo lei, chiama post�democrazia si deve dunque recuperare il valore della politica? Occorre tornare a parlare di collettivit�, al plurale, che discutono, scelgono, fanno e cercano di lasciare un segno? �La post-democrazia rappresenta quel sistema in cui la facciata delle istituzioni - elezioni, partiti, parlamento - rimane intatta, ma il loro contenuto � stato svuotato e il potere reale � migrato altrove: verso la governance algoritmica, i mercati finanziari e i grandi centri di potere che qualcuno, nell'ambito delle scienze sociali, comincia a definire tecno-feudali. In questo scenario, il cittadino non � pi� un soggetto attivo, ma un �utente� atomizzato, profilato e i cui comportamenti vengono sorvegliati da tecnologie che lo vogliono uguale solo a se stesso. La societ�, la cui stessa esistenza � stata messa in dubbio dalla signora Thatcher, � in balia, oggi, di centri di potere che esercitano un comando al di fuori delle mediazioni politiche tradizionali. Per uscire da questa condizione, � indispensabile recuperare la necessit� della politica, intesa non come rissa mediatica o sfogo sui social media, ma come l'agire in comune per rivendicare il diritto di decidere sui fini della convivenza civile e cos� cercare di perseguire altre idee di felicit�. Recuperare la politica significa tornare a formare collettivit� plurali che discutono, criticano e poi producono azione collettiva. Per farlo, per�, non basta la rabbia istintiva; serve un investimento intellettuale che riparta dalla scuola, dall'universit�, dalla societ� civile. Occorre non aver paura di osservare il sistema dietro al singolo problema e soprattutto rompere il �presentismo� nel quale siamo immersi�. - Lei ha scritto anche in merito al concetto di sovranit� democratica. Tuttavia, oggi, non assistiamo forse a un'eclissi delle vecchie forme di sovranit�? �L�eclissi c'� ed � riscontrabile. Ma, appunto, non va scambiata per una scomparsa del potere; si tratta, piuttosto, di una sua radicale e opaca dislocazione. Il superamento della sovranit� democratica, nel contesto di un riallineamento degli equilibri mondiali che lo Stato�nazione non pu� pretendere di gestire come in passato, sta avvenendo attraverso l'imposizione dall'esterno di paradigmi che, lungi dal portare verso forme di libert� universali, hanno connotazioni apertamente anti-popolari, cio� antidemocratiche. La sovranit� degli Stati moderni � stata messa in crisi dai processi economici globali che, nati all'interno dei confini nazionali, hanno poi sfondato quegli stessi confini. Al momento, mentre grandi paesi come Stati Uniti, Russia e Cina mantengono un potere politico su larga scala, gli Stati europei hanno dimensioni che non permettono pi� loro di �competere� singolarmente. La stessa Unione Europea � un mosaico di Stati a sovranit� limitata, principalmente a causa del fatto che l'integrazione � avvenuta per via �funzionalista� e non attraverso una vera volont� politica federativa. Un popolo europeo che intoni un �We the People�, per dare vita a un potere costituente transnazionale, ancora non c'� e forse non ci sar� mai. I ceti politici nazionali non sembrano disposti a cedere i propri poteri per creare una grande federazione�. - C'� spazio per un ottimismo della volont�, a fianco del pessimismo della ragione? �Ma certo. Lo spazio esiste, ma per trovarlo non possiamo fare affidamento su velleitari slanci sentimentali, o su contestazioni generiche guidate dall'indignazione; spesso giustificatissime ma inconcludenti. Serve ben altro. Serve quella che una volta si chiamava �la fatica del concetto�. Serve, anche se in direzione alternativa, lo stesso tipo di sforzo che il neoliberalismo ha iniziato ad operare tra la met� degli anni Settanta e la met� degli anni Ottanta. Insomma, una vera e propria rivoluzione culturale. Dobbiamo alimentare, nutrire e mantenere vivo il pensiero critico, cio� l'intelligenza umana, in ogni ambito; continuamente e incessantemente. Dobbiamo pensare in modo serrato e sistematico, invece di perderci in liti irrilevanti su questioni occasionali. E poi, per quanto riguarda la riflessione sulla tecnica, smettere di accettare la facilitazione estrema dell'esistenza, la cosiddetta semplificazione, come un bene in s�, come un traguardo da raggiungere. La partita non � finita: finch� saremo capaci di pensare che ci� che esiste � il prodotto di decisioni umane storicamente situate, allora rester� aperta la possibilit� di prendere decisioni differenti�. Federico Garc�a Lorca: il poeta assassinato (di Massimo Manzo, �Focus Storia� n. 239/26) - A novant�anni dalla morte, la sua fine ha ancora molti punti da chiarire. - �L'orologio canta/ conto le ore meccanicamente/ le sette, le dodici/ � tutto uguale/ io non sono qui/ � il segno della carne/ che ho lasciato quando sono partito/ per conoscere il mio posto/ al mio ritorno�. Nel 1933, Federico Garc�a Lorca annotava questi versi sul retro di un manoscritto del Divan del Tamarit, l'opera con cui voleva omaggiare i poeti arabi della �sua Granada. Per oltre novant'anni queste parole sono rimaste nascoste, finch� nell'aprile 2026 sono riemerse quasi per caso, grazie al ritrovamento del manoscritto su cui erano impresse, acquistato dal cantante Miguel Poveda e autenticato dalla studiosa Pepa Merlo. Tre anni dopo averli composti, il poeta veniva arrestato e fucilato proprio nei pressi di Granada. Il suo corpo non fu mai ritrovato e da allora, sulla sua fine, si sono addensati interrogativi, dubbi e ipotesi mai provate. Primogenito di quattro figli, Lorca nacque il 5 giugno 1898 nel paesino di Fuente Vaqueros (Granada), figlio di un agiato proprietario terriero e di una maestra. Il bambino, di salute cagionevole, crebbe immerso nelle suggestioni popolari della campagna andalusa: canti, riti e tradizioni contadine che avrebbero lasciato un'impronta profonda su tutta la sua poetica. Garc�a Lorca fin da piccolo mostr� una spiccata inclinazione per la musica, in particolare per il pianoforte, che studi� con dedizione sognando una carriera da concertista. Quando lui aveva 11 anni, nel 1909, la famiglia si stabil� a Granada. Nel 1914 si immatricol� all'universit� e l'anno successivo, a 17 anni, inizi� a studiare giurisprudenza per assecondare il padre. Si laure� nel 1923, anche se negli anni universitari pi� che ai codici e alle leggi era interessato alla letteratura e al teatro, complici anche i primi viaggi culturali attraverso il Paese. A vent'anni, nel 1918, pubblic� infatti Impresiones y paisajes, opera in prosa frutto di quelle esperienze. Nel 1919 si trasfer� a Madrid, entrando nella Residencia de Estudiantes, uno dei centri culturalmente pi� vivaci nella Spagna dell'epoca. Qui conobbe una nuova generazione di intellettuali, chiamata in seguito Generazione del '27, di cui facevano parte artisti come Salvador Dal� e il regista Luis Bu�uel. Questo ambiente di sperimentazione continua lo spinse verso forme espressive sempre pi� libere: nel 1921 pubblic� Libro de poemas, raccolta ancora legata al folclore spagnolo in cui si intravedevano per� gi� alcuni dei temi destinati a diventare centrali nella sua opera, come il destino, il desiderio, la morte e l'identit�. In quegli anni il giovane poeta faceva i conti per� con una dimensione privata tormentata, segnata dalla scoperta della propria omosessualit�, vissuta in un contesto sociale bigotto e omofobo, e da relazioni complesse, come quella con Dal�. Ma fu proprio allora che arriv� la consacrazione artistica, con la pubblicazione nel 1928 del Romancero gitano, una raccolta definita dallo stesso autore �tragico poema dell'Andalusia�, in cui ballata popolare, modernit� e simbolismo si intrecciano. Ne sono un esempio versi come quelli della poesia Romance de la Guardia Civil espa�ola, che raccontano la repressione delle autorit� nei confronti dei gitani: �I cavalli sono neri/ Nere le ferrature/ Sui mantelli brillano/ macchie d'inchiostro e cera/ Hanno, per questo non piangono/ di piombo i teschi. Con l'anima di vernice/ salgono dalla strada�. Il successo fu travolgente, ma Lorca si sent� presto intrappolato nell'etichetta di �tradizionalista� e �poeta gitano�, affrontando sul piano personale la rottura di molte amicizie e scivolando in una crisi depressiva. Per uscire da quell'impasse, nel 1929 decise di partire per gli Stati Uniti. A New York entr� in contatto con una realt� urbana segnata da disuguaglianze sociali e dal trauma del crollo di Wall Street, che lo colp� profondamente. L'esperienza nel continente americano, proseguita a Cuba, trasform� ulteriormente la sua poetica, confluita poi nella raccolta Poeta en Nueva York. Quando rientr� in Spagna nel 1930, Lorca aveva davanti a s� una nuova stagione artistica, destinata a intrecciarsi di l� a poco con anni drammatici della storia spagnola. La fine della dittatura di Primo de Rivera e l'avvento della Seconda Repubblica avevano creato un clima di rinnovamento in cui Garc�a Lorca si sentiva a suo agio. Assunse la direzione della compagnia teatrale universitaria La Barraca, portando i classici del teatro spagnolo nei villaggi e nelle piazze. La sua fama continuava ad essere internazionale, tanto che durante un nuovo viaggio in Argentina, nel 1933, fu accolto come una celebrit�. Nel frattempo per� la situazione in Spagna si fece sempre pi� tesa. Dopo la vittoria del Fronte popolare del febbraio del 1936, lo scontro tra sinistra repubblicana e destra conservatrice si fece sempre pi� violento. Nel luglio di quello stesso anno una parte dell'esercito si sollev� contro il governo: la rivolta inizi� nel Marocco spagnolo e si estese alla madrepatria, dando avvio alla Guerra civile spagnola, che nel 1939 sfoci� nella dittatura di Francisco Franco. Lorca non era un militante e non si schier� apertamente, ma in quel clima risultava comunque vulnerabile: era vicino agli ambienti liberali, simpatizzava per la Repubblica e conduceva una vita privata che la Spagna pi� conservatrice giudicava scandalosa. Cos�, temendo per la propria incolumit�, si rifugi� a casa dell'amico e poeta Luis Rosales Camacho. Tuttavia, il 16 agosto 1936 fu arrestato da miliziani nazionalisti e trasferito a Viznar, in un luogo usato come carcere improvvisato. Nella notte tra il 18 e il 19 agosto fu portato lungo la strada verso Alfacar e fucilato insieme ad altri. Il suo corpo fu gettato in una fossa comune. La notizia dell'uccisione dell'�Omero spagnolo� suscit� indignazione nel mondo, ma il regime mantenne il silenzio sulla vicenda, alimentando dubbi sulla sua morte. Solo pi� tardi emerse un rapporto di polizia di epoca franchista in cui veniva definito �socialista� e �massone� e dove era accusato di �pratiche omossessuali�. Le ragioni di quella brutale esecuzione sono state oggetto di diverse ipotesi. La pi� accreditata � quella politica: nell'estate del 1936, la repressione nazionalista colpiva simpatizzanti, militanti e presunti sostenitori del Fronte popolare. In questo contesto Lorca, per le sue idee progressiste, le frequentazioni repubblicane e il prestigio pubblico, appariva come un intellettuale scomodo. A pesare fu probabilmente anche la sua omosessualit�, in un clima segnato da una forte omofobia. Ma il quadro � reso complesso dalle dinamiche locali. Lorca si era rifugiato in casa dei Rosales, famiglia vicina alla Falange (che appoggiava i franchisti), pensando di essere protetto. Alcuni di loro tentarono effettivamente di salvarlo, ma a denunciarlo e a guidarne l�arresto fu Ramon Ruiz Alonso, ex deputato della destra cattolica, legato a un gruppo rivale dei falangisti che lo ospitavano. La sua cattura potrebbe essere stata il frutto di un regolamento di conti tra gruppi locali. Negli ultimi anni � per� emersa una pista ancora pi� inquietante. All'arresto del poeta avrebbero contribuito vecchi rancori personali ed economici nella sua famiglia, alimentati da ambienti della destra locale. In questo scenario potrebbe avere avuto un peso La casa di Bernarda Alba, l�ultima opera di Lorca, ritratto duro di una famiglia chiusa, autoritaria e ossessionata dall�onore, interpretato da alcuni parenti come un attacco personale. Pi� che sostituire il movente politico, questa pista lo amplia: la morte di Lorca sembra maturata nell�intreccio tra repressione ideologica, omofobia, rivalit� e risentimenti familiari. Solo una cosa � certa: nessuna delle ricerche condotte finora per ritrovare il suo cadavere ha avuto successo. Un triste destino che lui stesso, anni prima, aveva profetizzato: �Quando si inabissarono le forme pure/ sotto il cricri delle margherite/ compresi che mi avevano assassinato/ Percorsero i caff� e i cimiteri e le chiese/ aprirono le botti e gli armadi/ distrussero tre scheletri per strappare i loro denti d'oro/ Non mi trovarono pi��. Se il martoriato corpo di Federico Garc�a Lorca � scomparso, l'opera � rimasta, splendida e intatta, nella letteratura del Novecento. Quando mor� Rodolfo Valentino (Ilpost.it) - Cento anni fa la morte del celebre attore italiano provoc� esternazioni pubbliche di dolore con pochi precedenti. - Il 15 agosto 1926 il centralino del Polyclinic Hospital di New York cominci� a ricevere circa duemila telefonate l�ora. Erano tutte indirizzate a Rodolfo Valentino, che in quel momento era uno degli attori pi� famosi del mondo, aveva 31 anni ed era stato operato d�urgenza per un�ulcera gastrica perforata. Nei giorni successivi l�ospedale dovette aprire un ufficio informazioni al piano terra per gestire le donne e le ragazze che si presentavano di persona a chiedere notizie sulla sua salute. L�ospedale dovette anche chiamare due centraliniste in pi� solo per rispondere alle chiamate dei fan. I giornali pubblicavano bollettini medici in prima pagina, riportando anche le variazioni minime nelle sue condizioni. Valentino sembr� riprendersi, ma ebbe una ricaduta e mor� il 23 agosto per peritonite ed endocardite settica. A cent�anni di distanza, � ormai comune che quando una persona famosa muore in giovane et� migliaia di fan la piangano pubblicamente, partecipino al funerale, formino assembramenti spontanei nei luoghi a lei associati e talvolta tornino a visitarne la tomba negli anni. Nel 1926, per�, fu una reazione inaspettata. Il Washington Times pubblic� la prima edizione straordinaria mai dedicata a un attore. Variety riport� che moltissime donne in giro per gli Stati Uniti si misero a piangere leggendo la notizia, e sottoline� che una cosa del genere non era mai successa nemmeno per la morte di un presidente. I giornali riportarono anche diversi casi di fan che si erano suicidate per la disperazione: alcuni furono effettivamente confermati, come quello di una donna che mor� somministrandosi del veleno e fu trovata circondata di fotografie di Valentino, ma buona parte dei casi non venne mai verificata. Reazioni di massa del genere erano gi� avvenute in Europa, ma per personaggi di tipo diverso. Tre anni prima, nel 1923, a Parigi era morta l�attrice teatrale Sarah Bernhardt, che era diventata una delle prime celebrit� internazionali dopo una lunga tourn�e mondiale negli anni Ottanta dell�Ottocento: alcune cronache dell�epoca raccontano che al suo corteo funebre parteciparono centinaia di migliaia di persone. Nel 1824 la morte del poeta inglese George Byron aveva provocato reazioni pubbliche altrettanto intense, con presidi di polizia a contenere la folla e cronache che parlavano di una confusione senza precedenti. La differenza, rispetto a Byron e a Bernhardt, riguarda il tipo di rapporto che il pubblico aveva sviluppato con Valentino. Il cinema, infatti, aveva per la prima volta reso possibile un tipo di vicinanza percepita molto diverso rispetto al teatro o ai libri: le persone in sala avevano visto le espressioni di Valentino in una quantit� e a una distanza che ai tempi erano possibili soltanto con coloro con cui convivevano. A questo si aggiungeva quello che le riviste per appassionati pubblicavano tra un film e l�altro sulla sua casa, sui suoi matrimoni e sulle sue abitudini. Oggi si parla di �relazione parasociale�. L�espressione venne coniata nel 1956 dai sociologi statunitensi Donald Horton e Richard Wohl in un articolo sulla rivista Psychiatry, in cui spiegavano che i mezzi di comunicazione di massa producevano un legame tra persone famose e pubblico che veniva vissuto come una conoscenza personale pur essendo a senso unico. Nel 1926 questo genere di rapporti era una novit� recentissima, resa possibile da un mezzo che esisteva da poco pi� di trent�anni. Valentino era nato nel 1895 a Castellaneta, in provincia di Taranto, con il nome di Rodolfo Guglielmi. Arriv� a New York nel 1913 in cerca di lavoro, e dopo un periodo tumultuoso a New York si spost� in California, dove il settore del cinema muto era in rapida espansione. Cominci� a lavorare a Hollywood in parti minori: i direttori del casting lo consideravano adatto a fare il cattivo, l�aristocratico straniero o il seduttore, perch� i suoi tratti e i suoi modi corrispondevano agli stereotipi dell�epoca sugli europei del sud. Il suo primo ruolo importante arriv� nel 1921, quando la sceneggiatrice June Mathis insistette per farlo scritturare in I quattro cavalieri dell�Apocalisse. La sequenza in cui Valentino balla il tango divenne una delle pi� discusse del cinema americano, e nello stesso anno usc� Lo sceicco, che ne fece una star internazionale. A distinguere Valentino dagli altri attori famosi dell�epoca era il modello di virilit� che portava sullo schermo, molto lontano dagli eroi taciturni o atletici interpretati da William S. Hart o Douglas Fairbanks. Le case di produzione costruirono attorno alla sua innata sensualit� e al suo fascino �esotico� la figura del �latin lover�, e i suoi film vennero promossi puntando esplicitamente sull�attenzione delle spettatrici, in un periodo in cui il pubblico femminile veniva riconosciuto per la prima volta come un gruppo con un peso economico rilevante. Anche il modo in cui veniva trattato dai registi era piuttosto diverso rispetto ai suoi colleghi dell�epoca. Le scene erano costruite perch� lo spettatore guardasse approfonditamente il suo corpo, il suo volto, il suo modo di muoversi e i costumi che indossava, con un�attenzione che all�epoca era riservata principalmente alle attrici donne. A questo si aggiungeva il tipo di emotivit� che i suoi personaggi esprimevano, fatto di sguardi lunghi, gelosie e dichiarazioni, in un registro che il cinema americano dell�epoca attribuiva soprattutto ai personaggi femminili. Gran parte di quello che sappiamo sul fandom di Valentino proviene dalla stampa dell�epoca e dal materiale promozionale delle case di produzione, che avevano un interesse a raccontarlo come un fenomeno eccezionale. Miriam Hansen, che al culto di Valentino dedic� un celebre saggio nel 1986, ha notato che le sue biografie riportano tutte le stesse scene di donne che lo tartassano di telefonate o gli strappano i vestiti di dosso quando lo vedono in giro, senza per� dare dettagli verificabili. Quel che � certo � che proprio in quegli anni l�industria del cinema stava costruendo i primi canali per trasformare l�interesse del pubblico verso gli attori in ricavi. Le riviste per appassionati pubblicavano ritratti fotografici a piena pagina pensati per essere ritagliati e appesi, interviste, rubriche di posta e resoconti sulla vita privata delle celebrit�. Photoplay, la principale, aveva gi� nel 1918 una tiratura di oltre 200mila copie. Valentino ci compariva in continuazione, e ci pubblic� anche testi firmati da lui: i numeri in cui comparve un suo racconto autobiografico furono tra i pi� venduti della storia della rivista. Quando venne reso noto il nome dell�impresa funebre che ne aveva preso in carico la salma, il 24 agosto 1926, talmente tante persone si presentarono alla sede che per ripristinare l�ordine servirono oltre cento agenti a cavallo e la riserva della polizia di New York. Si stima che al suo funerale, che si tenne a Manhattan il 30 agosto, parteciparono circa centomila persone. Valentino fu sepolto in una cripta all�Hollywood Memorial Park, che oggi si chiama Hollywood Forever. L'osteria, uno specchio della societ� (di Alex Revelli Sorini, Taccuinigastrosofici.it) - Storia e evoluzione di un�istituzione che dura nel tempo. - L'osteria non � soltanto un luogo dove si mangia e si beve. � uno specchio della societ�, un teatro popolare, un laboratorio antropologico dove si intrecciano viaggio, fame, identit�, commercio, amicizia, politica e trasgressione. � anche, in un senso preciso, una delle istituzioni pi� longeve della civilt� occidentale: sopravvissuta all'Impero romano, alle pestilenze medievali, alle rivoluzioni borghesi e all'avvento della televisione. Cambia forma, cambia nome, cambia clientela � ma non smette di esistere. Vale la pena chiedersi perch�. Le radici della parola La parola osteria porta con s�, gi� nell'etimo, tutta la sua storia. Deriva dal latino hospes, che indicava insieme l'ospite e il padrone di casa � una ambivalenza fondamentale, perch� nel mondo antico il rapporto di ospitalit� era reciproco, quasi sacro. Da hospes discende in latino volgare hostis nel senso di �straniero accolto�, poi hostarius, infine l'italiano medievale oste. L'osteria � dunque, letteralmente, il luogo dell'oste: di colui che accoglie lo straniero. Dentro questa radice c'� gi� tutto il programma antropologico del luogo: non uno spazio neutro di scambio commerciale, ma uno spazio di relazione. L'incontro tra chi arriva e chi rimane. Tra il mobile e il fisso, tra il viandante e il sedentario. � una soglia, non un interno. Il mondo antico: cauponae, popinae e la gerarchia del bere Le prime forme riconoscibili di osteria compaiono nel mondo romano, lungo le strade consolari che attraversavano l'Impero. Ma gi� qui � necessaria una distinzione che l'uso moderno tende ad appiattire: caupona, popina e taberna vinaria erano luoghi diversi, con clientele diverse e reputazioni sociali molto diverse. La taberna vinaria era semplicemente un'osteria del vino, spesso gestita da un caupo che vendeva anche qualche vivanda fredda. La caupona aveva funzione pi� esplicitamente ricettiva: vino, cibo, un giaciglio per la notte, stalla per i cavalli. La popina era invece il luogo pi� popolare e pi� disprezzato: una sorta di friggitoria da strada dove si mangiavano cibi caldi a buon mercato, frequentata da schiavi, liberti, lavoratori manuali. Seneca, nelle Epistulae morales, scrive di non riuscire a concentrarsi per il rumore proveniente dalla popina sotto casa sua. Giovenale le descrive come luoghi di vizio, dove si gioca, si beve oltre misura e si conclude ogni tipo di affare losco. Questo disprezzo dei ceti elevati per la taverna popolare � uno dei Leitmotiv che attraverser� tutta la storia occidentale: ancora nel Settecento i viaggiatori del Grand Tour descriveranno con orrore le locande italiane, e ancora oggi certi ristoranti �di alta cucina� costruiscono la propria identit� in opposizione alla trattoria. Eppure erano proprio queste popinae e cauponae a tenere in vita il sistema della mobilit� antica. A Pompei ne sono ancora visibili decine, con i banconi in muratura e le anfore incassate che conservavano vino e vivande. Senza di loro, l'Impero � che si reggeva su strade, commerci, messaggi, spostamenti di truppe � non avrebbe funzionato. Il cibo che vi si serviva era semplice e standardizzato: pane, olive, legumi bolliti, formaggio, pesce salato, vino allungato con acqua e talvolta aromatizzato con miele o spezie. Una cucina di viandanti, pensata per ricostituire le forze in fretta. Non ancora una cucina d'identit� territoriale, ma gi� una cucina di sopravvivenza condivisa. Il Medioevo: pellegrini, mercanti e la morale dell'osteria Con il crollo dell'Impero romano d'Occidente e il progressivo disfacimento della rete stradale, la mobilit� si riduce ma non scompare. La rinascono, su percorsi diversi, i flussi che tengono in vita i luoghi di sosta: pellegrinaggi, fiere, transumanze, eserciti, corrieri diplomatici. Nel Medioevo l'osteria � ancora � come nell'antichit� � un luogo totale: alloggio, cucina e stalla in un unico spazio. Solo a partire dal Seicento si differenzieranno progressivamente l'albergo (ricettivo), la locanda (misto), la trattoria (solo cucina). Per secoli, chi arrivava in un borgo sconosciuto cercava l'oste come punto di riferimento universale: l'uomo che sapeva tutto, conosceva tutti, poteva risolvere quasi ogni problema pratico. Le osterie si moltiplicano lungo le vie di pellegrinaggio: la Via Francigena, che da Canterbury portava a Roma, era punteggiata di hospitia, spesso gestiti da monasteri ma sempre affiancati da esercizi pi� laici e pi� spregiudicati. I pellegrini � che costituivano uno dei flussi di mobilit� pi� intensi dell'Europa medievale � erano clienti particolari: poveri per vocazione o per necessit�, ma presenti in numero straordinario. Attorno a loro si sviluppava un'economia dell'accoglienza che comprendeva l'alloggio, il cibo, la vendita di reliquie e oggetti sacri, e naturalmente anche truffe e furti. La letteratura didattica medievale mette in guardia il pellegrino dall'oste disonesto come da uno dei pericoli del viaggio. Ma la stessa letteratura rivela, in negativo, quanto le osterie fossero luoghi vitali, animati, necessari. La Chiesa guardava le osterie con sospetto strutturale. I libri penitenziali � manuali per la confessione redatti a partire dall'alto Medioevo � elencano tra i peccati la frequentazione delle taverne, il gioco d'azzardo, il bere eccessivo. Vari concili cercarono di vietare ai chierici di entrare nelle osterie se non per necessit� di viaggio. Il IV Concilio Lateranense (1215) ribadisce queste restrizioni. Il paradosso, naturalmente, � che i chierici in viaggio avevano spesso bisogno delle osterie tanto quanto i laici. Il punto non � la moralit� individuale, ma la struttura dell'osteria come spazio sottratto al controllo ecclesiastico e signorile. Nelle osterie si parlava liberamente, si rompevano gerarchie, si mescolavano condizioni sociali. Un nobile poteva trovarsi a tavola con un mercante, un pellegrino con un soldato, un giullare con un notaio. Questa promiscuit� temporanea era vissuta dalla societ� ufficiale come perturbante � e ne faceva, antropologicamente, uno spazio di straordinaria fertilit� culturale. Gi� nel Trecento, a Bologna, si contavano circa 150 osterie. A Venezia le osterie legate al commercio internazionale avevano funzioni quasi consolari: erano punti di riferimento per mercanti stranieri, luoghi di contrattazione, depositi informali di notizie. Il Mediterraneo medievale era una rete di scambi che aveva nell'osteria uno dei propri nodi pi� capillari. Rinascimento e prima modernit�: il teatro del popolo Tra Quattrocento e Seicento l'osteria si consolida come istituzione urbana e letteraria. Entra nella grande narrativa italiana come scenario privilegiato di imbrogli, passioni, equivoci e incontri. Nel Decameron di Boccaccio, nelle novelle di Bandello, nelle commedie di Ariosto, l'osteria � il luogo dove la trama pu� accadere: uno spazio di sospensione delle regole ordinarie, dove l'identit� � mobile, i travestimenti funzionano, le gerarchie sono instabili. Non � un caso. L'osteria era davvero uno spazio liminale nel senso antropologico del termine: un luogo di soglia, dove le categorie sociali erano temporaneamente sospese. Non si era a casa propria, non si era in una chiesa, non si era in un palazzo. Si era in transito, e il transito permetteva libert� che il quotidiano non consentiva. L'oste acquista in questo periodo un ruolo quasi rituale. Non � solo un venditore di vino e cibo: � un mediatore sociale, un archivio vivente, un garante informale degli scambi. Conosce tutti i viaggiatori di passaggio, sa chi cerca lavoro e chi offre alloggio, chi ha debiti e chi ha crediti. In molti piccoli centri italiani l'oste era la figura pi� informata del paese � il primo a sapere le notizie, il primo a diffonderle. Sul piano gastronomico, il Rinascimento � anche il momento in cui le cucine regionali italiane cominciano a consolidarsi in forme riconoscibili. Le osterie ne sono i principali vettori: non perch� servissero piatti elaborati � la cucina delle osterie era e resta popolare, legata ai prodotti locali disponibili � ma perch� erano i luoghi dove le tradizioni alimentari si trasmettevano, si confrontavano, si adattavano ai gusti di una clientela mobile. In Toscana nascono le fiaschetterie, specializzate nel vino sfuso; a Roma le osterie del Trastevere costruiscono una propria identit� conviviale legata alla cucina del quinto quarto; a Venezia le b�cari sviluppano una cultura del cibo da bere � i cicchetti � che sopravvive fino a oggi. Ogni territorio declina il modello dell'osteria in forme locali specifiche, creando quella straordinaria biodiversit� gastronomica che � ancora uno dei tratti distintivi dell'Italia. Il Settecento e il Grand Tour: lo sguardo dello straniero Tra Seicento e Ottocento le osterie italiane entrano in un nuovo tipo di letteratura: quella dei viaggiatori stranieri che percorrono la penisola per cultura, curiosit� o necessit�. Il Grand Tour � il viaggio di formazione delle �lite europee attraverso l'Italia � produce una quantit� enorme di diari, lettere e memorie, e le osterie vi occupano un posto di primissimo piano. Ma lo sguardo di questi viaggiatori � quasi sempre critico, spesso scandalizzato. Michel de Montaigne, nel suo Journal de voyage en Italie (1580-81), annota con scrupolo certosino le caratteristiche delle locande che attraversa: letti infestati di insetti, vino acido, cibo scarso e mal cucinato, ostesse sospettose. Tobias Smollett, nelle Travels through France and Italy (1766), � ancora pi� severo: le locande italiane sono sudice, gli osti ladri, il cibo immangiabile. Charles de Brosses, nelle Lettres famili�res sur l'Italie (1739-40), alterna lamentele sulle condizioni materiali a osservazioni acute sulla vita sociale che vi si svolge. Goethe, nel Viaggio in Italia (1786-88), � pi� generoso � ma anche lui registra le difficolt� pratiche dell'alloggio e del cibo in una penisola ancora priva di un sistema ricettivo standardizzato. Questa letteratura attinente al viaggio � storicamente preziosissima per almeno due ragioni. La prima � che fornisce descrizioni minuziose di ci� che si mangiava e si beveva nelle osterie italiane di antico regime: cibi semplici, spesso cotti in fretta, legati alla disponibilit� locale. La seconda � che rivela, attraverso lo sguardo esterno, quanto l'osteria italiana fosse percepita come altra rispetto ai modelli nordeuropei � e quanto questa alterit� fosse parte integrante della sua identit�. Ottocento: politica, operai e la nascita del ristorante Con l'industrializzazione e l'urbanizzazione del XIX secolo l'osteria subisce una trasformazione profonda. Diventa il luogo della classe operaia e contadina: non pi� principalmente un luogo di transito per i viandanti, ma uno spazio di aggregazione permanente per chi vive nelle citt� industriali o nelle campagne. Qui si leggono i giornali � in un'epoca in cui molti non sanno ancora leggere, qualcuno li legge ad alta voce. Qui nascono le prime organizzazioni operaie e le prime leghe contadine. Qui si progettano scioperi, si discute di politica, si costruisce solidariet� di classe. L'osteria ottocentesca � uno spazio profondamente politico � tanto che in molti contesti le autorit� cercano di controllarla o limitarla. � anche uno spazio profondamente maschile. Per secoli � e in molte aree fino al secondo dopoguerra � le osterie erano luoghi quasi esclusivamente frequentati da uomini. Le donne vi entravano come ostesse, come cuoche, come inservienti, raramente come clienti. La figura dell'ostessa � spesso una vedova che gestiva il locale come unica fonte di reddito � era socialmente ambigua: riconosciuta come necessaria, ma esposta a una sorveglianza morale che l'oste maschio non conosceva nella stessa misura. La sua presenza nell'osteria era tollerata perch� lavorativa, non perch� conviviale. Questa esclusione femminile � un dato strutturale importante: significa che l'osteria come �seconda casa collettiva� � come spazio di identit� comunitaria � era, per secoli, una seconda casa solo per una met� della comunit�. Le donne costruivano socialit� altrove: nelle piazze, nelle chiese, ai pozzi, nei mercati. L'osteria era il loro contrario simmetrico: uno spazio di aggregazione maschile, con le sue regole, i suoi riti, i suoi silenzi. Proprio in questi decenni, per�, nascono i nuovi modelli di ristorazione borghese che trasformeranno per sempre il paesaggio gastronomico europeo. Il ristorante moderno � nato a Parigi nella seconda met� del Settecento e divenuto istituzione consolidata nell'Ottocento � introduce principi radicalmente diversi da quelli dell'osteria: il men� scritto con prezzi fissi, il tavolo individuale, il servizio dedicato, la separazione netta tra cucina e sala. L'osteria comincia a essere percepita, per contrasto, come il luogo del popolo: meno elegante, meno individuale, ma anche pi� autentica, pi� calda, pi� umana. Novecento: declino, resistenza e nostalgia Il Novecento � il secolo della crisi dell'osteria tradizionale e, paradossalmente, della sua trasfigurazione in simbolo culturale. Nella prima met� del secolo le osterie continuano a svolgere le funzioni storiche, ma i processi di modernizzazione le erodono progressivamente. L'urbanizzazione rompe le comunit� rurali che le alimentavano. L'automobile cambia le modalit� del viaggio e, con esse, la geografia delle soste. La televisione, nei decenni del dopoguerra, offre una forma di intrattenimento domestico che compete direttamente con la sociabilit� dell'osteria. Il benessere crescente spinge le famiglie verso nuove forme di consumo alimentare � il ristorante vero e proprio, la trattoria moderna � che sembrano pi� consone a un'Italia che si vuole proiettare verso il futuro. Molte osterie chiudono. Quelle che restano invecchiano insieme alla loro clientela. Si cristallizzano nella memoria collettiva come luoghi del passato: il vino sfuso, la tovaglia di carta o di plastica, il piatto unico della tradizione, le partite a carte, le discussioni senza fine. Ma proprio questa cristallizzazione produce un effetto culturale importante: la nostalgia dell'osteria diventa, a partire dagli anni Sessanta e Settanta, una forma di resistenza culturale all'omologazione. In un'Italia che si industrializza a velocit� vertiginosa, che abbandona le campagne e si ammassa nelle periferie urbane, l'osteria rappresenta un'idea di comunit� perduta � o forse mai del tutto posseduta, ma immaginata come tale. Questa nostalgia � politicamente ambigua: pu� essere reazionaria (il mito del �come eravamo�) o progressiva (la difesa di un modello alternativo alla modernit� consumistica). Ma in entrambi i casi � culturalmente produttiva: genera letteratura, cinema, musica, e prepara il terreno per la rivalutazione degli anni successivi. La rinascita contemporanea Negli ultimi decenni del Novecento e nei primi del Duemila l'osteria conosce una straordinaria rivalutazione. Il merito principale va a Slow Food, il movimento fondato da Carlo Petrini ad Alba nel 1989, che fa dell'osteria uno dei propri simboli programmatici. La guida Osterie d'Italia, pubblicata a partire dal 1990, nasce con un obiettivo esplicito: mappare e preservare i luoghi dove sopravvive una cucina di tradizione locale, semplice, stagionale, non omologata. In un'Italia che stava scoprendo i fast food e le cucine internazionali, era un atto di resistenza culturale dichiarata. La guida trasforma il significato del termine �osteria�: da sinonimo di luogo povero e trascurato a presidio di memoria gastronomica e identit� territoriale. L'osteria contemporanea acquista una doppia anima: conserva � o coltiva deliberatamente � il mito della convivialit� semplice, ma diventa spesso un luogo raffinato di recupero e di narrazione del territorio. Questa doppiezza non � ipocrisia: � la risposta culturalmente coerente a una domanda autentica. In un'epoca di globalizzazione alimentare, di standardizzazione dei sapori, di disconnessione tra produzione e consumo, l'osteria offre qualcosa di raro: un luogo dove il cibo ha ancora una storia, un nome, un luogo di provenienza. Dove chi cucina sa da dove viene quello che cucina. Dove chi mangia pu� ancora chiedere � e ricevere - una risposta. I bisogni che l'osteria intercetta oggi sono profondamente contemporanei: la ricerca di autenticit�, di lentezza, di relazione umana, di cucina locale, di narrazione del territorio. Sono bisogni che la modernit� ha creato, non che ha soddisfatto. E l'osteria � che di modernit� ne ha viste tante � risponde con la stessa offerta di sempre: un tavolo, del vino, del cibo, e qualcuno con cui stare. Conclusione: lo spazio che costruisce appartenenza Attraverso quasi due millenni di storia, l'osteria ha cambiato forma innumerevoli volte. � stata rifugio del viandante e covo del peccato, teatro del popolo e presidio della tradizione, spazio politico e luogo di nostalgia. Ha attraversato pestilenze, rivoluzioni, guerre e televisioni. Quel che non ha mai smesso di fare � costruire comunit� temporanee: aggregare persone che non si conoscono, o che si conoscono troppo bene, attorno a un tavolo e a un bicchiere. Sospendere per qualche ora le distanze sociali � non cancellarle, ma sospenderle. Creare quello che gli antropologi chiamano communitas: quel senso di umanit� condivisa che le strutture ordinarie della vita sociale tendono a spezzare. In un'epoca digitale e accelerata, dove le relazioni avvengono sempre pi� attraverso schermi e algoritmi, l'osteria torna a essere ci� che era all'inizio: uno spazio fisico dove il tempo rallenta e le persone � finalmente, momentaneamente � ricominciano a parlarsi. Non vende soltanto cibo. Costruisce appartenenza. E forse � per questo che, nonostante tutto, continua a esistere.